Vitor
sentiva il sudore colargli lungo la schiena, e non era solo per l'aria
condizionata spenta. Forse l'impianto era rotto. Fece un passo indietro,
liberandosi finalmente dalla presa di Alcir. Il vecchio lasciò cadere il
braccio lungo il fianco della poltrona. Sembrava esausto.
Il
nastro continuava a girare con un sibilo costante, ma ora trasmetteva solo un
lungo, indistinto mormorio della folla. Eravamo al minuto ottantatre.
«Lei
lo sa cosa significa questo, vero?» disse Vitor, la voce che gli tremava. «Se
questo nastro è autentico, lei ha tra le mani la prova di... di un'altra linea
temporale. Di un miracolo. O di una allucinazione collettiva registrata su
nastro.»
Alcir
tossì di nuovo, un suono debole, cavernoso. Quando sollevò la testa, Vitor notò
con un brivido che il viso del vecchio sembrava più scavato rispetto a dieci
minuti prima. Le sue guance erano insolitamente pallide, quasi trasparenti alla
luce fievole della lampada.
«Non
è un'altra linea temporale, ragazzo», sussurrò Alcir, e la sua voce sembrava
aver perso la sua risonanza , era ridotta a un filo di vento. «È il peso del
rimpianto. Per tutti questi anni ho rivissuto ogni singolo secondo di quel
pomeriggio. Cosa avrei dovuto dire? Come avrei dovuto incoraggiare la squadra
anziché arrendermi al silenzio? Ogni notte, quando chiudevo gli occhi, io giocavo
quella partita nella mia testa. Modificavo un passaggio, spostavo un difensore,
urlavo più forte.»
Il
vecchio indicò la bobina che ruotava lentamente.
«Il
nastro magnetico è fatto di ossido di ferro, Vitor. Reagisce ai campi
magnetici. E la mente umana, quando è consumata da un'ossessione così pura,
genera un campo che la fisica non sa ancora spiegare. Ho custodito questa
bobina vicino al mio letto per tutta la vita. Ogni mio sogno, ogni mio
rimpianto, è colato dentro quella plastica.»
Dalle
casse dell'Ampex, la radiocronaca riprese bruscamente. La voce del giovane
Alcir era tornata potente, ma c'era qualcosa di strano: il tono del
telecronista del 1950 sembrava nutrirsi dell'energia del vecchio seduto sulla
poltrona. Più la voce sul nastro diventava squillante e disperata, più l'Alcir
del presente sembrava rimpicciolirsi, svuotarsi.
«...minuto
ottantacinque! L'Uruguay è arroccato nella propria area, Tejera respinge di
testa, ma la palla è ancora nostra! Jair controlla, vede lo scatto di
Friaça...»
«Senhor
Alcir, la prego, spegniamo questa macchina», disse Vitor, facendo un passo
avanti, terrorizzato dallo stato fisico dell'anziano. «Lei sta male. Ha le mani
gelate. Chiamo un'ambulanza.»
«No!»
Il grido di Alcir, per quanto debole, fu perentorio. «Se spegni adesso, mi
lasci nel silenzio del 1950 per l'eternità. Mancano cinque minuti, Vitor. Solo
cinque minuti. Voglio sentire se ce la facciamo. Voglio sentire la fine.»
Vitor,
sempre più sconcertato, guardò lo
schermo del suo smartphone. Aggiornò in maniera compulsiva la pagina di
Wikipedia del match. Niente. Storicamente, il Brasile aveva già perso. Ma in
quella stanza, l'ossigeno sembrava bruciare a un ritmo diverso. Il nastro si
stava spingendo dove nessun uomo era mai arrivato: stava riscrivendo la
disperazione di un intero popolo.
«...Friaça!
Entra in area! È solo davanti a Máspoli! Friaça... viene buttato giù! È calcio
di rigore? No! L'arbitro fa cenno di proseguire! Il Maracanã urla al
complotto!»
Alcir,
sulla poltrona, portò una mano al petto, stringendo la camicia logora. Il suo
respiro era un rantolo. Il tempo stringeva, per il Brasile e per la sua vita. (continua)


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