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giovedì 21 maggio 2026

TUTTO IN REGOLA

Mi sveglio ogni mattina alle 6:03. Non alle sei, non alle sei e cinque. Alle sei e tre. È la prima regola. Il mio corpo la conosce, la rispetta. Non ho bisogno di sveglia. L’orologio da polso, un Omega del ’67 è regolato con precisione maniacale. Lo controllo comunque, ogni mattina, appena apro gli occhi. Se segna 6:03, posso alzarmi.

Scendo dal letto con il piede destro. Il sinistro non deve toccare il pavimento finché non ho indossato la pantofola. Mi muovo verso il bagno seguendo il percorso stabilito: sei passi in linea retta, svolta a sinistra, tre passi, porta. La porta si apre con la mano sinistra. Mai con la destra. L’ho scritto nel quaderno delle regole, volume primo, pagina due.

Ogni gesto ha una forma. Ogni forma ha una sequenza. Ogni sequenza ha una ragione. Senza regole, il mondo si frantuma. Senza regole, io vado a pezzi.

La colazione è alle 6:17. Due fette di pane tostato, spalmate con esattamente sette grammi di marmellata d’arancia. Il tè deve stare in infusione per tre minuti e quaranta secondi. Il cucchiaino va posato sul piattino con il manico rivolto a nord-est. La tazza si solleva con la destra, si poggia con la sinistra. Se sbaglio, ricomincio.

Lavoro da casa. Sono contabile. I numeri mi rassicurano. I numeri obbediscono. I numeri non tradiscono. I numeri sono come me.

I documenti sono archiviati secondo un sistema che ho inventato nel 1998. Le cartelle sono etichettate con codici cromatici. Le sottocartelle con date in formato inverso. I fogli si piegano in tre, mai in due. Le penne blu per le entrate, nere per le uscite. Le rosse sono proibite. Le rosse sono il caos.

La mia casa è silenziosa. Ordinata. Immobile. Ogni oggetto ha un posto. Ogni posto ha un oggetto. Le tende si aprono alle 8:01. Si chiudono alle 18:59. Le luci si accendono in sequenza: cucina, studio, salotto. Mai il contrario.

All’inizio, le regole mi proteggevano. Mi davano pace. Mi davano forma. Ma ora, le regole forse sono troppe.

Ogni giorno ne aggiungo una. Una nuova norma. Una nuova clausola. Non posso evitarlo. Se non lo faccio, sento che qualcosa andrà storto. Che il mondo si spezzerà. Che io andrò a pezzi.

Non esco più di casa. Il protocollo per uscire è diventato troppo lungo. Devo controllare quarantasette punti prima di varcare la soglia. Se ne dimentico uno? Se sbaglio sequenza?

Non ricevo più visite. Non ho ancora scritto il regolamento per gli ospiti. Senza regolamento, non c’è sicurezza.

Non dormo più bene. La posizione del cuscino deve essere verificata ogni ora. La coperta va piegata in diagonale prima di essere distesa. Il respiro deve seguire il ritmo 4-7-8. Se sbaglio, ricomincio.

Non vivo. Mi eseguo.

Il codice mi ha salvato. Ora mi soffoca.

Stasera, mentre compilo il registro delle regole, volume dodici, mi accorgo di qualcosa. La mano trema. Il cuore accelera. Ho dimenticato di numerare la pagina. Una pagina senza numero. Una falla.

Mi alzo di scatto. Corro alla libreria. Controllo tutti i volumi. Cerco errori, omissioni, incongruenze. Trovo una nota scritta a matita. Non in penna. Una violazione. Una vergogna.

Il respiro si fa corto. Le regole mi stringono come corde invisibili. Ogni parete della casa è una clausola. Ogni oggetto è una norma. Ogni pensiero è un dovere.

Mi siedo. Chiudo gli occhi. Vorrei smettere. Vorrei spegnere tutto.

Ma non posso.

Non ho ancora scritto la regola per porre fine a tutto questo.

 

martedì 19 maggio 2026

SPECCHI

La sveglia suonò alle sei e quarantacinque, come ogni mattina. Fuori, la città era avvolta da una nebbia lattiginosa che filtrava appena tra le persiane. Marco si alzò con la solita lentezza, ancora intorpidito dal sonno. La casa era silenziosa, il parquet freddo sotto i piedi nudi. Si trascinò in bagno, accese la luce e si avvicinò allo specchio.

Si bloccò.

Sul suo volto, nitidi e scuri, c’erano dei baffi. Non una peluria incerta, ma baffi veri, folti, curati. Rimase immobile, il cuore accelerato. Non aveva mai portato i baffi. Mai. Si chinò, si toccò il viso. Erano reali. La pelle sotto era ruvida, il pelo denso. Si lavò il viso, sperando che fosse un’allucinazione, ma i baffi restavano lì, come fossero scolpiti.

Turbato e confuso, comunque si vestì. Scelse un maglione grigio che non indossava da tempo. Uscì di casa con il passo incerto, il cielo era ancora opaco, le strade umide di sottile pioggia notturna. Arrivato in ufficio, si sedette alla sua scrivania, cercando di comportarsi come sempre, ma ogni sguardo dei colleghi lo faceva sobbalzare. Possibile che nessuno facesse commenti?

A metà mattina, si avvicinò a Chiara, la collega con la quale aveva più confidenza. "Non noti in me nulla di particolare?" chiese, cercando di mantenere la voce ferma.

Lei lo guardò, sorrise. "Sì, il maglione che hai oggi è bellissimo. Ti sta proprio bene".

Marco annuì, ma dentro sentiva un vortice. Non disse nulla dei baffi. Appena poté, si rifugiò nel bagno dell’ufficio. Le luci al neon tremolavano, il pavimento rifletteva un pallore metallico. Si avvicinò allo specchio.

Ora aveva anche la barba. Una barba scura, che gli copriva il mento e le guance. Si toccò il volto, tremando. Era lì. Reale. Si chiuse in un cubicolo, seduto sulla tazza con la testa tra le mani. Il tempo sembrava sospeso. Sentiva il brusio oltre la porta, ma era come se fosse in un altro mondo.

Chiara, non vedendolo tornare, dopo un po' lo andò a cercare. Bussò. "Marco? Tutto bene?"

Lui uscì, cercando di sorridere. "Sì, solo un po’ di mal di testa". Lei lo squadrò. "Hai esagerato con i bagordi ieri sera, eh?" Della barba non disse nulla.

Marco tornò in ufficio, si sedette alla scrivania, ma non riusciva a concentrarsi. Ogni volta che si muoveva, sentiva il peso della barba, la presenza dei baffi. Alla fine, si alzò. "Non mi sento bene. Vado a casa".

Uscì quasi di corsa. Le strade erano affollate, il cielo si era schiarito ma lui si sentiva soffocare. Ogni volto che incrociava sembrava fissarlo. Si fermò davanti a una vetrina. Il riflesso gli restituì un’immagine che non riconosceva: capelli grigi, ricci, lunghi. Lui li aveva sempre avuti lisci e scuri.

Si voltò di scatto, come se potesse fuggire da sé stesso. Arrivato a casa, chiuse la porta a chiave, abbassò tutte le tapparelle. Il silenzio era totale. Si precipitò in bagno.

Lo specchio mostrava il suo volto di sempre. Niente baffi. Niente barba. Capelli corti, lisci, scuri. Si appoggiò al lavandino, sudato, tremante. "È lo stress" mormorò. "Solo stress. Suggestione. Stanchezza".

Prese una pillola per dormire, si infilò sotto le coperte. Il letto era freddo, ma rassicurante. "Domani starò meglio" pensò. "Domani sarà di nuovo tutto normale".

Appoggiò la testa sul cuscino. Una strana sensazione lo colpì. Ruvida. Densa. Si toccò il volto.

Una barba foltissima gli copriva la pelle.

 

sabato 16 maggio 2026

CANZONI DELLA GIOVINEZZA (13) - "THE KILLING MOON" - ECHO & THE BUNNYMEN

(Quindici canzoni che mi hanno fatto amare la musica pop/rock)

Se il post-punk ha mai avuto un momento di pura perfezione mistica, lo si deve agli Echo and the Bunnymen. Emersi dalla vivace scena di Liverpool di fine anni '70, hanno trasformato la freddezza della New Wave in un'esperienza psichedelica e orchestrale.

Formatasi nel 1978, la band era composta dall'iconico frontman Ian McCulloch, dal geniale chitarrista Will Sergeant, dal bassista Les Pattinson e dal batterista Pete de Freitas.

Mentre i loro contemporanei (come ad esempio i Joy Division) scavavano nell'oscurità industriale, i Bunnymen guardavano al cielo e al mare. Il loro sound univa l'oscurità dei Doors, la maestosità di Bowie e il suono di chitarre cristallino degli anni '60, creando un rock epico e "panoramico" che li ha resi una delle band più amate e rispettate della loro generazione.

Pubblicata nel 1984 come singolo principale dell'album Ocean Rain, The Killing Moon è stata definita dallo stesso McCulloch, con la sua tipica modestia, come "la più grande canzone mai scritta".

Il brano si apre con un'introduzione di chitarra acustica dal sapore quasi flamenco e un violoncello drammatico. È una traccia che trasuda mistero, evocando un'eclissi lunare in una notte senza tempo.

Will Sergeant usa la chitarra elettrica non per fare riff, ma per creare ricami orientali e spaziali. La voce di McCulloch è al suo apice: profonda, vellutata e intrisa di un fatalismo romantico.

Le parole sono un'esplorazione del destino e della morte (o della fine di un amore). La metafora della luna che "uccide" e il verso "Fate up against your will" (Il destino contro la tua volontà) catturano l'essenza stessa dell'esistenzialismo pop.

The Killing Moon non è solo una hit, ma un pilastro culturale. Questo brano ha dimostrato che si poteva essere estremamente popolari senza sacrificare la complessità artistica. È una canzone che suona ancora oggi moderna e priva di quella produzione un po' datata tipica degli anni '80.

La sua inclusione nella scena d'apertura del film cult Donnie Darko l'ha resa immortale per le nuove generazioni, legando indissolubilmente il brano a un senso di nostalgia sovrannaturale e malinconia adolescenziale.

Insieme a band come gli U2 e i Waterboys, i Bunnymen hanno contribuito a creare quello stile maestoso e spirituale che ha dominato il rock britannico di metà decennio degli '80, pur mantenendo un'eleganza poetica che pochi altri potevano vantare.

 

martedì 12 maggio 2026

GIOCHI NELL'ERBA

Mangi in fretta, quasi senza masticare. Una domenica sì e una no, il ritmo del tuo tempo libero é scandito dal calendario del campionato di calcio dilettanti. Butti giù l'ultimo boccone e ti alzi da tavola: vuoi andare a vedere la partita, giù in paese, dove gioca la squadra del tuo paese.

Per fare più in fretta, decidi di non seguire la strada asfaltata. Ti incammini attraverso i campi, tagliando dritto verso la meta. Ti muovi con cautela, facendo attenzione a non calpestare le coltivazioni che a fine maggio sono già rigogliose e cariche di promesse; cammini lungo i fossi, in equilibrio tra l'erba alta e la terra smossa.

Arrivi al campetto giusto in tempo. Le squadre sono già quasi pronte a dare inizio alla sfida. Ti dirigi con passo sicuro verso il tuo posto: ti sistemi, come sempre, dietro la porta della tua squadra. È da lì che godi della visuale migliore, quasi a voler proteggere anche tu quella linea bianca tra i due pali.

Vedi arrivare il portiere. Tasca è il tuo idolo. Ha già una certa età e, a guardarlo bene, non è molto alto per essere un portiere; è un po' tracagnotto, ha persino un accenno di pancia che spunta dalla maglia grigia. Anche nell'aspetto sembra sempre un po' trascurato, come se si fosse appena alzato dal letto: gli occhi sono assonnati, i capelli arruffati e sul viso ha un'ombra di barba non rasata.

Eppure, sai che tra i pali è un vero giaguaro. Certo, per via della statura le uscite non sono esattamente il suo forte, anche se se la cava con l'esperienza; ma sulla linea è un vero portento. Sembra che abbia le molle sotto i piedi ogni volta che scatta per deviare un pallone impossibile.

La squadra avversaria è forte, la prima in classifica, e lo dimostra subito. Attaccano per tutto il primo tempo, schiacciandovi nella vostra area. Ma grazie a una difesa disperata e ad alcune strepitose parate di Tasca, che vola da un palo all'altro, si finisce sullo zero a zero. Reti inviolate.

Nell'intervallo, senti il bisogno di muoverti. Fai due passi fuori dal recinto per smaltire la tensione dell'incontro. Nel prato accanto al campetto noti un capannello di persone. Ti avvicini incuriosito e riconosci le facce: sono ragazzi e ragazze delle case popolari. Tra loro, scorgi Dina, una tua compagna di scuola.

Ridono e scherzano facendo rumore. Oggi fa molto caldo e Dina è sdraiata sul prato accanto a un ragazzo molto più grande di lei. All'improvviso, rimani sbalordito: vedi che si baciano con una foga che non ti saresti mai aspettato. Iniziano a rotolarsi sull'erba, avvinghiati l'uno all'altra, mentre lei ride a tutto spiano, con una vitalità quasi sfrontata.

Rimani molto turbato dalla scena. Pensi a Dina quando è in classe: tra i ragazzi delle case popolari è l'unica brava a scuola, ma è sempre così seria, non parla quasi mai, sta sempre isolata da tutti, chiusa nel suo silenzio.

Tutto quello che vedi ora è in violento contrasto con l'immagine che avevi di lei. Dina continua a ridere, a schiamazzare e a stringersi a quel ragazzo grande e sconosciuto. Ti senti un intruso. Ti allontani velocemente, col cuore che batte forte, per il timore di essere riconosciuto. Sei imbarazzato, confuso, scosso.

Riprendi posizione dietro la porta della tua squadra. Il secondo tempo è già iniziato, ma per te la partita è cambiata. Guardi il campo in maniera distratta, quasi non ti accorgi di ciò che accade. I contrasti, i lanci, le urla dei tifosi ti arrivano come un ronzio lontano.

Anche Tasca è cambiato ai tuoi occhi. Non lo vedi più come un eroe della domenica, ma solo come un vecchio giocatore un po' sciatto, un uomo appesantito che arranca tra i pali. Il fascino del calcio si è improvvisamente spento.

Non aspetti nemmeno il fischio finale. Te ne vai prima che la partita sia finita, voltando le spalle al campo. Cammini verso casa, ma in mente non hai le azioni o le parate; continui a rivedere quegli altri giochi nell'erba, quelli a cui stava giocando Dina.


sabato 9 maggio 2026

CANZONI DELLA GIOVINEZZA (12) - "TOO MUCH SPICE" - HUSKER DU

(Quindici canzoni che mi hanno fatto amare la musica pop/rock)

Gli Hüsker Dü sono stati una delle band più incendiarie e rivoluzionarie degli anni '80. Nati a Minneapolis come un trio di musica hardcore punk suonata velocissima, hanno finito per riscrivere le regole del rock alternativo, iniettando melodie pop cristalline in un muro di rumore bianco.

Il trio era composto da Bob Mould (chitarra e voce), Grant Hart (batteria e voce) e Greg Norton (basso). La loro importanza risiede nell'incredibile dualità creativa tra Mould e Hart: due autori formidabili che hanno trasformato la rabbia del punk in qualcosa di psichedelico, introspettivo e melodico.

Senza di loro, il Grunge e l'Alternative Rock degli anni '90 (Nirvana e Pixies soprattutto) non sarebbero mai esistiti. Gli Hüsker Dü sono stati i primi a passare da un'etichetta indipendente storica come la SST a una major (la Warner Bros), aprendo la strada a tutto il rock underground.

Inserito nel celebre album del 1985 "Flip Your Wig", il brano "Too much spice" rappresenta perfettamente il momento in cui la band ha trovato l'equilibrio perfetto tra ferocia e melodia.

Il pezzo corre su un ritmo serrato e nervoso, tipico delle radici hardcore del gruppo, ma è sorretto da una linea melodica che sembra quasi uscita da un disco dei Beatles sotto anfetamine.

La chitarra di Bob Mould è un "trapano" sonoro: usa una distorsione densa e metallica che satura l'aria, ma riesce comunque a far emergere accordi luminosi. La batteria di Grant Hart è, come sempre, forsennata ma molto precisa.

Il brano parla di eccesso, di saturazione e del senso di sopraffazione tipico della vita moderna. Il titolo stesso, "Troppe spezie", è una metafora dell'andare oltre il limite, un tema ricorrente nella poetica tormentata della band.

Sebbene gli Hüsker Dü abbiano scritto "inni" ancora più famosi (come Don't Want to Know If You Are Lonely), "Too Much Spice" è cruciale per diversi motivi.

Innanzitutto per l'invenzione del Power-Pop "distorto": Questo brano è un manuale su come scrivere una canzone pop perfetta seppellendola sotto strati di feedback. È la formula che i Nirvana avrebbero portato al successo mondiale pochi anni dopo.

Inoltre questo pezzo dimostra che il punk non doveva per forza limitarsi a tre accordi gridati, ma poteva essere complesso, strutturato e musicalmente sofisticato senza perdere un briciolo di energia.

La band riesce a dimostrare che l'hardcore era diventato troppo stretto per la loro creatività.

 

martedì 5 maggio 2026

PROPRIO COME TEX

Il signor Carlo aveva più di  settant’anni, e nessuno avrebbe mai sospettato che dietro il suo aspetto mite e tranquillo di pensionato si nascondesse un'altra personalità. Fin da ragazzo lui si era immedesimato nel suo eroe: Tex Willer. Ne aveva letto i fumetti, e continuava a farlo, ne aveva imparato il linguaggio, cercato di assorbire le qualità del ranger. Ma al bar del paese, dove ogni pomeriggio si ritrovava con gli amici, nessuno conosceva davvero questa sua passione. Non ne parlava mai, temeva di essere preso in giro, preferiva mantenerla segreta.

Quel giorno, era un festivo, il locale era piuttosto affollato. Il barista serviva bicchieri di vino e grappini, e Carlo chiacchierava tranquillo con i suoi compagni di tavolo. All’improvviso, due uomini entrarono barcollando. Forse ubriachi, forse solo in cerca di guai. Cominciarono a urlare, a urtare le sedie, a infastidire gli altri avventori.

Gli amici di Carlo si fecero piccoli, intimoriti. Il barista guardava la scena senza sapere che cosa fare.

Uno dei due balordi si avvicinò al tavolo di Carlo e sbatté il pugno sul legno. "E voi, vecchiacci, che avete da guardare? Perché non mettete mano alla pensione e ci offrite da bere?" E giù risate sguaiate.

Tutti zitti, fino a quando Carlo si alzò lentamente, tra lo stupore generale. La sua voce, di solito pacata, si fece all'improvviso ferma e dura. "Amico, ascoltami bene" disse. "Te la stai prendendo con la persona sbagliata. E la gente che sta in questo posto non vuole essere disturbata. Vuole bere in pace".

Il tipaccio rise ancora di più, sostenuto dal compare a fianco. "E tu chi saresti, vecchio? Lo sceriffo?"

Gli amici di Carlo erano terrorizzati. Nei loro occhi si leggeva la paura. Quei tipi, così alterati, potevano essere pericolosi.

Carlo invece fissò entrambi negli occhi, con lo sguardo che aveva imparato da Tex. "Sono uno che non ama i prepotenti. E ti consiglio di abbassare la cresta prima che qualcuno ti faccia assaggiare il pavimento".

A quel punto il silenzio calò nel locale. Persino il barista smise di respirare. Perché Carlo, di solito persona mite e ragionevole, li stava provocando? L’altro tizio, quello che non aveva ancora parlato, tirò fuori un coltello. "Vediamo se hai ancora voglia di muovere la lingua, nonno".

Carlo non esitò. Con un pugno secco colpì il primo sul mento, facendolo crollare sulla sedia, che andò a pezzi. Poi, con un calcio ben assestato, disarmò il secondo, il coltello volò via e l'energumeno finì a terra. In pochi istanti, i due erano fuori combattimento, mentre tutto intorno c'erano sedie rovesciate, bicchieri infranti, e un silenzio incredulo.

Gli amici di Carlo lo guardavano sbalorditi. Non lo riconoscevano più. "Ma… Carlo… tu…" balbettò uno di loro, senza riuscire a continuare.

Il pensionato settantenne si passò una mano tra i capelli radi, respirò profondamente e, con un mezzo sorriso, si voltò verso il bancone. "Barista" disse con voce tonante. "Da bere per tutti!"

Un applauso spontaneo scoppiò nel locale. Nessuno avrebbe mai dimenticato quel giorno in cui il vecchio Carlo, sempre calmo e bonario, si era trasformato in Tex Willer.

 

sabato 2 maggio 2026

CANZONI DELLA GIOVINEZZA (11) - "SIXTEEN DAYS" - GREEN ON RED

(Quindici canzoni che mi hanno fatto amare la musica pop/rock)

Green on Red sono stati un pilastro fondamentale del movimento Paisley Underground, ma con un'anima decisamente più sporca, polverosa e devota alle radici del rock americano rispetto ai loro contemporanei.

Originari di Tucson, Arizona, ma stabilitisi a Los Angeles, i Green on Red sono stati i fratelli ribelli della scena neo-psichedelica degli anni '80. Guidati dal carismatico e spesso imprevedibile Dan Stuart e dal talentuoso chitarrista Chuck Prophet, la band ha evoluto il proprio suono partendo da un organo psichedelico ossessivo fino ad approdare a un "Country-Rock deviato".

I Green on Red sono considerati, insieme ai Long Ryders, i padri nobili di quello che oggi viene chiamato "Alternative Country". La loro musica è un miscuglio di ballate alcoliche, chitarre sferzanti e un'attitudine punk applicata alle strutture classiche di Neil Young e dei Rolling Stones.

Contenuta nell'album Gas Food  Lodging (1985), Sixteen Days è il manifesto sonoro della band e uno dei momenti più alti del rock chitarristico del periodo.

Il brano è costruito su un riff di chitarra circolare che non ti abbandona più. Ha un incedere ipnotico, quasi un blues rurale accelerato che trasmette un senso di urgenza e viaggio.

Nel suono emerge il genio di Chuck Prophet. La sua chitarra non si limita a suonare delle note, ma "morde". Il tono è acido, graffiante, tipico di chi ha passato troppo tempo sotto il sole del deserto dell'Arizona.

La voce di Dan Stuart è roca, carica di disperazione e stanchezza. Il testo evoca immagini di motel, strade infinite e il logorio del tempo che passa (i sedici giorni del titolo), catturando perfettamente l'estetica del "viaggio americano" senza filtri.

Sixteen Days  occupa un posto d'onore nella storia del rock alternativo perché, prima che band come gli Uncle Tupelo o i Wilco  rendessero popolare il miscuglio tra punk e country, i Green on Red con questo brano stavano già tracciando la rotta. Hanno tolto il "conservatorismo" dal rock tradizionale.

In un anno 1985 dominato da tastiere e produzioni patinate, Sixteen Days riportava al centro l'interazione viscerale tra chitarra, basso e batteria. Era musica vera, suonata con il cuore.

Il brano, inoltre, ha influenzato enormemente la scena del "Desert Rock" californiano e dell'Arizona, portando quegli spazi aperti e desolati dentro la forma canzone del rock indipendente.