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mercoledì 1 luglio 2026

IL FANTASMA DEL MARACANAZO - Terza parte

Vitor sentiva il sudore colargli lungo la schiena, e non era solo per l'aria condizionata spenta. Forse l'impianto era rotto. Fece un passo indietro, liberandosi finalmente dalla presa di Alcir. Il vecchio lasciò cadere il braccio lungo il fianco della poltrona. Sembrava esausto.

Il nastro continuava a girare con un sibilo costante, ma ora trasmetteva solo un lungo, indistinto mormorio della folla. Eravamo al minuto ottantatre.

«Lei lo sa cosa significa questo, vero?» disse Vitor, la voce che gli tremava. «Se questo nastro è autentico, lei ha tra le mani la prova di... di un'altra linea temporale. Di un miracolo. O di una allucinazione collettiva registrata su nastro.»

Alcir tossì di nuovo, un suono debole, cavernoso. Quando sollevò la testa, Vitor notò con un brivido che il viso del vecchio sembrava più scavato rispetto a dieci minuti prima. Le sue guance erano insolitamente pallide, quasi trasparenti alla luce fievole della lampada.

«Non è un'altra linea temporale, ragazzo», sussurrò Alcir, e la sua voce sembrava aver perso la sua risonanza , era ridotta a un filo di vento. «È il peso del rimpianto. Per tutti questi anni ho rivissuto ogni singolo secondo di quel pomeriggio. Cosa avrei dovuto dire? Come avrei dovuto incoraggiare la squadra anziché arrendermi al silenzio? Ogni notte, quando chiudevo gli occhi, io giocavo quella partita nella mia testa. Modificavo un passaggio, spostavo un difensore, urlavo più forte.»

Il vecchio indicò la bobina che ruotava lentamente.

«Il nastro magnetico è fatto di ossido di ferro, Vitor. Reagisce ai campi magnetici. E la mente umana, quando è consumata da un'ossessione così pura, genera un campo che la fisica non sa ancora spiegare. Ho custodito questa bobina vicino al mio letto per tutta la vita. Ogni mio sogno, ogni mio rimpianto, è colato dentro quella plastica.»

Dalle casse dell'Ampex, la radiocronaca riprese bruscamente. La voce del giovane Alcir era tornata potente, ma c'era qualcosa di strano: il tono del telecronista del 1950 sembrava nutrirsi dell'energia del vecchio seduto sulla poltrona. Più la voce sul nastro diventava squillante e disperata, più l'Alcir del presente sembrava rimpicciolirsi, svuotarsi.

«...minuto ottantacinque! L'Uruguay è arroccato nella propria area, Tejera respinge di testa, ma la palla è ancora nostra! Jair controlla, vede lo scatto di Friaça...»

«Senhor Alcir, la prego, spegniamo questa macchina», disse Vitor, facendo un passo avanti, terrorizzato dallo stato fisico dell'anziano. «Lei sta male. Ha le mani gelate. Chiamo un'ambulanza.»

«No!» Il grido di Alcir, per quanto debole, fu perentorio. «Se spegni adesso, mi lasci nel silenzio del 1950 per l'eternità. Mancano cinque minuti, Vitor. Solo cinque minuti. Voglio sentire se ce la facciamo. Voglio sentire la fine.»

Vitor, sempre più sconcertato,  guardò lo schermo del suo smartphone. Aggiornò in maniera compulsiva la pagina di Wikipedia del match. Niente. Storicamente, il Brasile aveva già perso. Ma in quella stanza, l'ossigeno sembrava bruciare a un ritmo diverso. Il nastro si stava spingendo dove nessun uomo era mai arrivato: stava riscrivendo la disperazione di un intero popolo.

«...Friaça! Entra in area! È solo davanti a Máspoli! Friaça... viene buttato giù! È calcio di rigore? No! L'arbitro fa cenno di proseguire! Il Maracanã urla al complotto!»

Alcir, sulla poltrona, portò una mano al petto, stringendo la camicia logora. Il suo respiro era un rantolo. Il tempo stringeva, per il Brasile e per la sua vita.  (continua)

 

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