Nel dibattito pubblico contemporaneo, la parola "liberale" è diventata una sorta di espediente etico.
Viene esibita come una patente di modernità, un distintivo da sfoggiare nei
salotti televisivi e nei comizi elettorali per accreditarsi come moderati,
aperti al futuro e difensori delle libertà individuali. Eppure, basta graffiare
la superficie delle dichiarazioni di molti esponenti politici per far emergere
una profonda e sconcertante ipocrisia.
Si assiste sempre più spesso allo spettacolo di politici che si
autoproclamano "liberali puri", ma che alla prova dei fatti difendono
posture etiche rigide, dogmatiche e violentemente ingenerose verso l'autonomia
individuale. Ma cosa significa davvero essere liberali? E perché l'attuale
narrazione politica ne rappresenta, quasi sempre, la caricatura?
Per comprendere l'entità della contraddizione odierna, è necessario fare un
passo indietro e definire il liberalismo
sul piano storico e concettuale.
Nato tra il XVII e il XVIII secolo, e legato al pensiero di filosofi come Locke, Montesquieu e John Stuart
Mill, il liberalismo emerge come reazione all'assolutismo monarchico. La
sua tesi di fondo è rivoluzionaria per l'epoca: l'individuo possiede diritti naturali e inalienabili (la vita, la
libertà, la proprietà) antecedenti alla nascita degli stati.
Il compito fondamentale dello Stato non è quello di educare e dominare l'individuo,
ma esclusivamente quello di garantire e
tutelare i diritti fondamentali, ponendo limiti severi al proprio stesso
potere (attraverso la divisione dei poteri). Nel suo senso più autentico, il
liberalismo politico mette al centro la sovranità
della persona: ognuno deve essere libero di perseguire la propria idea
di felicità, purché non danneggi quella altrui.
All'estremo opposto del liberalismo si colloca lo statalismo.
Storicamente e concettualmente, lo statalismo è quella dottrina che
considera lo Stato come l'attore primario, etico e centrale della società,
superiore ai singoli individui che la compongono. Nelle sue forme più estreme
(i totalitarismi del '900), lo Stato non si limita a governare, ma pretende di
plasmare la morale pubblica, dirigere l'economia e stabilire cosa sia
"giusto" o "naturale" per i cittadini.
Nello statalismo, l'individuo non ha diritti in quanto persona, ma
riceve concessioni in quanto suddito o cittadino sottoposto all'autorità
statale. Lo Stato diventa una figura paterna (o padrona) che sa meglio del
singolo ciò che è bene per lui.
È proprio nel confronto tra liberalismo e statalismo che l'ipocrisia di
certa politica viene a galla. Molti leader si dicono liberali, ma quando il
dibattito si sposta sul terreno dei diritti
civili ed etici, si trasformano nei più feroci sostenitori
dell'ingerenza statale.
Prendiamo due temi cruciali della modernità, iniziando dai diritti delle famiglie omogenitoriali.
Un vero liberale ritiene che lo Stato debba rimanere neutrale di fronte alle
scelte affettive e familiari dei cittadini, limitandosi a tutelare i diritti
dei singoli e, soprattutto, dei minori. Al contrario, la sedicente politica
liberale pretende che lo Stato intervenga per stabilire quale formato familiare
sia "accettabile" e quale no, negando il riconoscimento giuridico a
legami affettivi consolidati e discriminando i bambini in base alla nascita.
Poi, il fine vita e l'eutanasia.
Non c'è nulla di più intimo e personale della gestione della propria sofferenza
e della propria morte. Eppure, chi si dice liberale spesso invoca leggi statali
proibitive per imporre l'obbligo biologico di soffrire, pretendendo che sia la
burocrazia o la morale di Stato a decidere come e quando una persona possa
porre fine alle proprie pene.
In questi ambiti, la maschera cade: chi
si professa liberale agisce da statalista, chiedendo alle istituzioni di
dettare regole morali su come si deve vivere, amare e morire.
Se questi politici rifiutano il liberalismo sul piano dei diritti e della
libertà individuale, perché continuano a definirsi tali? La risposta risiede in
un equivoco fondamentale (spesso voluto) tra due termini: liberalismo e liberismo.
Mentre il liberalismo è una dottrina ad ampio spettro che riguarda
la tutela delle libertà civili, politiche e umane, il liberismo riguarda
unicamente la sfera economica e la deregolamentazione dei mercati.
La verità è che un'ampia classe politica "pseudo-liberale" ha spogliato il liberalismo di tutto il suo
valore etico e civile, riducendolo a mero liberismo economico d'interesse.
Per questi esponenti, la libertà non è il diritto dell'individuo di
autodeterminarsi, ma la pretesa di fare gli affari propri senza alcuna regola,
controllo o dovere sociale.
Si pretende uno "Stato minimo"
o assente quando si tratta di pagare le
tasse, rispettare le normative ambientali o garantire i diritti dei
lavoratori.
Si invoca invece uno "Stato
massimo" e poliziesco quando si tratta di controllare i corpi,
giudicare gli orientamenti sessuali, vietare l'autodeterminazione medica o
limitare il dissenso.
Si tratta di una visione opportunistica: anarchia e nessuna regola per i propri profitti e per i propri privilegi,
statalismo prescrittivo e repressivo per la vita personale e i diritti degli
altri.
Essere liberali è una responsabilità complessa e coerente. Non si può
essere liberali a intermittenza: non si può chiedere la deregolamentazione del
mercato finanziario la mattina e invocare l'intervento dello Stato per vietare
il matrimonio egalitario o il testamento biologico il pomeriggio.
La politica che oggi si autodefinisce liberale, ma che usa lo Stato per
limitare le libertà civili ed evitare i doveri fiscali, ha tradito la grande
lezione dell'Illuminismo e del pensiero moderno. Non sono liberali: sono
semplicemente conservatori sui diritti ed egoisti sull'economia. Ed è tempo che
il dibattito pubblico inizi a chiamarli con il loro vero nome.


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