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martedì 7 luglio 2026

LA MELODIA DEL MARE

Il jet privato di Roddy Liston, l'afroamericano più ricco degli Stati Uniti, nonché lontano e orgoglioso parente del leggendario pugile Sonny Liston, era decollato da Genova solo da un'ora, ma la sua mente era ancora là, tra le scogliere e le acque cristalline della riviera ligure. La vacanza era stata celestiale, eppure un'ombra ne aveva offuscato la perfezione.

Appena atterrato a New York, Roddy si accomodò dietro la monumentale scrivania in mogano del suo attico a Manhattan e suonò il campanello d'argento.

"Arthur, entra," ordinò non appena la porta si aprì.

Arthur Pendelton, il suo impeccabile e pragmatico braccio destro, avanzò con un taccuino in mano. "Bentornato, capo. Immagino che il soggiorno in Italia sia stato di suo gradimento."

"Entusiasmante, Arthur. Quel paesino era un paradiso. Ma c'è una cosa che ha rovinato tutto, e ho intenzione di sistemarla prima del prossimo anno. Perché io ci tornerò, sia chiaro, ma alle mie condizioni."

Arthur sollevò un sopracciglio. "Quale sarebbe il problema, signore?"

Roddy si alzò, mimando un gesto di totale fastidio. "I turisti, Arthur! Non si riusciva a camminare, te li trovavi sempre davanti, in ciabatte, tutti sudati, con un pezzo di focaccia o di pizza appiccicosa in mano. I ristoranti sempre pieni, per non parlare della spiaggia!"

Arthur tossicchiò, stringendo la penna. "Capisco il disagio, capo. Ma come facciamo a impedire che ci siano turisti in una località balneare pubblica?"

Roddy sorrise, con la stessa spietata sicurezza con cui suo cugino Sonny stringeva i guantoni. "Semplice, Arthur. Prenotiamo ogni singolo albergo, tutti i ristoranti, i locali pubblici di qualsiasi tipo e tutti gli stabilimenti balneari per l'intera stagione estiva."

Arthur sgranò gli occhi, strabiliato. "Ma... costerà un patrimonio, signore!"

"Il denaro non è mai stato un mio problema," tagliò corto il magnate, agitando una mano. "Sbrigati, datti da fare. Voglio quel borgo tutto per me."

Come sempre quando il principale ordinava, Arthur agì di corsa. Passarono i mesi e l'inverno lasciò il posto alla primavera. Una mattina, Roddy convocò nuovamente il suo assistente per avere aggiornamenti.

"Allora, Arthur? Quell'incantevole paesino ligure è pronto per il mio ritorno?"

"Tutto bene, signore. Gli accordi sono stati firmati, i bonifici inviati. Abbiamo il controllo totale," rispose Arthur, esitando un istante. "C'è solo un piccolissimo problema. Una cosa di poco conto, in realtà..."

Il volto di Liston si incupì all'istante; detestava i problemi più di ogni altra cosa al mondo. "Parla, Arthur. Cos'è questo contrattempo?"

"Ecco... dopo che abbiamo concluso tutti i contratti con gli albergatori e i balneari, si è presentato un certo signor Gabbia."

Roddy aggrottò le sopracciglia. "E chi sarebbe questo signor Gabbia?"

"Ha detto che... beh, che rappresenta i gabbiani."

"I gabbiani?!" Liston scoppiò in una risata amara. "Stai scherzando?"

"Purtroppo no, signore," rispose Arthur, mantenendo un tono serissimo. "Dice che anche i gabbiani vogliono la loro fetta di torta. Pare che considerino il paese come di loro proprietà. E, tramite questo emissario, hanno avanzato delle richieste precise."

"Richieste? Degli uccelli?" Liston era sbigottito, quasi offeso nella sua autorità.

"Vogliono cibo garantito, vogliono che una certa oasi protetta della zona venga estesa, vogliono..."

"Basta così!" Il magnate diede un gran pugno sul tavolo. "Non mi farò ricattare da degli stupidi volatili! Sempre se questa assurda storia sia vera... Chi si crede di essere questo tizio?"

"Garantisco che l'uomo sembrava molto convincente, capo, e..."

"Fuori! Fuori dal mio ufficio!" ringhiò Liston.

E finalmente arrivò di nuovo l'estate.

Liston e il suo numeroso seguito di guardie del corpo e assistenti fecero ritorno nell'ameno paesino della riviera ligure. Rispetto all'anno precedente, l'atmosfera era radicalmente cambiata, proprio come il magnate aveva sognato. Le strade erano sgombre, le spiagge dorate erano interamente a sua disposizione ed era sempre l'unico cliente in ogni ristorante che aveva requisito. Non c'erano schiamazzi, non c'erano gli odiosi bambini che correvano sul bagnasciuga. I pochi residenti del paese erano per la maggior parte andati in vacanza altrove grazie ai soldi di Liston; quei rari rimasti non si facevano mai vedere e, in ogni caso, non disturbavano.

Il primo giorno fu idilliaco. I problemi, però, iniziarono già il giorno seguente.

All'alba, il cielo si riempì di macchie bianche e grigie. Arrivarono tantissimi gabbiani. A tratti erano così numerosi da oscurare il sole. E, cosa peggiore, non stavano zitti un attimo. Schiamazzavano di continuo, emettendo versi striduli che sembravano quasi delle risate sguaiate e derisorie.

Liston ne era molto infastidito, ma gonfiò il petto e fece finta di nulla, cercando di godersi la sua spiaggia deserta.

La stessa cosa, però, non poté fare il giorno seguente. I gabbiani, che durante la notte non gli avevano fatto chiudere occhio con i loro versi incessanti, decisero di passare all'attacco. Volando a stormi compatti, iniziarono a fare delle vere e proprie picchiate radenti sul magnate e sui suoi accompagnatori. E, nel farlo con geometrica precisione, non scordavano mai di depositare sulle loro teste e sulle camicie di lino degli sgraditissimi e maleodoranti presenti biologici.

"Voglio parlare con il signor Gabbia! Subito!" sbraitò Liston, esasperato, mentre si ripuliva con un fazzoletto, sotto il fuoco incrociato dei volatili.

Il fantomatico rappresentante dei gabbiani fu cercato dappertutto. Arthur setacciò i vicoli, i bar, persino il municipio, ma nessuno sembrava conoscere quel nome. L'uomo era letteralmente sparito.

Roddy Liston, a quel punto, si dovette arrendere all'evidenza. Quel soggiorno da sogno, che gli era costato un patrimonio immenso e che sarebbe dovuto durare un paio di mesi, terminò bruscamente dopo soli tre giorni.

"Preparate i bagagli! Ce ne andiamo da questo inferno!" ordinò furibondo a tutto il suo staff.

La ritirata verso l'aeroporto avvenne in tutta fretta, sotto gli occhi trionfanti dei gabbiani che volteggiavano alti nel cielo. Il loro verso assordante risuonava per tutto il golfo, simile a un fragorosa sghignazzo collettivo: avevano vinto facilmente contro l'uomo più ricco d'America.

Quell'estate, con gli alberghi pagati e vuoti, sia i gabbiani che i pochissimi residenti rimasti nel borgo trascorsero una stagione da favola. Senza turisti, senza miliardari arroganti, l'unico vero rumore che si sentiva lungo la riviera era la melodia del mare.

 

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