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sabato 18 luglio 2026

IL SACRIFICIO DEL PESISTA

Il gessetto bianco sulle mani enormi di Adolfo Forzati sembrava farina su due pagnotte pronte per il forno. Con i suoi centoventi chili distribuiti su una corporatura imponente, Adolfo dominava la massima categoria (+110 kg) del sollevamento pesi nazionale. Era un atleta formidabile, uno di quelli che vedevano il sogno delle Olimpiadi a portata di mano. Eppure, dietro quella montagna di muscoli e lo sguardo mite, si nascondeva un uomo molto semplice, paralizzato da una timidezza cronica, soprattutto con le donne. La sua stessa stazza e una naturale goffaggine lo facevano sentire perennemente fuori posto, un elefante in un negozio di cristalli ogni volta che incrociava lo sguardo di qualche esponente del gentil sesso.

Quel giorno, la pedana della gara più importante dell'anno lo aspettava, ma Adolfo si sentiva spento. Il ferro dei bilancieri pesava più del solito. Certo, la vita sportiva andava a gonfie vele, ma tutto il resto era un deserto di solitudine. Una sottile depressione gli opprimeva il petto.

Mentre si concentrava per l’inizio della competizione, un brusio insolito scosse le tribune. C'era un'agitazione frenetica nel settore d'onore.

«Ma che succede lassù?» chiese Adolfo al suo allenatore, indicando con un cenno del capo la folla in movimento.

L'allenatore si voltò, sgranando gli occhi. «Non la riconosci?» esclamò tutto entusiasta, dandogli una pacca sulla spalla. «È la Presidente del Consiglio!»

Adolfo sollevò lo sguardo verso la tribuna autorità. Vide una donnetta minuta dai capelli biondi, quasi inghiottita e sovrastata da un cordone di uomini in giacca scura, massicci e guardinghi, che le stavano attorno. Adolfo non seguiva molto la politica, preferendo i fatti alle parole, ma dopo qualche istante la riconobbe. Negli spogliatoi, aveva sentito alcuni colleghi parlare molto bene di lei. Se la memoria non lo ingannava, dicevano che a quella donna stava immensamente a cuore la patria.

La patria, pensò Adolfo, sentendo una corda vibrare nel cuore. Anche a lui stava a cuore il proprio Paese; non perdeva mai occasione di ripetere a chiunque che si considerava un vero, autentico patriota.

D'un tratto, la figura bionda si mosse. Accompagnata dalla scorta, iniziò a scendere i gradini della tribuna, dirigendosi proprio verso la zona della pedana.

«Vuole salutare gli atleti!» annunciò l'allenatore, visibilmente emozionato.

A quelle parole, Adolfo sentì lo stomaco aggrovigliarsi. L'agitazione lo assalì all'improvviso: una donna, e per giunta così importante, stava per parlargli. La Presidente arrivò a passo sicuro. L'allenatore di Adolfo si fece avanti per primo, la salutò con un profondo inchino e le sussurrò qualcosa a bassa voce, indicando il suo campione.

Quando la donna giunse finalmente di fronte ad Adolfo, l'atleta si irrigidì come una statua di sale. Lei gli rivolse un primo, fugace sorriso, ma poi il suo volto divenne improvvisamente molto serio. Lo fissò negli occhi e, con tono solenne, gli disse: «Non manchi di onorare la patria!»

Adolfo sentì il sangue pompare violentemente al viso. Arrossì fino alla radice dei capelli e riuscì solo ad annuire goffamente. Che bella donna!, pensò, folgorato da quel carisma così minuto eppure così potente.

La gara ebbe finalmente inizio. Nonostante la tensione, Adolfo si comportò magnificamente. Alzata dopo alzata, la concorrenza si scremò fino a quando non rimasero in corsa per la vittoria soltanto lui e un fortissimo atleta kazako. Quest'ultimo, tuttavia, fallì le sue ultime alzate decisive, lasciando la strada spianata all'azzurro.

L'allenatore corse verso Adolfo, trionfante. «Puoi stare anche sotto il tuo primato personale e vincerai lo stesso! Gestiamo la misura, l'oro è tuo!»

Ma Adolfo non sentiva ragioni. Nella sua mente risuonavano solo quelle parole: Non manchi di onorare la patria. Lui non aveva fatto un semplice calcolo sportivo; aveva fatto una promessa. E un vero patriota non si accontentava di vincere per il rotto della cuffia. Voleva trionfare, voleva compiere un'impresa leggendaria per quella donna e per il suo Paese.

Rimaneva da fare la prova di slancio. Adolfo guardò i giudici del tavolo tecnico e ordinò la misura: duecentottanta chili. Un peso mostruoso, molto superiore al primato mondiale assoluto.

L'allenatore sbiancò. «No!» riuscì solo a gridare, stringendogli il braccio nel tentativo disperato di fermarlo.

Ma Adolfo non sentiva ragione. Il suo sguardo era fisso sul bilanciere. Non poteva deludere la Presidente.

Si avvicinò alla pedana. Il silenzio nel palazzetto divenne smisurato, carico di una tensione insostenibile. Adolfo si piegò, afferrò il bilanciere zigrinato e, con un ruggito primordiale, sollevò l'acciaio portandoselo al petto. Il carico era immenso. Il suo viso divenne immediatamente congestionato, paonazzo, le vene del collo gonfie come corde, mentre gocce di sudore copioso rigavano il pavimento.

Con un ultimo, disperato sforzo, Adolfo cercò di spingere il bilanciere sopra la testa. Ma la fisica fu più forte della volontà. L'alzata risultò sbilenca, asimmetrica. Un braccio cedette di colpo sotto quel peso disumano; immediatamente dopo, le gambe si piegarono all'indietro.

Il bilanciere lo travolse con tutta la sua furia distruttiva. La sbarra di ferro crollò rovinosamente, andandosi ad appoggiare con violenza inaudita direttamente sul collo dell'atleta, schiacciandolo contro la pedana. Il peso lo soffocò all'istante, spezzando ogni respiro prima ancora che i soccorritori e l'allenatore potessero intervenire per sollevare quel macigno.

Tra il silenzio attonito e l'orrore del palazzetto, il dramma si era consumato. La patria aveva un nuovo martire.

 

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