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sabato 13 giugno 2026

ROBOZINHO

Avevo sentito parlare di lui da un amico, un vecchio cronista uruguaiano incontrato in un caffè di Montevideo, tra i fumi del tabacco e il profumo amaro del mate. Naturalmente, non avevo creduto del tutto a ciò che mi aveva detto. Si sa, i giornalisti sportivi sudamericani amano ricamare; sembra quasi che siano più scrittori che cronisti, che si ispirino tutti alle storie di Osvaldo Soriano ed Eduardo Galeano. Anche se dovrebbero limitarsi alla cronaca sportiva, non riescono a sfuggire al realismo magico delle loro terre, dove un palo può essere stregato e un pallone può pesare quanto il cuore di un amante tradito.

Ma non divaghiamo. Nelson Uribe, appunto, in quella occasione mi fece il nome del tecnico brasiliano che aveva scoperto quello straordinario calciatore. Luis da Silva era il nome di quell'allenatore, che dirigeva una squadra di seconda serie persa nelle pieghe della cartina geografica.

Proprio quell'estate dovevo recarmi in Brasile, per altri scopi; tuttavia, spinto dalla curiosità e da quel tarlo che solo le leggende sanno insinuare, decisi di andare a trovare da Silva. Volevo chiedere di quel giocatore e verificare se ciò che mi aveva detto Uribe fosse vero, oppure se fosse solo l'ennesima invenzione sudamericana alimentata dall'alcol e dalla nostalgia.

Confesso, faticai un po' a trovare quella piccola cittadina in pieno Nordeste, un pugno di case colorate strette tra la polvere rossa e il verde accecante della vegetazione. Non faticai affatto, invece, a rintracciare Luis da Silva. Era una vera gloria locale, alla guida della squadra della città da ben quindici anni. Tutti lo conoscevano, tutti parlavano bene di lui; erano al contrario molto più abbottonati quando chiedevo notizie del loro famoso calciatore, di cui non conoscevo il nome ma soltanto il soprannome, così come me l'aveva detto il mio amico uruguaiano: Robozinho.

In un caldo pomeriggio, con un sole che pareva voler sciogliere il catrame delle strade, mi recai nel piccolo stadio. Fui fortunato: la squadra si stava allenando. Il tecnico Luis da Silva, un vecchietto molto simpatico con la pelle arsa dal sole, accettò di parlare con me. Dopo alcuni brevi convenevoli sulla bellezza del Brasile e la durezza dei campionati minori, non potei resistere e gli chiesi subito di Robozinho.

Da Silva sorrise sornione, come a dire: "Eccone un altro!". Poi, senza aggiungere una parola, mi indicò il terreno di gioco. "Il nove", disse semplicemente.

I suoi giocatori stavano iniziando una partitella: titolari contro riserve. Tra i primi, proprio con il numero nove sulla maglia un po' sbiadita, c'era Robozinho. Lo osservai con attenzione. Mi sarei aspettato un calciatore giovanissimo, una promessa scattante e nervosa; viceversa vidi un uomo di almeno trent'anni, persino leggermente in sovrappeso, che deambulava per il campo con l'aria di chi aspetta l'autobus.

Feci per aprire bocca, per manifestare la mia delusione e la mia sorpresa, ma da Silva mi fece cenno di tacere e continuare a guardare.

In quel momento, Robozinho,  nonostante il ruolo da attaccante, si abbassò fino alla propria area di rigore, si fece dare il pallone dal suo portiere e iniziò a correre. O meglio, a muoversi. La sua corsa era tutt'altro che veloce, quasi ipnotica, nessuno era in grado di contrastarlo. Gli avversari sembravano scivolare via, i loro interventi arrivavano sempre con un decimo di secondo di ritardo, come se lui conoscesse in anticipo la traiettoria di ogni gamba tesa. Dopo un po' giunse in area di rigore avversaria, dribblò anche il portiere con una finta di corpo che pareva una danza e segnò.

Poi, con la stessa flemma, andò a sistemarsi a metà campo. E da quel momento non si mosse più. Restò lì, immobile come una statua di sale, mentre le azioni proseguivano frenetiche intorno a lui.

Dopo dieci minuti di quel paradosso, mi rivolsi a da Silva. "Che cosa sta facendo? Perché non si muove più?" chiesi, sbigottito.

Lui alzò le spalle con la rassegnazione di chi ha visto l'impossibile troppe volte. "Fa sempre così. Una sola azione per partita, e ogni volta segna. Dopo non fa più nulla. È come giocare con un uomo in meno. Se fosse una partita ufficiale lo avrei già sostituito. Le sue gare durano cinque o dieci minuti, mai di più. Per questo nessuna squadra importante lo ha mai voluto, nonostante sia un calciatore eccezionale, il più forte di tutti i tempi".

Ero basito. Non sapevo che dire. Nella mia testa razionale di europeo cercavo una logica, qualsiasi cosa che potesse giustificare quel comportamento. Forse un limite fisico? Mi venne in mente un’unica domanda: "Ma perché fa così? Cioè, lui come motiva questo suo assurdo atteggiamento?"

Da Silva sorrise di nuovo, e notai che gli mancavano un paio di incisivi. "Lui? Lui dice che è un ragazzo semplice, e che non gli piace mettersi troppo in evidenza! Che si vergogna!"

E scoppiò in una risata fragorosa.

"Ma non è un peccato?" domandai, sempre più sbalordito.

"Peccato? É la nostra fortuna! Almeno qualche partita la riusciamo a vincere!"

 

giovedì 11 giugno 2026

OMBRE E NEBBIA (2) - PREFAZIONE

Esiste un momento preciso, nel crepuscolo che avvolge le brughiere del Devon o tra i vicoli fuligginosi di Whitechapel, in cui la realtà sembra sfaldarsi. È in quell'istante di incertezza, dove la lanterna a gas vacilla e il fischio del treno pare un lamento umano, che abita il Gotico.

Questa raccolta nasce dal desiderio di tornare a quei luoghi, non solo geografici ma dell'anima, dove il razionalismo scientifico della fine dell'Ottocento si scontra in maniera brutale con l'ancestrale terrore dell'ignoto.

Il racconto gotico non è semplicemente una storia di paura; è la bellezza dello smarrimento. Sebbene le sue radici affondino nel Settecento con Il castello di Otranto di Horace Walpole, è nel XIX secolo che il genere trova la sua forma perfetta, evolvendo dal "gotico dei castelli" a quello, ancora più intimo e inquietante, della mente e della metropoli.

Gli elementi fondamentali che ritroverete in queste pagine sono i pilastri di un’architettura del brivido.

Il Sublime, innanzitutto. Quella sensazione di sgomento e ammirazione di fronte a una natura selvaggia e indifferente.

Il Passato che non muore e che ritorna. Segreti sepolti, maledizioni ereditarie e fantasmi che chiedono giustizia.

L'Ambiente che diventa protagonista. La brughiera desolata e la nebbia londinese non sono semplici sfondi, ma entità vive che soffocano e nascondono.

Infine il Doppio. La lotta interna tra la facciata rispettabile della società vittoriana e gli impulsi oscuri che agitano l'animo umano.

Scrivere di gotico oggi significa dialogare, in umiltà, con i giganti che hanno tracciato il sentiero. Non si può attraversare la Londra di fine secolo senza sentire l'eco dei passi di Mary Shelley, che con il suo Frankenstein ha dato corpo all'ambizione scientifica trasformatasi in incubo.

Non si può ignorare la lezione di Sheridan Le Fanu e delle sue atmosfere sospese, o la potenza di Bram Stoker, che ha reso il vampiro l'archetipo definitivo della minaccia esterna (e interna). E ancora, il genio di Robert Louis Stevenson, che con Lo strano caso di Dr. Jekyll e Mr. Hyde ha sventrato l'ipocrisia dell'epoca, mostrandoci che il mostro non vive "altrove", ma allo specchio.

Ci si potrebbe chiedere che senso abbia, in un’epoca completamente dominata dalla tecnologia e dalla trasparenza digitale, tornare a rifugiarsi tra le ombre e la nebbia di un secolo ormai lontano.

La risposta risiede nella natura stessa della nostra paura. Il Gotico ha ancora senso perché è il genere del "non detto". In un mondo che pretende di spiegare tutto, abbiamo bisogno di storie che ci ricordino che esistono angoli della psiche e della realtà che restano inaccessibili. La Londra di fine Ottocento, con le sue profonde diseguaglianze, il suo fervore industriale e il suo lato oscuro, è lo specchio perfetto per le nostre ansie moderne: l'alienazione, il timore del diverso e la fragilità delle nostre certezze.

Leggere questi racconti significa accettare un invito: quello di spegnere la luce della ragione per qualche istante e lasciarsi guidare dal battito accelerato del cuore. Perché, in fondo, non siamo mai usciti davvero dalla brughiera.

Disponibile, in versione cartacea e digitale, su Amazon e in tutte le principali librerie online.

 


martedì 9 giugno 2026

LA STIMA DEL PORCELLO

Di sicuro non ci vado per la calcinculo. Quella giostra non mi è mai piaciuta, neppure quando ero piccolo. Giri e giri e dopo un po' non capisci più niente. Ti vortica la testa, ti viene da vomitare, soprattutto se hai bevuto troppo. E tanto il fiocco non lo prendi mai, quando lo stai per afferrare te lo tolgono, quei maledetti, perché ti vogliono sempre costringere a fare un altro giro.

E l'autoscontro mi interessa ancora meno. È una cosa stupida, e poi se non fai attenzione rischi di farti male. Ricordo che una volta ho portato a fare un giro la sorella del mio amico Amedeo. All'epoca la ragazza era un po' grossa, e anch'io non scherzavo con i miei quasi cento chili. Ci stavamo appena, in quel minuscolo abitacolo, schiacciati uno contro l'altro, in pratica eravamo come incastrati. Per fare colpo su di lei ho iniziato a camminare contromano, a colpire con forza tutti quelli che mi trovavo davanti. A un certo punto ci siamo schiantati contro il bordo della pista, la povera Lia è stata sbalzata fuori dalla vettura, ha picchiato sulla piattaforma e poi è finita sul prato. Aveva tutta la fronte insanguinata. A me è sembrata una scena divertente e mi sono messo a ridere. Amedeo non ha neppure badato alla sorella, è venuto direttamente da me e mi ha suonato per bene. L'ho lasciato fare, non avevo voglia di discutere, ma solo di bere, che è quello che abbiamo fatto dopo, mentre Lia se ne tornava a casa tutta incerottata.

Anche ballare non mi interessa. Non ne sono capace, non l'ho quasi mai fatto. E poi tocca ballare con delle donne, che a me non interessano. Con il tempo ho imparato che più si sta lontano da loro e meglio si sta. Portano soltanto guai. E poi quando si lamentano che pesti loro i piedi sono proprio insopportabili, strillano come aquile. Io faccio attenzione, ma se scappa il pestone, pazienza, non è la fine del mondo.

E non ci vado neppure per sentire il coro degli alpini. Io lo sono stato alpino, so che cosa vuol dire, e per me alpino vuol dire marce in montagna, sterco di mulo e bevute di grappa, non gente senza palle che canta con voce da donnetta.

Io alla festa patronale ci vado per un solo motivo: la stima del porcello. Lo voglio vincere, quel maiale, ma non ci riesco mai. Si deve indovinare il suo peso, ma io sbaglio sempre di poco e non riesco mai a portarmelo a casa. Ci provo tutti gli anni. Ma questa volta ho deciso di cambiare strategia, non mi fregano più.

Eccolo, sono arrivato.

"Ehi! Ma che stai facendo?" sento gridare. "Non si può entrare nel recinto!". Ma io vado avanti lo stesso e afferro il porcello. Lo soppeso ben bene tra le braccia, anche se quello si lamenta e schiamazza. All'improvviso mi piombano addosso i fratelli Garbetta, uno più grosso dell'altro. Mi buttano a terra, mi schiacciano la faccia nella merda. Ma è troppo tardi, ormai sono riuscito a stimare il porcello. Appena riuscirò a staccare naso e bocca dal liquame dirò a tutti il peso esatto, e finalmente lo vincerò, quel dannato maiale.

 

giovedì 4 giugno 2026

OMBRE E NEBBIA (1)


Il mio nuovo libro.

In una Londra di fine Ottocento avvolta dal fumo delle ciminiere e dalla nebbia che striscia tra i vicoli, l’oscurità non è soltanto un gioco di luci: è una presenza viva, un respiro che accompagna ogni passo. In queste pagine, la città diventa un labirinto di strade umide, cortili dimenticati, cantine dove il silenzio pesa come una minaccia, botteghe che nascondono segreti inconfessabili e campagne brumose dove l’antico e il soprannaturale non hanno mai smesso di camminare accanto agli uomini.

Le storie raccolte in Ombre e nebbia esplorano un’epoca in cui la modernità avanza, ma le superstizioni non arretrano; in cui la scienza tenta di spiegare ciò che sfugge alla ragione, mentre le ombre continuano a muoversi appena oltre il cerchio della luce. Tra i quartieri popolari di Whitechapel, le dimore aristocratiche, i vicoli dove il freddo morde la pelle e le brughiere che sembrano custodire un respiro antico, si intrecciano destini segnati da presenze inquietanti, colpe sepolte, apparizioni, ossessioni e misteri che emergono quando la città dorme e la nebbia cala più fitta.

Questa raccolta è un viaggio nel cuore gotico dell’Inghilterra vittoriana, dove ogni porta chiusa può celare un orrore, ogni passo nella nebbia può condurre verso l’ignoto, e ogni ombra può essere l’inizio di una storia che non si dimentica. Un omaggio alle atmosfere cupe e affascinanti del gotico classico, in cui la paura non nasce dal mostruoso, ma da ciò che resta nascosto ai margini della luce.

Disponibile, in versione cartacea e digitale, su Amazon e in tutte le principali librerie online.

 

martedì 2 giugno 2026

LIBRI

L'ultimo giorno di scuola è stato come un respiro profondo dopo una lunga apnea. Ora che le scuole medie sono finite, sento addosso una libertà nuova, che quasi mi stordisce. Davanti a me si prospetta un’estate infinita, tanto tempo a disposizione senza l’ombra dei compiti delle vacanze, prima che l’autunno mi trascini verso l’incognita delle scuole superiori: un nuovo mondo, compagni sconosciuti, un altro capitolo della vita che, per ora, preferisco lasciare chiuso a chiave.

I miei piani sono semplici e bellissimi. Mi vedo già a pedalare senza meta lungo le stradine di campagna, dove l'aria odora di fieno tagliato e il sole scotta sulle spalle. Ci saranno le partite a calcio con i miei amici e i pomeriggi a rincorrere una pallina da tennis, ma so già quale sarà il mio vero rifugio: la lettura.

Amo i fumetti, di ogni genere e tipologia, ma negli ultimi tempi ho scoperto che anche i libri hanno una magia tutta loro. Mi immagino seduto in terrazza, su una comoda sedia a sdraio, o all’ombra fresca del grande albero in giardino, perso tra le pagine. Il problema è che a casa la mia piccola scorta è esaurita; ho letto tutto quello che c'era, e non era molto.

Così, ho deciso di dare fondo ai miei risparmi. Ho racimolato quegli spiccioli accumulati con pazienza, e sono andato nell'unico posto del mio minuscolo paese che tiene qualcosa da leggere: la cartoleria.

Tra quaderni e astucci e prodotti per la casa, lo scaffale dei libri è piccolo, ma per me brilla come un tesoro. Ho puntato subito un volume dalla copertina bellissima: Ventimila leghe sotto i mari. Conosco già l'autore, Jules Verne, perché l'anno scorso avevo scovato in casa un altro suo libro, Le Indie nere, un regalo che era stato fatto a mio fratello. Mi era piaciuto tanto: raccontava di una comunità di minatori che tornava a vivere nelle profondità di una vecchia miniera di carbone abbandonata in Scozia, scoprendo un mondo sotterraneo quasi fatato.

Questo nuovo libro, invece, promette di portarmi negli abissi marini. Parla del misterioso Capitano Nemo e del suo sottomarino, il Nautilus, che solca gli oceani dando la caccia a un presunto mostro marino, tra scoperte scientifiche incredibili e il fascino dell'ignoto subacqueo.

Accanto a quello di Verne, ho scelto un altro libro che mi ha colpito subito: Otter 3-2 chiama! di uno scrittore norvegese, Leif Hamre. Si tratta di un romanzo avventuroso che narra di due piloti della Royal Norwegian Air Force che, a causa di un guasto meccanico durante una tempesta invernale, sono costretti a un atterraggio d'emergenza tra i ghiacci desolati della Lapponia. È una storia di sopravvivenza estrema e coraggio, perfetta per bilanciare il caldo dell'estate con un brivido di gelo artico.

Sono tornato a casa con il cuore leggero e le tasche vuote. Per uno squattrinato come me, i libri sono costosi, ma mentre salivo le scale stringendo i miei nuovi acquisti, sapevo che il cambio era vantaggioso. Quei fogli di carta mi avrebbero dato molto più di qualche moneta.

Ma la vera svolta di quell'estate è arrivata quasi per caso. Vagabondando con la mia bicicletta, mi sono spinto oltre i confini del paese e ho scoperto la biblioteca pubblica della cittadina vicina. È stato come trovare l'Eldorado.

Da quel giorno è iniziato un pellegrinaggio interminabile. Andavo e tornavo con il portapacchi carico, divorando storie a una velocità tale che l'anno successivo, il bibliotecario, guardandomi arrivare per l'ennesima volta con la tessera in mano, mi ha chiesto sbalordito: "Ma insomma, ragazzino... che cosa ne fai di tutti questi libri? Li mangi?"

Ho sorriso, pensando che in fondo aveva ragione: stavo nutrendo la mia parte migliore.

 

sabato 30 maggio 2026

CANZONI DELLA GIOVINEZZA (15) - "THE WHOLE OF THE MOON" - THE WATERBOYS

(Quindici canzoni che mi hanno fatto amare la musica pop/rock)

The Waterboys rappresentano l'anima spirituale e letteraria del rock degli anni '80. Guidati dalla visione del musicista scozzese Mike Scott, la band ha attraversato diverse incarnazioni, passando da un suono maestoso ed epico alla riscoperta delle radici folk celtiche.

Nati nel 1983, i Waterboys sono essenzialmente il veicolo espressivo di Mike Scott. Il loro stile iniziale è stato etichettato dalla stampa dell'epoca come "The Big Music", un termine coniato da Scott stesso per descrivere un suono ampio, celestiale e carico di riverbero, influenzato tanto dal rock di Bruce Springsteen e Patti Smith quanto dalla poesia di W.B. Yeats.

La band è famosa per aver rifiutato le logiche commerciali proprio nel momento di massimo successo, trasferendosi in Irlanda alla fine degli anni '80 per registrare Fisherman's Blues, un album che abbandonava l'elettricità per abbracciare violini e mandolini.

Tratto dall'album capolavoro del 1985 This Is the Sea, il brano The Whole of the Moon è il punto di contatto perfetto tra l'ambizione rock e la sensibilità poetica.

È un trionfo di stratificazioni. La canzone inizia con un piano incalzante e si arricchisce gradualmente di ottoni trionfanti, sintetizzatori scintillanti e un coro finale quasi gospel. La dinamica è un crescendo costante che simboleggia l'espansione della coscienza.

Un omaggio a una figura ispiratrice (molti ipotizzano fosse dedicata a Prince o allo scrittore C.S. Lewis). Scott contrappone la sua visione limitata ("I saw the crescent") alla visione totale del suo mentore ("You saw the whole of the moon"). È una delle descrizioni più belle del genio e della meraviglia mai messe in musica.

Mike Scott canta con un'intensità quasi devozionale. La sua voce si incrina e si eleva, trasmettendo un senso di urgenza e di sincera ammirazione.

The Whole of the Moon è un tassello fondamentale della storia del rock per diverse ragioni. Innanzitutto perché è la canzone che meglio definisce quel suono immenso e riverberato che ha influenzato gran parte del rock da stadio dell'epoca (inclusi gli U2 di The Joshua Tree).

Rappresenta inoltre un ponte tra pop e poesia dimostrando che una canzone poteva avere un testo colto e complesso, pieno di metafore spirituali e letterarie, senza perdere la capacità di scalare le classifiche e far cantare migliaia di persone.

A differenza di molte hit degli anni '80 che oggi suonano datate, "The Whole of the Moon" ha mantenuto una freschezza senza tempo. È diventata un inno universale alla curiosità intellettuale e alla capacità umana di meravigliarsi davanti all'infinito.

 

giovedì 28 maggio 2026

BYE-BYE, ISRAELE

I recenti avvenimenti legati alla Flottiglia umanitaria hanno riacceso i riflettori internazionali sulle derive del governo israeliano. I resoconti di maltrattamenti e la retorica incendiaria di ministri dell'estrema destra come Itamar Ben Gvir non sono purtroppo episodi isolati, ma il sintomo di una tendenza molto più profonda. Questo ennesimo scontro segue la scia del devastante massacro a Gaza, un vero e proprio genocidio ai danni del popolo palestinese, delle espansioni belliche in Libano, dell'aggressione all'Iran e di un disegno, ormai non più troppo mascherato, di annessione della West Bank (Cisgiordania). Un piano portato avanti attraverso l'utilizzo sistematico dei coloni estremisti religiosi, che agiscono di fatto come un braccio armato tollerato, se non protetto, dalle istituzioni.

Di fronte a questo scenario, per l'ennesima volta l'opinione pubblica mondiale si pone una domanda fondamentale: Israele è ancora una democrazia?

Se guardiamo alle strutture istituzionali, la risposta è sì: formalmente Israele lo è ancora. Tra qualche mese il Paese tornerà a libere elezioni, la pluralità della rappresentanza politica è garantita da un multipartitismo vivace, e la libertà di stampa, per quanto sotto forte pressione, continua a esistere. I cittadini, seppure con crescenti restrizioni e tensioni di piazza, conservano il diritto di manifestare il proprio dissenso.

Israele, dunque, è ancora una democrazia nell'architettura, anche se non si comporta come tale. O meglio, è il suo governo a non comportarsi come quello di una democrazia liberale e rispettosa del diritto internazionale.

Ma di chi è, alla fine, la responsabilità?

Proprio perché Israele rimane un Paese democratico, i suoi cittadini non possono essere ritenuti del tutto esenti da colpe. In una dittatura il popolo è vittima; in una democrazia il popolo sceglie. Chi ha eletto, più di una volta, Benjamin Netanyahu alla guida del governo? Chi ha permesso che figure radicali e messianiche occupassero ministeri chiave per la sicurezza nazionale?

Certamente non tutti i cittadini hanno lo stesso grado di colpa. La società israeliana è profondamente spaccata e milioni di persone scendono in strada per chiedere un cambiamento. Si tratta di una dinamica analoga a quella dei cittadini americani rispetto al fenomeno Trump: la responsabilità politica è collettiva, ma le sfumature interne sono enormi.

La speranza è che la maggioranza dell'opinione pubblica israeliana sia ormai pienamente consapevole dei danni strutturali provocati dall'attuale esecutivo. Una consapevolezza che deve toccare un punto nodale: certe azioni non fanno altro che rinfocolare l'antisemitismo in tutto il mondo, quando in realtà il vero problema è il sionismo estremista. Quest'ultimo è un'ideologia politica ultranazionalista che nulla ha a che vedere con la fede, la cultura e l'identità del popolo ebraico globale.

A causa di questo deleterio comportamento, Israele non ha più amici a livello internazionale. Si è alienato il favore e la solidarietà della maggior parte dei Paesi, un tempo alleati storici. Oggi rimane solo il sostegno degli Stati Uniti: l'unico vero partner che conta per Netanyahu e i suoi sodali per mantenere l'immunità diplomatica e il supporto militare.

Tuttavia, i tempi sono maturi perché la comunità internazionale metta Israele alla pari con altri Stati aggressori, Russia in testa, riservandogli un analogo trattamento. Sarebbe il momento, seppure tragicamente tardivo, di varare sanzioni economiche dure e mirate. Questo non significa necessariamente rompere le relazioni diplomatiche: i governi passano, gli Stati e i popoli rimangono, ed è fondamentale mantenere aperti i canali per il futuro.

Nato dal trauma della Shoah e dal legittimo bisogno di autodifesa e salvaguardia dei propri confini, lo Stato ebraico è andato ben oltre quel mandato originario. Oggi si è trasformato, agli occhi del mondo, in uno Stato aggressore che viola ripetutamente il diritto internazionale.

Il paradosso più drammatico è che, nonostante la dimostrazione di forza militare, Israele non è mai stato così poco sicuro. I suoi nemici storici non sono mai riusciti a distruggerlo militarmente dall'esterno; l'attuale leadership politica, però, potrebbe riuscirci dall'interno, logorando i valori democratici e la legittimità internazionale del Paese.

Bye-bye, Israele. E la speranza, per chi crede ancora nei valori democratici che hanno fondato quella terra, è che questo sia solo un arrivederci a un Paese diverso, e non un addio definitivo.

 

martedì 26 maggio 2026

ULTIMO MESSAGGIO

Il comandante Aris stava tornando a casa. Per dodici anni terrestri, la sua nave, la Nautilus VI, aveva solcato regioni dello spazio dove le costellazioni conosciute erano solo vecchie fotografie sbiadite.

Il viaggio di ritorno era stato costellato di piccole gioie: la luce del sole di Sole che tornava ad assumere una tonalità familiare, il segnale di navigazione che finalmente rispondeva alle vecchie frequenze terrestri. Aris aveva pianificato l'atterraggio nei minimi dettagli, sulla vecchia pista di lancio sulla costa del Pacifico.

Controllò gli strumenti di bordo. Mancavano 72 ore all'ingresso nel sistema Solare interno. Iniziò la sequenza di riattivazione degli apparati dormienti.

Il messaggio arrivò durante la fase di riallineamento. Non si trattava di un'intercettazione da una centrale spaziale, ma di un semplice messaggio pre-registrato a ciclo chiuso.

La voce sintetica, femminile e calma, invase la plancia.

"Attenzione. Questo è un messaggio automatico di emergenza. La coordinata planetaria Terra, designazione Sol III, è stata disattivata. Evento di distruzione su vasta scala non categorizzato. Si conferma la totale assenza di segnali vitali o strutture riconoscibili. Non ci sono sopravvissuti. Ripeto: il pianeta Terra non esiste più".

Aris non comprese subito. Riascoltò la comunicazione. Distruzione? Totale?

Le sue mani esperte iniziarono a tremare senza controllo. Non per la paura, ma per l'assurdità di ciò che aveva sentito. Si guardò intorno, la plancia illuminata da luci verdi e gialle, tutto così ordinato, così reale. Come poteva questo guscio di metallo esistere, se la sua origine era stata cancellata?

Si avvicinò all'oblò principale. Il sole brillava indifferente. La Terra doveva essere lì, un puntino blu-verde, la macchia di acquerello più bella della galassia. Ma non c'era.

Non c'era un perché né un come. Soltanto l'effetto finale. Una guerra terminale? Un disastro ecologico? Un cataclisma? In realtà non importava. L'eredità umana, in ogni caso, si era conclusa.

Per tre giorni Aris lasciò la Nautilus andare alla deriva. Non si nutrì, non dormì. Contemplò il pulsante di decompressione d'emergenza, la soluzione più rapida, più onesta.

Morire. Chiuderla lì. Lasciare che la stanchezza cosmica avvolgesse il suo corpo, mentre il vuoto aveva già divorato la sua anima. Era una scelta allettante: unire il proprio destino al resto della sua specie. Un ultimo, dignitoso atto di congedo.

Ma proprio mentre la sua mano si sollevava verso il pannello, un pensiero affilato lo trapassò: la testimonianza. Se lui fosse morto, non sarebbe rimasto nulla. Nessun ricordo in un universo fatto di memorie. Nessuna traccia di cosa fossero stati gli umani. Un silenzio assoluto, il più grande insulto all'esistenza.

Se tutti loro sono morti, pensò il comandante Aris con una lucidità glaciale, il mio scopo non è più vivere, ma ricordare per loro.

La Nautilus subì una metamorfosi radicale. Non più una nave da esplorazione, ma un'Arca della Memoria.

Aris riprogrammò il sistema di trasmissione a lungo raggio. Ogni giorno, all'ora che un tempo era stata il mezzogiorno di Greenwich, avviava una trasmissione.

Non si limitava a inviare dati binari. Aris parlava. Riproduceva la sua voce, l'ultima traccia sonora dell'Umanità.

Inviò la registrazione della Nona Sinfonia di Beethoven, non solo la musica, ma la storia della sua composizione e il testo dell'Inno alla Gioia. Un messaggio sulla umana ossessiva ricerca dell'armonia. Poi descrisse la pioggia. Il suono, l'odore dell'ozono e della terra bagnata, la sensazione sulle labbra. Cose che nessun sensore artificiale avrebbe mai potuto codificare veramente.

Lesse interi passaggi di Amleto, in particolare il monologo "Essere o non essere". Raccontò la fondamentale contraddizione dell'essere umano: il genio creativo e la tendenza autodistruttiva.

Trasmise una ricetta: quella del pane fatto in casa, con la descrizione del lievito, della farina, e dell'attesa rituale della cottura. La celebrazione della semplicità e della nutrizione. E così via.

Aris viveva una vita di ascesi, immerso nei ricordi che stava catalogando. Il dolore non era svanito; era stato incanalato. Ogni trasmissione era una goccia di inchiostro nella storia universale, un modo per urlare al vuoto: siamo esistiti, eravamo qui, eravamo belli e terribili.

Gli anni si dissolsero nella monotonia dello spazio profondo. Aris invecchiò, non più misurando il tempo con gli anni, ma con il numero di messaggi inviati nello spazio.

 

sabato 23 maggio 2026

CANZONI DELLA GIOVINEZZA (14) - "BOSTON" - THE DREAM SYNDACATE


 (Quindici canzoni che mi hanno fatto amare la musica pop/rock)

I Dream Syndicate sono stati il cuore pulsante e "rumoroso" del movimento Paisley Underground di Los Angeles. Se altre band del circuito guardavano alla psichedelia solare o al pop cristallino, loro hanno preso la strada più oscura, quella che portava direttamente ai Velvet Underground e ai feedback dei Television.

Guidati dal carismatico chitarrista e cantante Steve Wynn, la band si è formata nel 1981. Il loro album debutto, The Days of Wine and Roses (1982), è considerato uno dei dischi più influenti di tutto il rock alternativo americano.

Il loro suono era caratterizzato da lunghe jam chitarristiche, ritmi ipnotici e una tensione elettrica che sembrava sempre sul punto di esplodere. Sono stati maestri nel trasformare il rock classico in qualcosa di nevrotico, moderno e profondamente urbano.

Contenuta nel loro secondo album, Medicine Show (1984), Boston è una traccia che segna un cambio di passo per la band. Prodotto da Sandy Pearlman (storico produttore dei Blue Öyster Cult), il brano ha un suono più pulito e imponente rispetto agli esordi, ma non per questo meno inquietante.

Il brano evoca un senso di isolamento e di fuga. La musica ha un incedere cinematografico, quasi da "noir" americano, con un pianoforte che aggiunge un tocco drammatico inedito per il gruppo.

Il lavoro chitarristico è magistrale: meno caotico rispetto al primo disco, ma più strutturato e tagliente. Ogni nota sembra pesare come piombo.

Steve Wynn canta con un tono narrativo, quasi distaccato, che descrive uno spostamento fisico e mentale verso la città del titolo, trasmettendo perfettamente quel senso di "on the road" malinconico tipico della letteratura americana.

Boston rappresenta un momento fondamentale per la band e per il rock degli anni '80.

Innanzitutto dimostra che The Dream Syndicate non era solo una band di "jam psichedelico" rumorosa, ma poteva scrivere canzoni rock di ampio respiro, con una produzione sontuosa che anticipava il suono del rock mainstream degli anni successivi, pur restando orgogliosamente alternativi.

Il brano inoltre è un perfetto esempio di come il gruppo sapesse declinare il mito della frontiera e del viaggio in chiave post-punk. Ha contribuito a definire l'estetica del rock letterario e introspettivo.

Dopo il successo un po' sotterraneo del primo album, Boston e l'intero Medicine Show mostrarono una band che non aveva paura di sfidare le aspettative dei fan, cercando una "grandezza" sonora che pochi altri nel circuito indipendente osavano toccare.


giovedì 21 maggio 2026

TUTTO IN REGOLA

Mi sveglio ogni mattina alle 6:03. Non alle sei, non alle sei e cinque. Alle sei e tre. È la prima regola. Il mio corpo la conosce, la rispetta. Non ho bisogno di sveglia. L’orologio da polso, un Omega del ’67 è regolato con precisione maniacale. Lo controllo comunque, ogni mattina, appena apro gli occhi. Se segna 6:03, posso alzarmi.

Scendo dal letto con il piede destro. Il sinistro non deve toccare il pavimento finché non ho indossato la pantofola. Mi muovo verso il bagno seguendo il percorso stabilito: sei passi in linea retta, svolta a sinistra, tre passi, porta. La porta si apre con la mano sinistra. Mai con la destra. L’ho scritto nel quaderno delle regole, volume primo, pagina due.

Ogni gesto ha una forma. Ogni forma ha una sequenza. Ogni sequenza ha una ragione. Senza regole, il mondo si frantuma. Senza regole, io vado a pezzi.

La colazione è alle 6:17. Due fette di pane tostato, spalmate con esattamente sette grammi di marmellata d’arancia. Il tè deve stare in infusione per tre minuti e quaranta secondi. Il cucchiaino va posato sul piattino con il manico rivolto a nord-est. La tazza si solleva con la destra, si poggia con la sinistra. Se sbaglio, ricomincio.

Lavoro da casa. Sono contabile. I numeri mi rassicurano. I numeri obbediscono. I numeri non tradiscono. I numeri sono come me.

I documenti sono archiviati secondo un sistema che ho inventato nel 1998. Le cartelle sono etichettate con codici cromatici. Le sottocartelle con date in formato inverso. I fogli si piegano in tre, mai in due. Le penne blu per le entrate, nere per le uscite. Le rosse sono proibite. Le rosse sono il caos.

La mia casa è silenziosa. Ordinata. Immobile. Ogni oggetto ha un posto. Ogni posto ha un oggetto. Le tende si aprono alle 8:01. Si chiudono alle 18:59. Le luci si accendono in sequenza: cucina, studio, salotto. Mai il contrario.

All’inizio, le regole mi proteggevano. Mi davano pace. Mi davano forma. Ma ora, le regole forse sono troppe.

Ogni giorno ne aggiungo una. Una nuova norma. Una nuova clausola. Non posso evitarlo. Se non lo faccio, sento che qualcosa andrà storto. Che il mondo si spezzerà. Che io andrò a pezzi.

Non esco più di casa. Il protocollo per uscire è diventato troppo lungo. Devo controllare quarantasette punti prima di varcare la soglia. Se ne dimentico uno? Se sbaglio sequenza?

Non ricevo più visite. Non ho ancora scritto il regolamento per gli ospiti. Senza regolamento, non c’è sicurezza.

Non dormo più bene. La posizione del cuscino deve essere verificata ogni ora. La coperta va piegata in diagonale prima di essere distesa. Il respiro deve seguire il ritmo 4-7-8. Se sbaglio, ricomincio.

Non vivo. Mi eseguo.

Il codice mi ha salvato. Ora mi soffoca.

Stasera, mentre compilo il registro delle regole, volume dodici, mi accorgo di qualcosa. La mano trema. Il cuore accelera. Ho dimenticato di numerare la pagina. Una pagina senza numero. Una falla.

Mi alzo di scatto. Corro alla libreria. Controllo tutti i volumi. Cerco errori, omissioni, incongruenze. Trovo una nota scritta a matita. Non in penna. Una violazione. Una vergogna.

Il respiro si fa corto. Le regole mi stringono come corde invisibili. Ogni parete della casa è una clausola. Ogni oggetto è una norma. Ogni pensiero è un dovere.

Mi siedo. Chiudo gli occhi. Vorrei smettere. Vorrei spegnere tutto.

Ma non posso.

Non ho ancora scritto la regola per porre fine a tutto questo.

 

martedì 19 maggio 2026

SPECCHI

La sveglia suonò alle sei e quarantacinque, come ogni mattina. Fuori, la città era avvolta da una nebbia lattiginosa che filtrava appena tra le persiane. Marco si alzò con la solita lentezza, ancora intorpidito dal sonno. La casa era silenziosa, il parquet freddo sotto i piedi nudi. Si trascinò in bagno, accese la luce e si avvicinò allo specchio.

Si bloccò.

Sul suo volto, nitidi e scuri, c’erano dei baffi. Non una peluria incerta, ma baffi veri, folti, curati. Rimase immobile, il cuore accelerato. Non aveva mai portato i baffi. Mai. Si chinò, si toccò il viso. Erano reali. La pelle sotto era ruvida, il pelo denso. Si lavò il viso, sperando che fosse un’allucinazione, ma i baffi restavano lì, come fossero scolpiti.

Turbato e confuso, comunque si vestì. Scelse un maglione grigio che non indossava da tempo. Uscì di casa con il passo incerto, il cielo era ancora opaco, le strade umide di sottile pioggia notturna. Arrivato in ufficio, si sedette alla sua scrivania, cercando di comportarsi come sempre, ma ogni sguardo dei colleghi lo faceva sobbalzare. Possibile che nessuno facesse commenti?

A metà mattina, si avvicinò a Chiara, la collega con la quale aveva più confidenza. "Non noti in me nulla di particolare?" chiese, cercando di mantenere la voce ferma.

Lei lo guardò, sorrise. "Sì, il maglione che hai oggi è bellissimo. Ti sta proprio bene".

Marco annuì, ma dentro sentiva un vortice. Non disse nulla dei baffi. Appena poté, si rifugiò nel bagno dell’ufficio. Le luci al neon tremolavano, il pavimento rifletteva un pallore metallico. Si avvicinò allo specchio.

Ora aveva anche la barba. Una barba scura, che gli copriva il mento e le guance. Si toccò il volto, tremando. Era lì. Reale. Si chiuse in un cubicolo, seduto sulla tazza con la testa tra le mani. Il tempo sembrava sospeso. Sentiva il brusio oltre la porta, ma era come se fosse in un altro mondo.

Chiara, non vedendolo tornare, dopo un po' lo andò a cercare. Bussò. "Marco? Tutto bene?"

Lui uscì, cercando di sorridere. "Sì, solo un po’ di mal di testa". Lei lo squadrò. "Hai esagerato con i bagordi ieri sera, eh?" Della barba non disse nulla.

Marco tornò in ufficio, si sedette alla scrivania, ma non riusciva a concentrarsi. Ogni volta che si muoveva, sentiva il peso della barba, la presenza dei baffi. Alla fine, si alzò. "Non mi sento bene. Vado a casa".

Uscì quasi di corsa. Le strade erano affollate, il cielo si era schiarito ma lui si sentiva soffocare. Ogni volto che incrociava sembrava fissarlo. Si fermò davanti a una vetrina. Il riflesso gli restituì un’immagine che non riconosceva: capelli grigi, ricci, lunghi. Lui li aveva sempre avuti lisci e scuri.

Si voltò di scatto, come se potesse fuggire da sé stesso. Arrivato a casa, chiuse la porta a chiave, abbassò tutte le tapparelle. Il silenzio era totale. Si precipitò in bagno.

Lo specchio mostrava il suo volto di sempre. Niente baffi. Niente barba. Capelli corti, lisci, scuri. Si appoggiò al lavandino, sudato, tremante. "È lo stress" mormorò. "Solo stress. Suggestione. Stanchezza".

Prese una pillola per dormire, si infilò sotto le coperte. Il letto era freddo, ma rassicurante. "Domani starò meglio" pensò. "Domani sarà di nuovo tutto normale".

Appoggiò la testa sul cuscino. Una strana sensazione lo colpì. Ruvida. Densa. Si toccò il volto.

Una barba foltissima gli copriva la pelle.

 

sabato 16 maggio 2026

CANZONI DELLA GIOVINEZZA (13) - "THE KILLING MOON" - ECHO & THE BUNNYMEN

(Quindici canzoni che mi hanno fatto amare la musica pop/rock)

Se il post-punk ha mai avuto un momento di pura perfezione mistica, lo si deve agli Echo and the Bunnymen. Emersi dalla vivace scena di Liverpool di fine anni '70, hanno trasformato la freddezza della New Wave in un'esperienza psichedelica e orchestrale.

Formatasi nel 1978, la band era composta dall'iconico frontman Ian McCulloch, dal geniale chitarrista Will Sergeant, dal bassista Les Pattinson e dal batterista Pete de Freitas.

Mentre i loro contemporanei (come ad esempio i Joy Division) scavavano nell'oscurità industriale, i Bunnymen guardavano al cielo e al mare. Il loro sound univa l'oscurità dei Doors, la maestosità di Bowie e il suono di chitarre cristallino degli anni '60, creando un rock epico e "panoramico" che li ha resi una delle band più amate e rispettate della loro generazione.

Pubblicata nel 1984 come singolo principale dell'album Ocean Rain, The Killing Moon è stata definita dallo stesso McCulloch, con la sua tipica modestia, come "la più grande canzone mai scritta".

Il brano si apre con un'introduzione di chitarra acustica dal sapore quasi flamenco e un violoncello drammatico. È una traccia che trasuda mistero, evocando un'eclissi lunare in una notte senza tempo.

Will Sergeant usa la chitarra elettrica non per fare riff, ma per creare ricami orientali e spaziali. La voce di McCulloch è al suo apice: profonda, vellutata e intrisa di un fatalismo romantico.

Le parole sono un'esplorazione del destino e della morte (o della fine di un amore). La metafora della luna che "uccide" e il verso "Fate up against your will" (Il destino contro la tua volontà) catturano l'essenza stessa dell'esistenzialismo pop.

The Killing Moon non è solo una hit, ma un pilastro culturale. Questo brano ha dimostrato che si poteva essere estremamente popolari senza sacrificare la complessità artistica. È una canzone che suona ancora oggi moderna e priva di quella produzione un po' datata tipica degli anni '80.

La sua inclusione nella scena d'apertura del film cult Donnie Darko l'ha resa immortale per le nuove generazioni, legando indissolubilmente il brano a un senso di nostalgia sovrannaturale e malinconia adolescenziale.

Insieme a band come gli U2 e i Waterboys, i Bunnymen hanno contribuito a creare quello stile maestoso e spirituale che ha dominato il rock britannico di metà decennio degli '80, pur mantenendo un'eleganza poetica che pochi altri potevano vantare.

 

martedì 12 maggio 2026

GIOCHI NELL'ERBA

Mangi in fretta, quasi senza masticare. Una domenica sì e una no, il ritmo del tuo tempo libero é scandito dal calendario del campionato di calcio dilettanti. Butti giù l'ultimo boccone e ti alzi da tavola: vuoi andare a vedere la partita, giù in paese, dove gioca la squadra del tuo paese.

Per fare più in fretta, decidi di non seguire la strada asfaltata. Ti incammini attraverso i campi, tagliando dritto verso la meta. Ti muovi con cautela, facendo attenzione a non calpestare le coltivazioni che a fine maggio sono già rigogliose e cariche di promesse; cammini lungo i fossi, in equilibrio tra l'erba alta e la terra smossa.

Arrivi al campetto giusto in tempo. Le squadre sono già quasi pronte a dare inizio alla sfida. Ti dirigi con passo sicuro verso il tuo posto: ti sistemi, come sempre, dietro la porta della tua squadra. È da lì che godi della visuale migliore, quasi a voler proteggere anche tu quella linea bianca tra i due pali.

Vedi arrivare il portiere. Tasca è il tuo idolo. Ha già una certa età e, a guardarlo bene, non è molto alto per essere un portiere; è un po' tracagnotto, ha persino un accenno di pancia che spunta dalla maglia grigia. Anche nell'aspetto sembra sempre un po' trascurato, come se si fosse appena alzato dal letto: gli occhi sono assonnati, i capelli arruffati e sul viso ha un'ombra di barba non rasata.

Eppure, sai che tra i pali è un vero giaguaro. Certo, per via della statura le uscite non sono esattamente il suo forte, anche se se la cava con l'esperienza; ma sulla linea è un vero portento. Sembra che abbia le molle sotto i piedi ogni volta che scatta per deviare un pallone impossibile.

La squadra avversaria è forte, la prima in classifica, e lo dimostra subito. Attaccano per tutto il primo tempo, schiacciandovi nella vostra area. Ma grazie a una difesa disperata e ad alcune strepitose parate di Tasca, che vola da un palo all'altro, si finisce sullo zero a zero. Reti inviolate.

Nell'intervallo, senti il bisogno di muoverti. Fai due passi fuori dal recinto per smaltire la tensione dell'incontro. Nel prato accanto al campetto noti un capannello di persone. Ti avvicini incuriosito e riconosci le facce: sono ragazzi e ragazze delle case popolari. Tra loro, scorgi Dina, una tua compagna di scuola.

Ridono e scherzano facendo rumore. Oggi fa molto caldo e Dina è sdraiata sul prato accanto a un ragazzo molto più grande di lei. All'improvviso, rimani sbalordito: vedi che si baciano con una foga che non ti saresti mai aspettato. Iniziano a rotolarsi sull'erba, avvinghiati l'uno all'altra, mentre lei ride a tutto spiano, con una vitalità quasi sfrontata.

Rimani molto turbato dalla scena. Pensi a Dina quando è in classe: tra i ragazzi delle case popolari è l'unica brava a scuola, ma è sempre così seria, non parla quasi mai, sta sempre isolata da tutti, chiusa nel suo silenzio.

Tutto quello che vedi ora è in violento contrasto con l'immagine che avevi di lei. Dina continua a ridere, a schiamazzare e a stringersi a quel ragazzo grande e sconosciuto. Ti senti un intruso. Ti allontani velocemente, col cuore che batte forte, per il timore di essere riconosciuto. Sei imbarazzato, confuso, scosso.

Riprendi posizione dietro la porta della tua squadra. Il secondo tempo è già iniziato, ma per te la partita è cambiata. Guardi il campo in maniera distratta, quasi non ti accorgi di ciò che accade. I contrasti, i lanci, le urla dei tifosi ti arrivano come un ronzio lontano.

Anche Tasca è cambiato ai tuoi occhi. Non lo vedi più come un eroe della domenica, ma solo come un vecchio giocatore un po' sciatto, un uomo appesantito che arranca tra i pali. Il fascino del calcio si è improvvisamente spento.

Non aspetti nemmeno il fischio finale. Te ne vai prima che la partita sia finita, voltando le spalle al campo. Cammini verso casa, ma in mente non hai le azioni o le parate; continui a rivedere quegli altri giochi nell'erba, quelli a cui stava giocando Dina.


sabato 9 maggio 2026

CANZONI DELLA GIOVINEZZA (12) - "TOO MUCH SPICE" - HUSKER DU

(Quindici canzoni che mi hanno fatto amare la musica pop/rock)

Gli Hüsker Dü sono stati una delle band più incendiarie e rivoluzionarie degli anni '80. Nati a Minneapolis come un trio di musica hardcore punk suonata velocissima, hanno finito per riscrivere le regole del rock alternativo, iniettando melodie pop cristalline in un muro di rumore bianco.

Il trio era composto da Bob Mould (chitarra e voce), Grant Hart (batteria e voce) e Greg Norton (basso). La loro importanza risiede nell'incredibile dualità creativa tra Mould e Hart: due autori formidabili che hanno trasformato la rabbia del punk in qualcosa di psichedelico, introspettivo e melodico.

Senza di loro, il Grunge e l'Alternative Rock degli anni '90 (Nirvana e Pixies soprattutto) non sarebbero mai esistiti. Gli Hüsker Dü sono stati i primi a passare da un'etichetta indipendente storica come la SST a una major (la Warner Bros), aprendo la strada a tutto il rock underground.

Inserito nel celebre album del 1985 "Flip Your Wig", il brano "Too much spice" rappresenta perfettamente il momento in cui la band ha trovato l'equilibrio perfetto tra ferocia e melodia.

Il pezzo corre su un ritmo serrato e nervoso, tipico delle radici hardcore del gruppo, ma è sorretto da una linea melodica che sembra quasi uscita da un disco dei Beatles sotto anfetamine.

La chitarra di Bob Mould è un "trapano" sonoro: usa una distorsione densa e metallica che satura l'aria, ma riesce comunque a far emergere accordi luminosi. La batteria di Grant Hart è, come sempre, forsennata ma molto precisa.

Il brano parla di eccesso, di saturazione e del senso di sopraffazione tipico della vita moderna. Il titolo stesso, "Troppe spezie", è una metafora dell'andare oltre il limite, un tema ricorrente nella poetica tormentata della band.

Sebbene gli Hüsker Dü abbiano scritto "inni" ancora più famosi (come Don't Want to Know If You Are Lonely), "Too Much Spice" è cruciale per diversi motivi.

Innanzitutto per l'invenzione del Power-Pop "distorto": Questo brano è un manuale su come scrivere una canzone pop perfetta seppellendola sotto strati di feedback. È la formula che i Nirvana avrebbero portato al successo mondiale pochi anni dopo.

Inoltre questo pezzo dimostra che il punk non doveva per forza limitarsi a tre accordi gridati, ma poteva essere complesso, strutturato e musicalmente sofisticato senza perdere un briciolo di energia.

La band riesce a dimostrare che l'hardcore era diventato troppo stretto per la loro creatività.

 

martedì 5 maggio 2026

PROPRIO COME TEX

Il signor Carlo aveva più di  settant’anni, e nessuno avrebbe mai sospettato che dietro il suo aspetto mite e tranquillo di pensionato si nascondesse un'altra personalità. Fin da ragazzo lui si era immedesimato nel suo eroe: Tex Willer. Ne aveva letto i fumetti, e continuava a farlo, ne aveva imparato il linguaggio, cercato di assorbire le qualità del ranger. Ma al bar del paese, dove ogni pomeriggio si ritrovava con gli amici, nessuno conosceva davvero questa sua passione. Non ne parlava mai, temeva di essere preso in giro, preferiva mantenerla segreta.

Quel giorno, era un festivo, il locale era piuttosto affollato. Il barista serviva bicchieri di vino e grappini, e Carlo chiacchierava tranquillo con i suoi compagni di tavolo. All’improvviso, due uomini entrarono barcollando. Forse ubriachi, forse solo in cerca di guai. Cominciarono a urlare, a urtare le sedie, a infastidire gli altri avventori.

Gli amici di Carlo si fecero piccoli, intimoriti. Il barista guardava la scena senza sapere che cosa fare.

Uno dei due balordi si avvicinò al tavolo di Carlo e sbatté il pugno sul legno. "E voi, vecchiacci, che avete da guardare? Perché non mettete mano alla pensione e ci offrite da bere?" E giù risate sguaiate.

Tutti zitti, fino a quando Carlo si alzò lentamente, tra lo stupore generale. La sua voce, di solito pacata, si fece all'improvviso ferma e dura. "Amico, ascoltami bene" disse. "Te la stai prendendo con la persona sbagliata. E la gente che sta in questo posto non vuole essere disturbata. Vuole bere in pace".

Il tipaccio rise ancora di più, sostenuto dal compare a fianco. "E tu chi saresti, vecchio? Lo sceriffo?"

Gli amici di Carlo erano terrorizzati. Nei loro occhi si leggeva la paura. Quei tipi, così alterati, potevano essere pericolosi.

Carlo invece fissò entrambi negli occhi, con lo sguardo che aveva imparato da Tex. "Sono uno che non ama i prepotenti. E ti consiglio di abbassare la cresta prima che qualcuno ti faccia assaggiare il pavimento".

A quel punto il silenzio calò nel locale. Persino il barista smise di respirare. Perché Carlo, di solito persona mite e ragionevole, li stava provocando? L’altro tizio, quello che non aveva ancora parlato, tirò fuori un coltello. "Vediamo se hai ancora voglia di muovere la lingua, nonno".

Carlo non esitò. Con un pugno secco colpì il primo sul mento, facendolo crollare sulla sedia, che andò a pezzi. Poi, con un calcio ben assestato, disarmò il secondo, il coltello volò via e l'energumeno finì a terra. In pochi istanti, i due erano fuori combattimento, mentre tutto intorno c'erano sedie rovesciate, bicchieri infranti, e un silenzio incredulo.

Gli amici di Carlo lo guardavano sbalorditi. Non lo riconoscevano più. "Ma… Carlo… tu…" balbettò uno di loro, senza riuscire a continuare.

Il pensionato settantenne si passò una mano tra i capelli radi, respirò profondamente e, con un mezzo sorriso, si voltò verso il bancone. "Barista" disse con voce tonante. "Da bere per tutti!"

Un applauso spontaneo scoppiò nel locale. Nessuno avrebbe mai dimenticato quel giorno in cui il vecchio Carlo, sempre calmo e bonario, si era trasformato in Tex Willer.