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giovedì 23 luglio 2026

OLTRAGGIO ELETTORALE

In democrazia, la legge elettorale rappresenta l'architettura portante dell'intero sistema: è il meccanismo cruciale che trasforma il voto dei cittadini in rappresentanza parlamentare. Proprio per questa sua natura costitutiva, toccare le "regole del gioco" richiede una cura istituzionale straordinaria, un dibattito sereno e, soprattutto, una condivisione ampia che vada oltre i confini della maggioranza di turno.

Modificare il sistema elettorale a un anno, o forse meno, dalle prossime consultazioni politiche appare invece come un’operazione del tutto inopportuna, sia nei tempi sia nei modi.

Cambiare la norma elettorale alla vigilia del voto trasmette un messaggio istituzionale devastante: quello di una forza di governo che adatta le regole della competizione per garantire la propria sopravvivenza ed evitare una sconfitta alle urne.

Quando un esecutivo riscrive il sistema di voto a ridosso delle elezioni senza l'accordo delle opposizioni, non sta facendo una riforma: sta compiendo una sorta di colpo di mano istituzionale.

I sistemi elettorali non dovrebbero mai essere utilizzati come uno strumento di autoconservazione del potere. Ciononostante, il testo ha appena completato il suo primo passaggio, incassando il via libera della Camera dei Deputati, pur tra clamorosi incidenti di percorso e forti tensioni in aula, e si appresta ora a passare all'esame del Senato.

Al di là del metodo, sono i contenuti stessi della riforma ad allarmare giuristi e costituzionalisti. Il testo approvato a Montecitorio presenta diversi aspetti che rischiano di infrangere i principi sanciti dalla nostra Costituzione.

Le Liste sono completamente bloccate. Il cittadino si trova nell'impossibilità di scegliere direttamente i propri rappresentanti (tramite le preferenze o collegi uninominali trasparenti). I parlamentari vengono di fatto "nominati" dai segretari di partito, privando gli elettori di quel rapporto diretto con l'eletto che garantisce un'effettiva rappresentanza (un principio già sanzionato in passato dalla Corte Costituzionale con la sentenza sul Porcellum).

Il Premio di maggioranza è abnorme. L'assegnazione di un bonus di seggi sproporzionato alla coalizione vincente, senza la previsione di una soglia minima di voti ragionevole, crea una grave distorsione del voto. Si rischia di trasformare una maggioranza relativa nel Paese in una maggioranza schiacciante in Parlamento, violando l'uguaglianza del voto dei cittadini.

Infine, è evidente la compressione delle prerogative del Capo dello Stato. Il testo prevede l'indicazione formale sulla scheda del "capo della coalizione" e quindi del candidato Premier. Questa previsione intacca direttamente la Costituzione, che attribuisce al Presidente della Repubblica la facoltà esclusiva di nominare il Presidente del Consiglio. Se il Colle, a seguito delle consultazioni o di stalli politici, dovesse individuare una figura diversa, si innescherebbe un pericoloso corto circuito istituzionale tra la volontà popolare "incapsulata" sulla scheda e il ruolo di garanzia del Capo dello Stato.

Riscrivere le norme elettorali per calcolo di bottega è un errore politico che l'Italia ha già commesso fin troppo spesso in passato. Un testo che svuota la libertà di scelta dell'elettore, altera la rappresentanza con premi spropositati e mette a rischio gli equilibri costituzionali tra le cariche dello Stato non fa il bene del Paese. L'augurio è che l'imminente passaggio al Senato serva a fermare una riforma spinta dalla sola frenesia di mantenere le poltrone, prima che a giudicarla debba essere, ancora una volta, la Corte Costituzionale.


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