Era estate
e faceva molto caldo. Un mattino dove l'aria stessa sembrava tremare sotto il
peso di un calore incombente. Le prime luci dell'alba cercavano di farsi strada
tra le fronde degli alberi, eppure la temperatura era già soffocante. La
giornata si preannunciava torrida. Come di solito, mi ero avviato per la mia
passeggiata nel parco, un rituale metodico, scandito dalle mie abitudini
ferree: un'ora di passo svelto, un giorno sì e uno no.
Stavo
marciando da circa quindici minuti, il ritmo cadenzato dei miei passi l'unica
compagnia in quel silenzio un po' opprimente, quando, appena oltrepassato il
ponticello sul torrente, qualcosa catturò la mia attenzione. Sul bordo del
sentiero giaceva un oggetto. Sebbene a malincuore - la mia consuetudine non
prevedeva soste - mi arrestai e mi avvicinai.
Si
trattava di un guanto. Un banale guanto di pelle nera. La sua presenza,
tuttavia, rappresentava un'anomalia stridente in quella calura estiva. Nessuno
indossava guanti a luglio, e di sicuro non lo aveva smarrito un motociclista,
dato che il sentiero era percorribile soltanto a piedi. Fu un dettaglio
singolare a suscitare un brivido che non aveva nulla a che fare con la
temperatura. Il dito indice del guanto era proteso in avanti, rigido, mentre
tutti gli altri erano ripiegati. L'immagine di una mano, gelida e inanimata,
imprigionata in quel cuoio, si affacciò alla mia mente con una lucidità
agghiacciante.
Avvicinai
il piede, tastando con cautela. Con un sospiro di sollievo, lo sentii
affondare: nessuna mano, solo l'illusione di una forma. Rassicurato, tornai a
osservarlo con attenzione. Quell'indice, puntato con ostinazione, sembrava
indicare una direzione, una via che però non era la mia. Giunto in quel tratto,
d'abitudine svoltavo sempre a destra, in direzione un boschetto davvero delizioso,
lontano dai rumori sordi del traffico che costeggiava il parco. Fino a quel
giorno non avevo mai derogato a quella regola che mi ero imposto. Mai. La mia
sistematicità mi rassicurava.
Quella
volta, invece, qualche strano impulso mi spinse a cambiare. Contro ogni
ragione, seguii l'indicazione muta del guanto. Il pentimento fu quasi
immediato, accompagnato dalla consapevolezza della mia stupidità. Ma ormai era
cosa fatta, l'orgoglio mi impediva di tornare sui miei passi, così avevo proseguito.
Dopo
altri dieci minuti di cammino, la mia mente aveva già scacciato il pensiero del
guanto, assorta nell'osservazione di un albero magnifico, uno dei pochi giganti
solitari in quella parte altrimenti piuttosto brulla del parco. Rallentai, cercando
di identificarlo, esaminando con attenzione tronco e foglie. All'improvviso un
suono secco, seguito da uno schianto improvviso, mi fece alzare il capo.
Un'enorme ramo, spesso quasi come un tronco, si era staccato. Non ebbi il tempo
di reagire, né di comprendere in pieno. La sua ombra mi avvolse un istante
prima che il buio mi inghiottisse.
Mentre
il mio corpo veniva schiacciato, ebbi il tempo di un unico, fugace pensiero: quel
giorno, il destino aveva assunto la forma di un guanto nero.


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