Il
vecchio campo era sempre lì, incastonato tra i palazzi. La pista di atletica,
un tempo rossa e brillante, ora mostrava crepe e macchie di polvere. Ettore vi
tornava dopo decenni: non era stato un campionissimo, ma un atleta di buon
livello, uno di quelli che avevano avuto l’onore di partecipare alle Olimpiadi.
Poi, un infortunio crudele lo aveva costretto a ritirarsi troppo presto,
lasciandolo nell’ombra e nel dimenticatoio.
Camminava
lentamente lungo il bordo della pista, respirando l’odore di erba umida del
prato. Ogni passo era un lontano ricordo: il boato del pubblico, il sudore, la
tensione prima dello sparo. Ma ora c’era solo silenzio.
In
mezzo alla pista, c'era un ragazzo che correva, tutto solo. Si chiamava
Roberto. Era un giovane di talento, una promessa, aveva gambe veloci e cuore
giovane, ma il suo volto era contratto, segnato da una fatica che non era solo
fisica. Ettore lo osservò: i suoi movimenti erano buoni, ma privi di gioia.
Quando
Roberto si fermò, ansimante dopo alcuni scatti, il vecchio si avvicinò.
"Bel passo, giovane" disse Ettore con voce calma. Il ragazzo lo
guardò, un po’ infastidito. "Chi è lei?" domandò. "Uno che qui
ha corso tanti anni fa" rispose Ettore, che poi pronunciò il suo nome.
Roberto
spalancò gli occhi. "Oh! Quello delle Olimpiadi? Ho letto di lei, in un
libro di atletica. Non avrei mai pensato di poterla incontrare".
Il
vecchio sorrise, quasi sorpreso che qualcuno ricordasse ancora il suo nome.
"La mia carriera è finita presto. Un infortunio, e poi l'oblio. Tu invece
hai ancora tutto davanti".
Roberto
abbassò lo sguardo. "Non lo so. I miei genitori non mi capiscono, la mia
ragazza mi ha lasciato perché passo troppo tempo qui, e a scuola vado male. Mi
sento bloccato".
Ettore
lo fissò con dolcezza. "Vedi, ragazzo, correre non è solo vincere. È
capire chi sei. Io ho perso molte gare, ma ho imparato che la vita non si
misura in medaglie. Si misura in quanto riesci a restare fedele a te
stesso".
Il
giovane rimase in silenzio, colpito da quelle parole. Non erano consigli tecnici,
ma qualcosa di più profondo. Ettore continuò: "Non correre per dimostrare
qualcosa agli altri. Corri per ricordarti chi sei. Il resto verrà da
solo".
Roberto
annuì, con un nuovo lampo negli occhi. "Non so come ringraziarla".
Il
vecchio sorrise. "Una maniera ci sarebbe. Accompagnami in un ultimo giro
di pista".
Roberto
esitò, poi si mise accanto a lui. Partirono piano, quasi camminando, a piccoli
passi. Poi aumentarono un po' l'andatura, con cautela. Ettore sentiva le gambe
pesanti, ma il cuore leggero. Roberto, al suo fianco, percepiva la solennità di
quel momento. Non era una gara, non c’era cronometro. Era un giro per
ricordare: il passato di Ettore, il presente di Roberto, e la promessa che la
corsa, in fondo, è sempre un dialogo tra generazioni.
Quando
arrivarono al traguardo, Ettore si fermò, ansimante ma sereno. "Ecco"
disse. "Questo era il mio ultimo giro. Ma tu, ragazzo, ne hai ancora tanti
davanti".
Roberto
lo guardò con rispetto. "E li correrò anche per lei".
Il
vecchio annuì. La pista, sgretolata e silenziosa, sembrava improvvisamente più
viva. Pareva tornata rossa e brillante come ai vecchi tempi.


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