Powered By Blogger

martedì 21 luglio 2026

IL GUANTO NERO

Era estate e faceva molto caldo. Un mattino dove l'aria stessa sembrava tremare sotto il peso di un calore incombente. Le prime luci dell'alba cercavano di farsi strada tra le fronde degli alberi, eppure la temperatura era già soffocante. La giornata si preannunciava torrida. Come di solito, mi ero avviato per la mia passeggiata nel parco, un rituale metodico, scandito dalle mie abitudini ferree: un'ora di passo svelto, un giorno sì e uno no.

Stavo marciando da circa quindici minuti, il ritmo cadenzato dei miei passi l'unica compagnia in quel silenzio un po' opprimente, quando, appena oltrepassato il ponticello sul torrente, qualcosa catturò la mia attenzione. Sul bordo del sentiero giaceva un oggetto. Sebbene a malincuore - la mia consuetudine non prevedeva soste - mi arrestai e mi avvicinai.

Si trattava di un guanto. Un banale guanto di pelle nera. La sua presenza, tuttavia, rappresentava un'anomalia stridente in quella calura estiva. Nessuno indossava guanti a luglio, e di sicuro non lo aveva smarrito un motociclista, dato che il sentiero era percorribile soltanto a piedi. Fu un dettaglio singolare a suscitare un brivido che non aveva nulla a che fare con la temperatura. Il dito indice del guanto era proteso in avanti, rigido, mentre tutti gli altri erano ripiegati. L'immagine di una mano, gelida e inanimata, imprigionata in quel cuoio, si affacciò alla mia mente con una lucidità agghiacciante.

Avvicinai il piede, tastando con cautela. Con un sospiro di sollievo, lo sentii affondare: nessuna mano, solo l'illusione di una forma. Rassicurato, tornai a osservarlo con attenzione. Quell'indice, puntato con ostinazione, sembrava indicare una direzione, una via che però non era la mia. Giunto in quel tratto, d'abitudine svoltavo sempre a destra, in direzione un boschetto davvero delizioso, lontano dai rumori sordi del traffico che costeggiava il parco. Fino a quel giorno non avevo mai derogato a quella regola che mi ero imposto. Mai. La mia sistematicità mi rassicurava.

Quella volta, invece, qualche strano impulso mi spinse a cambiare. Contro ogni ragione, seguii l'indicazione muta del guanto. Il pentimento fu quasi immediato, accompagnato dalla consapevolezza della mia stupidità. Ma ormai era cosa fatta, l'orgoglio mi impediva di tornare sui miei passi, così avevo proseguito.

Dopo altri dieci minuti di cammino, la mia mente aveva già scacciato il pensiero del guanto, assorta nell'osservazione di un albero magnifico, uno dei pochi giganti solitari in quella parte altrimenti piuttosto brulla del parco. Rallentai, cercando di identificarlo, esaminando con attenzione tronco e foglie. All'improvviso un suono secco, seguito da uno schianto improvviso, mi fece alzare il capo. Un'enorme ramo, spesso quasi come un tronco, si era staccato. Non ebbi il tempo di reagire, né di comprendere in pieno. La sua ombra mi avvolse un istante prima che il buio mi inghiottisse.

Mentre il mio corpo veniva schiacciato, ebbi il tempo di un unico, fugace pensiero: quel giorno, il destino aveva assunto la forma di un guanto nero.

 

Nessun commento:

Posta un commento