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giovedì 2 luglio 2026

IL FANTASMA DEL MARACANAZO - Quarta parte

L’aria nell'appartamento era diventata irrespirabile, satura di un’elettricità statica che faceva rizzare i peli sulle braccia di Vitor. Lo smartphone del ragazzo, abbandonato sul tavolo, si era spento: lo schermo era nero, come se la batteria fosse stata improvvisamente drenata da quella forza invisibile che governava la stanza.

Dalle casse dell'Ampex non usciva più solo la voce del radiocronista. Ora si percepiva nitido il rumore dei tacchetti sul fango, il fischio d’inizio della ripartenza, le urla disperate dei difensori uruguaiani che perdevano le posizioni. Il passato stava sfondando le pareti del presente.

«...Ottantanovesimo minuto! Ottantanovesimo! Il tempo stringe, il Brasile getta il cuore oltre l'ostacolo. Barbosa è uscito dalla sua porta, è quasi a metà campo, serve Bauer...»

Alcir era scivolato leggermente in avanti sulla poltrona. Il suo volto non aveva più rughe di dolore; era teso nello sforzo supremo di un uomo che sta spingendo un masso enorme su per una montagna con la sola forza del pensiero. Le sue labbra si muovevano in sincrono con la registrazione d'epoca, ripetendo le stesse parole che la sua controparte del 1950 stava urlando al microfono.

«Bauer... dallo a Zizinho...» sussurrò l'anziano con un filo di voce.

E sul nastro: «...Bauer vede Zizinho libero sulla trequarti! Zizinho controlla con il petto, salta Varela con un sombrero pazzesco! Che giocata, signori, che giocata! Il Maracanã è in piedi, duecentomila persone spingono questo pallone verso l'area di rigore!...»

«Ci siamo», mormorò Alcir, e un sorriso quasi infantile gli illuminò per un secondo il viso pallidissimo. «Guarda, Vitor... guarda come corrono.»

Vitor non vedeva nulla se non la polvere che danzava nel fascio di luce della lampada, ma giurò a se stesso che in quel momento sentì l'odore dell'erba calpestata e dei fumogeni. Voleva fermare tutto, voleva salvare quel vecchio che stava svanendo davanti ai suoi occhi, ma si sentiva paralizzato da un rispetto sacro, quasi religioso. Era testimone della riscrittura di un mito.

«...Novantesimo! L'arbitro Reader guarda il cronometro, ha il fischietto in bocca! È l'ultima azione! Zizinho allarga per Friaça... Friaça controlla sulla fascia destra, converge al centro... salta Andrade... salta anche Tejera! Friaça è in area! È solo davanti a Máspoli!...»

La voce del giovane Alcir nel magnetofono raggiunse una nota acuta, disperata, una frequenza che fece vibrare i vetri delle finestre di Rua General Glicério. Era la voce di un intero paese che chiedeva riscatto per una ferita mai rimarginata.

«...Friaça prende la mira... il tiro... IL TIROOOO...»

Alcir si alzò in piedi. Fu un movimento fluido, impossibile per un novantenne malato. Si tese verso il soffitto, stringendo i pugni, con gli occhi spalancati e improvvisamente lucidi, liberi dalla nebbia .

«...GOOOOOOOOOOOOL!!!! GOOOOOOOOOOOOL DEL BRASILE!!! FRIAÇA!!! AL NOVANTESIMO! IL MARACANÃ ESPLODE! IL BRASILE È CAMPIONE DEL MONDO!!!»

Dalle casse dell'Ampex eruppe un boato di proporzioni bibliche. Non era più il silenzio della storia. Era il ruggito di duecentomila anime che celebravano la vittoria più grande di sempre. Un suono così potente da far tremare il pavimento sotto i piedi di Vitor.

Alcir rimase immobile per tre secondi, i pugni al cielo, il petto che si gonfiava di quell'urlo primordiale. Poi, come se una corda tesa da tanti anni si fosse improvvisamente spezzata, le sue forze lo abbandonarono.

Cadette all'indietro sulla poltrona, mentre il nastro continuava a trasmettere la festa immortale di un 1950 che non era mai esistito.  (continua)

 

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