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sabato 5 settembre 2026

L'EVOLUZIONE DEL GESTO

L'atletica leggera è da sempre considerata la pietra angolare di tutto il movimento sportivo. Con i suoi gesti essenziali, correre, saltare, lanciare, sintetizza le capacità motorie fondamentali dell'essere umano, combinando tradizione e costante ricerca della prestazione.

L'atletica moderna nasce e si struttura nella prima metà dell'Ottocento nel Regno Unito, dove vengono codificate le prime regole all'interno dei college inglesi. La sua vera consacrazione su scala globale avviene nel 1896, quando Atene ospita i primi Giochi Olimpici dell'era moderna voluti da Pierre de Coubertin. In quella prima edizione, l'atletica diventa fin da subito il cuore pulsante della manifestazione, restituendo al mondo la continuità ideale con la tradizione dell'antica Grecia.

Oltre al valore agonistico, l'atletica leggera ricopre un ruolo cruciale nello sviluppo fisico e nella formazione dei giovani. Trattandosi di uno sport multidisciplinare e completo, promuove uno sviluppo armonico della muscolatura, della coordinazione e della capacità cardio-respiratoria. Dal punto di vista educativo e caratteriale, insegna la disciplina, la costanza e il rispetto delle proprie capacità e dei propri limiti, abituando i giovani a misurarsi in primo luogo contro il cronometro o il metro, prima ancora che contro un avversario.

L'espressione "regina degli sport" non è un semplice titolo d'onore. L'atletica merita questa definizione perché racchiude i gesti primordiali dell'uomo: la velocità, la resistenza, la forza e la trasmissione dell'impulso. Nessuna disciplina sportiva può prescindere dai principi biomeccanici e atletici sviluppati in questa pratica; qualunque atleta, dal calciatore al tennista, attinge ai metodi di preparazione dell'atletica per migliorare la propria performance.

Nei decenni, il rendimento degli atleti è stato fortemente incrementato da fattori esterni al solo gesto tecnico.

Dalla cenere e dalla terra battuta di piste e pedane si è passati negli anni '60 alle superfici sintetiche come il tartan e i moderni manti poliuretanici e in gomma vulcanizzata, capaci di restituire massima energia elastica ad ogni appoggio.

Si è passati dalle pesanti calzature in pelle con chiodi fissi a scarpe ultraleggere dotate di piastre in fibra di carbonio e schiume ad alto ritorno di energia, affiancate da abbigliamento aerodinamico e traspirante.

Infine, metodologie empiriche hanno lasciato il posto a un approccio più scientifico, con l'analisi biomeccanica dei carichi e lo studio dei dati della fisiologia dello sforzo. A ciò si unisce una nutrizione personalizzata, calibrata sul metabolismo del singolo atleta.

Se i materiali e la preparazione hanno compiuto balzi da gigante, l'evoluzione del gesto tecnico è stata più circoscritta ma ha vissuto alcuni momenti di vera rottura. Le modifiche biomeccaniche più significative della storia dell'atletica si concentrano in tre discipline specifiche.

La ritmica nei 400 metri ostacoli.

Negli anni '50 e '60 la corsa tra gli ostacoli si basava su un numero elevato e spesso irregolare di passi. La vera svolta tecnica è arrivata con l'introduzione di una ritmica programmata e rigorosa (passando da 15 a 14, fino ai 13 passi tra le barriere dei campioni contemporanei), resa possibile dallo sviluppo di una tecnica di scavalcamento fluida con entrambi gli arti (ambidestrismo di attacco).

Anche il getto del peso ha visto una trasformazione radicale della tecnica.

Si è passati dall'approccio più primitivo utilizzato fino agli inizi del Novecento, con scarsa accelerazione dell'attrezzo (da fermo o da lato) alla traslocazione.

Negli anni '50, infatti, Parry O'Brien rivoluziona la specialità partendo di schiena alla pedana e compiendo una scivolata all'indietro, sfruttando tutta la lunghezza della stessa.

Infine si arriva alla rotazione, introdotta negli anni '70. Si tratta  di un movimento rotatorio simile a quello del lancio del disco, che permette di accumulare maggiore velocità angolare e che oggi domina la specialità.

Il salto in alto rappresenta il caso più eclatante di evoluzione biomeccanica.

Il progresso del gesto passa dalla sforbiciata, la prima tecnica intuitiva, con il tronco eretto e il superamento dell'asticella una gamba alla volta, allo stile ventrale, che si diffonde a metà del Novecento, e che consiste nel valicare l'asticella a pancia in giù, avvolgendola con il corpo.

Nel 1968 si arriva a Dick Fosbury, che stravolge la disciplina saltando di schiena. Sfruttando la deformazione e la morbidezza dei nuovi materassini di caduta, questa tecnica permette al centro di gravità dell'atleta di passare al di sotto dell'asticella stessa, diventando lo standard assoluto.

In conclusione, si nota come il gesto atletico in sé, salvo i rari casi di rottura epocale come il salto di Fosbury o la rotazione nel peso, tende a evolversi molto meno rispetto a tutti gli altri aspetti strategici, tecnologici e scientifici. Correre i 100 metri, scagliare un giavellotto o saltare in lungo richiede oggi una biomeccanica di base quasi identica a quella di un secolo fa: l'essenza dell'atletica leggera rimane saldamente ancorata alla natura e alla fisiologia del corpo umano.

 

giovedì 3 settembre 2026

UN CALDO INFERNALE

Quest’anno è un tormento per tutti. L’estate è un’ossessione di fuoco che picchia sulla testa, un'aria densa e arroventata che trasforma il cemento e piega l'asfalto sotto le scarpe. È quasi come se la vita fosse cambiata per sempre. Abbiamo mutato abitudini, ci siamo confinati in casa come prigionieri volontari, aggrappati al ronzio dei condizionatori, barricati dietro le tapparelle abbassate: abbiamo dovuto ricorrere a una climatizzazione continua per poter semplicemente sopravvivere.

Un caldo davvero infernale!

Eppure, non tutti provano lo stesso disagio.

Perché dico questo? Perché assisto a uno strano fenomeno. Non sono l'unico ad averlo notato, naturalmente, ma sembra quasi che nessuno ci dia peso, tutti troppo presi dalle proprie attività, rincorsi dai soliti affanni. Finisce che non si nota più nulla, neppure le cose vistosamente anomale.

Mi riferisco a quelle strane persone. Quali? Quelle che a volte si vedono in strada. In questo tremendo periodo, caratterizzato da un caldo torrido e insostenibile, esco ben poche volte, ma ogni volta che lo faccio, trascinandomi a fatica ed esausto dopo pochi minuti, vedo qualcuno di loro.

Sembrano buffi, in verità, eppure intuisco in loro qualcosa di profondamente inquietante. Innanzitutto sono sempre in giacca e cravatta. Con quel caldo, poi! Sembra che loro le alte temperature non le soffrano affatto. Nonostante l'abbigliamento pesante - giuro, una volta ne ho visto uno persino con il cappotto! - non sembrano sudare.

E poi, si somigliano un po' tutti. Hanno la pelle scura, ma di uno scuro mai visto prima: non ridete, ma sembra quasi che siano stati dentro un forno! Anche il modo in cui camminano è irreale: sembra che abbiano tutti dei difetti ai piedi, o dei calli enormi. Avanzano lenti con quelle scarpe lucide e rigide, ondeggiando a ogni passo, come se fare ogni metro fosse un tormento. E poi un'altra cosa strana: tutti portano un cappello. Di differenti fogge, ben calcato sulla testa, ma sembra quasi che vogliano nascondere qualcosa.

Sono gentili, ma incredibilmente formali. Una mattina ne incontro uno in panetteria. Io sono un bagno di sudore, lui fresco come una rosa nonostante indossi un pesante doppiopetto di lana. Quando esce, noto che si fa contare i soldi direttamente dal panettiere, come fanno certi anziani, anche se lui anziano non è per niente. Noto che cammina a stento, a un tratto inciampa.

Mi dirigo subito da lui e lo sorreggo prima che cada. Lui mi guarda. In quel momento non capisco più nulla: provo una sensazione terribile, come quella di essere perduto nello spazio vuoto, difficile da descrivere a parole. Dura solo un attimo. Subito i suoi occhi, neri come il carbone, si addolciscono e mi ringrazia. La sua voce è roca, profonda, quasi cavernosa.

Da alcuni giorni ha rinfrescato un po'. Qualche grado in meno, nulla di più, ma si respira. E loro, quegli individui strani, sono spariti di colpo, da un giorno all'altro.

Resto un po' sorpreso, ma la vita è tornata quasi subito come prima. Eppure mi è rimasto un tarlo piantato nel cervello. Finora non ho parlato con nessuno di queste stranezze, ho tenuto tutto per me. Oggi invece lo dico al mio amico Clemente.

Con mia grande sorpresa, me lo sento confermare: lui ha notato esattamente le stesse cose. A differenza mia, però, Clemente ha anche una spiegazione. Io resto parecchio perplesso, per questo ve la riporto esattamente come me l'ha detta.

"Sono diavoli", dice il mio amico, sicuro. "Sono venuti dall'Inferno. Finora non lo avevano mai potuto fare, perché per loro il clima qui era troppo freddo. Adesso invece gli va bene, e per il momento vengono in vacanza, per prendere un po' di fresco. Dalle loro parti il caldo è decisamente di più. Però, chissà che prima o poi - se il caldo aumenterà ancora - molti di loro non possano stabilirsi qui da noi definitivamente. Forse noi ci saremo, forse no. Gli esseri umani, intendo. In ogni caso, l'Inferno e il pianeta Terra saranno la stessa cosa. Mai sentito parlare di Inferno in Terra?"

Poi Clemente sputa a terra e si accende una sigaretta. Scuote il capoccione.

Io mi metto a ridere, ma la mia è una risata nervosa. Adesso sono giorni che ci penso, e sempre di più mi convinco che Clemente abbia ragione.

 

 

 

 

martedì 1 settembre 2026

FATE LARGO!

L'aria è un blocco solido di calore viscido, denso di vapore umano e umidità invivibile. Ormai esistono soltanto due stagioni: l'estate, che brucia i polmoni, e un inverno strano, appena meno soffocante. La primavera e l'autunno sono svaniti anni fa, inghiottiti dal calore cumulativo di miliardi di corpi.

Mi muovo di pochi centimetri, strofinando la mia pelle profusa di sudore contro la schiena di qualcun altro. Nel nostro appartamento, sessanta metri quadrati al quinto piano di un alveare di cemento, viviamo in più di quaranta persone. E non siamo un'eccezione: ogni singolo alloggio dell'edificio, della città, del mondo intero è abitato con questa folle densità.

Siamo tutti completamente nudi. Coprirsi non avrebbe alcun senso con questa temperatura, e comunque nessuno fabbrica più abiti da un tempo che non riesco a ricordare. La produzione industriale è crollata insieme a tutto il resto.

Camminare è un'illusione. Ci si aggira per lo spazio disponibile oscillando sul posto, facendo un passo solo se qualcun altro si sposta di un millimetro. Sedersi è un lusso raro, quasi sempre per terra, incastrando le gambe tra quelle degli altri. Sdraiarsi per dormire richiede un accordo silenzioso: spesso lo si fa a strati, un corpo sopra l'altro, respirando il fiato caldo di chi ti sta a pochi centimetri dal viso.

Lavarsi è un ricordo sbiadito. L'acqua potabile è poca, razionata dal caos, e viene utilizzata esclusivamente per bere. Il bagno dell'appartamento ha smesso di funzionare anni fa e, anche se funzionasse, non potrebbe mai reggere il carico di quaranta persone. Il pavimento è lordato di escrementi. A turno, chi ha abbastanza forza spala il materiale e lo getta fuori dalla finestra, giù nella strada dove si accumulano montagne di rifiuti. Ormai non sentiamo quasi più gli odori; il nostro olfatto si è arreso tempo fa.

Nessuno lavora più. La società si è dissolta. Passiamo le giornate in casa, appiccicati gli uni agli altri, sospesi in un silenzio quasi totale. C'è poco da dirsi. Le città sono diventate invivibili, i servizi sono scomparsi, non esiste più alcun governo o autorità. Molti sono scappati verso la campagna o le aree meno abitate sperando di respirare; lì c'è ancora un po' di spazio, è vero, ma non ci sono ripari sufficienti e la gente muore esposta alla furia degli agenti atmosferici.

Anni fa, quando la crisi demografica ha toccato i primi livelli d'allarme, i governi hanno tentato di imporre politiche severe per limitare le nascite. È stato il catalizzatore del disastro. Le persone hanno percepito la minaccia a quello che ritenevano il diritto più naturale e fondamentale di tutti: fare figli. Di colpo, per reazione, la natalità è schizzata alle stelle. Tutto è andato fuori controllo.

I demografi e i sociologi hanno sbagliato ogni singola previsione. Nei vecchi libri sostenevano che a un certo punto la crescita si sarebbe fermata per forza, che la carenza di risorse e la fame avrebbero stabilizzato la popolazione. Quanto si sbagliavano.

Continuiamo invece a riprodurci. È un impulso cieco, incontrollabile, a cui nessuno riesce più a rinunciare. Nessuno sa quanti esseri umani popolino davvero il pianeta in questo momento. Miliardi, decine di miliardi. Ma tanto, ormai, a chi importa?

I saggi del passato dicevano che saremmo morti tutti di fame perché la terra non avrebbe più prodotto abbastanza alimenti. Ma si sbagliavano anche su questo. Con una densità di popolazione simile, il cibo non mancherà mai. La risorsa si rinnova da sola, continuamente, proprio accanto a noi.

Nessuno soffre la fame.


sabato 29 agosto 2026

LA FINE DEL CALCIO ITALIANO

Si parla da anni, a fasi alterne, di un calcio italiano in profonda crisi. Un declino certificato prima di tutto dai clamorosi insuccessi della Nazionale, capace di collezionare drammatiche mancate qualificazioni ai Mondiali e prestazioni ben lontane dai fasti del passato. Ma la crisi è davvero solo una questione di risultati sul campo? Per rispondere, bisogna prima di tutto sgombrare il campo dagli equivoci, chiedendosi cosa sia oggi il "calcio italiano" e, soprattutto, se esista ancora.

La risposta è tanto semplice quanto spietata: il calcio italiano è morto, e quasi nessuno se ne è accorto. O meglio, molti fanno finta di nulla.

A mantenere viva l'illusione è chi continua a guadagnarci, alimentando un sistema sfilacciato che ha ormai perso ogni connotazione sportiva per trasformarsi in un puro circo commerciale. I beneficiari di questa bolla sono sotto gli occhi di tutti.

Innanzitutto il giro delle scommesse. Si tratta di un indotto gigantesco, legale e illegale, che vive sulla proliferazione di partite e sulla mercificazione di ogni singolo evento di gara.

Le federazioni e le TV: istituzioni che vendono a caro prezzo i diritti televisivi a network privati. Questi ultimi, a loro volta, si fanno strapagare da ingenui abbonati, inondandoli al contempo di pubblicità da cui traggono ulteriori profitti.

Infine, procuratori e tesserati: avidi agenti che muovono commissioni milionarie, insieme a una ristretta élite di allenatori e calciatori riccamente retribuiti per offrire uno spettacolo spesso mediocre.

L'insieme di questi elementi costituisce un meccanismo perverso che finisce per allontanare i veri appassionati, stanchi di costi proibitivi e teatrini mediatici, lasciando gli spalti sempre più in mano alle frange ultrà e al tifo tossico.

La perdita d'identità è anche strutturale. In Serie A dodici società su venti sono ormai di proprietà straniera e le rose sono saturate da atleti esteri, molti dei quali di qualità ampiamente discutibile. Esiste ancora una scuola italiana? La risposta è no, anche perché i talenti nostrani ai massimi livelli semplicemente non giocano, stritolati da logiche di mercato a breve termine.

Si potrebbe obiettare che all'estero la situazione sia analoga, ma è vero solo in parte. Altre nazioni, Spagna in primis, sono riuscite a preservare un'identità e una scuola tecnica nazionale, continuando a investire con coraggio sui vivai e sui giovani. Inoltre, gli stranieri che militano nei principali campionati esteri sono top player nel pieno della carriera, non elementi imbolsiti che arrivano in Italia a svernare negli ultimi anni di attività.

Il calcio italiano, inteso come movimento culturale, sociale e tecnico, non esiste più. Resta solo un guscio vuoto, una bolla finanziaria e mediatica che a molti conviene spacciare per viva, almeno finché non finirà inevitabilmente per scoppiare.

 

giovedì 27 agosto 2026

L'OMBRA DI BORGHETTI

Borghetti non c’è più. È andato via per sempre, svanito come un’annotazione a matita cancellata dal tempo. Adesso che i mesi hanno depositato un velo di polvere sulla sua scrivania vuota, sento il dovere di raccontare la sua vicenda. O meglio, quella che credo sia stata la sua storia, al di là dei dubbi che ancora mi assillano.

Non ero un suo parente, né un amico intimo. Per lui ero solo il collega della scrivania accanto, quello che lo accolse quando il suo vecchio ente fu sciolto. Borghetti arrivò da noi come un naufrago: alto, esile, con il viso scavato da rughe troppo profonde per i suoi quarant’anni e abiti dal taglio antico, sempre troppo larghi, come se appartenessero a un uomo che non esisteva più.

Era un uomo di una riservatezza estrema. Gli insegnai il mestiere e lui imparò subito, ma senza mai manifestare un brivido di interesse. C’era in lui solo una stanchezza atavica. Quando provavamo a fargli domande personali, si rifugiava tra le pratiche o mostrava quel suo sorriso triste, che era più un congedo che un’apertura.

Tutto cambiò il giorno della telefonata. Quella voce di donna, imperiosa e tagliente: "Sono la moglie".

Scoprimmo così che non era lo scapolo che credevamo.

"Non mi sembrava importante", disse stringendosi nelle spalle. Da quel giorno, però, qualcosa si incrinò nella sua corazza. Iniziò ad accettare i miei inviti al bar, anche se restava sempre sul chi vive, l’occhio fisso all’orologio.

Col tempo, i nostri aperitivi divennero una strana confessione muta. Borghetti beveva un amaro in due sorsi e guardava la porta.

"Perché hai sempre tanta fretta, Borghetti?" gli chiesi una sera di pioggia.

"Devo andare a casa," rispose con la solita formula.

"A fare cosa? Tua moglie ti aspetta con la cena pronta?" Lui ebbe un sussulto. Mi guardò con occhi che sembravano vetri appannati.

"Mia moglie... mia moglie mi aspetta per il resoconto," sussurrò. "Ogni minuto fuori da quell'ufficio deve essere giustificato. Ogni centesimo speso, ogni parola detta. Casa mia non è una casa, è un tribunale permanente."

Capii allora che la sua riservatezza non era carattere, era sopravvivenza. Aveva imparato il silenzio in ufficio perché in casa le parole erano armi usate contro di lui. La borsa che afferrava con tanta fretta non era il bagaglio di un uomo che torna al suo rifugio, ma le catene di un prigioniero che rientra in cella per evitare una punizione peggiore.

L’ultima volta che lo vidi fu un martedì di novembre. Borghetti era apparso più trasparente del solito, quasi diafano. Aveva commesso un piccolo errore in una pratica, una distrazione da nulla, e lo vidi sbiancare, tremare come se avesse commesso un crimine capitale.

"Non è niente, Borghetti, si sistema," provai a rassicurarlo. Lui scosse il capo.

"Lei lo verrà a sapere"disse.

Quella sera non volle venire al bar. Lo vidi uscire dal portone, le spalle curve sotto il peso di quella borsa troppo grande. Non si voltò.

Il giorno dopo la scrivania rimase vuota. E quello dopo ancora. La moglie non chiamò per avvertire della malattia; fummo noi a dover rintracciare l'abitazione. Quando finalmente la polizia entrò, su segnalazione dei vicini che non vedevano movimento, trovarono una casa con un ordine maniacale, gelida, priva di un solo oggetto fuori posto.

Borghetti non era lì. Di lui trovarono solo i vestiti, piegati con cura millimetrica sul letto matrimoniale, e le scarpe lucide allineate verso la porta. La moglie, con una freddezza che raggelò persino gli inquirenti, dichiarò che se n'era andato di casa, "senza permesso", precisò.

Ma Borghetti non era scappato ai Caraibi, né aveva iniziato una nuova vita. Lo ritrovarono una settimana dopo nel fiume, pochi chilometri fuori città. Non aveva lasciato biglietti. In tasca aveva solo il cartellino dell'ufficio e un vecchio scontrino del bar dove andavamo insieme.

La cosa più atroce, però, non fu la sua morte. Fu il funerale. Eravamo presenti solo io e pochi altri colleghi. La moglie stava in prima fila, avvolta in un cappotto nero impeccabile, senza versare una lacrima. Non sembrava addolorata; sembrava offesa. Offesa che lui avesse trovato, finalmente, l'unico modo possibile per non darle più il resoconto della sua giornata.

Borghetti non c'è più. È andato via per sempre, portando con sé il segreto di quegli anni di silenzio. E ogni volta che passo davanti alla sua scrivania, non posso fare a meno di pensare che la sua non è stata una vita, ma una lenta, educata e ininterrotta sparizione.

 

martedì 25 agosto 2026

LA SCELTA DI MARA

Mara osserva il proprio riflesso nella vetrina della panetteria, mentre aspetta l'autobus. Ha sedici anni e un viso che non attira gli sguardi per strada, ma che sa trattenerli se qualcuno si ferma a guardarla. I suoi capelli biondo cenere le ricadono dritti sulle spalle, la corporatura è snella, il naso ha una spruzzata di lentiggini quasi impercettibili. Non è né bella né brutta, Mara. Eppure, in lei c'è un guizzo di curiosità, un'espressione sempre in bilico tra lo stupore e l'attenzione che la rende, a suo modo, interessante.

In questo momento della sua vita, si trova in una situazione che fatica a gestire. È convinta di essere innamorata di due persone.

Il primo ragazzo si chiama Emanuele. È il classico ragazzo che passa le ore di educazione fisica a fingere malanni per poter leggere un libro sugli spalti. Magro fino a sembrare fragile, con un paio di occhiali dalla montatura di tartaruga che gli scivolano perennemente sul naso. Emanuele la invita a casa sua a studiare filosofia, oppure la porta nei cinema di periferia a vedere retrospettive in bianco e nero sottotitolate in francese.

«Hai notato come l'uso sapiente delle ombre rifletta la disgregazione morale del protagonista?» le domanda un giovedì sera, uscendo dal cinema d'essai. «Sì, è stato... intenso. Ti lascia un senso di vuoto addosso,» risponde Mara, e in quel momento si sente profonda, matura, perfettamente in sintonia con l'animo tormentato del ragazzo.

Il secondo si chiama Paolo, ed è l'esatto opposto. Paolo ha spalle larghe scolpite da ore di nuoto, un sorriso sfrontato e un'abbronzatura che sembra resistere anche in pieno inverno. Non apre un libro se non sotto minaccia. Con lui, le serate di Mara sono un turbine di musica assordante, luci stroboscopiche, aperitivi in centro e domeniche trascorse a fare il tifo sulle gradinate di qualche piscina o campo sportivo.

«Hai visto la mia partenza dal blocco oggi? Ho bruciato tutti!» le urla Paolo un sabato sera, sovrastando il frastuono della discoteca con un cocktail in mano. «Sei stato fantastico! Nessuno aveva la tua energia!» gli risponde lei, ridendo, sentendosi viva, frizzante, parte di un mondo dorato ed effimero.

Mara dice sempre di sì a entrambi. Accetta l'invito a teatro per il venerdì e quello per la gara della domenica mattina. Lo fa perché le piacciono davvero tutte le cose che le vengono proposte. Ama il silenzio pensieroso che divide con Emanuele tanto quanto ama il caos superficiale in cui la trascina Paolo.

I due ragazzi, compagni di scuola ma appartenenti a microcosmi distanti anni luce, sono del tutto ignari l'uno dell'altro. Finché, inevitabilmente, i mondi collidono.

Succede in corridoio, durante l'intervallo. Qualche voce di troppo, un amico di Paolo che l'ha vista entrare al cinema con Emanuele, un compagno di studi di Emanuele che l'ha taggata in una foto in discoteca con Paolo.

La affrontano insieme, dopo, nel cortile della scuola.

«Mi spieghi cosa significa?» sbotta Paolo, con le braccia conserte e la mascella contratta. «Stai uscendo con me o con... questo qui?» Emanuele si sistema gli occhiali, visibilmente a disagio ma altrettanto ferito. «Mara, credevo che tra noi ci fosse un'affinità intellettuale rara. Mi sbagliavo? Sei davvero il tipo di ragazza che perde tempo in discoteca?»

Mara li guarda, il cuore le batte all'impazzata. «Io... non sto prendendo in giro nessuno,» balbetta. «Mi piacete entrambi. E mi piace fare le cose che facciamo. Tutte.»

«Non puoi tenere il piede in due scarpe,» sentenzia Paolo, pratico. «Devi scegliere. O me, o lui.»

«Esigo chiarezza,» fa eco Emanuele. «Scegli chi vuoi essere.»

Mara chiede tempo. Torna a casa con un peso sullo stomaco. Si butta sul letto e fissa il soffitto. Scegli chi vuoi essere. La frase di Emanuele le rimbomba in testa.

Inizia a riflettere. Com'è possibile che le piaccia il cinema d'autore bulgaro e contemporaneamente la musica commerciale? Come fa ad adorare i discorsi sui massimi sistemi e, il giorno dopo, esaltarsi per i pettorali sudati e i gossip del sabato sera? La risposta la colpisce con la violenza di uno schiaffo: non ha una sua identità.

Mara realizza che non le piace davvero il cinema muto, le piace come Emanuele la guarda quando finge di capirlo. Non le piace davvero il chiasso dei locali, le piace sentirsi desiderata dal ragazzo più bello della scuola. Lei è solo un contenitore vuoto, un camaleonte che si adatta ai colori di chi le sta vicino per sentirsi speciale. Se le piace tutto, e il contrario di tutto, allora lei non è niente.

La crisi d'identità la travolge. Passa una notte insonne, piangendo, cercando di capire quali siano i suoi veri gusti, senza trovarne nessuno che non sia stato indotto da altri.

Il giorno seguente, a scuola, si prepara al difficile momento della scelta, pronta ad ammettere il suo vuoto interiore. Ma non ne ha l'occasione.

Emanuele la ferma per primo, al suono della campanella.

«Ho riflettuto, Mara,» le dice, freddo. «Il fatto che tu non sappia decidere dimostra che non hai alcuno spessore critico. Sei una ragazza intellettualmente insignificante. Non ho tempo da perdere con chi non ha profondità d'animo.» E se ne va.

Mara incassa il colpo, ammutolita. Durante la ricreazione, è il turno di Paolo. La prende da parte vicino alle macchinette.

«Senti, c'ho pensato su,» esordisce lui, scrollando le spalle larghe. «Una che frequenta uno sfigato del genere non ha il mood giusto per stare con me. In discoteca in fondo sei sempre un po' moscia, non ti lasci mai andare del tutto. Sei, come dire... un po' insignificante per il mio giro. Senza rancore, eh.»

Entrambi se ne vanno. Ognuno fiero del proprio mondo, ognuno convinto della pochezza di lei.

Mara rimane sola in corridoio, il rumore degli altri studenti che le vortica intorno. Non ha dovuto scegliere, ci hanno pensato loro. E mentre una parte di lei brucia per il rifiuto, un'altra, nel profondo, sa che le hanno fatto l'unico regalo di cui aveva bisogno: lo spazio vuoto, e doloroso, da cui iniziare a scoprire chi è davvero.

 

sabato 22 agosto 2026

CALDO DI CLASSE

L’ennesima estate con caldo record trascina con sé un copione ormai noto e drammatico: asfalto rovente, temperature ben oltre le medie stagionali e un senso diffuso di oppressione fisica. Il riscaldamento globale, guidato dall'accumulo inesorabile di gas serra e dalla progressiva rottura degli equilibri eco-sistemici, non è più un'ipotesi astratta da convegno scientifico o un timore proiettato verso un futuro lontano. È il dato materiale, visibile e soffocante con cui dobbiamo fare i conti ogni singolo giorno.

Eppure, a fronte della palese urgenza dei fatti, il dibattito pubblico e politico continua a impantanarsi nelle solite, snervanti contrapposizioni ideologiche. Da una parte sopravvive il fronte dei negazionisti puri: una fascia quantitativamente in calo, ma estremamente rumorosa e dotata di un enorme peso politico, capace di influenzare le decisioni globali grazie alla guida di figure di primo piano come Donald Trump, che continuano a liquidare il collasso climatico come una bufala o un complotto per frenare la crescita economica. Subito accanto si posiziona la vasta galassia degli scettici "moderati", coloro che concedono l'esistenza del problema ma ne ridimensionano la gravità, ripetendo il mantra paralizzante secondo cui "non c'è poi tutta questa fretta" e che le transizioni ecologiche rischiano di danneggiare l'economia se affrontate con troppa foga. Infine, c'è la maggioranza silenziosa dei cittadini: persone pienamente consapevoli della catastrofe in corso che tuttavia, smarrite di fronte alla portata monumentale dell'emergenza, finiscono per arrendersi a un senso di impotenza, non sapendo concretamente cosa fare nel proprio quotidiano per invertire la rotta, supponendo che ciò sia ancora possibile.

In questo scenario di disorientamento generale, la politica si distingue ancora una volta per la sua assenza. L'attuale governo latita, preferendo impiegare il proprio tempo in sterile propaganda o nel puntare l'indice contro le opposizioni. In risposta alle critiche sulla gestione del caldo e della crisi ambientale, si ricorre spesso alla battuta banale per cui "il caldo torrido non dipende certo dal governo". Un'ovvietà disarmante, che però elude scientificamente il vero nodo della questione: se è vero che un esecutivo non controlla il meteo, è altrettanto vero che ha il dovere politico e morale di attuare misure strutturali per mitigare il disagio, se non l'autentica sofferenza, a cui la popolazione è esposta durante le frequenti ondate di calore.

L'aspetto più crudele del cambiamento climatico è proprio questo: la sua capacità di agire come un gigantesco amplificatore delle disuguaglianze sociali. Il caldo estremo non colpisce tutti allo stesso modo e la possibilità di proteggersi da esso è strettamente legata al reddito. Chi possiede risorse economiche abbondanti sopravvive senza problemi all'interno di abitazioni efficienti, dotate di impianti di condizionamento di ultima generazione, ed è in grado di assorbire senza drammi il cospicuo rincaro delle bollette energetiche. Chi invece vive in condizioni di fragilità o al limite del bilancio familiare non può permettersi i condizionatori, né tantomeno i costi del loro utilizzo continuativo, trovandosi costretto a soffrire in case-forno e ad arrangiarsi come può. Il clima, con le sue distorsioni, diventa così l'ennesima linea di frattura tra chi ha i mezzi per mettersi al riparo e chi viene abbandonato a se stesso.

È proprio su questo piano che un governo responsabile dovrebbe intervenire con decisione: istituire sussidi per il caro-energia rivolti alle fasce deboli, investire in piani di condizionamento per gli ambienti pubblici e la sanità, creare spazi di ristoro termico nelle città e ripensare l'urbanistica per ridurre le "isole di calore" nei quartieri popolari.

Invece, nulla di tutto ciò figura nell'agenda istituzionale. La protezione delle persone più vulnerabili di fronte alle emergenze climatiche viene sistematicamente rimandata, lasciata in fondo alla lista delle priorità per fare spazio alle solite manovre di palazzo: d'altronde, la discussione sulla nuova legge elettorale e la conservazione del potere sono questioni ben più importanti che garantire un riparo dal caldo a chi non ha mezzi per difendersi...