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sabato 12 settembre 2026

LO SCHIAVO

Cammino a passo lento tra le erbacce alte che hanno divorato l'asfalto di questa zona industriale abbandonata. È domenica, il cielo è grigio e il silenzio fa quasi paura. Al mio fianco c'è Fabio, che stringe tra le mani un fucile dall'aria decisamente inquietante. Parliamo delle solite cose.

La questione dell'immigrazione è stata finalmente risolta: niente più emergenza, niente più invasione. Però, quanta fatica per arrivarci. All'inizio ci ha provato la destra, ma sono state solo tante promesse e molta propaganda, buona unicamente per raccogliere voti e senza alcun risultato concreto. Delusi, ci siamo affidati alla destra-destra. Quello della remigrazione sembrava davvero un buon progetto, ci abbiamo creduto in molti, ma alla fine si è rivelato del tutto inattuabile e quelli che lo avevano proposto si sono rivelati degli incapaci totali. È stata una grande delusione.

Poi, disperati e senza ormai più nulla da perdere, ci siamo affidati all'ultra-destra. All'inizio sembrava la solita storia, parole al vento e pochissimi fatti. Poi però c'è stata quell'idea illuminante: il decreto. Da un giorno all'altro, tramite un provvedimento governativo entrato immediatamente in vigore, tutti gli stranieri presenti sul territorio, regolari e non, sono stati dichiarati schiavi. È stato concesso a tutti i cittadini di catturarli e di adibirli a qualsiasi attività, previa semplice registrazione di proprietà e l'obbligo di fornire loro vitto e alloggio.

C'è stato un fuggi-fuggi generale, ovvio, ma ormai era troppo tardi. Le frontiere erano state non soltanto chiuse, ma totalmente sigillate. Quasi nessuno è riuscito a scappare e quasi nessuno è sfuggito alla condizione di schiavitù. È vero, sul piano internazionale ci sono state pesanti ripercussioni, ma tanto che cosa ce ne importa? Dall'Europa eravamo già usciti e l'ONU ci ha espulsi, ma quella stupida organizzazione era da tanto che non contava più nulla. Abbiamo subito sanzioni pesanti da quasi tutti gli stati e la nostra economia è andata un po' in crisi, ma ci siamo rimboccati le maniche e siamo riusciti comunque a tirare avanti, rinunciando soltanto a qualcosa di superfluo.

Lo ammetto, io non sono stato abbastanza pronto. Mia moglie mi dice sempre che mi capita spesso, ma in quei giorni avevo un sacco di problemi per la testa. Così non ho catturato nessun schiavo, non ci ho neppure provato. Lei non me lo ha mai perdonato. Dice che ormai tutti ne hanno almeno uno, so che non è del tutto vero, ma non mi azzardo a contraddirla, e che anche lei ne ha assolutamente bisogno. Meglio se è un uomo, sostiene, così può fare anche i lavori più pesanti in casa e in giardino.

E adesso che sto un po' meglio con la testa, ho deciso di cercare di rimediare. Devo ringraziare il mio amico Fabio, che sta cercando in tutti i modi di aiutarmi. Mi ha segnalato che qui in periferia, non posso dire esattamente dove, nei pressi di questo stabilimento dismesso, è stato visto aggirarsi un immigrato ancora in libertà. Siamo qui per lui: voglio catturarlo, rendere finalmente felice mia moglie, godere della sua considerazione ed evitare che continui a darmi dello smidollato.

I vecchi capannoni attorno a noi sono pericolanti. Ci aggiriamo per gli ampi cortili, vigili, cercando di fare meno rumore possibile. A un certo punto notiamo un movimento. Sembra che ci sia qualcuno all'interno della vecchia guardiola!

Ci avviciniamo con estrema prudenza. Fabio ora imbraccia il fucile, pronto a sparare.

«Fermo!» grida all'improvviso puntando l'arma.

Vedo un uomo uscire lentamente dalla guardiola con le mani alzate. «Non sparate!» urla agitato. «Sono uno di voi!»

In effetti, appena gli sono più vicino, noto subito che non è un immigrato. Ha più o meno la mia età, è biondo, robusto e alla cintola porta un grosso coltello da caccia.

«Se cercate l'immigrato mi spiace per voi» dice l'uomo, rilassando le spalle. «L'ho catturato io due giorni fa. In ogni caso non era granché» aggiunge con una smorfia. «Vecchio e quasi di sicuro malato, tossiva di continuo ed era magro come un chiodo. L'ho preso lo stesso, cercherò di rimetterlo un po' in sesto, ma non nutro grandi speranze.»

Sconfortati e delusi, salutiamo l'uomo e ce ne andiamo a mani vuote. Sono completamente abbacchiato, temo già la reazione di mia moglie quando tornerò a casa. Fabio si accorge subito del mio stato d'animo.

«Ti ricordi di Marcello Prandi?» mi chiede d'un tratto mentre camminiamo verso la macchina.

«Certo che mi ricordo» rispondo.» Era un nostro compagno di scuola.

«Ha messo su un allevamento di schiavi» dice Fabio mettendomi una mano sulla spalla. «Io sono rimasto in buoni rapporti con lui. Se vuoi gli parlo: oltre agli schiavi nuovi ne ha anche qualcuno ricondizionato. Sono sicuro che ti farà un buon prezzo. Vedrai, ti consentirà pure di pagarlo a rate...»

 

domenica 6 settembre 2026

LIMBO

Aveva da poco scoperto un nuovo regno, un luogo che non si trovava sulle mappe, ma nella sua stessa mente. Non era un posto di sogni lucidi, coscienti, dove si è consapevoli di sognare e si può manipolare la realtà. Era qualcosa di più sottile, più effimero: il confine tra lo stato vigile e il sonno.

Passava ore a esercitarsi, sdraiato sul divano o sul letto, con la luce soffusa e il silenzio complice della casa. Si trattava di raggiungere un punto preciso e di fermarsi proprio sul bordo, senza cadere nell'oblio del sonno o risvegliarsi del tutto. Era un equilibrio precario, un po' come camminare su una corda tesa, ma la ricompensa era inebriante.

In quel limbo, la sua mente si espandeva. I pensieri si mescolavano in strutture inaspettate, le immagini fluttuavano lievi, e le sensazioni si fondevano in un'unica, deliziosa melodia. Non c'era peso, non c'era tempo, solo un'esistenza pura. Era una specie di droga, una dipendenza dolce e silenziosa, che lo allontanava dalle ansie del mondo. Ogni volta che riusciva a mantenere quella posizione, a rimanere in bilico, una scarica di euforia lo pervadeva, un senso di profonda soddisfazione che nessuna realtà gli aveva mai offerto.

Una sera, mentre si immergeva più a fondo che mai in quel suo stato di coscienza alterata, percepì qualcosa di diverso. Non era un pensiero o un'immagine, ma una presenza. Una voce, flebile all'inizio, poi più chiara. Non riusciva a capire da dove provenisse, anche se il suo timbro non gli era del tutto sconosciuto.

"Sei arrivato" disse la voce. "Il passaggio è aperto, adesso devi decidere che cosa fare".

Non capì subito. In quel limbo, le cose non avevano bisogno di un significato logico. Poi la voce diventò più insistente, quasi a trasformarsi in un richiamo irresistibile. Si sentì tirare, non dal sonno, non dalla veglia, ma da un'altra parte, verso una luce che non era né quella del giorno né quella di un sogno.

Si rese conto, con sgomento, che la stabilità era stata alterata in maniera definitiva. Che aveva attraversato un confine dal quale non era più possibile fare ritorno. Una linea di demarcazione che non stabiliva se si stava da una parte oppure dall'altra, e che superava la condizione di attesa e di incertezza.

Si trattava di qualcosa che non avrebbe mai potuto comprendere. Così come non avrebbe mai potuto decidere che cosa fare, come gli era stato chiesto. Aveva osato troppo, ed era andato al di là delle possibilità della sua mente.

 

 

 

   

 

sabato 5 settembre 2026

L'EVOLUZIONE DEL GESTO

L'atletica leggera è da sempre considerata la pietra angolare di tutto il movimento sportivo. Con i suoi gesti essenziali, correre, saltare, lanciare, sintetizza le capacità motorie fondamentali dell'essere umano, combinando tradizione e costante ricerca della prestazione.

L'atletica moderna nasce e si struttura nella prima metà dell'Ottocento nel Regno Unito, dove vengono codificate le prime regole all'interno dei college inglesi. La sua vera consacrazione su scala globale avviene nel 1896, quando Atene ospita i primi Giochi Olimpici dell'era moderna voluti da Pierre de Coubertin. In quella prima edizione, l'atletica diventa fin da subito il cuore pulsante della manifestazione, restituendo al mondo la continuità ideale con la tradizione dell'antica Grecia.

Oltre al valore agonistico, l'atletica leggera ricopre un ruolo cruciale nello sviluppo fisico e nella formazione dei giovani. Trattandosi di uno sport multidisciplinare e completo, promuove uno sviluppo armonico della muscolatura, della coordinazione e della capacità cardio-respiratoria. Dal punto di vista educativo e caratteriale, insegna la disciplina, la costanza e il rispetto delle proprie capacità e dei propri limiti, abituando i giovani a misurarsi in primo luogo contro il cronometro o il metro, prima ancora che contro un avversario.

L'espressione "regina degli sport" non è un semplice titolo d'onore. L'atletica merita questa definizione perché racchiude i gesti primordiali dell'uomo: la velocità, la resistenza, la forza e la trasmissione dell'impulso. Nessuna disciplina sportiva può prescindere dai principi biomeccanici e atletici sviluppati in questa pratica; qualunque atleta, dal calciatore al tennista, attinge ai metodi di preparazione dell'atletica per migliorare la propria performance.

Nei decenni, il rendimento degli atleti è stato fortemente incrementato da fattori esterni al solo gesto tecnico.

Dalla cenere e dalla terra battuta di piste e pedane si è passati negli anni '60 alle superfici sintetiche come il tartan e i moderni manti poliuretanici e in gomma vulcanizzata, capaci di restituire massima energia elastica ad ogni appoggio.

Si è passati dalle pesanti calzature in pelle con chiodi fissi a scarpe ultraleggere dotate di piastre in fibra di carbonio e schiume ad alto ritorno di energia, affiancate da abbigliamento aerodinamico e traspirante.

Infine, metodologie empiriche hanno lasciato il posto a un approccio più scientifico, con l'analisi biomeccanica dei carichi e lo studio dei dati della fisiologia dello sforzo. A ciò si unisce una nutrizione personalizzata, calibrata sul metabolismo del singolo atleta.

Se i materiali e la preparazione hanno compiuto balzi da gigante, l'evoluzione del gesto tecnico è stata più circoscritta ma ha vissuto alcuni momenti di vera rottura. Le modifiche biomeccaniche più significative della storia dell'atletica si concentrano in tre discipline specifiche.

La ritmica nei 400 metri ostacoli.

Negli anni '50 e '60 la corsa tra gli ostacoli si basava su un numero elevato e spesso irregolare di passi. La vera svolta tecnica è arrivata con l'introduzione di una ritmica programmata e rigorosa (passando da 15 a 14, fino ai 13 passi tra le barriere dei campioni contemporanei), resa possibile dallo sviluppo di una tecnica di scavalcamento fluida con entrambi gli arti (ambidestrismo di attacco).

Anche il getto del peso ha visto una trasformazione radicale della tecnica.

Si è passati dall'approccio più primitivo utilizzato fino agli inizi del Novecento, con scarsa accelerazione dell'attrezzo (da fermo o da lato) alla traslocazione.

Negli anni '50, infatti, Parry O'Brien rivoluziona la specialità partendo di schiena alla pedana e compiendo una scivolata all'indietro, sfruttando tutta la lunghezza della stessa.

Infine si arriva alla rotazione, introdotta negli anni '70. Si tratta  di un movimento rotatorio simile a quello del lancio del disco, che permette di accumulare maggiore velocità angolare e che oggi domina la specialità.

Il salto in alto rappresenta il caso più eclatante di evoluzione biomeccanica.

Il progresso del gesto passa dalla sforbiciata, la prima tecnica intuitiva, con il tronco eretto e il superamento dell'asticella una gamba alla volta, allo stile ventrale, che si diffonde a metà del Novecento, e che consiste nel valicare l'asticella a pancia in giù, avvolgendola con il corpo.

Nel 1968 si arriva a Dick Fosbury, che stravolge la disciplina saltando di schiena. Sfruttando la deformazione e la morbidezza dei nuovi materassini di caduta, questa tecnica permette al centro di gravità dell'atleta di passare al di sotto dell'asticella stessa, diventando lo standard assoluto.

In conclusione, si nota come il gesto atletico in sé, salvo i rari casi di rottura epocale come il salto di Fosbury o la rotazione nel peso, tende a evolversi molto meno rispetto a tutti gli altri aspetti strategici, tecnologici e scientifici. Correre i 100 metri, scagliare un giavellotto o saltare in lungo richiede oggi una biomeccanica di base quasi identica a quella di un secolo fa: l'essenza dell'atletica leggera rimane saldamente ancorata alla natura e alla fisiologia del corpo umano.

 

giovedì 3 settembre 2026

UN CALDO INFERNALE

Quest’anno è un tormento per tutti. L’estate è un’ossessione di fuoco che picchia sulla testa, un'aria densa e arroventata che trasforma il cemento e piega l'asfalto sotto le scarpe. È quasi come se la vita fosse cambiata per sempre. Abbiamo mutato abitudini, ci siamo confinati in casa come prigionieri volontari, aggrappati al ronzio dei condizionatori, barricati dietro le tapparelle abbassate: abbiamo dovuto ricorrere a una climatizzazione continua per poter semplicemente sopravvivere.

Un caldo davvero infernale!

Eppure, non tutti provano lo stesso disagio.

Perché dico questo? Perché assisto a uno strano fenomeno. Non sono l'unico ad averlo notato, naturalmente, ma sembra quasi che nessuno ci dia peso, tutti troppo presi dalle proprie attività, rincorsi dai soliti affanni. Finisce che non si nota più nulla, neppure le cose vistosamente anomale.

Mi riferisco a quelle strane persone. Quali? Quelle che a volte si vedono in strada. In questo tremendo periodo, caratterizzato da un caldo torrido e insostenibile, esco ben poche volte, ma ogni volta che lo faccio, trascinandomi a fatica ed esausto dopo pochi minuti, vedo qualcuno di loro.

Sembrano buffi, in verità, eppure intuisco in loro qualcosa di profondamente inquietante. Innanzitutto sono sempre in giacca e cravatta. Con quel caldo, poi! Sembra che loro le alte temperature non le soffrano affatto. Nonostante l'abbigliamento pesante - giuro, una volta ne ho visto uno persino con il cappotto! - non sembrano sudare.

E poi, si somigliano un po' tutti. Hanno la pelle scura, ma di uno scuro mai visto prima: non ridete, ma sembra quasi che siano stati dentro un forno! Anche il modo in cui camminano è irreale: sembra che abbiano tutti dei difetti ai piedi, o dei calli enormi. Avanzano lenti con quelle scarpe lucide e rigide, ondeggiando a ogni passo, come se fare ogni metro fosse un tormento. E poi un'altra cosa strana: tutti portano un cappello. Di differenti fogge, ben calcato sulla testa, ma sembra quasi che vogliano nascondere qualcosa.

Sono gentili, ma incredibilmente formali. Una mattina ne incontro uno in panetteria. Io sono un bagno di sudore, lui fresco come una rosa nonostante indossi un pesante doppiopetto di lana. Quando esce, noto che si fa contare i soldi direttamente dal panettiere, come fanno certi anziani, anche se lui anziano non è per niente. Noto che cammina a stento, a un tratto inciampa.

Mi dirigo subito da lui e lo sorreggo prima che cada. Lui mi guarda. In quel momento non capisco più nulla: provo una sensazione terribile, come quella di essere perduto nello spazio vuoto, difficile da descrivere a parole. Dura solo un attimo. Subito i suoi occhi, neri come il carbone, si addolciscono e mi ringrazia. La sua voce è roca, profonda, quasi cavernosa.

Da alcuni giorni ha rinfrescato un po'. Qualche grado in meno, nulla di più, ma si respira. E loro, quegli individui strani, sono spariti di colpo, da un giorno all'altro.

Resto un po' sorpreso, ma la vita è tornata quasi subito come prima. Eppure mi è rimasto un tarlo piantato nel cervello. Finora non ho parlato con nessuno di queste stranezze, ho tenuto tutto per me. Oggi invece lo dico al mio amico Clemente.

Con mia grande sorpresa, me lo sento confermare: lui ha notato esattamente le stesse cose. A differenza mia, però, Clemente ha anche una spiegazione. Io resto parecchio perplesso, per questo ve la riporto esattamente come me l'ha detta.

"Sono diavoli", dice il mio amico, sicuro. "Sono venuti dall'Inferno. Finora non lo avevano mai potuto fare, perché per loro il clima qui era troppo freddo. Adesso invece gli va bene, e per il momento vengono in vacanza, per prendere un po' di fresco. Dalle loro parti il caldo è decisamente di più. Però, chissà che prima o poi - se il caldo aumenterà ancora - molti di loro non possano stabilirsi qui da noi definitivamente. Forse noi ci saremo, forse no. Gli esseri umani, intendo. In ogni caso, l'Inferno e il pianeta Terra saranno la stessa cosa. Mai sentito parlare di Inferno in Terra?"

Poi Clemente sputa a terra e si accende una sigaretta. Scuote il capoccione.

Io mi metto a ridere, ma la mia è una risata nervosa. Adesso sono giorni che ci penso, e sempre di più mi convinco che Clemente abbia ragione.

 

 

 

 

martedì 1 settembre 2026

FATE LARGO!

L'aria è un blocco solido di calore viscido, denso di vapore umano e umidità invivibile. Ormai esistono soltanto due stagioni: l'estate, che brucia i polmoni, e un inverno strano, appena meno soffocante. La primavera e l'autunno sono svaniti anni fa, inghiottiti dal calore cumulativo di miliardi di corpi.

Mi muovo di pochi centimetri, strofinando la mia pelle profusa di sudore contro la schiena di qualcun altro. Nel nostro appartamento, sessanta metri quadrati al quinto piano di un alveare di cemento, viviamo in più di quaranta persone. E non siamo un'eccezione: ogni singolo alloggio dell'edificio, della città, del mondo intero è abitato con questa folle densità.

Siamo tutti completamente nudi. Coprirsi non avrebbe alcun senso con questa temperatura, e comunque nessuno fabbrica più abiti da un tempo che non riesco a ricordare. La produzione industriale è crollata insieme a tutto il resto.

Camminare è un'illusione. Ci si aggira per lo spazio disponibile oscillando sul posto, facendo un passo solo se qualcun altro si sposta di un millimetro. Sedersi è un lusso raro, quasi sempre per terra, incastrando le gambe tra quelle degli altri. Sdraiarsi per dormire richiede un accordo silenzioso: spesso lo si fa a strati, un corpo sopra l'altro, respirando il fiato caldo di chi ti sta a pochi centimetri dal viso.

Lavarsi è un ricordo sbiadito. L'acqua potabile è poca, razionata dal caos, e viene utilizzata esclusivamente per bere. Il bagno dell'appartamento ha smesso di funzionare anni fa e, anche se funzionasse, non potrebbe mai reggere il carico di quaranta persone. Il pavimento è lordato di escrementi. A turno, chi ha abbastanza forza spala il materiale e lo getta fuori dalla finestra, giù nella strada dove si accumulano montagne di rifiuti. Ormai non sentiamo quasi più gli odori; il nostro olfatto si è arreso tempo fa.

Nessuno lavora più. La società si è dissolta. Passiamo le giornate in casa, appiccicati gli uni agli altri, sospesi in un silenzio quasi totale. C'è poco da dirsi. Le città sono diventate invivibili, i servizi sono scomparsi, non esiste più alcun governo o autorità. Molti sono scappati verso la campagna o le aree meno abitate sperando di respirare; lì c'è ancora un po' di spazio, è vero, ma non ci sono ripari sufficienti e la gente muore esposta alla furia degli agenti atmosferici.

Anni fa, quando la crisi demografica ha toccato i primi livelli d'allarme, i governi hanno tentato di imporre politiche severe per limitare le nascite. È stato il catalizzatore del disastro. Le persone hanno percepito la minaccia a quello che ritenevano il diritto più naturale e fondamentale di tutti: fare figli. Di colpo, per reazione, la natalità è schizzata alle stelle. Tutto è andato fuori controllo.

I demografi e i sociologi hanno sbagliato ogni singola previsione. Nei vecchi libri sostenevano che a un certo punto la crescita si sarebbe fermata per forza, che la carenza di risorse e la fame avrebbero stabilizzato la popolazione. Quanto si sbagliavano.

Continuiamo invece a riprodurci. È un impulso cieco, incontrollabile, a cui nessuno riesce più a rinunciare. Nessuno sa quanti esseri umani popolino davvero il pianeta in questo momento. Miliardi, decine di miliardi. Ma tanto, ormai, a chi importa?

I saggi del passato dicevano che saremmo morti tutti di fame perché la terra non avrebbe più prodotto abbastanza alimenti. Ma si sbagliavano anche su questo. Con una densità di popolazione simile, il cibo non mancherà mai. La risorsa si rinnova da sola, continuamente, proprio accanto a noi.

Nessuno soffre la fame.


sabato 29 agosto 2026

LA FINE DEL CALCIO ITALIANO

Si parla da anni, a fasi alterne, di un calcio italiano in profonda crisi. Un declino certificato prima di tutto dai clamorosi insuccessi della Nazionale, capace di collezionare drammatiche mancate qualificazioni ai Mondiali e prestazioni ben lontane dai fasti del passato. Ma la crisi è davvero solo una questione di risultati sul campo? Per rispondere, bisogna prima di tutto sgombrare il campo dagli equivoci, chiedendosi cosa sia oggi il "calcio italiano" e, soprattutto, se esista ancora.

La risposta è tanto semplice quanto spietata: il calcio italiano è morto, e quasi nessuno se ne è accorto. O meglio, molti fanno finta di nulla.

A mantenere viva l'illusione è chi continua a guadagnarci, alimentando un sistema sfilacciato che ha ormai perso ogni connotazione sportiva per trasformarsi in un puro circo commerciale. I beneficiari di questa bolla sono sotto gli occhi di tutti.

Innanzitutto il giro delle scommesse. Si tratta di un indotto gigantesco, legale e illegale, che vive sulla proliferazione di partite e sulla mercificazione di ogni singolo evento di gara.

Le federazioni e le TV: istituzioni che vendono a caro prezzo i diritti televisivi a network privati. Questi ultimi, a loro volta, si fanno strapagare da ingenui abbonati, inondandoli al contempo di pubblicità da cui traggono ulteriori profitti.

Infine, procuratori e tesserati: avidi agenti che muovono commissioni milionarie, insieme a una ristretta élite di allenatori e calciatori riccamente retribuiti per offrire uno spettacolo spesso mediocre.

L'insieme di questi elementi costituisce un meccanismo perverso che finisce per allontanare i veri appassionati, stanchi di costi proibitivi e teatrini mediatici, lasciando gli spalti sempre più in mano alle frange ultrà e al tifo tossico.

La perdita d'identità è anche strutturale. In Serie A dodici società su venti sono ormai di proprietà straniera e le rose sono saturate da atleti esteri, molti dei quali di qualità ampiamente discutibile. Esiste ancora una scuola italiana? La risposta è no, anche perché i talenti nostrani ai massimi livelli semplicemente non giocano, stritolati da logiche di mercato a breve termine.

Si potrebbe obiettare che all'estero la situazione sia analoga, ma è vero solo in parte. Altre nazioni, Spagna in primis, sono riuscite a preservare un'identità e una scuola tecnica nazionale, continuando a investire con coraggio sui vivai e sui giovani. Inoltre, gli stranieri che militano nei principali campionati esteri sono top player nel pieno della carriera, non elementi imbolsiti che arrivano in Italia a svernare negli ultimi anni di attività.

Il calcio italiano, inteso come movimento culturale, sociale e tecnico, non esiste più. Resta solo un guscio vuoto, una bolla finanziaria e mediatica che a molti conviene spacciare per viva, almeno finché non finirà inevitabilmente per scoppiare.

 

giovedì 27 agosto 2026

L'OMBRA DI BORGHETTI

Borghetti non c’è più. È andato via per sempre, svanito come un’annotazione a matita cancellata dal tempo. Adesso che i mesi hanno depositato un velo di polvere sulla sua scrivania vuota, sento il dovere di raccontare la sua vicenda. O meglio, quella che credo sia stata la sua storia, al di là dei dubbi che ancora mi assillano.

Non ero un suo parente, né un amico intimo. Per lui ero solo il collega della scrivania accanto, quello che lo accolse quando il suo vecchio ente fu sciolto. Borghetti arrivò da noi come un naufrago: alto, esile, con il viso scavato da rughe troppo profonde per i suoi quarant’anni e abiti dal taglio antico, sempre troppo larghi, come se appartenessero a un uomo che non esisteva più.

Era un uomo di una riservatezza estrema. Gli insegnai il mestiere e lui imparò subito, ma senza mai manifestare un brivido di interesse. C’era in lui solo una stanchezza atavica. Quando provavamo a fargli domande personali, si rifugiava tra le pratiche o mostrava quel suo sorriso triste, che era più un congedo che un’apertura.

Tutto cambiò il giorno della telefonata. Quella voce di donna, imperiosa e tagliente: "Sono la moglie".

Scoprimmo così che non era lo scapolo che credevamo.

"Non mi sembrava importante", disse stringendosi nelle spalle. Da quel giorno, però, qualcosa si incrinò nella sua corazza. Iniziò ad accettare i miei inviti al bar, anche se restava sempre sul chi vive, l’occhio fisso all’orologio.

Col tempo, i nostri aperitivi divennero una strana confessione muta. Borghetti beveva un amaro in due sorsi e guardava la porta.

"Perché hai sempre tanta fretta, Borghetti?" gli chiesi una sera di pioggia.

"Devo andare a casa," rispose con la solita formula.

"A fare cosa? Tua moglie ti aspetta con la cena pronta?" Lui ebbe un sussulto. Mi guardò con occhi che sembravano vetri appannati.

"Mia moglie... mia moglie mi aspetta per il resoconto," sussurrò. "Ogni minuto fuori da quell'ufficio deve essere giustificato. Ogni centesimo speso, ogni parola detta. Casa mia non è una casa, è un tribunale permanente."

Capii allora che la sua riservatezza non era carattere, era sopravvivenza. Aveva imparato il silenzio in ufficio perché in casa le parole erano armi usate contro di lui. La borsa che afferrava con tanta fretta non era il bagaglio di un uomo che torna al suo rifugio, ma le catene di un prigioniero che rientra in cella per evitare una punizione peggiore.

L’ultima volta che lo vidi fu un martedì di novembre. Borghetti era apparso più trasparente del solito, quasi diafano. Aveva commesso un piccolo errore in una pratica, una distrazione da nulla, e lo vidi sbiancare, tremare come se avesse commesso un crimine capitale.

"Non è niente, Borghetti, si sistema," provai a rassicurarlo. Lui scosse il capo.

"Lei lo verrà a sapere"disse.

Quella sera non volle venire al bar. Lo vidi uscire dal portone, le spalle curve sotto il peso di quella borsa troppo grande. Non si voltò.

Il giorno dopo la scrivania rimase vuota. E quello dopo ancora. La moglie non chiamò per avvertire della malattia; fummo noi a dover rintracciare l'abitazione. Quando finalmente la polizia entrò, su segnalazione dei vicini che non vedevano movimento, trovarono una casa con un ordine maniacale, gelida, priva di un solo oggetto fuori posto.

Borghetti non era lì. Di lui trovarono solo i vestiti, piegati con cura millimetrica sul letto matrimoniale, e le scarpe lucide allineate verso la porta. La moglie, con una freddezza che raggelò persino gli inquirenti, dichiarò che se n'era andato di casa, "senza permesso", precisò.

Ma Borghetti non era scappato ai Caraibi, né aveva iniziato una nuova vita. Lo ritrovarono una settimana dopo nel fiume, pochi chilometri fuori città. Non aveva lasciato biglietti. In tasca aveva solo il cartellino dell'ufficio e un vecchio scontrino del bar dove andavamo insieme.

La cosa più atroce, però, non fu la sua morte. Fu il funerale. Eravamo presenti solo io e pochi altri colleghi. La moglie stava in prima fila, avvolta in un cappotto nero impeccabile, senza versare una lacrima. Non sembrava addolorata; sembrava offesa. Offesa che lui avesse trovato, finalmente, l'unico modo possibile per non darle più il resoconto della sua giornata.

Borghetti non c'è più. È andato via per sempre, portando con sé il segreto di quegli anni di silenzio. E ogni volta che passo davanti alla sua scrivania, non posso fare a meno di pensare che la sua non è stata una vita, ma una lenta, educata e ininterrotta sparizione.

 

martedì 25 agosto 2026

LA SCELTA DI MARA

Mara osserva il proprio riflesso nella vetrina della panetteria, mentre aspetta l'autobus. Ha sedici anni e un viso che non attira gli sguardi per strada, ma che sa trattenerli se qualcuno si ferma a guardarla. I suoi capelli biondo cenere le ricadono dritti sulle spalle, la corporatura è snella, il naso ha una spruzzata di lentiggini quasi impercettibili. Non è né bella né brutta, Mara. Eppure, in lei c'è un guizzo di curiosità, un'espressione sempre in bilico tra lo stupore e l'attenzione che la rende, a suo modo, interessante.

In questo momento della sua vita, si trova in una situazione che fatica a gestire. È convinta di essere innamorata di due persone.

Il primo ragazzo si chiama Emanuele. È il classico ragazzo che passa le ore di educazione fisica a fingere malanni per poter leggere un libro sugli spalti. Magro fino a sembrare fragile, con un paio di occhiali dalla montatura di tartaruga che gli scivolano perennemente sul naso. Emanuele la invita a casa sua a studiare filosofia, oppure la porta nei cinema di periferia a vedere retrospettive in bianco e nero sottotitolate in francese.

«Hai notato come l'uso sapiente delle ombre rifletta la disgregazione morale del protagonista?» le domanda un giovedì sera, uscendo dal cinema d'essai. «Sì, è stato... intenso. Ti lascia un senso di vuoto addosso,» risponde Mara, e in quel momento si sente profonda, matura, perfettamente in sintonia con l'animo tormentato del ragazzo.

Il secondo si chiama Paolo, ed è l'esatto opposto. Paolo ha spalle larghe scolpite da ore di nuoto, un sorriso sfrontato e un'abbronzatura che sembra resistere anche in pieno inverno. Non apre un libro se non sotto minaccia. Con lui, le serate di Mara sono un turbine di musica assordante, luci stroboscopiche, aperitivi in centro e domeniche trascorse a fare il tifo sulle gradinate di qualche piscina o campo sportivo.

«Hai visto la mia partenza dal blocco oggi? Ho bruciato tutti!» le urla Paolo un sabato sera, sovrastando il frastuono della discoteca con un cocktail in mano. «Sei stato fantastico! Nessuno aveva la tua energia!» gli risponde lei, ridendo, sentendosi viva, frizzante, parte di un mondo dorato ed effimero.

Mara dice sempre di sì a entrambi. Accetta l'invito a teatro per il venerdì e quello per la gara della domenica mattina. Lo fa perché le piacciono davvero tutte le cose che le vengono proposte. Ama il silenzio pensieroso che divide con Emanuele tanto quanto ama il caos superficiale in cui la trascina Paolo.

I due ragazzi, compagni di scuola ma appartenenti a microcosmi distanti anni luce, sono del tutto ignari l'uno dell'altro. Finché, inevitabilmente, i mondi collidono.

Succede in corridoio, durante l'intervallo. Qualche voce di troppo, un amico di Paolo che l'ha vista entrare al cinema con Emanuele, un compagno di studi di Emanuele che l'ha taggata in una foto in discoteca con Paolo.

La affrontano insieme, dopo, nel cortile della scuola.

«Mi spieghi cosa significa?» sbotta Paolo, con le braccia conserte e la mascella contratta. «Stai uscendo con me o con... questo qui?» Emanuele si sistema gli occhiali, visibilmente a disagio ma altrettanto ferito. «Mara, credevo che tra noi ci fosse un'affinità intellettuale rara. Mi sbagliavo? Sei davvero il tipo di ragazza che perde tempo in discoteca?»

Mara li guarda, il cuore le batte all'impazzata. «Io... non sto prendendo in giro nessuno,» balbetta. «Mi piacete entrambi. E mi piace fare le cose che facciamo. Tutte.»

«Non puoi tenere il piede in due scarpe,» sentenzia Paolo, pratico. «Devi scegliere. O me, o lui.»

«Esigo chiarezza,» fa eco Emanuele. «Scegli chi vuoi essere.»

Mara chiede tempo. Torna a casa con un peso sullo stomaco. Si butta sul letto e fissa il soffitto. Scegli chi vuoi essere. La frase di Emanuele le rimbomba in testa.

Inizia a riflettere. Com'è possibile che le piaccia il cinema d'autore bulgaro e contemporaneamente la musica commerciale? Come fa ad adorare i discorsi sui massimi sistemi e, il giorno dopo, esaltarsi per i pettorali sudati e i gossip del sabato sera? La risposta la colpisce con la violenza di uno schiaffo: non ha una sua identità.

Mara realizza che non le piace davvero il cinema muto, le piace come Emanuele la guarda quando finge di capirlo. Non le piace davvero il chiasso dei locali, le piace sentirsi desiderata dal ragazzo più bello della scuola. Lei è solo un contenitore vuoto, un camaleonte che si adatta ai colori di chi le sta vicino per sentirsi speciale. Se le piace tutto, e il contrario di tutto, allora lei non è niente.

La crisi d'identità la travolge. Passa una notte insonne, piangendo, cercando di capire quali siano i suoi veri gusti, senza trovarne nessuno che non sia stato indotto da altri.

Il giorno seguente, a scuola, si prepara al difficile momento della scelta, pronta ad ammettere il suo vuoto interiore. Ma non ne ha l'occasione.

Emanuele la ferma per primo, al suono della campanella.

«Ho riflettuto, Mara,» le dice, freddo. «Il fatto che tu non sappia decidere dimostra che non hai alcuno spessore critico. Sei una ragazza intellettualmente insignificante. Non ho tempo da perdere con chi non ha profondità d'animo.» E se ne va.

Mara incassa il colpo, ammutolita. Durante la ricreazione, è il turno di Paolo. La prende da parte vicino alle macchinette.

«Senti, c'ho pensato su,» esordisce lui, scrollando le spalle larghe. «Una che frequenta uno sfigato del genere non ha il mood giusto per stare con me. In discoteca in fondo sei sempre un po' moscia, non ti lasci mai andare del tutto. Sei, come dire... un po' insignificante per il mio giro. Senza rancore, eh.»

Entrambi se ne vanno. Ognuno fiero del proprio mondo, ognuno convinto della pochezza di lei.

Mara rimane sola in corridoio, il rumore degli altri studenti che le vortica intorno. Non ha dovuto scegliere, ci hanno pensato loro. E mentre una parte di lei brucia per il rifiuto, un'altra, nel profondo, sa che le hanno fatto l'unico regalo di cui aveva bisogno: lo spazio vuoto, e doloroso, da cui iniziare a scoprire chi è davvero.

 

sabato 22 agosto 2026

CALDO DI CLASSE

L’ennesima estate con caldo record trascina con sé un copione ormai noto e drammatico: asfalto rovente, temperature ben oltre le medie stagionali e un senso diffuso di oppressione fisica. Il riscaldamento globale, guidato dall'accumulo inesorabile di gas serra e dalla progressiva rottura degli equilibri eco-sistemici, non è più un'ipotesi astratta da convegno scientifico o un timore proiettato verso un futuro lontano. È il dato materiale, visibile e soffocante con cui dobbiamo fare i conti ogni singolo giorno.

Eppure, a fronte della palese urgenza dei fatti, il dibattito pubblico e politico continua a impantanarsi nelle solite, snervanti contrapposizioni ideologiche. Da una parte sopravvive il fronte dei negazionisti puri: una fascia quantitativamente in calo, ma estremamente rumorosa e dotata di un enorme peso politico, capace di influenzare le decisioni globali grazie alla guida di figure di primo piano come Donald Trump, che continuano a liquidare il collasso climatico come una bufala o un complotto per frenare la crescita economica. Subito accanto si posiziona la vasta galassia degli scettici "moderati", coloro che concedono l'esistenza del problema ma ne ridimensionano la gravità, ripetendo il mantra paralizzante secondo cui "non c'è poi tutta questa fretta" e che le transizioni ecologiche rischiano di danneggiare l'economia se affrontate con troppa foga. Infine, c'è la maggioranza silenziosa dei cittadini: persone pienamente consapevoli della catastrofe in corso che tuttavia, smarrite di fronte alla portata monumentale dell'emergenza, finiscono per arrendersi a un senso di impotenza, non sapendo concretamente cosa fare nel proprio quotidiano per invertire la rotta, supponendo che ciò sia ancora possibile.

In questo scenario di disorientamento generale, la politica si distingue ancora una volta per la sua assenza. L'attuale governo latita, preferendo impiegare il proprio tempo in sterile propaganda o nel puntare l'indice contro le opposizioni. In risposta alle critiche sulla gestione del caldo e della crisi ambientale, si ricorre spesso alla battuta banale per cui "il caldo torrido non dipende certo dal governo". Un'ovvietà disarmante, che però elude scientificamente il vero nodo della questione: se è vero che un esecutivo non controlla il meteo, è altrettanto vero che ha il dovere politico e morale di attuare misure strutturali per mitigare il disagio, se non l'autentica sofferenza, a cui la popolazione è esposta durante le frequenti ondate di calore.

L'aspetto più crudele del cambiamento climatico è proprio questo: la sua capacità di agire come un gigantesco amplificatore delle disuguaglianze sociali. Il caldo estremo non colpisce tutti allo stesso modo e la possibilità di proteggersi da esso è strettamente legata al reddito. Chi possiede risorse economiche abbondanti sopravvive senza problemi all'interno di abitazioni efficienti, dotate di impianti di condizionamento di ultima generazione, ed è in grado di assorbire senza drammi il cospicuo rincaro delle bollette energetiche. Chi invece vive in condizioni di fragilità o al limite del bilancio familiare non può permettersi i condizionatori, né tantomeno i costi del loro utilizzo continuativo, trovandosi costretto a soffrire in case-forno e ad arrangiarsi come può. Il clima, con le sue distorsioni, diventa così l'ennesima linea di frattura tra chi ha i mezzi per mettersi al riparo e chi viene abbandonato a se stesso.

È proprio su questo piano che un governo responsabile dovrebbe intervenire con decisione: istituire sussidi per il caro-energia rivolti alle fasce deboli, investire in piani di condizionamento per gli ambienti pubblici e la sanità, creare spazi di ristoro termico nelle città e ripensare l'urbanistica per ridurre le "isole di calore" nei quartieri popolari.

Invece, nulla di tutto ciò figura nell'agenda istituzionale. La protezione delle persone più vulnerabili di fronte alle emergenze climatiche viene sistematicamente rimandata, lasciata in fondo alla lista delle priorità per fare spazio alle solite manovre di palazzo: d'altronde, la discussione sulla nuova legge elettorale e la conservazione del potere sono questioni ben più importanti che garantire un riparo dal caldo a chi non ha mezzi per difendersi...

 

giovedì 20 agosto 2026

METAMORFOSI

Il cucchiaino da caffè si contorse all'improvviso, trasformandosi in una spirale di metallo informe. Non era la prima volta. Da mesi, il mondo inorganico subiva una riorganizzazione molecolare inspiegabile. Una tazza poteva liquefarsi in una pozza multicolore sul tavolo, un libro tramutarsi in un groviglio di fili sottili e vibranti, una sedia fondersi col pavimento in un'unica, inquietante scultura di legno e ceramica.

All'inizio fu il caos. Incidenti domestici banali si trasformarono in trappole mortali. Un manico di scopa diventava un frusta acuminata, le scale si ondulavano, le chiavi di casa si fondevano in un blocco indistinguibile. Si diffuse il panico, alimentato da video amatoriali di rubinetti che germogliavano in fragili rami di vetro o di automobili che si scomponevano in mucchi di bulloni e lamiere danzanti.

Poi arrivò la fase della "riappropriazione creativa", un termine coniato per descrivere il tentativo disperato della materia di adattarsi. I coltelli da cucina si trasformavano in improbabili strumenti musicali, i televisori in specchi, i computer in sculture geometriche. In queste metamorfosi non c'era alcuna logica, tutto era casuale ed effimero. Un ombrello poteva diventare una rete da pesca per qualche minuto, per poi ritornare alla sua forma originale o, peggio, solidificarsi in un blocco di cemento.

Le conseguenze per il genere umano furono impensabili. Le infrastrutture collassarono. Ponti si contorcevano come serpenti di metallo, le linee elettriche si trasformavano in intricate ragnatele scintillanti, rendendo impossibile la distribuzione di energia. La comunicazione divenne un lusso intermittente, affidata a vecchi apparecchi analogici che, per qualche capriccio molecolare, sembravano più stabili.

La dipendenza delle persone dal mondo materiale si rivelò una grande debolezza. Le fabbriche si fermarono, incapaci di produrre alcunché di stabile. L'economia si sgretolò, sostituita da un baratto incerto di oggetti che potevano mutare forma da un momento all'altro.

Le forme chiamate "aliene" erano le più inquietanti. Oggetti comuni si trasformavano in entità geometriche impossibili, con angoli che sfidavano la fisica.

A volte emettevano vibrazioni sottili che facevano risuonare il cranio. Non si capiva se fossero pericolose, se avessero uno scopo. Si cercava di evitarle.

La scienza brancolava nel buio. Nessuna legge fisica conosciuta poteva spiegare la "riorganizzazione". Si teorizzava un'interferenza cosmica, oppure un'anomalia quantistica su scala macroscopica.

Fu smarrita la fiducia nel mondo. Ogni oggetto era un potenziale traditore, pronto a mutare e a rendere la vita difficile e pericolosa. Si viveva in un limbo di incertezza, aggrappati a ciò che rimaneva stabile: la natura, i corpi. Tutto ciò che era organico.

Il mondo stava cambiando, pezzo dopo pezzo, molecola dopo molecola, in qualcosa di estraneo, di incomprensibile. Il genere umano, un tempo padrone del suo ambiente, era ora un ospite spaventato in una realtà che aveva perso ogni logica, aggrappato alla speranza che, un giorno, il ticchettio dell'orologio avrebbe di nuovo significato solo il passare del tempo, e non l'annuncio di un'altra, inspiegabile, metamorfosi.

 

 

 

 

 

 

 

 

martedì 18 agosto 2026

L'ILLUSIONE DELLA FARFALLA

L'aria all’interno del palazzetto è satura di tensione ed elettricità. Potenti riflettori illuminano a giorno la pedana dell'incontro internazionale di ginnastica ritmica.

Tra le atlete della Nazionale spicca Tania. Ha sedici anni ed è uno spettacolo per gli occhi: una chioma di capelli neri come la notte che le incornicia il viso, due occhi verdi penetranti e una figura slanciata, plasmata da anni di allenamenti durissimi. Tania sa di essere bellissima. Conosce il potere del suo sguardo e la grazia di ogni suo movimento, ed è animata da un'ambizione sfrenata: per lei esiste solo la vittoria.

Oggi, però, vincere è un’impresa quasi impossibile. Le avversarie sono al picco della forma, in particolare la ginnasta polacca, che ha appena completato un esercizio impeccabile.

Tania osserva il tabellone con gli occhi socchiusi. Poi, il suo sguardo si sposta poco più in là, verso il tavolo della giuria, e sosta su un dettaglio preciso. Il Presidente della giuria è un uomo affascinante: ha circa quarant'anni, capelli scuri curati nei minimi dettagli, una carnagione dorata dall'abbronzatura e un'eleganza naturale che spicca.

L'idea balena nella mente di Tania in un frazione di secondo. Se non posso vincere solo con i punteggi tecnici,  farò innamorare di me quell'uomo. Mi favorirà.

Si volta verso Monica, la sua compagna di squadra, sfoggiando un sorriso pieno di sicurezza.

«Vedi quel giudice al centro? Il Presidente?» mormora Tania, indicandolo appena con il mento. «Prima che io salga su quella pedana, sarà completamente perso di me. E i suoi voti decideranno la mia vittoria.»

Monica la guarda ad occhi sgranati, incredula. «Sei pazza?» dice scettica, scuotendo la testa. «E comunque hai pochissimo tempo, ti esibisci tra cinque minuti!»

«Guarda e impara,» ribatte Tania.

La ragazza entra in azione. Mentre riscalda i muscoli a bordo pedana, comincia a lanciare al Presidente sguardi intensi, infuocati. L'uomo se ne accorge, la fissa per un istante e tradisce un velo di imbarazzo. Tania accentua i movimenti: ogni allungamento, ogni piegamento diventa una danza sensuale e provocante, studiata per attirare la sua attenzione. Dopo qualche secondo, l'uomo distoglie lo sguardo, sistemandosi la cravatta, a disagio.

Ci siamo! pensa Tania con entusiasmo. È già cotto.

Per dare il colpo di grazia, decide di rischiare il tutto per tutto. Con addosso il succinto costumino da gara tutto luccicante, cammina con finta indifferenza proprio davanti al tavolo dei giudici. A pochi passi dal Presidente, si gira di scatto e finge che le scivoli di mano un fermacapelli. Con estrema lentezza si china a raccoglierlo, proprio di fronte a lui, offrendo alla giuria una vista decisamente strategica del suo posteriore.

Si rialza, lancia un ultimo sguardo ammiccante e cammina verso la pedana. È fatta.

L'esibizione di Tania è fantastica. Il nastro vola leggero, le difficoltà corporee sono eseguite con precisione ed eleganza. Quando termina la prova, il palazzetto esplode in un boato. Tania è soddisfatta, ma l'ansia rimane: basterà per superare la fortissima rivale polacca?

Raggiunge di nuovo Monica nella zona d'attesa, entrambe con il fiato sospeso verso il tabellone luminoso. Dopo minuti che sembrano secoli, i numeri compaiono sul display.

Mezzo punto in più della polacca! Tania ha vinto!

Andando a controllare la scomposizione dei voti sul monitor, il quadro è chiarissimo: quel mezzo punto decisivo le è stato attribuito proprio dal Presidente della giuria.

Monica è visibilmente stupita, a bocca aperta. «Ce l'hai fatta...» bisbiglia la compagna. «Sei riuscita a fargli perdere la testa in pochissimi minuti!»

Tania sorride con compiacimento, gustandosi il momento. Il suo potere di seduzione è enorme, infallibile. Monica accenna un sorriso e continua a fare complimenti, ma è divorata dall'invidia; è una bella ragazza anche lei, ma sa di non possedere quell'ascendente sugli uomini.

Proprio in quel momento, Francesca, l'altra compagna di squadra, arriva di corsa verso di loro.

«Tania! Fantastica! Che gara!» esclama subito la ragazza, abbracciandola. Poi però cambia espressione, abbassa la voce e si avvicina a loro con fare cospirativo. «Ragazze, dovete sapere cosa ho appena scoperto...»

Le due atlete si sporgono verso di lei, incuriosite. «Cosa?» chiede Monica.

«Ho saputo che il Presidente della giuria, quel bell'uomo... è gay dichiarato!» bisbiglia Francesca, prima di non riuscire più a trattenersi e scoppiare in una risata a crepapelle. «Che spreco, ragazze! Che spreco!»

Monica spalanca gli occhi per un secondo prima di lasciarsi andare a una risata sollevata, mentre Tania resta immobile. Provando a salvarsi la faccia, forza le labbra in un accenno di risata, ma il suono che le esce dalla gola è freddo e tirato.

In un secondo, tutta la soddisfazione svanisce. La vittoria è sua, certo, ed è arrivata solo ed esclusivamente per le sue straordinarie capacità atletiche e non per un gioco di seduzione, ma per Tania, in quel momento, la medaglia d'oro ha perso improvvisamente tutto il suo brillante valore.

 

 

giovedì 13 agosto 2026

TOMMIE, JOHN E L'AMICO AUSTRALIANO

La sera cala su Città del Messico come un velo denso e caldo. L’aria rarefatta dell’altopiano trattiene i colori del tramonto, sfumando dal viola al grigio polvere sopra la calotta dello Stadio Olimpico Universitario, mentre il brusio di ottantamila spettatori rimbomba ancora lungo i corridoi di cemento.

Negli spogliatoi, l’atmosfera è carica di un silenzio teso. Stan Wright, il primo capo allenatore afroamericano di una nazionale di atletica leggera degli Stati Uniti, fissa negli occhi Tommie Smith. La sua faccia di luna piena è accigliata, solcata da un’inquietudine profonda.

«È una pazzia», dice al suo atleta. «Così rischi di rovinare tutto.»

«No», risponde Smith con calma glaciale. «Ho fatto quel che ho fatto proprio in previsione di questo. Altrimenti, lo sai, non avrei neppure gareggiato.»

Wright scuote il testone scuro, sopraffatto dal peso di quelle parole.

«Chi altri lo sa?» chiede.

«John, naturalmente. E Harry.»

Harry Edwards è il sociologo e attivista afroamericano che ha fondato l’Olympic Project for Human Rights, un movimento nato per denunciare e combattere la segregazione razziale negli Stati Uniti e nel mondo.

Tommie Smith, soprannominato "Jet", in quel 16 ottobre 1968, poco più di un’ora prima, ha compiuto un’autentica impresa: è diventato campione olimpico dei 200 metri con lo strabiliante tempo di 19"83. Un primato mondiale storico, il primo uomo ad abbattere la barriera dei venti secondi. Terzo è arrivato il suo compagno di squadra, John Carlos.

«Perché me lo hai detto?» chiede ancora il coach, cercando una via d'uscita.

«So che sei dei nostri», dice Tommie Smith incrociando il suo sguardo. Poi aggiunge: «Adesso devo andare». Si volta e si allontana verso il proprio destino. La premiazione lo aspetta.

Nel tunnel dello stadio, i tre atleti sono in attesa di essere chiamati per la cerimonia. Il secondo classificato è un ragazzo australiano di ventisei anni, bianco: Peter Norman. La sua gara ha sorpreso tutti, capace com'è stato di infilarsi con un finale prodigioso tra i due colossi americani.

Tommie Smith e John Carlos parlottano tra loro a bassa voce, visibilmente nervosi.

«Come sarebbe a dire che li hai dimenticati?» dice Tommie al compagno, trattenendo la rabbia.

Carlos è costernato, imbarazzato, scuote il capo: ha lasciato i guanti neri al villaggio olimpico.

«Perché non ne indossate uno a testa?» interviene Peter Norman, che ha osservato la scena a pochi passi di distanza.

Smith, un po’ stupito dall’intromissione dell'australiano, riflette per un istante, poi annuisce. Porge a Carlos un guanto e tiene per sé l'altro. «Faremo così: io indosserò il destro e tu il sinistro.» Carlos approva, sollevato.

Entrambi gli americani sono scalzi, indossano ai piedi soltanto delle calze nere che sporgono dalla tuta della divisa ufficiale. Mentre muovono i primi passi per uscire nello stadio, Peter Norman li avvicina di nuovo.

«Ragazzi, scusate ma vi ho sentito parlare. Ho capito che cosa volete fare. Ebbene, sappiate che sono dalla vostra parte.» Norman indica con l'indice, appuntata sul petto della sua tuta color verde e oro, la spilla del Progetto Olimpico per i Diritti Umani. È il medesimo stemma di solidarietà globale che anche i due americani portano sul petto: l'australiano se l'è fatta prestare dal canadese Paul Hoffman per unirsi alla protesta.

I tre velocisti salgono sul podio. Per ultimo viene premiato Tommie Smith, che riceve l'oro. Subito dopo parte l’inno nazionale americano.

A quel punto, Smith e Carlos abbassano il capo e alzano al cielo il pugno chiuso, guantato di nero. È il simbolo del Black Power, il movimento per i diritti civili degli afroamericani, un grido muto contro il razzismo e le diseguaglianze negli Stati Uniti. Un gesto pazzesco, trasmesso in mondovisione, che si fissa per sempre nella memoria collettiva.

Un gesto che Smith e Carlos pagano caro. Vengono immediatamente sospesi dalla squadra statunitense e cacciati dal villaggio olimpico su pressione del Comitato Olimpico Internazionale. Al ritorno in patria, i due subiscono gravi ritorsioni economiche e sociali, affrontando minacce di morte e isolamento, tanto da fare enorme fatica a sbarcare il lunario per anni. Soltanto con il passare dei decenni vengono finalmente riabilitati ed eretti a icone della lotta civile.

Analoghe persecuzioni patisce il povero Peter Norman in Australia, ritenuto colpevole dalle autorità sportive del suo Paese per aver solidarizzato apertamente con i due velocisti afroamericani. L'Australia dell'epoca è una nazione ferocemente conservatrice. Norman viene ostracizzato: escluso dalle successive Olimpiadi nonostante i tempi di qualificazione, subisce insulti continui, perde il lavoro e cade nel tunnel dell'alcolismo.

Muore nel 2006. Al suo funerale, a sorreggere la bara in un ultimo, commovente tributo, ci sono Tommie Smith e John Carlos, che non hanno mai dimenticato l'amico australiano e il suo coraggio.

 

martedì 11 agosto 2026

LA DOCCIA

 

Il sole di metà agosto massacra l'asfalto, trasformando la città in un deserto di cemento arroventato. Le serrande dei negozi sono calate, le strade svuotate di ogni anima. Dicono che c'è la crisi, riflette l'uomo mentre trascina le gambe sul marciapiede, dicono che la benzina costa una fortuna, eppure sono scappati tutti. Sono tutti in vacanza.

Mario ha superato i settant'anni. Le vene varicose gli segnano le caviglie come radici scure, la pelle del collo si è arresa alla gravità e i pochi capelli bianchi gli aderiscono al cranio, inzuppati di sudore. Arranca su per i quattro piani di scale, un gradino alla volta, con le dita piegate dal peso delle buste della spesa che gli tagliano la carne.

Entra finalmente in casa, sfinito, il respiro un fischio corto nel petto. Appoggia le buste sul tavolo della cucina e inizia a mettere a posto i prodotti, accompagnando ogni gesto con un sospiro pesante. L'aria nel corridoio è una cappa immobile. Sente la maglietta appiccicata alle spalle, una sensazione di sporco e di umido che gli dà la nausea. Di solito la doccia la fa la sera, prima di coricarsi, mai al mattino. Ma oggi la regola si può infrangere.

Si spoglia con lentezza esasperante. Piega i vestiti, li getta nella cesta dello sporco e prepara sul letto la biancheria pulita. Poi si dirige in bagno ed entra nella cabina. Il getto d'acqua che lo colpisce è un sollievo istantaneo: prima quasi fredda, poi lentamente più tiepida, scoglie la tensione lungo la colonna vertebrale. Mario chiude gli occhi, perde il senso del tempo. Dovrebbe stare attento a non sprecare troppa acqua, ma per una volta, si dice, chi se ne importa.

Quando decide finalmente di uscire, allunga la mano verso la maniglia. La porta scorrevole non si muove. La spinge con più decisione, ma resta bloccata. È vecchia, pensa subito, si sarà incastrata nei binari. Aumenta la forza, poi sferra un pugno contro il bordo di metallo. Nulla. La porta non cede di un millimetro.

Un'ondata improvvisa di panico gli prosciuga la gola. È nudo, bagnato, chiuso in una gabbia di pochi centimetri, con le pareti alte più di due metri. Pensa di gridare, di chiedere aiuto, ma la voce gli muore in bocca: il palazzo è completamente vuoto, è la settimana di Ferragosto, e il bagno non ha neanche una finestra verso l'esterno, è cieco. Nessuno può sentirlo.

Senza riflettere, spinto dalla disperazione, scaglia tutto il peso della spalla contro una delle pareti. Non gli importa di tagliarsi o di farsi male, vuole solo rompere quel cristallo. Ma le pareti sono di un materiale sintetico ultra-resistente, una specie di spesso plexiglass infrangibile. L'impatto lo fa rimbalzare indietro; perde l'equilibrio e rischia di spaccarsi la testa sul piatto doccia.

I goccioloni d'acqua sul corpo iniziano a raffreddarsi. Sulla pelle nuda compaiono i brividi, un tremore inarrestabile che parte dalle ginocchia e gli sale fino alla mascella. Mario si accascia sul fondo della cabina, le ginocchia al petto, sconfitto.

Guarda attraverso il plexiglass opaco la sagoma sfuocata del suo bagno. Sa che morirà lì dentro, intrappolato in una stupida scatola di plastica. Morirà, proprio lui che, per vent'anni, ha fatto le scale a piedi, sputando sangue a ogni gradino, pur di non prendere l'ascensore per il terrore viscerale di rimanere bloccato dentro.