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martedì 2 settembre 2025

ROCKY

Il ceppo scoppietta nel caminetto. La fiamma danza e getta lunghe ombre sulle pareti del mio studio. Mi presento: sono il dottor Finn, medico e biologo, e da anni la mia vita è un tributo silenzioso a un uomo, uno scrittore: H.G. Wells. Non sono soltanto un suo semplice ammiratore, ma un devoto. Ho divorato più e più volte ogni parola che lui ha ha vergato, ma tra tutte le sue opere, L'isola del dottor Moreau risplende per me di una luce particolare, quasi profetica.

Quell'esperimento... la possibilità di plasmare la vita, di elevare le creature al di sopra della loro natura primitiva. È sempre stata una fissazione, un tarlo che mi ha rosicchiato l'anima fin dalla giovinezza. Anno dopo anno, sogno dopo sogno, il sotterraneo della mia casa di campagna si è trasformato. Da umida cantina è diventato un laboratorio, una specie di santuario dedicato alla scienza, dove ho cercato di replicare l'ardire di Moreau. I fallimenti sono stati innumerevoli, cadavere dopo cadavere, delusioni cocenti che avrebbero spento la passione di chiunque altro. A me non è accaduto. Ogni errore è stato un passo verso la verità, da ogni insuccesso ho tratto un insegnamento. E poi, finalmente, i risultati sono arrivati. Dapprima minimi, quasi impercettibili, ma con il tempo sono diventati più concreti, sempre più promettenti.

Proprio adesso, l'ultimo dei miei successi è qui, seduto di fronte a me al tavolo da pranzo: Rocky. Sta mangiando la sua minestra, lentamente, con una compostezza quasi innaturale. Le posate, che gli applico alle zampe quando si sta a tavola, si muovono con una delicatezza sorprendente. La creatura riesce persino a bere dal bicchiere, sorsi faticosi ma riusciti. Rocky non è più un semplice cane. Attraverso il mio processo di umanizzazione, è diventato un cane-uomo. Certo, le sue corde vocali modificate non gli permettono di parlare come gli esseri umani, ma con suoni opportunamente modulati e dopo un addestramento estenuante, siamo in grado di comunicare. Si tratta di dialoghi semplici, ma che rappresentano comunque una forma di interazione. Un miracolo, oserei dire.

Eppure, nonostante tutti gli innegabili progressi, negli ultimi tempi ho notato qualcosa di strano in Rocky. Qualcosa di indefinito, di sfuggente, che non riesco a decifrare. Nulla di vistoso, solo un che di particolare nel suo atteggiamento, e soprattutto nel suo sguardo. Un'ombra, un'inquietudine che mi tormenta.

Mi alzo per controllare il pollo, che sta ancora cuocendo in forno. Rocky, metodico e lento per via dell'utilizzo delle posate, è ancora intento sulla sua minestra. Mentre sono quasi in cucina, un impulso irrefrenabile mi spinge a voltarmi all'improvviso. E lo vedo. Rocky non sta usando il cucchiaio! Sta lappando la minestra. Con la lingua, come un comune animale.

Appena i miei occhi incontrano i suoi, si blocca. Per un istante, un solo breve momento, l'espressione sul suo volto-muso mi sembra beffarda. Un lampo di astuzia, e di consapevolezza, che mi gela il sangue. Poi, con estrema rapidità, l'uomo-bestia riprende a mangiare con il cucchiaio, come se nulla fosse accaduto.

Sono distrutto. Anzi, peggio, annientato. La scoperta è un pugno nello stomaco, una verità amara che mi afferra e mi scuote. Rocky, come i suoi predecessori, sta regredendo. È la fine del sogno, il ritorno all'animalità. Ma questa volta c'è qualcosa di diverso, qualcosa di inquietante.

La regressione non è totale. Lui, a differenza degli altri, sembra aver sviluppato un'astuzia molto umana, quasi malvagia. In parte, dunque, l'esperimento è riuscito. Forse anche troppo. Quel sorriso derisorio, fugace ma indelebile, mi ha trafitto l'anima. E adesso, mentre lo guardo intento a mangiare con finta compostezza, di Rocky ho paura...

 

lunedì 25 agosto 2025

FUGA D'AMORE

Un tempo, neppure troppo lontano, si diceva che le fughe d'amore, le cosiddette "fuitine", fossero un fenomeno diffuso in prevalenza al Sud, un retaggio di tradizioni antiche. Ma la verità, come spesso accade, era ben più sfumata e complessa. Queste fughe romantiche, in realtà, avvenivano un po' dappertutto, sebbene gli epiloghi potessero variare molto da regione a regione, da famiglia a famiglia.

Margherita e Italo, ad esempio, non erano meridionali. Erano due giovani montanari, cresciuti tra le vette silenziose e le valli meravigliose del Nord. Innamorati alla follia, o almeno così credevano, vivevano il loro idillio con la consapevolezza che i rispettivi genitori, all'oscuro di tutto, non avrebbero mai approvato la loro unione. Troppo diversi i mondi di provenienza, troppo radicate le aspettative familiari. Decisero così di agire, e di porre i loro cari di fronte al fatto compiuto.

Fu Italo a organizzare il piano. Essendo l'uomo, e anche un po' più grande di Margherita, sentiva che toccava a lui prendere il controllo della situazione. Era un inverno rigido, il freddo pungeva le ossa, eppure scelsero proprio quella notte gelida per la loro fuga. In sella alla Vespa di Italo, il loro romantico destriero rombante, si sarebbero diretti verso la Valle d'Aosta, la regione più vicina alla loro, un rifugio provvisorio per il loro amore.

Partirono in gran segreto, ma il loro sogno di riserbo durò poco. Il vecchio Bepi, l'occhio vigile del paese, li vide sfrecciare via. Erano le cinque del mattino e lui, per buona sorte, era ancora sobrio. Un miracolo, dato che soltanto un'ora più tardi non avrebbe riconosciuto neppure sua madre. La notizia volò di bocca in bocca e, prima che il sole fosse alto nel cielo, i genitori di Margherita e Italo, uniti nella preoccupazione, si presentarono dai carabinieri per denunciare la fuga dei ragazzi. Poiché Margherita era ancora minorenne, i militi si attivarono con immediata premura.

Nel frattempo, i due innamorati, infreddoliti e quasi assiderati dal viaggio in Vespa, giunsero finalmente in Valle d'Aosta. Quando i carabinieri li fermarono, pensarono si trattasse di un normale controllo di routine, invece si ritrovarono in caserma. Lì, furono trattenuti, ma anche rifocillati con un confortante brodo di pollo caldo, un inaspettato atto di gentilezza in una situazione così tesa.

Non passò molto tempo prima che i loro genitori, subito avvisati, arrivassero, con sguardi che promettevano tempesta. Caricarono la Vespa su un furgone e, dopo aver ritirato la denuncia, riportarono i ragazzi a casa. Per tutto il tragitto di ritorno, sotto gli sguardi severi e anche un po' minacciosi dei parenti, Margherita e Italo non pronunciarono una sola parola. Il silenzio era pesante, carico di rimpianto per il sogno infranto.

La storia d'amore di Margherita e Italo finì lì, in quel triste viaggio di ritorno a casa, con grande rammarico di entrambi. Fu un capitolo breve ma intenso nelle loro giovani vite, qualcosa di importante che avrebbero ricordato per sempre. Per tutti gli altri, invece, la loro vicenda non è più nulla, se non una storia raccontata ogni tanto nel bar di paese, di fronte a un bicchiere di vino.

Un eco lontano tra le montagne della loro valle.

 

martedì 19 agosto 2025

NEL BOSCO


Ed eccomi di nuovo qui, dopo tanti anni. Nel bosco della mia infanzia. Un fitto abbraccio di alberi che un tempo era il mio rifugio, il mio parco giochi, il mio mondo. Da bambino, tuttavia, non avrei mai osato avventurarmi da solo in questo groviglio di rami e ombre. Avevo paura, provavo una specie di brivido lungo la schiena. Ci pensava mio padre ad accompagnarmi, e ogni timore svaniva. Le sue mani grandi e forti, la sua voce rassicurante, trasformavano ogni sentiero in un'avventura sicura.

Ormai sono adulto, e le trepidazioni infantili sono soltanto un ricordo sbiadito, frammenti di un tempo lontano. Mi addentro tra gli alberi, spinto da una curiosità mista a nostalgia. Il bosco è ancora più fitto di quanto ricordassi, un intrico di tronchi e foglie attraverso il quale la luce del sole filtra a stento. L'aria è densa e buia. Se fossi ancora un bambino, avrei paura, eccome! Ma non lo sono più, dunque mi spingo oltre, desideroso di riabbracciare il passato.

Seguo uno dei sentieri, l'odore di terra umida e muschio mi avvolge. I miei occhi si posano su qualcosa al suolo: molliche di pane, sparse a intervalli regolari. Curioso, mi chiedo chi le abbia lasciate. Non dureranno molto, penso. E infatti dagli alberi scendono subito piccoli predatori alati che becchettano le briciole con rapidità sorprendente.

Proseguo, e a un certo punto, con mia grande sorpresa, incontro un bambino. È solo, seduto su un tronco caduto.

"Che cosa fai tutto solo nel bosco?" chiedo, la mia voce un po' troppo brusca, quasi un rimprovero.

Lui mi guarda con diffidenza, i suoi occhi grandi e scuri mi scrutano a lungo.

"Mi faccio un giro, perché? Hai qualcosa in contrario?" risponde infine, la voce sottile ma ferma.

"Non hai paura di smarrirti?" domando, cercando di mascherare la mia apprensione.

Lui mi guarda con aria furba, un sorriso sornione gli increspa le labbra.

"Tranquillo, nonno. Ho preso le mie precauzioni". E in quel momento, noto il sacchetto che stringe in mano, pieno di molliche di pane.

"Fossi al tuo posto, inizierei a preoccuparmi" dico, e poi mi allontano, lasciandolo alle sue briciole. Lui mi alza il dito medio, un gesto di sfida che mi fa sorridere.

Vado avanti, e poco dopo incontro un uomo. Accidenti! penso, oggi sono tutti qui! Lui mi saluta, con un cenno del capo. Ricambio il saluto. È alto e grosso, con una mascella e una mandibola molto allungate e una bella dentatura che spicca. Ciuffi di peli gli spuntano dalle orecchie.

"Ha per caso visto una bambina?" chiede, con voce profonda.

"Una bambina?" dico, riflettendo. "No, ho visto un bambino, poco fa".

Lui scuote la testa, il suo sguardo si fa spazientito.

"Ho detto una bambina! Con un vestitino rosso! L'ha vista sì o no?"

Un po' spaventato da tanta veemenza, rispondo di no, lo saluto in fretta e proseguo. Con la coda dell'occhio, vedo che si mette a correre. Per un attimo ho l'impressione che corra... a quattro zampe. È pieno di gente strana, penso, prima di continuare il cammino.

Ma oggi è davvero una giornata particolare. Dopo pochi passi, incontro un bambino e una bambina. Il bambino non è quello di prima, e la bambina non indossa un vestitino rosso. Tutti e due stanno mangiando dei dolci, hanno le bocche sporche di zucchero. Sembra marzapane.

"Che cosa ci fate nel bosco?" chiedo. "Dove sono i vostri genitori?"

Mi guardano con indifferenza.

"Non sono affari tuoi" mi rispondono quasi in coro.

"Fossi in voi, non mangerei troppo di quella roba. Fa ingrassare" dico, la voce intrisa di un monito che a loro sembra indifferente.

"E allora?" dice il bambino, stringendosi nelle spalle.

"Secondo me, finché rimanete nei paraggi, vi conviene essere magri" rispondo, e poi me ne vado, accelerando il passo. Non vedo l'ora di uscire da questo bosco. I ricordi della mia infanzia erano ben diversi. In questo luogo c'era pace e tranquillità, e non tutto questo affollamento di figure strane e misteriose.

Sono quasi fuori. Appena sto per uscire dall'intrico di alberi, però, sento in successione urla disperate di bambini, ululati e latrati, e infine un colpo di fucile!

Realtà o fantasia? Nel dubbio, affretto ancora di più l'andatura.


martedì 12 agosto 2025

TRIANGOLO


Ero in attesa del suono della campanella di inizio lezioni. In classe, come ogni mattina, regnava il caos. Urla, risate, stridore di sedie trascinate sul pavimento. Mi trovavo nei pressi del mio banco, in piedi, ad aspettare che il frastuono venisse interrotto dall'usuale rintocco. Poi la mia compagna Bianca mi si avvicinò. Quella ragazza aveva un odore particolare. Forse erano i capelli, sempre un po' unti, che non lavava quasi mai. Tentai di scostarla con la spalla, ma lei non vi badò. Non vedeva l'ora di dirmi qualcosa.

"La sai l'ultima?" mi chiese, gli occhietti vivaci che brillavano.  

Sospirai.

"Dimmi, Bianca". Uno dei soliti pettegolezzi, pensai.

Lei si avvicinò ancora di più, e l'odore divenne più forte.

"Si dice che Alfredo si sia messo con Giada. È vero? Tu di sicuro lo saprai..."

Mi prese un mezzo colpo. Sentii il cuore mancarmi un battito, poi riprendere a correre a rotta di collo. Alfredo era il mio migliore amico, l'unico che avessi. Giada invece era ragazza che mi piaceva da sempre, da quando l'avevo vista la prima volta, nonostante lei non mi avesse mai degnato di uno sguardo. Loro due, insieme! Erano un anno avanti a me, e stavano nella stessa classe, perché io ero stato bocciato in prima. Non sapevo nulla di questa storia. Vedevo Alfredo quasi tutti i giorni dopo la scuola, e lui non mi aveva detto niente. Forse, sapendo del mio interesse per Giada, temeva di ferirmi. O forse non gliene importava un accidente. In ogni caso, ci ero rimasto malissimo.

Cercai di dissimulare il colpo, di mantenere la calma.

"Ah, sì?" dissi, cercando di assumere un'espressione misteriosa.

"Sai, le cose non sempre sono come sembrano" proseguii. "Bianca. Se proprio lo vuoi sapere, anch'io sto con Giada. Ti ricordi di Jules e Jim?"

Gli occhi di Bianca si spalancarono. Aveva colto il riferimento cinematografico. In quel momento, l'odore mefitico si intensificò. Forse non erano i capelli, riflettei, bensì il sudore. Mi domandò ancora qualcosa, ma la ignorai. Presi posto nel banco, proprio mentre la campanella finalmente suonava, assordante.

Non rammento nulla delle tre ore di lezione che seguirono. Non ricordo niente di ciò che dissero i professori, e neppure quali fossero gli insegnanti che si alternarono. Per fortuna, non venni interrogato. La mia mente era altrove, intrappolata in un unico pensiero: Alfredo e Giada. E poi rimuginavo sulla mia stupida, impulsiva bugia. Non avevo considerato le conseguenze.

Nel frattempo, i miei compagni non erano stati con le mani in mano. Il passaparola era stato molto veloce. Tutti sapevano ciò che avevo detto a Bianca. Quando, durante l'intervallo, uscii dalla classe, camminando nel corridoio, vidi studenti di altre classi che mi guardavano in maniera strana. Tutti erano a conoscenza di ciò che mi riguardava. Di sicuro anche Alfredo e Giada, che per fortuna non incontrai. Forse erano rimasti in classe a sbaciucchiarsi, quei maledetti.

A un tratto, un ragazzo dell'ultimo anno si avvicinò. Prima d'allora non mi aveva mai rivolto la parola. Mi diede una pacca sulla spalla.

"Bravo" disse con un sorriso che non compresi se fosse di scherno o ammirazione.

"Ho saputo che ti sei ficcato in un triangolo" aggiunse.

Alzai le spalle, cercando di sembrare noncurante.

"Meglio in tre che in due" dissi. Lui approvò, compiaciuto. Fu un momento strano, quasi surreale.

Dopo altre due interminabili ore di lezione, anche quella mattinata tremenda finalmente giunse al termine.

Cercai di uscire da scuola alla chetichella, non volevo incontrare Giada e tantomeno Alfredo. Intendevo stare da solo, dovevo ripensare a perché il mio amico non mi avesse detto nulla. Ma proprio in quel momento, vidi Giada. Lei stava venendo verso di me. All'ultimo momento, scartò e mi evitò, non disse nulla, ma mi lanciò uno sguardo di puro disprezzo.

Cercai di fare qualcosa, di fermarla, e proprio in quell'istante scorsi Alfredo, in piedi di fronte a me. Cercai di abbozzare un sorriso, un gesto di pace, ma il suo pugno fu più veloce. Sentii il "crac" del naso che si rompeva, subito dopo persi i sensi.

Mai finire in un triangolo, vero o falso che sia.

martedì 5 agosto 2025

BANDIERA GIALLA


Era una splendida giornata d'estate, l'aria era frizzante e il cielo di color azzurro intenso. Un gruppo di amici, carichi di entusiasmo, aveva deciso di affrontare una camminata in montagna. Tra loro c'erano Alberto e Paola. Per Alberto, il solo pensiero di passare del tempo con Paola era un'emozione forte. La ragazza gli piaceva molto, un sentimento che covava da tempo, ma le occasioni di vederla erano rare, capitavano soprattutto durante i mesi estivi. Nonostante la sua evidente cotta, Alberto non era mai riuscito a capire se Paola ricambiasse il suo interesse; lei si comportava in maniera amichevole e spensierata con tutti i ragazzi della comitiva. Paola era una ragazza graziosa, non molto alta, un po' rotondetta ma con una figura armoniosa e forme generose.

La destinazione scelta dai giovani era un vecchio santuario, immerso nel verde delle montagne. La meta richiedeva un paio d'ore di cammino lungo un sentiero che si snodava tra boschi e radure. Durante tutto il tragitto, Alberto si ritrovò a camminare costantemente dietro a Paola. Ogni passo era un'occasione per ammirarla, ma il coraggio di rivolgerle la parola lo abbandonava ogni volta. Si sentiva intimidito più del solito. Era evidente che la sua infatuazione per la ragazza era cresciuta ancora. Per la prima volta, inoltre, un'emozione nuova si fece strada nel suo cuore: la gelosia. Ogni volta che Paola scambiava battute o risate con qualche altro ragazzo, o quando qualcuno si avvicinava a lei con familiarità, Alberto sentiva una morsa stringergli lo stomaco.

Finalmente, terminata la salita, arrivarono al santuario. Il sole picchiava implacabile e la fatica si faceva sentire. Tutti erano spossati e assetati. Senza esitazione, si diressero verso un piccolo ma limpido laghetto che rifletteva il cielo. Un ragazzo, dopo averne saggiato la freschezza, rassicurò tutti: "Nessun problema, l'acqua è pulita e si può bere!".

Alberto si accovacciò per dissetarsi. Proprio di fronte a lui, senza dire una parola, anche Paola fece lo stesso. Mentre lei si sporgeva in avanti, accovacciata, formando una coppa con le mani per raccogliere l'acqua, Alberto, con uno sguardo furtivo, la osservò. L'angolo in cui si trovava gli permise una visione improvvisa e del tutto inaspettata: le gambe abbronzate della ragazza, le sue cosce robuste e i suoi slip gialli. Quella visione, così intima, lo turbò a tal punto da fargli mancare il fiato. Una vertigine lo colse all'istante, e per poco non perse l'equilibrio, rischiando di cadere nel lago. Paola, del tutto ignara del tumulto interiore che aveva scatenato nel ragazzo, si alzò e si allontanò, rinfrescata.

Quell'episodio, in apparenza insignificante, si sarebbe rivelato un punto di svolta senza ritorno nell'esistenza di Alberto. Dopo quel giorno, le strade dei due non si incrociarono più. Un po' per le circostanze della vita, un po' per una precisa, dolorosa volontà di Alberto. Era rimasto troppo sconvolto da quell'attimo. L'immagine di quegli slip gialli si era impressa a fuoco nella sua mente, diventando un feticcio assoluto. Per una triste ironia del destino, Alberto non sarebbe mai riuscito ad amare una donna in pieno. E non ne incontrò mai nessuna che indossasse degli slip gialli. Per Alberto, l'amore rimase per sempre un'ombra sfuggente, intrappolata nel ricordo di un fugace e sensuale momento estivo.


martedì 29 luglio 2025

FACCIA DI CAVALLO

Doroteo Guamuch Flores, che in seguito alcuni giornalisti americani ribattezzarono per semplicità Mateo Flores, originario del Guatemala, è stato un valido corridore delle lunghe distanze. La sua migliore prestazione, nonché vittoria più eclatante, fu nel 1952 alla maratona di Boston. Flores, in quell'occasione, sbaragliò tutta la concorrenza, atleti ben più famosi e titolati di lui. La sua gara fu caratterizzata da una stranezza non di poco conto: corse con ai piedi i mocassini di cuoio con i quali era arrivato a Boston il giorno prima. Era povero, non poteva permettersi le scarpette da corsa, e quelle erano le uniche calzature che possedeva.  

Mateo Flores, negli anni che seguirono, ebbe un unico emulo: il mio amico Antonio Felini, detto Faccia di Cavallo. Il buon Antonio non vinse nessuna maratona internazionale, la sua impresa non ebbe il rilievo di quella del corridore guatemalteco ma, nel suo piccolo, merita comunque di essere ricordata.

Fine di agosto. Un caldo infernale, di quelli che ti tolgono il fiato. Quel giorno era in programma una corsa su strada di dodici chilometri, e per il nostro gruppo podistico c'era un unico obiettivo: vincere il trofeo per la migliore squadra. Ognuno avrebbe dovuto dare l'anima, spingendosi oltre il limite.

Dieci minuti alla partenza e, come al solito, di Antonio, detto Faccia di Cavallo per il suo viso allungato e l'espressione sempre triste, non c'era traccia. Arrivò all'ultimo momento, tutto trafelato. Non ebbe nemmeno il tempo di scaldarsi. Ma lui era fatto così, abituato a lanciarsi nella mischia all'ultimo secondo.

"Sbrigati a cambiarti!" gli intimai, quasi urlando per la fretta.

Lui mi guardò, annuì ma non disse nulla. Era incredibile come, anche quando gli si dicevano le cose più banali, sembrava sempre non capire. Eppure, alla fine ubbidì. Si sfilò la polo, rivelando la canottiera rossa e gialla della squadra. I pantaloncini di raso blu li indossava già.

"Sono pronto" disse con la sua voce flebile.

"Sei scemo?" risposi, abbassando lo sguardo sui suoi piedi.

Anche lui li guardò, poi alzò gli occhi su di me.

"Perché?" domandò, dopo un attimo di silenzio.

"Ti devi cambiare le scarpe!" gli ricordai, con un sospiro esasperato. Accidenti, ma è proprio tonto! pensai tra me e me.

"Uso queste" ribatté lui.

"Quelle?"

"Le altre si sono rotte" spiegò, con la solita espressione imperturbabile.

"Ma come fai a correre con quelle?" chiesi, incredulo.

"Sono pur sempre scarpe" rispose.

Le osservai meglio. Si trattava di mocassini di cuoio nero e lucido, quasi nuovi, forse usati per qualche occasione speciale, magari un matrimonio. Avevano la suola spessa e un tacco di almeno due o tre centimetri.

"Tu non sei a posto" ebbi il tempo di dire, scuotendo la testa. Lui sollevò le spalle, e in quel preciso istante ci chiamarono a raccolta per la partenza.

Inutile raccontare ogni metro della gara. La mia, comunque, fu buona. Anche gli altri tre compagni si comportarono bene. Eravamo fiduciosi. Se Antonio fosse arrivato nei primi cento, avremmo vinto senza problemi l'agognato trofeo. Invece, Faccia di Cavallo arrivò tra gli ultimi, dopo i primi quattrocento. Ma arrivò. Tagliò il traguardo con un'espressione molto sofferente, la faccia ancora più allungata del solito. Altro che cavallo, sembrava un mulo stremato!

Venne verso di noi, scuotendo la testa. "Scusate, non ce l'ho fatta" ci disse con un filo di voce. "Oggi non ero in gran forma" aggiunse.

"Ma è tutta colpa delle scarpe!" esclamai, puntando il dito verso i suoi piedi.

"No, con le scarpe mi sono trovato abbastanza bene" disse lui, con una calma disarmante. Poi, con una smorfia di dolore, sfilò quella destra.

Il calzino non era più bianco ma rosso, tutto intriso di sangue. Rimanemmo inorriditi.

"È soltanto la seconda volta che le metto" disse Faccia di Cavallo, come se fosse la cosa più normale del mondo.

"Sono ancora un po' rigide" aggiunse, faticando non poco a nascondere l'atroce sofferenza.

 

martedì 22 luglio 2025

IL GIOCO DI ALBA

Da qualche giorno, in paese, c'è una strana aria. Voci, sussurri, sguardi furtivi. Vedo i miei genitori e gli altri adulti parlarsi a bassa voce, quasi di nascosto, con un'espressione tra il preoccupato e il compiaciuto. È un qualcosa di continuo, un mormorio sommesso che mi ronza nelle orecchie e mi fa ribollire la curiosità.

Provo a fare l'indifferente, a fingere di giocare con le mie macchinine sul tappeto, ma in realtà tendo l'orecchio come un segugio. Alla fine, le loro frasi smozzicate e i loro sussurri furtivi si compongono in un nome: Alba. È lei l'oggetto di tanto mistero, la protagonista involontaria di questi pettegolezzi. Alba, proprio lei, la ragazza che abita non lontano da casa mia, quella dai lunghi capelli biondi e l'aria furba e sbarazzina. Ha tredici anni, qualcuno più di me, e, a dire il vero, io sono un po' innamorato di lei. La osservo quando passa in strada per andare a prendere il latte, quando va ad aspettare il bus per recarsi a scuola. La saluto, e a volte lei risponde. Altre, non mi degna di uno sguardo, forse perché sono troppo piccolo. Non importa, aspetterò e prima o poi crescerò.

So che Alba fa un po' disperare i suoi genitori perché non ha molta voglia di studiare, ma è comunque una brava ragazza. Però, a parte il fatto che le chiacchiere la riguardano, non riesco a scoprire nient'altro. Tutti sono molto abbottonati, le loro bocche sigillate da un silenzio frustrante. Non ha senso chiedere direttamente ai miei genitori, mi liquiderebbero con la solita frase: "Non sono cose che ti devono interessare, sei troppo piccolo, è roba da grandi".

Così, decido di tentare a scuola. C'è di sicuro qualcuno che sa qualcosa, specialmente tra i ragazzi più grandi, quelli di quinta. Il primo che mi viene in mente è Michele, il ripetente. Lui sa sempre tutto. Chiedo, e lui mi guarda con aria assente, mormora qualcosa di volgare su Alba che non capisco, ridacchia e poi mi domanda se ho delle figurine da scambiare. Deluso, mi allontano da lui.

Quando ormai sono quasi rassegnato a non scoprire mai il segreto di Alba, ho un colpo di fortuna inaspettato. Sto passando davanti alla società cooperativa e noto Angelo, il contadino, e Sergio, il meccanico, seduti fuori, intenti a bere. Stanno proprio parlando di Alba! E Sergio, che è un gran chiacchierone, sta spiegando tutto ad Angelo a voce alta, perché quest'ultimo, oltre che un po' tonto, è anche duro d'orecchi. Faccio finta di tirare calci a una pietra e mi fermo ad ascoltare, ogni parola è per me un tesoro.

Ebbene, tanto rumore per nulla! Gli adulti sono proprio strani. Scopro che Alba non ha fatto niente di male. L'hanno vista uscire dal boschetto con Paolo, un ragazzo un po' più grande di lei. Avevano i vestiti un po' in disordine, dice Sergio. Vorrei vedere! Anche io ci vado quasi tutti i giorni, nel boschetto, con i miei amici a giocare ai pirati, e quando usciamo a volte i vestiti sono addirittura strappati, altro che un po' in disordine! Mi rimane solo un'ultima curiosità: a che gioco avranno giocato Alba e il suo amico?