Il
gessetto bianco sulle mani enormi di Adolfo Forzati sembrava farina su due
pagnotte pronte per il forno. Con i suoi centoventi chili distribuiti su una
corporatura imponente, Adolfo dominava la massima categoria (+110 kg) del
sollevamento pesi nazionale. Era un atleta formidabile, uno di quelli che
vedevano il sogno delle Olimpiadi a portata di mano. Eppure, dietro quella
montagna di muscoli e lo sguardo mite, si nascondeva un uomo molto semplice,
paralizzato da una timidezza cronica, soprattutto con le donne. La sua stessa
stazza e una naturale goffaggine lo facevano sentire perennemente fuori posto,
un elefante in un negozio di cristalli ogni volta che incrociava lo sguardo di
qualche esponente del gentil sesso.
Quel giorno, la pedana della gara più importante dell'anno
lo aspettava, ma Adolfo si sentiva spento. Il ferro dei bilancieri pesava più
del solito. Certo, la vita sportiva andava a gonfie vele, ma tutto il resto era
un deserto di solitudine. Una sottile depressione gli opprimeva il petto.
Mentre si concentrava per l’inizio della competizione, un
brusio insolito scosse le tribune. C'era un'agitazione frenetica nel settore
d'onore.
«Ma che succede lassù?» chiese Adolfo al suo allenatore,
indicando con un cenno del capo la folla in movimento.
L'allenatore si voltò, sgranando gli occhi. «Non la
riconosci?» esclamò tutto entusiasta, dandogli una pacca sulla spalla. «È la
Presidente del Consiglio!»
Adolfo sollevò lo sguardo verso la tribuna autorità. Vide
una donnetta minuta dai capelli biondi, quasi inghiottita e sovrastata da un
cordone di uomini in giacca scura, massicci e guardinghi, che le stavano
attorno. Adolfo non seguiva molto la politica, preferendo i fatti alle parole,
ma dopo qualche istante la riconobbe. Negli spogliatoi, aveva sentito alcuni
colleghi parlare molto bene di lei. Se la memoria non lo ingannava, dicevano
che a quella donna stava immensamente a cuore la patria.
La patria, pensò Adolfo, sentendo una corda
vibrare nel cuore. Anche a lui stava a cuore il proprio Paese; non perdeva mai
occasione di ripetere a chiunque che si considerava un vero, autentico
patriota.
D'un tratto, la figura bionda si mosse. Accompagnata dalla
scorta, iniziò a scendere i gradini della tribuna, dirigendosi proprio verso la
zona della pedana.
«Vuole salutare gli atleti!» annunciò l'allenatore,
visibilmente emozionato.
A quelle parole, Adolfo sentì lo stomaco aggrovigliarsi.
L'agitazione lo assalì all'improvviso: una donna, e per giunta così importante,
stava per parlargli. La Presidente arrivò a passo sicuro. L'allenatore di
Adolfo si fece avanti per primo, la salutò con un profondo inchino e le
sussurrò qualcosa a bassa voce, indicando il suo campione.
Quando la donna giunse finalmente di fronte ad Adolfo,
l'atleta si irrigidì come una statua di sale. Lei gli rivolse un primo, fugace
sorriso, ma poi il suo volto divenne improvvisamente molto serio. Lo fissò
negli occhi e, con tono solenne, gli disse: «Non manchi di onorare la patria!»
Adolfo sentì il sangue pompare violentemente al viso.
Arrossì fino alla radice dei capelli e riuscì solo ad annuire goffamente. Che bella donna!, pensò,
folgorato da quel carisma così minuto eppure così potente.
La gara ebbe finalmente inizio. Nonostante la tensione,
Adolfo si comportò magnificamente. Alzata dopo alzata, la concorrenza si scremò
fino a quando non rimasero in corsa per la vittoria soltanto lui e un
fortissimo atleta kazako. Quest'ultimo, tuttavia, fallì le sue ultime alzate
decisive, lasciando la strada spianata all'azzurro.
L'allenatore corse verso Adolfo, trionfante. «Puoi stare
anche sotto il tuo primato personale e vincerai lo stesso! Gestiamo la misura,
l'oro è tuo!»
Ma Adolfo non sentiva ragioni. Nella sua mente risuonavano
solo quelle parole: Non manchi di
onorare la patria. Lui non aveva fatto un semplice calcolo sportivo; aveva
fatto una promessa. E un vero patriota non si accontentava di vincere per il
rotto della cuffia. Voleva trionfare, voleva compiere un'impresa leggendaria
per quella donna e per il suo Paese.
Rimaneva da fare la prova di slancio. Adolfo guardò i
giudici del tavolo tecnico e ordinò la misura: duecentottanta chili. Un peso
mostruoso, molto superiore al primato mondiale assoluto.
L'allenatore sbiancò. «No!» riuscì solo a gridare,
stringendogli il braccio nel tentativo disperato di fermarlo.
Ma Adolfo non sentiva ragione. Il suo sguardo era fisso sul
bilanciere. Non poteva deludere la Presidente.
Si avvicinò alla pedana. Il silenzio nel palazzetto divenne
smisurato, carico di una tensione insostenibile. Adolfo si piegò, afferrò il
bilanciere zigrinato e, con un ruggito primordiale, sollevò l'acciaio
portandoselo al petto. Il carico era immenso. Il suo viso divenne
immediatamente congestionato, paonazzo, le vene del collo gonfie come corde,
mentre gocce di sudore copioso rigavano il pavimento.
Con un ultimo, disperato sforzo, Adolfo cercò di spingere
il bilanciere sopra la testa. Ma la fisica fu più forte della volontà. L'alzata
risultò sbilenca, asimmetrica. Un braccio cedette di colpo sotto quel peso
disumano; immediatamente dopo, le gambe si piegarono all'indietro.
Il bilanciere lo travolse con tutta la sua furia
distruttiva. La sbarra di ferro crollò rovinosamente, andandosi ad appoggiare
con violenza inaudita direttamente sul collo dell'atleta, schiacciandolo contro
la pedana. Il peso lo soffocò all'istante, spezzando ogni respiro prima ancora
che i soccorritori e l'allenatore potessero intervenire per sollevare quel
macigno.
Tra il silenzio attonito e l'orrore del palazzetto, il
dramma si era consumato. La patria aveva un nuovo martire.







