La
luce al neon della corsia numero sei del supermercato non faceva sconti a
nessuno, tanto meno a lui.
Marco
passò una mano nervosa tra i capelli. Erano fini, radi sulla fronte, e la
tentazione di pettinarseli all’indietro per nascondere le stempiature era una
battaglia persa che combatteva ogni mattina davanti allo specchio. A ventidue
anni, il suo riflesso era una collezione di spigoli sbagliati: un metro e
novantaquattro di altezza distribuiti su un fisico troppo magro, un viso
allungato e squadrato che ricordava vagamente quello di un cavallo, e due
incisivi decisamente troppo grandi che lo facevano sorridere sempre a labbra
chiuse.
Stava
controllando la lista della spesa, passata di pomodoro, tonno in scatola, fette
biscottate, quando una voce lo distolse
dai suoi pensieri.
«Scusami...
potresti darmi una mano?»
Marco
si girò, convinto che la domanda fosse rivolta a qualcun altro. Ma dietro di
lui non c'era nessuno.
C'era
solo lei.
Ed
era, senza mezzi termini, la ragazza più bella che avesse mai visto dal vivo.
Aveva occhi grandi e luminosi di un nocciola chiaro, sfumati di verde,
incorniciati da ciglia folte che non avevano bisogno di trucco. I capelli
castani le cadevano morbidi sulle spalle in onde naturali, e un leggero profumo
di vaniglia e agrumi sembrava aver improvvisamente annullato l'odore di
detersivo della corsia. Aveva un viso armonioso, una pelle candida e un sorriso
così spontaneo da far girare la testa.
«Dicevi
a me?» balbettò Marco, sentendo la gola prosciugarsi all'istante.
«Sì!»
rispose lei, accennando un sorriso radioso e indicando l'ultimo ripiano dello
scaffale. «Io e i miei centosessanta centimetri non arriviamo a quel flacone.
Ti dispiacerebbe?»
«Ah.
No, certo, figurati.»
Marco
mosse due passi, sentendosi improvvisamente goffo, e allungò il braccio. Per
lui arrivarci fu un gioco da ragazzi. Prese il prodotto e glielo porse,
prestando un'attenzione quasi maniacale a non toccarle le dita per la paura di
sembrare invadente.
«Grazie
mille, davvero. Io sono Elena,» disse lei guardandolo dritto negli occhi. Non
c'era traccia di derisione nel suo sguardo, né quel velo di disagio a cui Marco
era abituato quando le ragazze carine incrociavano la sua figura imponente e
spigolosa.
«Io
sono Marco.»
«Piacere,
Marco. Senti...» Elena piegò leggermente la testa di lato, esaminandolo per un
secondo con un'espressione divertita e intrigata. «Ne approfitto subito
spudoratamente. Temo che il mio telefono non funzioni bene. Mi daresti il tuo
numero? Così ti provo a chiamare e vedo se è tutto a posto.»
Marco
rimase pietrificato per tre secondi buoni. Il mio numero? A lei? Pensa a
una scusa, si disse. Ma le mani agirono prima del cervello: tirò fuori lo
smartphone e le dettò le cifre. Lei digitò rapida sul suo, e subito dopo si
sentì uno squillo. «Perfetto! Grazie ancora, Marco. Ci si vede!» gli lanciò un
ultimo sorriso e si avviò verso le casse.
Marco
rimase fermo in mezzo alla corsia per cinque minuti. Cuore a mille, mani sudate.
Ok, si disse, tirando un sospiro di sollievo misto a una sottile
amarezza. È stato simpatico. Le sono stato utile, ma è finita lì.
Invece
non era affatto finita.
Due
giorni dopo, di martedì sera, il telefono di Marco squillò. Un numero
sconosciuto.
«Pronto?»
«Ciao
Marco, sono Elena! Quella del detersivo al supermercato.»
Marco
quasi fece cadere il telecomando della TV. «Elena! Ciao. Tutto bene?»
«Tutto
bene! Senti, stasera non ho nessuna voglia di stare a casa. Ti va di andare al
cinema? Danno quel nuovo film d'azione di cui parlano tutti.»
Lui
trattenne il fiato.
«Io...
con te?»
«Beh,
sì, a meno che tu non voglia mandare un amico al posto tuo!» rise lei
dall'altro capo .
«Dammi
l'indirizzo. Ti passo a prendere io alle otto?»
Il
cinema fu solo l'inizio. La settimana successiva fu di nuovo lei a proporre una
cena in una minuscola osteria in centro. Parlarono per tre ore di seguito.
Marco scoprì che Elena adorava la musica indie,
odiava la pizza con l'ananas e aveva una risata contagiosa che faceva girare la
gente dei tavoli vicini. Ma soprattutto, scoprì che Elena lo ascoltava davvero.
Non guardava la sua attaccatura dei capelli, non fissava i suoi denti quando
rideva; guardava i suoi occhi scuri, attenta a ogni parola che diceva sui suoi
studi di ingegneria o sulle sue passioni per i videogiochi d'epoca.
Dopo
un mese di uscite, camminando lungo il fiume sotto la luce dei lampioni, fu lei
a fermarsi, a prendergli la mano, con le sue dita piccole e calde intrecciate a
quelle lunghe e spettrali di lui, e a
baciarlo.
Per
Marco, che a ventidue anni non aveva mai neanche tenuto per mano una ragazza,
fu come un'esplosione di fuochi d'artificio.
I
mesi passarono e la loro storia diventò una certezza. Risate, serate sul
divano, domeniche fuori porta, sguardi d'intesa. Elena era dolce, affettuosa,
lo cercava sempre, lo abbracciava forte anche in pubblico. Per Marco era un
sogno diventato realtà.
Eppure,
nei momenti di silenzio, quando lei dormiva con la testa appoggiata al suo
petto e lui le accarezzava i capelli, un pensiero strisciante e velenoso
iniziava a scavargli dentro.
(Continua)







