Il
boato del Maracanã andò sfumando lentamente, sostituito dal gracchiare festoso
della folla che invadeva il campo, mentre la voce del giovane Alcir piangeva di
gioia nel microfono, celebrando un trionfo impossibile.
Poi,
con uno schiocco secco, la fine del nastro si sganciò dalla bobina. Il lembo di
plastica iniziò a girare a vuoto, sbattendo ritmicamente contro il metallo del
magnetofono: tlac, tlac, tlac.
Vitor
si riscosse dal torpore. Il silenzio tornò a riempire l'appartamento di Rua
General Glicério, ma non era più il silenzio opprimente di prima. Era una
quiete leggera, quasi solenne.
«Senhor
Alcir?» disse Vitor, la voce ridotta a un sussurro.
Fece
un passo verso la poltrona di velluto. Il vecchio radiocronista era reclinato
all'indietro. Le sue braccia erano tornate conserte lungo i fianchi, le mani
nodose finalmente rilassate. Il viso, un tempo scavato dall'ossessione,
appariva incredibilmente disteso. Sulle labbra sottili era rimasto stampato un
accenno di sorriso, il sorriso di chi ha finalmente finito di correre.
Vitor
gli sfiorò il collo. Non c'era battito. Alcir se n'era andato nell'esatto
istante in cui la palla di Friaça aveva gonfiato la rete di Máspoli. Aveva
scambiato gli ultimi battiti del suo cuore con il gol che gli era stato negato
per tutta la vita.
Con
le mani che tremavano, Vitor premette il tasto Stop dell'Ampex. Prese lo
smartphone dal tavolo: lo schermo si riaccese immediatamente, mostrando la
carica al 100%. Aprì il browser e cercò di nuovo la pagina del Mondiale del
1950.
Brasile-Uruguay
1-2. Marcatori: Friaça 47', Schiaffino 66', Ghiggia 79'.
La
storia non era cambiata. Il mondo esterno non aveva sentito il boato. Moacir
Barbosa era rimasto il portiere condannato all'eterno esilio, e il Brasile
portava ancora addosso la cicatrice del Maracanazo. Quel miracolo a cui
aveva assistito era stato un evento privato, una transazione d'amore e di
riscatto concessa solo all'anima di un vecchio radiocronista.
Vitor
guardò la bobina di plastica ingiallita. Scollegò il cavo del suo registratore
digitale, dove avrebbe dovuto trovarsi il file audio destinato al suo podcast,
la "scoperta del secolo". Fece partire l'anteprima d'ascolto nelle cuffie.
Non
c'era nessuna voce, nessun boato, nessuna punizione dal limite. Solo il fruscio
vuoto e statico di un vecchio nastro magnetico deteriorato dal tempo. L'energia
di Alcir si era consumata tutta in quel nastro analogico, senza lasciare
traccia nel mondo dei bit e degli algoritm.
Il
ragazzo sorrise, asciugandosi una lacrima. Capì che quel nastro non apparteneva
al pubblico, né alla storia del giornalismo. Apparteneva ad Alcir.
Prese
la bobina dal magnetofono, aprì la finestra dell'appartamento e lasciò che il
sole accecante di Rio de Janeiro entrasse nella stanza. Sotto di lui, le auto
sfrecciavano nel traffico e dei ragazzini scalzi giocavano a pallone contro un
muro, sognando di diventare i nuovi eroi della Seleção.
Vitor
tese la mano fuori dalla finestra, stringendo il nastro, e tirò l'estremità. La
striscia magnetica si srotolò, liberandosi nell'aria calda del pomeriggio. Volò
via leggera, disperdendosi tra le palme e le correnti dell'Atlantico, portando
con sé, per sempre, il gol più bello che nessuno avrebbe mai più ascoltato. (FINE)







