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giovedì 9 luglio 2026

SPORT E CAMBIAMENTO CLIMATICO

Il dibattito è chiuso, o almeno dovrebbe esserlo. Il cambiamento climatico non è più una proiezione statistica confinata nei report degli scienziati, né una minaccia distante nel tempo. È una realtà tangibile, brutale e innegabile. Persino le frange più ostinate dello scetticismo e, peggio ancora, del negazionismo ideologico stanno capitolando davanti all'evidenza dei fatti. Non si può negoziare con un termometro che segna temperature record, né si può ignorare l'evidenza quando i fenomeni estremi diventano la norma.

Le ondate persistenti di caldo atipico che hanno caratterizzato gli ultimi tempi non sono semplici "giornate d'estate un po' più calde". Sono anomalie sistemiche sotto gli occhi di tutti. Questo scenario sta già scardinando la nostra quotidianità e ci costringerà a mutare radicalmente molte delle nostre abitudini: da come progettiamo le città a come gestiamo le risorse idriche, fino ai tempi e ai modi del nostro lavoro e del nostro tempo libero.

In questo contesto di trasformazione forzata, c'è un ambito che sta subendo un impatto devastante, forse meno salvifico della sanità o dell'agricoltura, ma enormemente simbolico e sociale: lo sport.

L'estate del 2026 ci sta mostrando l'assurdità di un sistema che si rifiuta di adattarsi alla realtà materiale del pianeta. Guardiamo ai Mondiali di calcio in corso. Per assecondare le spietate esigenze dei palinsesti televisivi e massimizzare i ricavi dei diritti d'autore globali, si giocano partite a mezzogiorno o nel primo pomeriggio, sotto un sole cocente e temperature che sfiorano livelli di guardia per la salute umana.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Gli atleti sono costretti a continue pause di reidratazione per evitare colpi di calore o collassi cardiorespiratori. Di fatto, il calcio si sta trasformando: non più due tempi fluidi da 45 minuti, ma quattro frazioni spezzettate. La tattica salta, l'intensità crolla e lo spettacolo, inevitabilmente, ne risente in modo drastico. Diventa una faticosa dinamica di pura sopravvivenza fisica, dove il talento tecnico viene soffocato dall'aridità ambientale.

Spostando lo sguardo sulle strade del Tour de France, la situazione non cambia, anzi si amplifica. Il ciclismo, sport epico per eccellenza, si è trasformato in una spaventosa guerra contro l'ipertermia. Osservando i corridori in gruppo, si nota come la priorità non sia più scattare in faccia agli avversari o studiare la strategia d'attacco, ma difendersi dal caldo torrido in ogni modo possibile. Decine e decine di borracce consumate a tappa per ogni corridore. Acqua spruzzata continuamente su testa e corpo per abbassare la temperatura. Sacchetti di cubetti di ghiaccio infilati sotto la collottola durante la corsa. Infine, immagini di atleti che, appena tagliato il traguardo, si immergono immediatamente in vasche di acqua ghiacciata per indurre una vasocostrizione e abbassare una temperatura corporea interna pericolosamente vicina ai 40 gradi.

Non va meglio nel tennis. Il recente caso di Jannik Sinner e di molti altri colleghi, costretti a ritiri, malori in campo o performance vistosamente condizionate da tassi di umidità e calore insostenibili, dimostra che nemmeno l'eccellenza atletica moderna può nulla contro il surriscaldamento globale. Lo sport d'élite sta scivolando verso una dimensione estrema e intollerabile.

Se gli sport estivi soffrono, alcuni di quelli invernali rischiano letteralmente l'estinzione. Il riscaldamento globale sta portando alla progressiva scomparsa della neve naturale a quote medie e basse. L'idea di poter salvare la stagione dello sci affidandosi esclusivamente alle piste artificiali è una distorsione ecologica ed economica.

L'innevamento artificiale richiede temperature comunque basse per poter funzionare, consuma quantità mastodontiche di energia elettrica e drena risorse idriche vitali in un'epoca di siccità cronica. In poche parole: le piste artificiali sono oltremodo inquinanti e insostenibili. Senza neve reale, interi segmenti della cultura sportiva invernale sono destinati a sparire, lasciando dietro di sé scheletri di impianti obsoleti e montagne private della loro identità.

Tutto questo ci impone una riflessione che non può più essere rimandata. Non c'è più spazio per i rinvii, per i "vedremo" o per i comitati d'emergenza istituiti quando il danno è già fatto. Bisogna ammettere il problema nella sua interezza e provvedere di conseguenza, rivoluzionando i calendari, spostando le competizioni nei mesi più freschi o nelle ore serali, e accettando che i profitti miliardari delle TV devono fare un passo indietro.

Perché, al fondo di questa crisi, c'è una questione etica imprescindibile: la sicurezza degli atleti è fondamentale.

Prima di essere idoli, campioni o macchine da sponsor, gli atleti sono lavoratori.

È vero, una piccolissima percentuale di loro gode di privilegi economici immensi, ma la stragrande maggioranza vive di contratti normali e tutele sindacali spesso fragili. Ogni lavoratore, in qualsiasi settore, ha il diritto sacrosanto di svolgere le proprie mansioni in condizioni di totale sicurezza, senza rischiare la vita o la salute a lungo termine per compiacere un'inquadratura televisiva o uno sponsor. Se l'ambiente cambia, deve cambiare anche lo sport.

 



 

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