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martedì 31 marzo 2026

IL RIFLESSO DELL' ALTRO

Mi chiamo Elia Ricci e sono un archivista. Ho cinquant'anni tondi, una statura media e capelli brizzolati.

Sono sposato da vent'anni con Agnese. Vent'anni di rituali immutabili. Mia moglie è una donna abitudinaria, che non ama gli eccessi, con un gusto impeccabile per l'eleganza sobria.   

Le stranezze sono iniziate circa due mesi fa. Quasi impercettibili, che un uomo meno abituato all'osservazione meticolosa avrebbe liquidato come affaticamento da troppo lavoro.

Agnese ha sempre detestato avere i capelli sciolti. Ritiene siano "disordinati". Un martedì sera, l'ho trovata a preparare la cena con la sua folta chioma corvina che le ricadeva sulle spalle. Non solo: quando le ho chiesto come fosse andata la giornata, ha risposto con una risata. Non il suo flebile, controllato sorriso, ma una risata piena, quasi sguaiata.

L'armadio di Agnese è sempre stato un insieme di beige, grigio perla e nero. Ora, in mezzo ai suoi tailleur, sono apparsi capi mai visti prima. Un maglione giallo acceso, una giacca color smeraldo.

La sera, durante la cena, lei ha fatto un gesto nuovo e incomprensibile. Dopo aver bevuto un sorso di vino rosso, si è pulito l'angolo della bocca con il dorso della mano destra. Mia moglie è sempre stata una maniaca dell'etichetta. Le ho chiesto: "Cara, cos'è quel gesto?" Lei ha alzato le spalle e ha risposto: "Quale gesto, Elia? Smettila di fissarmi".

Ciò che mi inquieta di più è una frase che ripete ogni volta che rientra in casa: "L'aria è diversa, ma il cielo è lo stesso." Parole prive di senso. Le ho chiesto una spiegazione. Mi ha guardato con gli occhi spalancati, come se avessi detto una volgarità. "Non ho detto nulla, Elia".

Tutte queste anomalie si sono accumulate, hanno accresciuto il mio turbamento. Ho iniziato a osservare Agnese con una attenzione ancora maggiore.

Una sera, mentre lei leggeva in salotto, ho spento la televisione e l'ho fissata. L'ho guardata davvero, non con l'occhio pigro di chi è sposato da vent'anni. Alla fine l'ho notato.

Il suo viso era leggermente diverso.

Non stravolto, ma era evidente un sottile, agghiacciante cambiamento: le fossette ai lati della bocca erano meno profonde. Il taglio degli occhi sembrava diverso, e l'iride di un marrone che mi sembrava più caldo.

Ho avuto il dubbio che non fosse più lei. Che fosse un'altra donna.

La paranoia mi ha stretto in una morsa di gelo. Non osavo più toccarla, non osavo parlarle di questo mio sospetto.

Un sabato mattina, dovevo andare a prendere dei vecchi atti notarili in un deposito fuori città. Ero in ritardo e mi sono affrettato. Ho afferrato la chiave dell'auto, ho salutato quella che forse non era più la "mia Agnese" con un cenno, e sono uscito.

Sono arrivato all'auto, ho messo la mano in tasca e ho realizzato: avevo dimenticato gli occhiali da sole.

Sono tornato indietro. Agnese era in piedi, di fronte al grande specchio a muro nell'ingresso.

Mi ha sentito entrare e si è voltata di scatto.

"Elia! Sei già tornato..."

Non ho badato a lei. Il mio sguardo era inchiodato allo specchio. E a ciò che vi era riflesso.

L'immagine riflessa mostrava Agnese, identica, con quel maglione giallo zafferano. Ma accanto a lei, c'era un uomo: alto, con capelli scuri e folti, una barba curata e un sorriso giovane e rilassato.

Non ero io.

Mi sono guardato le mani. Ho toccato il mio volto. Ho guardato di nuovo lo specchio, e solo allora ho capito. Agnese non era cambiata.  Lo ero io. Non ero chi avevo sempre creduto di essere.

"Agnese" ho mormorato. "Sono io quello diverso".

Lei non ha capito, ed è scoppiata in una risata fragorosa.

 

sabato 28 marzo 2026

CANZONI DELLA GIOVINEZZA (7) - "AND THEN THE RAIN" - TRUE WEST

 

(Quindici canzoni che mi hanno fatto amare la musica pop/rock)

I True West sono una di quelle "gemme nascoste" del rock americano degli anni '80, fondamentali per capire l'evoluzione della scena psichedelica moderna.

Originari di Davis, California, sono stati tra i protagonisti del movimento Paisley Underground (insieme a band come Dream Syndicate e Rain Parade). Costituiti nei primi anni '80, la mente creativa del gruppo è il chitarrista Russ Tolman (con lui Gavin Blair e Richard McGrath). Il sound della band era caratterizzato da un intreccio chitarristico ipnotico e nervoso, influenzato dai Television di Tom Verlaine e dal rock psichedelico dei Quicksilver Messenger Service.

Sebbene non abbiano mai raggiunto il successo commerciale globale, i True West sono diventati un punto di riferimento per il rock alternativo grazie alla loro capacità di unire l'urgenza del punk alla complessità del rock progressivo e psichedelico.

Contenuta nell'album di debutto Drifters (1984), And Then the Rain rappresenta forse il vertice creativo della band.

Il brano si apre con un arpeggio di chitarra circolare e malinconico che evoca immediatamente un senso di attesa e tensione. La sezione ritmica è solida ma elastica, e permette alle chitarre di intrecciarsi in modo quasi matematico.

La voce di Gavin Blair è intensa e sofferta, perfettamente bilanciata dal lavoro magistrale di Russ Tolman alla chitarra. Il brano non "esplode" in modo scontato, ma cresce attraverso melodie che sembrano inseguirsi.

È un pezzo che cattura perfettamente quel senso di "nuvoloso" tipico del college rock dell'epoca: una miscela di introspezione e potenza sonora.

And Then the Rain non è soltanto una bella canzone, ma rappresenta uno snodo cruciale.

Contribuisce a codificare il suono del Paisley Underground (scena musicale di rock alternativo sviluppatasi a Los Angeles nella prima metà degli Anni Ottanta, caratterizzata dal recupero e dalla rielaborazione del sound psichedelico classico con un piglio più asciutto e sintetico). La psichedelia non doveva essere per forza un revival nostalgico degli anni '60, ma poteva essere moderna, cupa e affilata.

L'interazione tra le due chitarre nel brano è diventata un modello per molte band indie e post-punk successive. Il "duello" tra chitarre si trasforma in un dialogo tra atmosfere.

Sebbene i True West siano rimasti in prevalenza una band di culto, non molto nota, brani come questo hanno influenzato generazioni di musicisti, dai primi R.E.M. a molte band del neo-psichedelismo attuale.

Sono la prova che il rock americano degli anni '80 non era solo synth-pop o hair metal, ma possedeva una profondità intellettuale e sonora straordinaria.


giovedì 26 marzo 2026

CALCIO E SPUTI

Si rincorrono, poi si fermano e sputano. Contrastano l'avversario, riprendono fiato e sputano. Segnano un gol, esultano sotto la curva e, puntualmente, sputano. Se il calcio moderno avesse una colonna sonora, sarebbe ritmata dal suono sgradevole di un’espulsione salivare. Ormai non è più una rarità, è la norma: i calciatori sputano sempre, ovunque e comunque. Più di quanto abbiano mai fatto in passato.

Se provate a chiedere il perché di questo gesto a un addetto ai lavori o a un atleta, la risposta è preconfezionata: "necessità fisiologica". L'attività fisica intensa (sia aerobica che anaerobica) produrrebbe un eccesso di muco e saliva densa che ostacola la respirazione. Insomma, una questione di polmoni e prestazioni.

C’è poi la tesi logistica: il campo da calcio è immenso e l’erba assorbe tutto. Un lusso che, dicono, altri non possono permettersi. "Se lo facesse un pallavolista o un cestista si scivolerebbe sul parquet", obiettano i difensori del gesto. Ma proprio qui casca l'asino.

Se la motivazione fosse davvero fisica, legata allo sforzo estremo, dovremmo vivere in un mondo di atleti "pasticcioni". Invece il pallavolista si trattiene per ovvie ragioni di sicurezza, dimostrando che il controllo del proprio corpo è possibile.

I tennisti dovrebbero, seguendo la logica dei calciatori, sputare liberamente sui campi in terra rossa o sull’erba di Wimbledon, mentre dovrebbero contenersi sul cemento. Eppure, non sputano mai.

Maratoneti, ciclisti e rugbisti, per fare qualche esempio a caso, affrontano sforzi titanici, spesso ben superiori a quelli di un'ala destra, ma mantengono un decoro che sul prato verde sembra fantascienza.

Persino nel mondo del calcio stesso, le eccezioni pesano come macigni: le calciatrici lo fanno in misura limitatissima, quasi nulla. E l’arbitro? Il poveretto corre quanto i giocatori, spesso più di loro, ma non trasforma il fischietto in un idrante.

La verità è che le giustificazioni fisiche sono solo una cortina di fumo. Sputare ogni due minuti non è un bisogno, è soprattutto un fatto culturale e comportamentale.

Si tratta di un retaggio legato a logiche di branco e ad atteggiamenti machisti, un modo per marcare il territorio o per darsi un tono di "rudezza" agonistica e virile. Insomma, è diventata una posa, una specie di tic tramandato dai senatori ai giovani della primavera, una forzatura che viene fatta passare per ordinaria amministrazione grazie a una sorta di assuefazione collettiva. Più il tempo passa, come detto, più il fenomeno sembra dilagare, trasformando i campioni in modelli di cafonaggine per i ragazzini che li guardano dagli spalti o in televisione.

Sia chiaro: ogni calciatore ha il sacrosanto diritto di giocare da schifo, di sbagliare un rigore o di incappare in una giornata storta. Quello che non dovrebbe avere è il diritto di fare schifo, di essere disgustoso. Lo sport ad alto livello può e deve essere fatto senza trasformare l'area di rigore in una palude di secrezioni. È ora di smetterla di confondere il testosterone con la mancanza di educazione e di civiltà.

 

martedì 24 marzo 2026

DALL' AEROPORTO

Siedo in veranda e guardo la pioggia che batte contro il vetro. Ho più di sessant'anni anni e le mie mani iniziano a tradire il tempo, tremano appena se le tengo ferme troppo a lungo. Non penso alle grandi cose. Penso a un episodio di tanti anni fa. Non si tratta di un fatto importante, né straordinario, ma è qualcosa che ancora mi emoziona. Penso a quella volta all'aeroporto.

Mio fratello e sua moglie mi avevano sfinito. "Dovresti andare a prenderla tu, Lorenzo. Noi proprio non riusciamo".  Avevo sbuffato. Odiavo gli aeroporti, odiava i convenevoli e, più di tutto, odiavo l’idea di fare conversazione con una sconosciuta nel chiuso di un’auto. Stavo per dire di no. La parola era lì, pronta. Poi però avevo ceduto. "Com’è fatta?" avevo chiesto. "Tranquillo, si farà riconoscere lei" avevano risposto. Per poi aggiungere: "Alta, magra, capelli neri corti".

Ero in ritardo, tanto per cambiare. Il parcheggio era pieno e l’umidità era pesante. Faceva un caldo torrido. Quando arrivai davanti al terminal, la vidi subito sul marciapiede. Era esattamente come l'avevano descritta: un caschetto nero lucido, la pelle scura di sole, un abbigliamento sportivo che non cercava di dimostrare nulla. Era graziosa, ma in un modo pulito, diretto.

Scesi dall'auto e mi avvicinai. "Sei tu l'amica di Lea?" chiesi. Lei sorrise. Non fu un sorriso di circostanza; fu un sorriso che sembrava dire che stava aspettando proprio me. "Sono io" disse. "E tu devi essere il fratello scontroso di cui mi hanno parlato". Arrossii. "Forse hanno esagerato" dissi.

Caricai la borsa nel bagagliaio e lei salì davanti. Il viaggio durò mezz'ora. Ero sempre stato un ragazzo di poche parole, uno di quelli che la gente definisce troppo riservati. Eppure, con lei, le parole venivano fuori facili.

"Ti piace guidare?" mi chiese mentre uscivamo dal parcheggio. "Di solito no. Troppa gente che va di fretta".

"Però guidi bene".

"È solo perché conosco la strada". Lei rise. Una risata vera, senza punte di sarcasmo. "È già qualcosa. Molta gente non conosce nemmeno quella".

Ascoltava. Faceva le domande giuste, non quelle per riempire il vuoto, ma quelle che servivano a capire chi avesse di fronte. Parlammo di libri, del caldo, di come il mare sembrasse diverso a seconda di chi lo guardava. La osservavo di sguincio mentre tenevo le mani sul volante. Sentivo una specie di scossa, un riconoscimento. Dopo venti minuti, sapevo che avrei potuto innamorarmi di lei. Anzi, forse era già accaduto.

Non le chiesi se avesse un fidanzato. Sapevo che una ragazza così non poteva essere sola, ma non volevo che la realtà entrasse in quella macchina. Lei non mi chiese nulla della mia vita. Era un patto silenzioso: quel tempo apparteneva solo a noi, fuori dal mondo.

Arrivammo troppo presto. Accostai e scesi ad aprirle il bagagliaio. Le porsi la borsa e il flusso di parole si interruppe bruscamente. Restammo lì, in piedi sul marciapiede. I cellulari non esistevano. Per restare in contatto servivano carta, penna e un coraggio che nessuno dei due trovò.

"Beh, siamo arrivati" dissi. Lei mi guardò fisso negli occhi.

"Sì. Siamo arrivati". Non ci stringemmo nemmeno la mano. C’era un’elettricità così forte che un contatto fisico sarebbe stato pericoloso. Avrebbe reso tutto troppo reale, e forse meno perfetto.

"Grazie" disse lei. Il tono era basso, quasi un sussurro.

"Figurati".

"Ciao, Lorenzo".

"Ciao Annalisa".

Fu un saluto sommesso, triste. La guardai camminare con passo elegante verso il portone finché non scomparve. Non la rividi mai più.

Torno bruscamente al presente. La pioggia non accenna a smettere. È stata una cosa da nulla, dopotutto. Quell'episodio, dico. Mezz'ora di vita. Eppure è ancora qui, intatta, come un oggetto prezioso trovato in fondo a un cassetto che non avrò mai il coraggio di buttare.

 

sabato 21 marzo 2026

CANZONI DELLA GIOVINEZZA (6) - "HELL OF A SUMMER" - THE TRIFFIDS

(Quindici canzoni che mi hanno fatto amare la musica pop/rock)

I Triffids incarnano l'anima più selvaggia, letteraria e desolata del post-punk. Nati a Perth, in Australia, sono stati i poeti del "bush" (cespuglio) e del deserto, guidati dal genio tormentato di David McComb.

Attivi principalmente negli anni '80, i Triffids sono stati una delle esportazioni musicali più raffinate d'Australia. La loro musica, spesso definita "Country-Gothic" o "Wide Open Road Sound" (genere musicale che esprime senso di desolazione e libertà), fonde il rock psichedelico, il folk e il post-punk con testi di alta caratura poetica.

A differenza dei loro contemporanei, i Triffids riuscivano a far suonare gli spazi vuoti: la loro musica evoca il calore accecante, la polvere e l'isolamento geografico della loro terra d'origine.

Tratta dall'album d'esordio Treeless Plain (1983), Hell of a Summer è un pezzo viscerale che colpisce per il suo contrasto emotivo.

Il brano è sorretto da un ritmo incalzante e quasi tribale. Le chitarre sono taglienti, nervose, e creano una tensione che non si risolve mai del tutto.

La voce di David McComb è baritonale, profonda e carica di un'urgenza drammatica. Sembra quasi che stia lottando contro gli elementi climatici descritti nel testo.

Nonostante il titolo richiami l'estate, nel pezzo non c'è nulla di solare. È un'estate claustrofobica, fatta di caldo insopportabile e tensione psicologica. È la descrizione di un esaurimento nervoso sotto il sole cocente.

Hell of a Summer è un pilastro della discografia dei Triffids e del rock australiano per diverse ragioni.

Innanzitutto è  uno dei primi brani a definire l'abilità di McComb nel trasformare il meteo e l'ambiente in stati d'animo. Il "caldo" non è solo clima, è una condizione dell'esistenza umana.

Il brano è un vero e proprio ponte tra i generi. Riesce a unire l'energia del punk con una struttura narrativa quasi teatrale, anticipando il sound che avrebbe reso celebre l'album capolavoro Born Sandy Devotional (1986).

Fu inoltre la canzone che aiutò la band a farsi notare in Europa (soprattutto nel Regno Unito e in Belgio), dimostrando che il rock australiano non era solo "hard rock" alla AC/DC, ma poteva essere colto, oscuro e profondamente introspettivo.


martedì 17 marzo 2026

LAVORI IN CORSO

Un tempo giocavano a bocce, e pure bene. Ma adesso erano troppo anziani, e quell'attività per loro molto faticosa. Le bocce stavano in un sacchetto impolverato, appeso al chiodo in cantina, ma loro continuavano a incontrarsi al parco, quasi tutti i giorni, che facesse caldo o freddo.

"Le gambe non reggono più" diceva Aldo. "E il fiato nemmeno" aggiungeva Attilio. Ma il gusto per la conversazione, quello non lo avevano perso. Era rimasto intatto, come quando erano ragazzi, poi uomini, e si ritrovavano al bar a discutere di tutto e di niente.

Quel pomeriggio, il cielo era grigio e l’aria pungente. Le foglie scricchiolavano sotto le scarpe dei passanti. I tre amici erano lì, come sempre.

"Prima o poi ci sarà di nuovo una guerra" disse Aldo, stringendosi nel cappotto.

"Gli esseri umani non riescono proprio a stare in pace" rispose Attilio, con tono grave.

"La violenza è aumentata dappertutto" proseguì Aldo. "Per le strade, nei supermercati, persino nei condomini".

"Vero" confermò Attilio. "Anche all’interno delle famiglie, sui posti di lavoro. Mai visto un livello così alto di conflittualità". Scosse la testa, rassegnato.

"C’è egoismo, c’è arroganza, c’è prevaricazione sui più deboli" disse Aldo, alzando la voce.

"E i pochi ricchi sono sempre più ricchi, mentre i poveri aumentano sempre di più" aggiunse Attilio.

Augusto, fino a quel momento, era rimasto in silenzio. A lui piaceva soprattutto ascoltare, interveniva di rado. Osservava le nuvole, le mani appoggiate al girello. Aldo si voltò verso di lui.

"E tu che ne dici, Augusto?"

Augusto alzò le spalle. "Non so che cosa dire".

"Ma qualcuno avrà pure colpa di questa situazione!" sbottò Aldo, tutto infervorato. Si scaldava subito.

"Dio" disse Augusto, a bassa voce.

Gli altri due lo guardarono, stupiti. Sembravano non aver capito bene.

"Che cosa hai detto?" chiese Aldo.

"La colpa sarebbe di Dio?" domandò Attilio, incredulo.

Augusto annuì. Poi si schiarì la voce e spiegò.

"Avete presente quando state facendo qualcosa di molto complicato?"

"Sì" disse Aldo.

"Bene. E proprio in quel momento, nell'attimo più delicato, quando avete quasi finito e manca soltanto una piccola cosa, che però è quella più importante, vostra moglie viene a rompervi i coglioni?"

Aldo e Attilio annuirono. A loro quella cosa capitava di continuo.

"Ecco. Quando Dio stava creando gli esseri umani, qualcuno o qualcosa lo ha interrotto, lo ha disturbato. Lui ha dovuto smettere e, tra sé, ha pensato: "Riprendo dopo".

Augusto fece una pausa. "Ma per qualche motivo non è ancora riuscito a ricominciare da dove aveva lasciato. E noi siamo rimasti imperfetti, creati soltanto a metà. Finché Dio non tornerà a ultimare la sua opera, noi continueremo sempre a commettere crudeltà".

Aldo rimase a bocca aperta. "Accidenti" disse. "Se è come dici, speriamo che Dio torni al lavoro presto".

Attilio si grattò la testa. "E magari che non lo interrompa nessuno, stavolta".

Augusto sorrise appena, poi tornò a guardare le nuvole.


lunedì 16 marzo 2026

OLTRE I LIMITI


Si sono spenti i riflettori sulle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026. I Giochi si sono chiusi con risultati sportivi eccellenti, lasciandoci addosso quella rara commozione, mista a nostalgia, che solo lo sport ai massimi livelli sa regalare.

In un momento storico in cui il mondo sembra scricchiolare sotto il peso dei molteplici conflitti, lo sport  si è confermato l'unica lingua universale ancora capace di gettare ponti tra i popoli, anche se non è mancata qualche polemica, legata alla partecipazione di atleti e atlete della Russia.

Sebbene le critiche a tale decisione siano comprensibili, esse mettono a nudo una fragilità strutturale: la mancata applicazione di uno standard etico uniforme. Finché non ci sarà un criterio universale e coerente per ogni nazione, la credibilità delle istituzioni sportive resterà vulnerabile.

Gli atleti italiani si sono ben comportati. Una crescita confermata: la nostra squadra invernale ha dimostrato che il movimento sportivo azzurro è in uno stato di fermento totale. Non è più soltanto una questione di singoli campioni, ma di un sistema che funziona, che investe e che crede nel talento senza distinzioni tra olimpico e paralimpico. L'Italia è diventata una superpotenza della neve.

Le gare sono state spettacolari. Dalle discese vertiginose del Para Alpine Skiing alle battaglie di resistenza nel fondo e nel biathlon, alle sfide nei palazzetti, abbiamo assistito a competizioni di grande fascino. Ogni atleta ha messo in pista un impegno sovrumano, ma ciò che resterà impresso è la correttezza esemplare. Abbiamo visto avversari aiutarsi a rialzarsi dopo una caduta sulla neve ghiacciata, sorrisi e abbracci condivisi al traguardo e un rispetto reciproco che nobilita ogni medaglia. Lo sport invernale, con le sue condizioni estreme, ha esaltato la fratellanza nel gelo.

Queste Paralimpiadi hanno finalmente abbattuto del tutto il muro dell'indifferenza mediatica. Grazie a una ottima copertura televisiva  e a una presenza massiccia e creativa sui social, i Giochi  sono entrati in ogni casa. Non è stata solo "cronaca sportiva", ma un racconto collettivo che ha reso gli atleti molto popolari. Questa visibilità è il regalo più grande: ha trasformato la percezione della disabilità da "limite" a "caratteristica", portando le storie di questi campioni sotto i riflettori che meritano.

Si deve dire una volta di più, con la voce rotta dall'emozione: il coraggio di questi atleti è una lezione di vita per tutti. Affrontare le pendenze più aspre, il freddo pungente e le sfide fisiche richiede un sacrificio quotidiano che va oltre l'immaginabile. In ogni curva, in ogni spinta di questi splendidi atleti, c'è la dimostrazione che la volontà può piegare anche il destino più avverso. Persone che diventano fari di speranza, e ricordano con il loro esempio che le vere barriere sono solo quelle che si costruiscono nella mente.

Mentre la fiamma paralimpica è ormai spenta, rimane solo un immenso bisogno di ringraziare tutti i partecipanti ai Giochi. Grazie per aver onorato le nostre montagne, grazie per avere insegnato la resilienza e grazie per aver reso l'Italia il centro di un mondo più giusto e coraggioso. Non soltanto un saluto, ma un applauso scrosciante che dovrà risuonare a lungo tra le vette innevate.

sabato 14 marzo 2026

CANZONI DELLA GIOVINEZZA (5) - "HIGHER GROUND" - THE FEELIES


 (Quindici canzoni che mi hanno fatto amare la musica pop/rock)

Se gli R.E.M. sono stati i re del college rock, i Feelies ne sono stati i "padrini segreti". Nati ad Haledon, New Jersey, nel 1976, su iniziativa di Bill Million e Glenn Mercer, entrambi cantanti e chitarristi, (si erano conosciuti alle scuole superiori) questo gruppo è diventato leggendario per il suo stile nervoso, minimale e ossessivo, influenzando profondamente band come i Pixies e gli stessi R.E.M.

I Feelies sono famosi per la loro attitudine introversa (venivano chiamati "The Underground's Underground") e per le loro esibizioni dal vivo cariche di un'energia frenetica. Il loro suono è un miscuglio unico tra il minimalismo di Lou Reed, le ritmiche martellanti dei Velvet Underground e una sensibilità pop cristallina.

Dopo un debutto folgorante e spigoloso con l'album Crazy Rhythms (1980), la band si prese una lunga pausa, tornando nel 1986 con un suono più morbido, acustico e "pastorale" che avrebbe ridefinito il rock alternativo americano.

Contenuto nell'album Only Life (1988), prodotto, non a caso, da Peter Buck degli R.E.M., Higher Ground è una gemma di semplicità e tensione.

Il brano è costruito su una serie di chitarre acustiche ed elettriche che si intrecciano in un moto perpetuo. Non c'è aggressività, ma una specie di spinta costante, quasi come un treno che attraversa le campagne del New Jersey.

Si tratta di un pezzo ipnotico. La melodia è circolare e le voci di Glenn Mercer e Bill Million sono calme, quasi sussurrate, e trasmettono un senso di pace interiore unito a una sottile urgenza.

La sezione ritmica è la vera protagonista. I The Feelies utilizzano percussioni secche e ripetitive che creano un tappeto ipnotico, e portano l'ascoltatore in uno stato di trance leggera.

Higher Ground non è soltanto una gran bella canzone, ma un punto di svolta culturale per la scena musicale indipendente .

Il brano ha infatti codificato quello stile chitarristico fatto di pennate rapide e continue che diventerà il marchio di fabbrica del pop indipendente degli anni '80 e '90.

Il legame con gli R.E.M. risulta evidente e rappresenta il momento in cui due mondi si sono uniti. La produzione di Peter Buck su questo pezzo ha cristallizzato quel suono "agreste" che avrebbe influenzato dischi del gruppo di Athens come Green o Out of Time.

In un decennio dominato dall'eccesso e dalla produzione ipertrofica, Higher Ground ha dimostrato che con tre accordi, una chitarra acustica e un ritmo costante si poteva ottenere un'intensità emotiva superiore a quella di un'intera orchestra di sintetizzatori.


giovedì 12 marzo 2026

RISORSE PUBBLICHE

Ogni anno, con l'avvicinarsi della Legge di Bilancio, il dibattito pubblico italiano si arena su un’unica, rassegnata litania: "Non ci sono le risorse". Le giustificazioni variano, ma il risultato è sempre lo stesso: una manovra finanziaria fatta al risparmio (come l'ultima), dove i tagli prevalgono sugli investimenti e le promesse elettorali si scontrano con la realtà di una cassa apparentemente vuota.

Ma cosa sono, esattamente, queste risorse pubbliche? In termini semplici, sono il patrimonio di tutti noi: la ricchezza generata dai cittadini attraverso le tasse, i contributi e la gestione dei beni comuni, che lo Stato ha il compito di ridistribuire per garantire servizi e benessere.

Si dice spesso che le risorse siano insufficienti per fare ciò che "andrebbe fatto". Di conseguenza, settori strategici come la sanità, l’istruzione, la giustizia e la sicurezza vengono lasciati deperire. È paradossale che non si trovino mai i fondi per gli aumenti contrattuali di chi tiene in piedi gli apparati pubblici: medici, infermieri, docenti e forze dell’ordine.

Quando un governo afferma che "non ci sono i soldi" per questi comparti, non sta semplicemente esponendo un dato contabile, ma sta dichiarando l'incapacità di esercitare la funzione stessa dello Stato. Se lo Stato esiste per soddisfare le esigenze dei cittadini utilizzando le risorse fornite dai cittadini stessi, dire che l'obiettivo è irraggiungibile equivale ad ammettere il fallimento della politica.

La verità che raramente viene pronunciata nei vari dibattiti è che le risorse non sono "finite" per destino avverso, ma perché vengono disperse in mille rivoli inefficienti.

Costi della politica: apparati elefantiaci che non accennano a snellirsi.

Sprechi e opere inutili: infrastrutture faraoniche spesso abbandonate o realizzate solo per soddisfare logiche di consenso elettorale.

Lievitazione dei costi: cantieri che finiscono per costare il triplo di quanto preventivato a causa di cattiva gestione e mancanza di controlli.

Le risorse, dunque, non mancano: vengono utilizzate male o sacrificate sull'altare di scelte di convenienza, spesso legate a logiche clientelari.

Se una classe politica non è in grado di gestire il patrimonio pubblico per garantire i diritti fondamentali (salute, istruzione, lavoro, pensione), significa che è incompetente. In un sistema democratico sano, l'imperizia dovrebbe portare a un ricambio immediato.

Il cittadino non si deve lasciare anestetizzare dalle ideologie o dalle promesse a lungo termine. Se chi governa oggi fallisce nel reperire e gestire le risorse, deve essere cambiato. E se chi subentra ripropone la stessa scusa del "bilancio esangue", deve subire la stessa sorte.

La carenza di risorse non è una calamità naturale, ma il risultato di una precisa responsabilità politica.

Solo attraverso un ricambio rapido e pragmatico, svincolato da appartenenze ferree ma ancorato ai principi di efficienza e servizio, si può nutrire la democrazia. La politica deve tornare a essere l'arte di trovare soluzioni, non l'arte di inventare scuse per i propri fallimenti. Le risorse ci sono; ciò che manca, troppo spesso, è la capacità, o la volontà , di metterle al servizio del bene comune.


martedì 10 marzo 2026

NELLA

Anche se sono trascorsi tanti anni, ricordo molto bene quel cortile buio nei pressi di casa mia. Proprio lì viveva una coppia di anziani, Nella e suo marito Pino. Erano figure quasi spettrali, avvolte in un'atmosfera di mistero e timore.

Pino era un uomo curvo e silenzioso, il risultato di una vita dura passata nelle miniere all'estero. La sua salute cagionevole lo costringeva a camminare piegato, e non parlava quasi mai con nessuno. Nonostante la sua andatura malferma, toccava sempre a lui andare a fare la spesa. La moglie non metteva mai piede nei negozi. Pure lei camminava storta, appoggiandosi a un bastone nodoso, quasi un'estensione della sua figura tutta attorcigliata.

Tutti in paese dicevano che Nella era cattiva. La voce comune attribuiva ciò al fatto che non avesse avuto figli. Io, però, da ragazzino, non credevo a quelle voci. Conoscevo altre persone senza figli che erano tutt'altro che malvagie. Alcuni addirittura la definivano una strega, capace di praticare la magia nera e di lanciare sortilegi malefici. Ma anche a questo non davo peso, non avendola mai vista fare nulla di particolare. Una cosa, però, era certa: di lei avevo comunque paura.

Sembrava davvero che Nella odiasse i bambini. Quando ero in compagnia dei miei genitori, lei mi ignorava del tutto, fingeva di non vedermi, non salutava mai. Ma se mi trovavo da solo, la situazione cambiava completamente. Si avvicinava, mi chiedeva il nome, come se non mi avesse mai visto prima, e poi, con le sue mani enormi e callose, mi accarezzava la faccia. Un istante dopo, però, il gesto si trasformava in un pizzicotto doloroso sulla guancia o in un orecchio afferrato e girato con forza. Riuscivo sempre a divincolarmi e a scappare, e non raccontavo mai nulla ai miei genitori. La vergogna e lo spavento mi bloccavano.

Nelle tiepide sere d'estate, quando tutto il vicinato si riuniva fuori dalle case, le voci si mescolavano in un chiacchiericcio vivace che si protraeva fino a tardi. Nella non partecipava mai a questi ritrovi. Aveva il gabinetto vicino al cortile esterno, un cubicolo di cemento con una minuscola finestrella a forma di quadrifoglio. Era lì che si appostava. Cercando di non fare rumore, entrava in quel minuscolo spazio e passava tutta la serata a origliare i discorsi degli altri.

Dopo usava quelle informazioni per alimentare i suoi pettegolezzi maligni. La megera si illudeva che la sua presenza furtiva passasse inosservata, ma si sbagliava. Molti si accorgevano di lei e, per depistarla, iniziavano a discorrere di cose inesistenti, citando persone e fatti mai accaduti, o addirittura parlando molto male di lei stessa. Nella assorbiva tutto in silenzio: ogni accusa nei suoi confronti (vera o inventata che fosse) diventava nuova linfa per alimentare il suo odio indiscriminato verso tutto e tutti. E quando ne aveva abbastanza, quando la sua frustrazione raggiungeva il culmine, usciva da quel cubicolo e andava a sfogarsi sul marito, il povero Pino, picchiandolo con il suo bastone. Un ciclo di solitudine, rancore e violenza che si ripeteva, sera dopo sera, nell'ombra del cortile buio.

 

sabato 7 marzo 2026

CANZONI DELLA GIOVINEZZA (4) - "NEW YEARS' DAY" - U2


 (Quindici canzoni che mi hanno fatto amare la musica pop/rock)

Gli U2 si sono formati a Dublino nel 1976, e sono state una delle pochissime band al mondo ad avere mantenuto la stessa formazione per quasi cinquant'anni. I componenti sono Bono (Paul Hewson), carismatico leader dalla voce potente e dai testi impegnati, The Edge (David Evans), l'architetto del suono, chitarrista famoso per l'uso innovativo del delay (effetto eco). Poi Adam Clayton, bassista e cuore pulsante del gruppo, e infine Larry Mullen, batterista dal tocco marziale e preciso.

Dalle radici post-punk degli esordi, gli U2 si sono evoluti in una macchina da stadi capace di mescolare rock, elettronica e impegno sociale, diventando vere e proprie icone globali.

New year's day, pubblicata come primo singolo tratto dall'album War, segnò il momento in cui gli U2 smisero di essere una promessa e divennero delle superstar.

Il brano è costruito su una delle linee di basso più riconoscibili del rock, scritta da Adam Clayton. Il piano di The Edge aggiunge un tocco di freddezza quasi "invernale", che esplode poi nel celebre assolo di chitarra, tagliente e minimale. La batteria di Larry Mullen conferisce al pezzo un’andatura epica, trasformando una canzone di protesta in un inno trascinante.

Sebbene il titolo suggerisca una canzone di festa, il testo è profondo e politico. Bono lo scrisse pensando a Lech Wałęsa, il leader del sindacato polacco Solidarność, che all'epoca era stato arrestato.

"Under a blood red sky, a crowd has gathered in black and white..." (Sotto un cielo rosso sangue, una folla si è radunata in bianco e nero...)

Una canzone che è una riflessione sulla speranza che resiste anche nei momenti di oppressione, sulla voglia di ricominciare ("I will begin again") nonostante i conflitti mondiali.

New year's day è un brano molto importante nella produzione del gruppo. Innanzitutto per l'inaspettato successo commerciale. Fu il loro primo singolo a entrare nella Top 10 britannica e a scalare le classifiche americane. Poi per il suo impegno politico, perché ha definito l'identità degli U2 come band "militante". Ha dimostrato che era possibile scrivere una canzone di successo radiofonico parlando di movimenti sociali e diritti civili.

Infine, è significativo anche per la sua estetica musicale. Il video, girato tra le nevi della Svezia, ha creato un'iconografia potente (i quattro membri della band a cavallo, i paesaggi ghiacciati) che ha dominato i primi anni di MTV, rendendo il volto di Bono immediatamente riconoscibile ovunque.


martedì 3 marzo 2026

STABILIZZAZIONE

Il sole del pomeriggio filtra attraverso le griglie a rombi della mia casetta. È per tutti l'ora della siesta, il momento in cui i padroni si raggomitolano per il loro riposo.

Mi chiamano Aldo. Un nome semplice, facile da abbaiare, assegnato non appena sono stato giudicato abbastanza grande da stare in piedi senza inciampare. La mia vita è scandita dal ritmo rassicurante delle passeggiate (sempre legato), dell'ora del cibo e, soprattutto, dalle complesse, indecifrabili, ma sempre corrette richieste dei padroni, i Cani.

I Cani sono l'apice dell'evoluzione. I loro musi sono calcolatori, i loro occhi profondi e penetranti, capaci di comprendere la fisica quantistica e le intricate dinamiche sociali con un singolo colpo d'occhio. Il loro linguaggio è un misto di latrati complessi, ringhi modulati e sibili che, una volta tradotti dall'apparecchio sonoro attaccato al loro collare (per la nostra comodità), rivelano filosofie e strategie che la nostra mente umana, semplice e incline a formulare pensieri inutili, non può nemmeno cominciare a cogliere.

Il mio padrone principale è Grugno. Un bulldog inglese, tarchiato, con una mandibola imponente e una saggezza che si manifesta in borbottii e sbuffi profondi. Sono il suo umano da compagnia, quello che gli massaggia la pancia e che risponde pronto al suo richiamo.

Sono steso sulla mia brandina, una coperta pulita e ruvida che odora vagamente di disinfettante. Il mio cuore, però, non è tranquillo come il mio stomaco sazio. Batte un ritmo frenetico, come un piccolo tamburo di pelle tesa, mentre i miei occhi sono fissi sull'angolo della stanza, dove Grugno ha lasciato l'oggetto incriminato.

Si tratta di un piccolo, luccicante kit chirurgico in acciaio inox, posizionato con deliberata noncuranza accanto al sacco del mio cibo e a una scatola di snack al gusto di formaggio marca Premium, la mia ricompensa preferita.

L'ho visto solo due ore fa, quando Grugno ha avuto una lunga e confidenziale conversazione con la mia padrona, e sua compagna, un elegante levriero di nome Ombra (che cosa ci trova in uno come Grugno?). Hanno parlato a lungo. Termini per me oscuri per la maggior parte: protocollo di stabilità, gestione della coda genetica, prevenzione della disfunzione sociale. E così via.

Ma, tra le altre, una parola, semplice, orribile, risuona così forte che sembra far vibrare le mie ossa: "Castrazione".

Non capisco tutto, ma capisco quanto basta. I Cani, nella loro infinita saggezza, hanno stabilito che gli umani domestici, una volta raggiunta una certa maturità (la mia, a quanto pare), devono essere "stabilizzati". È per la nostra stessa salute, abbaiano. Ci rende più calmi, meno inclini a comportamenti selvatici o, peggio ancora, a tentativi sconsiderati di... riproduzione senza supervisione.

Il panico mi stringe la gola come un collare troppo stretto. Non è il timore del dolore fisico, quella è solo una fitta che passerà, ma la paura della mutilazione dell'identità, la cancellazione di quella piccola, sciocca, irrazionale scintilla di maschio selvatico che, nonostante tutti gli anni di addestramento, ancora si nasconde nel profondo del mio cervello primitivo.

Domani, la ricompensa, lo snack al gusto di formaggio marca Premium, sarà il segnale inequivocabile. Non lo danno mai se non prima di una procedura importante.

Mi alzo lentamente, camminando in punta di piedi fino alla grata della casetta. Guardo fuori, oltre il vasto giardino recintato. L'aria è pulita, il cielo di un blu profondo.

So cosa sto pensando, e mi odio per l'inutile stupidità. Fuggire?

Per andare dove? La natura selvaggia è piena di feroci randagi (umani non addestrati), condannati a una vita di ricerca del cibo e a morte precoce. Non ho abilità, non ho intelligenza, non ho zanne. Sono programmato per le comodità della sottomissione.

E poi, l'idea di dispiacere a Grugno, di vederlo scuotere il testone con delusione per la mia malvagia ingratitudine, mi fa tremare.

Torno alla mia brandina. Mi raggomitolo in posizione fetale, come mi hanno insegnato: un segnale di sottomissione e quiete.

L'operazione non è una punizione; è semplicemente una manutenzione necessaria, come un taglio delle unghie o una spazzolatura ai capelli. I Cani non provano malizia. Agiscono per l'ordine, per la pace, per la suprema stabilità. Sono troppo intelligenti per l'emozione inutile.

Tuttavia, sono triste. Un piccolo lamento sfugge dalle mie labbra, subito soffocato dal palmo della mano. Un suono sciocco, primitivo.

Chiudo gli occhi. Sento il piccolo rumore del respiro costante di Grugno provenire dalla stanza accanto. È un suono confortante, un promemoria che il mondo è sorvegliato, che sono al sicuro, che non dovrò mai pensare troppo.

Domani, sarò un Aldo migliore. Più tranquillo. Più obbediente. Più... stabile.

 

lunedì 2 marzo 2026

PERCHÉ NO

Il 22 e 23 marzo, i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per una consultazione referendaria che, pur apparendo tecnica nei contenuti, tocca le corde più profonde del nostro impianto democratico. Tuttavia, la confusione che regna attorno a questo appuntamento rende necessaria una premessa di metodo, prima ancora che di merito.

È bene ricordare un dettaglio tecnico che molti ignorano, ma che cambia radicalmente il peso della nostra scheda elettorale. Quello di marzo non è un referendum abrogativo, ma un referendum costituzionale (o confermativo).

La differenza è sostanziale.

Il referendum abrogativo serve a eliminare o cancellare in parte una legge già esistente. Per essere valido richiede il quorum (deve votare il 50% + 1 degli aventi diritto).

Nel referendum costituzionale, invece, si vota su una modifica della Costituzione approvata dal Parlamento ma senza una maggioranza qualificata. Qui non esiste quorum: la modifica passa (o viene respinta) a prescindere da quanti cittadini si rechino alle urne.

Con questo referendum non stiamo cancellando qualcosa di vigente, ma decidendo se far entrare in vigore una norma "in sospeso".

Negli ultimi tempi, il clima attorno a questa data si è fatto incandescente. La conflittualità tra i sostenitori del "Sì" e del "No" ha superato il confine del confronto giuridico per sfociare in una vera e propria battaglia politica.

Il referendum ha assunto i connotati di un plebiscito sul governo in carica. Questa è una deriva pericolosa: quando una consultazione sulla legge fondamentale dello Stato diventa un test di gradimento per un leader o un partito, si perde di vista l'oggetto del contendere e si trasforma la Costituzione in un terreno di scontro elettorale.

La questione posta dal quesito è complessa, tecnica e riguarda principalmente l'ordinamento della Magistratura e non la giustizia. Per il cittadino comune le ricadute dirette sarebbero comunque nulle. Ma il punto non è se la riforma sia "buona" o "cattiva" in senso tecnico. Il punto è come si arriva a modificare la Costituzione.

La nostra Carta non è una legge qualunque; è il perimetro dentro cui tutti dobbiamo riconoscerci. Per questo, ritengo che la Costituzione debba essere variata esclusivamente all'interno del Parlamento, attraverso le maggioranze qualificate (i due terzi dei componenti) previste dall'Articolo 138. Quando si raggiunge quella soglia, significa che la modifica è frutto di un consenso trasversale, di un accordo tra forze diverse che riconoscono un bene comune.

Quando invece il consenso parlamentare non raggiunge i due terzi e la parola passa al corpo elettorale, siamo di fronte a una patologia del sistema. Una proposta di modifica che arriva al referendum confermativo è, per definizione, una proposta di parte, nata da una maggioranza relativa e non da una condivisione larga.

In quest'ottica, il corpo elettorale ha un compito quasi "conservativo" nel senso più nobile del termine. Se la Costituzione rappresenta le regole del gioco, queste non possono essere scritte solo da chi, in quel momento, sta vincendo la partita.

Le regole del gioco devono essere concordate e accettate da tutti i giocatori. Se una parte tenta di cambiarle da sola, la risposta dei cittadini non può che essere una bocciatura. Occorre votare No.

Bocciare una riforma nata senza un consenso parlamentare unanime non significa necessariamente essere contrari al contenuto specifico della norma, ma significa difendere il principio che la Costituzione non si modifica a colpi di maggioranza. La sua forza risiede nella sua stabilità e nella sua capacità di rappresentare l'intera nazione, non soltanto una frazione di essa.