Powered By Blogger

giovedì 16 luglio 2026

LA GRANDE IPOCRISIA LIBERALE

Nel dibattito pubblico contemporaneo, la parola "liberale" è diventata una sorta di espediente etico. Viene esibita come una patente di modernità, un distintivo da sfoggiare nei salotti televisivi e nei comizi elettorali per accreditarsi come moderati, aperti al futuro e difensori delle libertà individuali. Eppure, basta graffiare la superficie delle dichiarazioni di molti esponenti politici per far emergere una profonda e sconcertante ipocrisia.

Si assiste sempre più spesso allo spettacolo di politici che si autoproclamano "liberali puri", ma che alla prova dei fatti difendono posture etiche rigide, dogmatiche e violentemente ingenerose verso l'autonomia individuale. Ma cosa significa davvero essere liberali? E perché l'attuale narrazione politica ne rappresenta, quasi sempre, la caricatura?

Per comprendere l'entità della contraddizione odierna, è necessario fare un passo indietro e definire il liberalismo sul piano storico e concettuale.

Nato tra il XVII e il XVIII secolo, e legato al pensiero di filosofi come Locke, Montesquieu e John Stuart Mill, il liberalismo emerge come reazione all'assolutismo monarchico. La sua tesi di fondo è rivoluzionaria per l'epoca: l'individuo possiede diritti naturali e inalienabili (la vita, la libertà, la proprietà) antecedenti alla nascita degli stati.

Il compito fondamentale dello Stato non è quello di educare e dominare l'individuo, ma esclusivamente quello di garantire e tutelare i diritti fondamentali, ponendo limiti severi al proprio stesso potere (attraverso la divisione dei poteri). Nel suo senso più autentico, il liberalismo politico mette al centro la sovranità della persona: ognuno deve essere libero di perseguire la propria idea di felicità, purché non danneggi quella altrui.

All'estremo opposto del liberalismo si colloca lo statalismo.

Storicamente e concettualmente, lo statalismo è quella dottrina che considera lo Stato come l'attore primario, etico e centrale della società, superiore ai singoli individui che la compongono. Nelle sue forme più estreme (i totalitarismi del '900), lo Stato non si limita a governare, ma pretende di plasmare la morale pubblica, dirigere l'economia e stabilire cosa sia "giusto" o "naturale" per i cittadini.

Nello statalismo, l'individuo non ha diritti in quanto persona, ma riceve concessioni in quanto suddito o cittadino sottoposto all'autorità statale. Lo Stato diventa una figura paterna (o padrona) che sa meglio del singolo ciò che è bene per lui.

È proprio nel confronto tra liberalismo e statalismo che l'ipocrisia di certa politica viene a galla. Molti leader si dicono liberali, ma quando il dibattito si sposta sul terreno dei diritti civili ed etici, si trasformano nei più feroci sostenitori dell'ingerenza statale.

Prendiamo due temi cruciali della modernità, iniziando dai diritti delle famiglie omogenitoriali. Un vero liberale ritiene che lo Stato debba rimanere neutrale di fronte alle scelte affettive e familiari dei cittadini, limitandosi a tutelare i diritti dei singoli e, soprattutto, dei minori. Al contrario, la sedicente politica liberale pretende che lo Stato intervenga per stabilire quale formato familiare sia "accettabile" e quale no, negando il riconoscimento giuridico a legami affettivi consolidati e discriminando i bambini in base alla nascita.

Poi, il fine vita e l'eutanasia. Non c'è nulla di più intimo e personale della gestione della propria sofferenza e della propria morte. Eppure, chi si dice liberale spesso invoca leggi statali proibitive per imporre l'obbligo biologico di soffrire, pretendendo che sia la burocrazia o la morale di Stato a decidere come e quando una persona possa porre fine alle proprie pene.

In questi ambiti, la maschera cade: chi si professa liberale agisce da statalista, chiedendo alle istituzioni di dettare regole morali su come si deve vivere, amare e morire.

Se questi politici rifiutano il liberalismo sul piano dei diritti e della libertà individuale, perché continuano a definirsi tali? La risposta risiede in un equivoco fondamentale (spesso voluto) tra due termini: liberalismo e liberismo.

Mentre il liberalismo è una dottrina ad ampio spettro che riguarda la tutela delle libertà civili, politiche e umane, il liberismo riguarda unicamente la sfera economica e la deregolamentazione dei mercati.

La verità è che un'ampia classe politica "pseudo-liberale" ha spogliato il liberalismo di tutto il suo valore etico e civile, riducendolo a mero liberismo economico d'interesse.

Per questi esponenti, la libertà non è il diritto dell'individuo di autodeterminarsi, ma la pretesa di fare gli affari propri senza alcuna regola, controllo o dovere sociale.

Si pretende uno "Stato minimo" o assente quando si tratta di pagare le tasse, rispettare le normative ambientali o garantire i diritti dei lavoratori.

Si invoca invece uno "Stato massimo" e poliziesco quando si tratta di controllare i corpi, giudicare gli orientamenti sessuali, vietare l'autodeterminazione medica o limitare il dissenso.

Si tratta di una visione opportunistica: anarchia e nessuna regola per i propri profitti e per i propri privilegi, statalismo prescrittivo e repressivo per la vita personale e i diritti degli altri.

Essere liberali è una responsabilità complessa e coerente. Non si può essere liberali a intermittenza: non si può chiedere la deregolamentazione del mercato finanziario la mattina e invocare l'intervento dello Stato per vietare il matrimonio egalitario o il testamento biologico il pomeriggio.

La politica che oggi si autodefinisce liberale, ma che usa lo Stato per limitare le libertà civili ed evitare i doveri fiscali, ha tradito la grande lezione dell'Illuminismo e del pensiero moderno. Non sono liberali: sono semplicemente conservatori sui diritti ed egoisti sull'economia. Ed è tempo che il dibattito pubblico inizi a chiamarli con il loro vero nome.

 

Nessun commento:

Posta un commento