Il sole del mattino filtrava attraverso le ampie vetrate dell'attico,
illuminando ogni granello di polvere che osava depositarsi sui mobili di
design. Luca Marzo si controllò i polsini della camicia di seta, aggiustandoli
con una precisione millimetrica. Era un giovane uomo sulla trentina, dai
lineamenti affilati e i capelli così perfettamente pettinati da sembrare
scolpiti. L'arroganza gli si leggeva nello sguardo, unita a una cura estetica
quasi maniacale che lo rendeva freddo, quasi finto.
Con un gesto sbrigativo della mano, convocò l'anziana governante.
"Lisa, vieni qui," esordì senza guardarla negli occhi. Poi,
sbrigativo: "Devi licenziare l'autista".
La donna, che stava sistemando dei fiori in un vaso di cristallo, si bloccò.
Il viso le si fece pallido. "Licenziare... chi? Mariano?" chiese
sgomenta.
Luca sollevò un sopracciglio, un sorrisetto di scherno a increspargli le
labbra. "Quanti autisti abbiamo in questa casa, Lisa? Certo, proprio
lui".
"Ma perché? Che cosa ha fatto di male?" domandò la domestica,
stringendosi le mani al petto.
Luca sbuffò, passandosi una mano sulla fronte come se fornire spiegazioni
fosse un compito terribilmente noioso. "Ieri ero in auto con lui,"
iniziò, finalmente degnandola di uno sguardo. "Gli ho detto per ben due
volte di rallentare l'andatura. Per i miei gusti stava andando troppo veloce.
Lui ha detto di sì, ha annuito come un idiota, ma non l'ha fatto. È rimasto
sulla stessa velocità. Allora gli ho ordinato di fermarsi a una stazione di
servizio".
"E dopo?" chiese Lisa, con il fiato sospeso.
"Sono sceso dall'auto e gli ho detto di aspettare. Poi sono entrato
nella stazione, ho chiamato un taxi, e me ne sono andato da un'uscita
secondaria. Lui non si è accorto di nulla. Credo abbia aspettato almeno un paio
d'ore come un cane fedele davanti a un negozio. Poi sarà venuto a cercarmi, non
mi avrà trovato, e qualcuno gli avrà detto che ero già andato via. Sarà tornato
a casa". Luca fece una pausa, il tono che diventava tagliente. "In
ogni caso, non tollero chi non mi ubbidisce. Se ne deve andare subito".
"Ma signor Luca... è più di vent'anni che Mariano lavora per
l'azienda," tentò di mediare la governante, la voce che le tremava. "Era
già l'autista di suo padre. E non ha mai avuto un solo incidente in vita sua! Guida
molto bene, è prudente..."
"Senti," la interruppe lui, alzando il volume della voce. "Se
ti dico che stava andando troppo veloce, mi devi credere. Stava guidando in
maniera pericolosa. Punto".
Mentre parlava, un brivido freddo attraversò la schiena di Luca. Sapeva perfettamente
che Mariano non stava correndo; la verità era che, da qualche tempo, Luca
provava un terrore cieco non appena l'auto superava i quaranta all'ora.
Un'ansia soffocante che non riusciva a controllare. Dovrò parlarne con lo
psicologo, annotò mentalmente. Ma il fatto che Mariano non avesse percepito
la sua paura e non avesse eseguito l'ordine all'istante lo aveva fatto
infuriare più della velocità stessa.
"Signor Luca," insistette Lisa, facendo un passo avanti, verso di
lui. "Io lavoro con la sua famiglia da quarant'anni. Conosco lei da quando
era in fasce. Per favore, non licenzi Mariano. È una brava persona, ha una
famiglia da mantenere... a cinquant'anni faticherà a trovare un altro lavoro,
anche se avrà buone referenze".
Luca la guardò con un'espressione di puro disprezzo. "Non ho nessuna
intenzione di concedere referenze".
"Ma signor Luca!" ribatté la governante, inorridita. "Allora
lei è proprio crudele!"
Luca si fermò. Ripeté quella parola lentamente, assaporandola come un vino
d'annata. "Crudele? Dici che sono crudele? Lisa... sei licenziata anche
tu".
La donna rimase a bocca aperta, gli occhi sbarrati. Provò a parlare, a
protestare, ma non fu in grado di articolare nemmeno un suono. Il silenzio
nella stanza divenne pesante, rotto solo dal ticchettio dell'orologio d'oro al
polso di Luca.
Senza aggiungere altro, lui le voltò le spalle e si avviò verso l'uscita.
Mentre camminava, sentì un calore improvviso, una scarica di adrenalina mista a
una soddisfazione profonda, quasi un piacere fisico che gli partiva dallo
stomaco. Licenziare le persone lo faceva sentire potente, vivo.
Dovrò farlo più spesso, pensò, sistemandosi ancora una
volta il colletto della camicia. Certo, sapeva che avrebbe dovuto parlare di
quella cosa con lo psicologo, insieme alla sua fobia per i viaggi in auto, ma
per il momento quel senso di dominio assoluto era la medicina migliore del
mondo.











