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martedì 22 settembre 2026

I BAMBINI SONO BUONI

Aldo Ferri siede sul bordo di una sedia cigolante, il blocco di carta stretto tra le dita un po' tremanti. In quarant’anni di carriera ha intervistato capi di stato, latitanti e mercenari, firmando i reportage più clamorosi del giornalismo contemporaneo. Ma questa volta è diverso. Nessuna risorsa d'archivio, nessun fotografo al seguito e nessun registratore in tasca: le condizioni imposte dai suoi intermediari, contatti inavvicinabili legati a un rigido patto di riservatezza, sono state tassative. Niente immagini, niente audio. L'intervista si fa alla vecchia maniera, nell'oscurità di un'abitazione quasi introvabile e remota.

La stanza è ampia, cupa, impregnata di un odore acre di terra umida e rami spezzati. Di fronte a lui svetta l'intervistato. L'orco supera i tre metri d'altezza; la sua pelle ha la consistenza del cuoio invecchiato, screziata di toni verdastri e grigi. Ha spalle corte e massicce come macigni, braccia sproporzionate che quasi toccano terra e mani dotate di unghie spesse, simili a zoccoli caprini. Il volto è un incubo di asimmetrie: la mascella prominente rivela zanne ingiallite, il naso è schiacciato e devastato da porri, mentre due occhi piccoli e rossi come braci ardono sotto arcate sopraccigliari sporgenti.

L'imponenza di quella creatura incute un timore primordiale, ma il fiuto del vecchio cronista prende il sopravvento. Ferri schiarisce la voce e impugna la penna.

«Cominciamo dall'inizio,» esordisce il giornalista. «Cosa può raccontarmi della sua infanzia? Della sua famiglia?»

L'orco incrocia le braccia enormi, restio. Le sue risposte sono vaghe, prive di dettagli. «Famiglia normale. Genitori, antenati. Niente di speciale.»

«Capisco,» annota Ferri. «E quanti siete rimasti? Quanti orchi ci sono al mondo?»

La creatura scuote la testa, evasiva. «Pochi. Sempre meno. Il lavoro è diminuito drasticamente. I bambini di oggi non si interessano più alle fiabe.»

«In quali storie è impegnato attualmente?»

«Pollicino, per lo più,» risponde l'orco con una voce profonda che fa vibrare il pavimento. «E ogni tanto Gianni e il fagiolo magico. Ma è pura routine.»

Ferri si sporge leggermente in avanti. «È innegabile che i bambini non abbiano più la paura di un tempo. Pensiamo alla cultura di massa, a personaggi come Shrek, che hanno sdoganato l'immagine dell'orco buono...»

Non riesce a finire la frase. L'orco si rabbuia all'istante. Le pupille si stringono, il volto deforme si contrae in un'espressione minacciosa. Ferri, d'istinto, arretra, si schiaccia contro lo schienale.

«Quelle sono tutte sciocchezze!» ruggisce il mostro, facendo tremare le travi del soffitto. «Invenzioni che portano fuori strada i piccoli! Gli orchi sono cattivi, molto cattivi. Niente affatto buoni! È vero che i bambini oggi non hanno paura di noi... ma questo finché non si trovano davanti uno di noi. Dopo, strillano dal terrore.»

L'orco lascia andare una risata cupa e compiaciuta. I lineamenti orribili si distendono in una calma grottesca. Ferri capisce che è il momento di osare.

«Non posso non farle questa domanda,» premette il giornalista, cercando di mantenere ferma la voce. «È vero che voi mangiate i bambini?»

La creatura annuisce con sconcertante serenità. «Corrisponde al vero. Mangiamo i bambini.»

Un’ondata di profondo disgusto travolge Ferri. Lo stomaco gli si stringe, ma la prudenza gli impone di nascondere la propria avversione per non scatenare reazioni imprevedibili. Il mestiere, tuttavia, lo spinge a incalzare, quasi con tono provocatorio.

«E come fate?» chiede, mentre un rivolo di sudore freddo gli scivola lungo la tempia. «Li mangiate vivi? Li uccidete e li smembrate a morsi?»

L'orco resta impietrito. La sua reazione non è di rabbia, ma di profonda, genuina indignazione. Poi esplode.

«Ci crede forse incivili?!» urla, alzandosi leggermente dalla panca. Ferri incassa la testa tra le spalle, temendo la fine. «Noi li uccidiamo senza infliggere loro alcuna sofferenza! E non li mangiamo affatto crudi. Li cuciniamo!»

Il giornalista è strabiliato, paralizzato tra il terrore e la pura curiosità professionale. «Li... li cucinate? In che modo?»

L'orco sembra placarsi, la voce torna su toni quasi nostalgici. «In molti modi. Stufati, arrosto, in salmì, accompagnati con verdure di stagione o patate al forno... Io stesso sono un discreto cuoco. Utilizzo le vecchie ricette che mi ha lasciato mia madre.»

Un velo di commozione sfiora lo sguardo della belva. Per Ferri invece si tratta di un dettaglio agghiacciante: l'idea delle ricette di famiglia rende l'abominio ancora più reale, causandogli una forte nausea. Eppure, trova il coraggio per l'ultimo, pericoloso affondo.

Fissa il mostro dritto in quegli occhi incandescenti e formula la domanda finale. «Perché fate una mostruosità del genere? Perché?»

L'orco, per la prima volta dall'inizio dell'incontro, distende le labbra in un sorriso spaventoso.

«Perché i bambini sono buoni,» risponde, placido.

 

sabato 19 settembre 2026

LA BALLA DEL BOLLO

Quando il clima politico si fa pesante e una tornata elettorale si avvicina, i governi in difficoltà rispolverano sempre lo stesso vecchio manuale di sopravvivenza. La strategia è collaudata: elargire bonus, condoni e regali dell'ultimo minuto nella speranza di comprare la benevolenza dei cittadini e conservare la poltrona.

Non è una novità, né un'esclusiva del nostro Paese. Oltreoceano, Donald Trump ha recentemente rilanciato la posta spingendosi fino all'assurdo: la promessa di un "dividendo" da 5.000 dollari a ogni cittadino adulto in caso di vittoria dei Repubblicani. A guardarsi indietro, però, l'Italia non ha nulla da imparare in fatto di folklore elettorale. Tutti ricordano Achille Lauro, che nella Napoli degli anni '50 regalava agli elettori una singola scarpa destra prima del voto, promettendo la sinistra solo a urne chiuse e a favore ottenuto.

Oggi la versione moderna della "scarpa destra" ha le forme di una tassa da sempre odiata: il bollo auto. Il Governo ha annunciato trionfalmente la fine del tributo, ma a una lettura attenta dei dettagli la misura rivela subito la sua vera natura.

Non si tratta di una cancellazione totale e indistinta. Il provvedimento riguarda esclusivamente le vetture con potenza fino a 80 kW (circa 108 CV) e verrà applicato a un solo veicolo per proprietario. Inoltre, il testo fa riferimento al solo anno fiscale 2027.

Resta l'incognita fondamentale: sarà una misura strutturale o un semplice sconto "una tantum"? Se l'attuale maggioranza dovesse vincere le elezioni, si vedrà se avrà la forza economica di confermarla; in caso contrario, chi subentrerà si troverà a gestire una patata bollente fatta di coperture finanziarie introvabili e aspettative popolari tradite.

Il vero cortocircuito risiede però nella natura stessa della tassa. Il bollo auto è un tributo di competenza regionale, il cui gettito serve a finanziare i bilanci degli enti locali (in primis la sanità e i trasporti). L'abolizione comporta un ammanco immediato e miliardario nelle casse delle Regioni. Se i promessi  trasferimenti compensativi da parte dello Stato centrale dovessero tardare, come spesso accade, le amministrazioni locali (molte delle quali hanno già sollevato dure proteste) si vedranno costrette a fare cassa nell'unico modo possibile: aumentando le addizionali regionali IRPEF o tagliando ulteriormente i servizi essenziali.

A completare il quadro c'è la questione delle coperture. L'esecutivo vorrebbe finanziare questo sconto elettorale attingendo ai fondi risparmiati o non spesi del PNRR. Un'operazione che solleva ulteriori dubbi.

Perché quelle risorse non sono state impiegate nei progetti di investimento originari?

Come si pensa di aggirare il vincolo europeo che impone di utilizzare i fondi del PNRR esclusivamente per spese in conto capitale (infrastrutture, innovazione, transizione ecologica) e non per coprire la spesa corrente o i tagli alle tasse?

La sensazione è quella dell’ennesimo pasticcio contabile mascherato da regalo agli automobilisti. Resta solo da sperare che i cittadini abbiano maturato la consapevolezza necessaria per guardare oltre lo spot pubblicitario e non cadere nell'ennesima illusione da campagna elettorale.

 

 

giovedì 17 settembre 2026

IPERTRICOSI

Marta guardava preoccupata il braccio e la mano di suo marito. Erano ricoperti da una fitta coltre scura, densa e ispida, molto oltre quello che si potesse definire normale. La peluria non si limitava agli avambracci, ma si spingeva fin sul dorso delle mani, formando persino dei piccoli e folti ciuffetti scuri sulle dita, insinuandosi tra una falange e l'altra.

«Devi di nuovo andare», disse lei, rompendo il silenzio.

Lui sbuffò, abbassando lo sguardo sulle proprie mani. Fece scorrere il pollice su quei ciuffi ribelli. Poi acconsentì, rassegnato, come faceva ormai da anni. Ogni mese, immancabilmente, doveva recarsi dall'estetista per sottoporsi a una seduta completa di epilazione. Era una vera tortura, per non parlare di quanto costasse al loro bilancio familiare, ma in fondo sapeva che sua moglie aveva ragione: i peli erano davvero troppi, impossibili da ignorare.

Sul posto di lavoro i colleghi non ci facevano quasi più caso; erano abituati a quella sua particolarità e lo trattavano con il solito affetto. Ma altrove la situazione era diversa. Al bar, in coda alle poste, sul bus, le persone lo guardavano. A volte con fugaci occhiate di sottecchi, altre volte con un'insistenza quasi crudele.

L'uomo soffriva di ipertricosi fin da quando era ragazzo. Si trattava di un disturbo caratterizzato da un aumento anomalo della peluria su tutto il corpo, che trasformava i normali peli in una pelliccia scura e spessa. Ne era sempre stato affetto, ma negli ultimi anni il quadro clinico era decisamente peggiorato. Era già andato da innumerevoli medici, dermatologi ed endocrinologi, ma nessuno di loro era stato in grado di aiutarlo.

Un giorno Marta, la moglie, chiacchierando in pausa caffè con una collega, sentì parlare di un bravo medico, un luminare un po' eccentrico che forse avrebbe potuto fare al caso di suo marito. Perché non provare anche questo? si disse.

La sera stessa ne parlò con lui. L'uomo era ormai stufo di visite a vuoto e di false speranze, ma di fronte all'insistenza affettuosa della moglie, alla fine accettò.

Dopo qualche giorno si recarono insieme dal medico. Lo studio li lasciò interdetti: era un ambiente molto modesto, quasi anacronistico. Le pareti erano foderate di vecchie carte da parati un po' sbiadite, l'illuminazione era fioca e c'era un forte odore di carta antica e polvere. Al centro della stanza troneggiava una pesante scrivania in legno scuro, carica di scartoffie.

Dietro la scrivania sedeva il medico. Scoprirono con sorpresa che era un uomo molto anziano, dal viso solcato da rughe profonde, incorniciato da una folta e lunga barba bianca che gli conferiva un'aria d'altri tempi.

Il dottore procedette a una visita estremamente scrupolosa. Esaminò la pelle, le radici dei peli, fece alcune domande mirate. Poi, accomodandosi di nuovo sulla sua poltrona, emise la sua diagnosi.

«Escluderei fattori costituzionali», disse, congedando l'ipotesi con un gesto lento della mano, «e anche cause farmacologiche, poiché lei non assume medicinali. E scarterei anche motivi dovuti a disturbi metabolici», aggiunse, incrociando le dita nodose. «Secondo me siamo in presenza di una condizione genetica rara, nota in modo informale come sindrome del lupo mannaro

Marta sobbalzò sulla sedia, il cuore che perdeva un battito. Suo marito, invece, rimase immobile, con lo sguardo fisso nel vuoto.

«Come si cura?», chiese lei, con un filo di voce.

Il medico scosse lentamente la testa.

«Non è semplice», disse. «Non c'è molto da fare: io consiglio l'epilazione laser, che può distruggere il follicolo... oppure...»

«Oppure?», domandò la donna, aggrappandosi a quel frammento di speranza, improvvisamente fiduciosa.

Il medico sorrise. Un sorriso strano, malinconico e imperscrutabile. «Era un qualcosa praticato un tempo», disse abbassando il tono di voce. «Adesso non è più in uso. E forse è meglio così.» Sorrise di nuovo, congedandoli con lo sguardo.

Tutto ricominciò esattamente come prima. Ripresero le tediose sedute mensili dall'estetista, e la sera a cena si ritrovavano a valutare se convenisse o meno investire i loro risparmi per procedere con le sedute di laser. Lui affrontava la routine con la solita pacifica rassegnazione. In Marta, invece, che era uscita dallo studio profondamente delusa da quel vecchio medico criptico, era insorta una specie di oscura ossessione.

Tutto ruotava attorno a quelle parole: sindrome del lupo mannaro.

Si rendeva perfettamente conto che si trattava di fantasie stupide, retaggi di racconti gotici e vecchi film, eppure quelle parole continuavano a tormentarla. Si documentò, cercò articoli medici su internet per razionalizzare la cosa, ma l'unico risultato fu che iniziò a osservare il marito con uno sguardo diverso.

Continuava a volergli bene e a compatirlo per il suo disagio, ma adesso, in fondo al cuore, covava anche un po' di paura nei suoi confronti. Sapeva che era un timore del tutto irragionevole: suo marito era un uomo d'oro, mite, incapace di fare del male persino a una mosca. Eppure, quella sottile e fredda paura rimaneva, strisciando nei suoi pensieri quando calava la sera.

Cominciò a notare un dettaglio inquietante (e si chiedeva come avesse fatto a non farci mai caso prima): l'ipertricosi del marito peggiorava ciclicamente, e sembrava trovare il suo culmine esatto in corrispondenza del formarsi della luna piena.

In quelle notti luminose, Marta non dormiva più. Rimaneva sveglia tutto il tempo, raggomitolata sotto le coperte, a osservare nel buio il profilo del marito che, del tutto ignaro delle sue angosce, dormiva beato al suo fianco.

Trascorse qualche mese e la donna decise che la situazione era diventata psicologicamente insostenibile. Alla sua prima paranoia se ne era aggiunta una nuova, ancora più spaventosa: le sembrava che, sempre una volta al mese e in concomitanza con la fase lunare, i tratti del viso del marito cambiassero impercettibilmente, facendosi più duri, più animaleschi, per poi ridiventare del tutto normali qualche tempo dopo. In realtà non ne era affatto sicura. Temeva che fosse solo un brutto scherzo della sua mente, un grave caso di autosuggestione, ma non aveva il coraggio di parlarne con nessuno, terrorizzata dall'idea di essere presa per pazza.

Ma quella notte, l'ennesima notte di luna piena, la paralisi della paura lasciò improvvisamente il posto a una fredda, lucida e spietata determinazione.

Marta entrò in camera da letto con un passo del tutto inudibile. La luce azzurrognola del satellite inondava la stanza, tagliando a metà il letto matrimoniale. Lui dormiva a pancia in su, con la gola totalmente scoperta e la gabbia toracica che si alzava e si abbassava in un respiro pesante, accompagnato da un rantolo profondo e quasi gutturale.

La donna si avvicinò al materasso. Dalla tasca della veste da camera sfilò il lungo e pesante tagliacarte d'argento massiccio preso dallo studio: quel bellissimo strumento affilato come un bisturi che, ironia della sorte, gli aveva regalato proprio lei per il loro anniversario.

Saggiò con il pollice la punta dell'arma, avvertendo la puntura metallica sulla pelle, poi strinse la presa. Senza fare il minimo rumore, salì sul letto e si sovrappose al corpo dell'uomo, mettendosi a cavalcioni su di lui.

L'uomo non si svegliò, ma nel sonno emise un verso sordo.

Marta sollevò entrambe le braccia sopra la testa, afferrando l'impugnatura con tutte e due le mani. La lama scintillò nel buio, posizionata in verticale esatta sopra il centro del petto dell'uomo. Chiuse gli occhi per un impercettibile istante, trasse un ultimo, profondo respiro, e sbilanciò tutto il peso del proprio corpo in avanti, scaricando la forza delle braccia verso il basso.

 

 

 

martedì 15 settembre 2026

IL NUOVO COMPAGNO

Suonò la campanella: iniziava la terza media. L'aria frizzante e già un po' fresca di ottobre, il profumo di libri e quaderni nuovi e l'ansia di rivedere i vecchi compagni mi avvolgevano, ma quest'anno c'era qualcosa di diverso. Appena entrai in classe, lo notai subito. Seduto all'ultimo banco, in disparte, c'era un ragazzo che non avevo mai visto.

Era alto, con un viso squadrato e una pelle olivastra che gli dava un'aria un po' esotica. Non era vestito come noi, tutti in jeans e maglioni sformati. Lui indossava pantaloni con la riga, un po' fuori moda (sospettai fossero di suo padre), e una camicia a quadretti sotto una giacca troppo pesante. Sembrava quasi un adulto capitato lì per sbaglio. Non aveva ancora scambiato una parola con nessuno, e i suoi occhi scuri sembravano scrutare l'aula con curiosità, ma anche con diffidenza.

Arrivò l'intervallo, portando con sé il solito frastuono di risate e chiacchiere. Non ero mai stato un tipo molto socievole, eppure, quel giorno, qualcosa mi spinse verso di lui. Forse era la sua solitudine, così simile alla mia, o forse quella sua aria di mistero. Mi avvicinai al suo banco.

"Ti piace il calcio?" gli chiesi, un po' impacciato.

Per la prima volta, un sorriso gli si disegnò sul viso, illuminandolo.

"Sì, molto" rispose, e la sua voce era profonda, con un leggero accento che non riuscivo a decifrare. Bastò quella semplice domanda per rompere il ghiaccio. Scoprimmo, con un'eccitazione che raramente provavo, che eravamo entrambi tifosi della stessa squadra. Da lì, le parole iniziarono a fluire.

Mi disse che si chiamava Francesco, ma preferiva essere chiamato Franco. Era nato a Buenos Aires. I suoi, mi spiegò, erano di origine sarda, ma si erano trasferiti in Argentina qualche anno prima della sua nascita. Poi, suo padre aveva avuto dei problemi sul lavoro. Non specificò quali, e dal suo sguardo capii che non ne voleva parlare. Non aveva importanza. Avevo trovato qualcuno con cui condividere la passione per il calcio e, anche se aveva dei segreti che non poteva rivelare, tanto mi bastava.

Nei giorni e nelle settimane successive, la nostra amicizia fiorì. Io e Franco eravamo inseparabili, suscitando l'invidia degli altri compagni. Era una dinamica strana, la nostra. Io ero un po' il secchione della classe, il più bravo, anche se in realtà non studiavo molto. Preferivo passare i pomeriggi leggendo libri e fumetti, e i compiti li sbrigavo in fretta e bene. Franco, invece, non era un granché nello studio.

Ma c'era qualcosa in lui che incuteva rispetto, quasi paura, negli altri. Era di poche parole, ma aveva i muscoli duri come l'acciaio, e pur non avendo mai picchiato nessuno, la sua sola presenza bastava a tenere a bada chiunque avesse la tentazione di prendermi in giro. Era incredibilmente protettivo nei miei confronti, soprattutto quando qualche bullo provava a fare il prepotente per via del mio essere sgobbone (anche se non era vero).

La nostra amicizia, però, non era ben vista dagli insegnanti. Per loro, io ero un allievo modello e Franco un "poco di buono" che avrebbe potuto rovinarmi. Furono avvisati persino i miei genitori, cercando di metterli in guardia. Ma i miei, che pure non avevano mai conosciuto Franco, avevano piena fiducia nelle mie scelte.

"Sappiamo che nostro figlio sa distinguere le persone" dissero, lasciando gli insegnanti spiazzati.

La nostra singolare amicizia proseguì per tutto l'anno scolastico, rafforzandosi giorno dopo giorno. L'ultimo giorno di scuola arrivò in un battito di ciglia. Io avrei proseguito gli studi, mentre Franco avrebbe cercato un lavoro per aiutare la sua famiglia. C'era un'amara consapevolezza che forse non ci saremmo più visti. Gli volevo esprimere riconoscenza. Dirgli grazie per essere sempre stato così buono con me, per avermi protetto dai compagni che volevano fare i bulli. Ma prima che avessi il tempo di formulare le parole, Franco fece qualcosa di inaspettato.

Si sfilò il medaglione con il laccio di cuoio che portava sempre al collo e lo mise al mio.

"Grazie" mi disse. "Senza di te non so che cosa sarebbe potuto succedere".

Rimasi attonito, il ciondolo tra le mani, il peso del suo significato che mi stringeva il cuore. Parole enigmatiche, un gesto imprevisto, un dono che valeva più di mille parole. Il ricordo di una vera amicizia.

 

 

sabato 12 settembre 2026

LO SCHIAVO

Cammino a passo lento tra le erbacce alte che hanno divorato l'asfalto di questa zona industriale abbandonata. È domenica, il cielo è grigio e il silenzio fa quasi paura. Al mio fianco c'è Fabio, che stringe tra le mani un fucile dall'aria decisamente inquietante. Parliamo delle solite cose.

La questione dell'immigrazione è stata finalmente risolta: niente più emergenza, niente più invasione. Però, quanta fatica per arrivarci. All'inizio ci ha provato la destra, ma sono state solo tante promesse e molta propaganda, buona unicamente per raccogliere voti e senza alcun risultato concreto. Delusi, ci siamo affidati alla destra-destra. Quello della remigrazione sembrava davvero un buon progetto, ci abbiamo creduto in molti, ma alla fine si è rivelato del tutto inattuabile e quelli che lo avevano proposto si sono rivelati degli incapaci totali. È stata una grande delusione.

Poi, disperati e senza ormai più nulla da perdere, ci siamo affidati all'ultra-destra. All'inizio sembrava la solita storia, parole al vento e pochissimi fatti. Poi però c'è stata quell'idea illuminante: il decreto. Da un giorno all'altro, tramite un provvedimento governativo entrato immediatamente in vigore, tutti gli stranieri presenti sul territorio, regolari e non, sono stati dichiarati schiavi. È stato concesso a tutti i cittadini di catturarli e di adibirli a qualsiasi attività, previa semplice registrazione di proprietà e l'obbligo di fornire loro vitto e alloggio.

C'è stato un fuggi-fuggi generale, ovvio, ma ormai era troppo tardi. Le frontiere erano state non soltanto chiuse, ma totalmente sigillate. Quasi nessuno è riuscito a scappare e quasi nessuno è sfuggito alla condizione di schiavitù. È vero, sul piano internazionale ci sono state pesanti ripercussioni, ma tanto che cosa ce ne importa? Dall'Europa eravamo già usciti e l'ONU ci ha espulsi, ma quella stupida organizzazione era da tanto che non contava più nulla. Abbiamo subito sanzioni pesanti da quasi tutti gli stati e la nostra economia è andata un po' in crisi, ma ci siamo rimboccati le maniche e siamo riusciti comunque a tirare avanti, rinunciando soltanto a qualcosa di superfluo.

Lo ammetto, io non sono stato abbastanza pronto. Mia moglie mi dice sempre che mi capita spesso, ma in quei giorni avevo un sacco di problemi per la testa. Così non ho catturato nessun schiavo, non ci ho neppure provato. Lei non me lo ha mai perdonato. Dice che ormai tutti ne hanno almeno uno, so che non è del tutto vero, ma non mi azzardo a contraddirla, e che anche lei ne ha assolutamente bisogno. Meglio se è un uomo, sostiene, così può fare anche i lavori più pesanti in casa e in giardino.

E adesso che sto un po' meglio con la testa, ho deciso di cercare di rimediare. Devo ringraziare il mio amico Fabio, che sta cercando in tutti i modi di aiutarmi. Mi ha segnalato che qui in periferia, non posso dire esattamente dove, nei pressi di questo stabilimento dismesso, è stato visto aggirarsi un immigrato ancora in libertà. Siamo qui per lui: voglio catturarlo, rendere finalmente felice mia moglie, godere della sua considerazione ed evitare che continui a darmi dello smidollato.

I vecchi capannoni attorno a noi sono pericolanti. Ci aggiriamo per gli ampi cortili, vigili, cercando di fare meno rumore possibile. A un certo punto notiamo un movimento. Sembra che ci sia qualcuno all'interno della vecchia guardiola!

Ci avviciniamo con estrema prudenza. Fabio ora imbraccia il fucile, pronto a sparare.

«Fermo!» grida all'improvviso puntando l'arma.

Vedo un uomo uscire lentamente dalla guardiola con le mani alzate. «Non sparate!» urla agitato. «Sono uno di voi!»

In effetti, appena gli sono più vicino, noto subito che non è un immigrato. Ha più o meno la mia età, è biondo, robusto e alla cintola porta un grosso coltello da caccia.

«Se cercate l'immigrato mi spiace per voi» dice l'uomo, rilassando le spalle. «L'ho catturato io due giorni fa. In ogni caso non era granché» aggiunge con una smorfia. «Vecchio e quasi di sicuro malato, tossiva di continuo ed era magro come un chiodo. L'ho preso lo stesso, cercherò di rimetterlo un po' in sesto, ma non nutro grandi speranze.»

Sconfortati e delusi, salutiamo l'uomo e ce ne andiamo a mani vuote. Sono completamente abbacchiato, temo già la reazione di mia moglie quando tornerò a casa. Fabio si accorge subito del mio stato d'animo.

«Ti ricordi di Marcello Prandi?» mi chiede d'un tratto mentre camminiamo verso la macchina.

«Certo che mi ricordo» rispondo.» Era un nostro compagno di scuola.

«Ha messo su un allevamento di schiavi» dice Fabio mettendomi una mano sulla spalla. «Io sono rimasto in buoni rapporti con lui. Se vuoi gli parlo: oltre agli schiavi nuovi ne ha anche qualcuno ricondizionato. Sono sicuro che ti farà un buon prezzo. Vedrai, ti consentirà pure di pagarlo a rate...»

 

domenica 6 settembre 2026

LIMBO

Aveva da poco scoperto un nuovo regno, un luogo che non si trovava sulle mappe, ma nella sua stessa mente. Non era un posto di sogni lucidi, coscienti, dove si è consapevoli di sognare e si può manipolare la realtà. Era qualcosa di più sottile, più effimero: il confine tra lo stato vigile e il sonno.

Passava ore a esercitarsi, sdraiato sul divano o sul letto, con la luce soffusa e il silenzio complice della casa. Si trattava di raggiungere un punto preciso e di fermarsi proprio sul bordo, senza cadere nell'oblio del sonno o risvegliarsi del tutto. Era un equilibrio precario, un po' come camminare su una corda tesa, ma la ricompensa era inebriante.

In quel limbo, la sua mente si espandeva. I pensieri si mescolavano in strutture inaspettate, le immagini fluttuavano lievi, e le sensazioni si fondevano in un'unica, deliziosa melodia. Non c'era peso, non c'era tempo, solo un'esistenza pura. Era una specie di droga, una dipendenza dolce e silenziosa, che lo allontanava dalle ansie del mondo. Ogni volta che riusciva a mantenere quella posizione, a rimanere in bilico, una scarica di euforia lo pervadeva, un senso di profonda soddisfazione che nessuna realtà gli aveva mai offerto.

Una sera, mentre si immergeva più a fondo che mai in quel suo stato di coscienza alterata, percepì qualcosa di diverso. Non era un pensiero o un'immagine, ma una presenza. Una voce, flebile all'inizio, poi più chiara. Non riusciva a capire da dove provenisse, anche se il suo timbro non gli era del tutto sconosciuto.

"Sei arrivato" disse la voce. "Il passaggio è aperto, adesso devi decidere che cosa fare".

Non capì subito. In quel limbo, le cose non avevano bisogno di un significato logico. Poi la voce diventò più insistente, quasi a trasformarsi in un richiamo irresistibile. Si sentì tirare, non dal sonno, non dalla veglia, ma da un'altra parte, verso una luce che non era né quella del giorno né quella di un sogno.

Si rese conto, con sgomento, che la stabilità era stata alterata in maniera definitiva. Che aveva attraversato un confine dal quale non era più possibile fare ritorno. Una linea di demarcazione che non stabiliva se si stava da una parte oppure dall'altra, e che superava la condizione di attesa e di incertezza.

Si trattava di qualcosa che non avrebbe mai potuto comprendere. Così come non avrebbe mai potuto decidere che cosa fare, come gli era stato chiesto. Aveva osato troppo, ed era andato al di là delle possibilità della sua mente.

 

 

 

   

 

sabato 5 settembre 2026

L'EVOLUZIONE DEL GESTO

L'atletica leggera è da sempre considerata la pietra angolare di tutto il movimento sportivo. Con i suoi gesti essenziali, correre, saltare, lanciare, sintetizza le capacità motorie fondamentali dell'essere umano, combinando tradizione e costante ricerca della prestazione.

L'atletica moderna nasce e si struttura nella prima metà dell'Ottocento nel Regno Unito, dove vengono codificate le prime regole all'interno dei college inglesi. La sua vera consacrazione su scala globale avviene nel 1896, quando Atene ospita i primi Giochi Olimpici dell'era moderna voluti da Pierre de Coubertin. In quella prima edizione, l'atletica diventa fin da subito il cuore pulsante della manifestazione, restituendo al mondo la continuità ideale con la tradizione dell'antica Grecia.

Oltre al valore agonistico, l'atletica leggera ricopre un ruolo cruciale nello sviluppo fisico e nella formazione dei giovani. Trattandosi di uno sport multidisciplinare e completo, promuove uno sviluppo armonico della muscolatura, della coordinazione e della capacità cardio-respiratoria. Dal punto di vista educativo e caratteriale, insegna la disciplina, la costanza e il rispetto delle proprie capacità e dei propri limiti, abituando i giovani a misurarsi in primo luogo contro il cronometro o il metro, prima ancora che contro un avversario.

L'espressione "regina degli sport" non è un semplice titolo d'onore. L'atletica merita questa definizione perché racchiude i gesti primordiali dell'uomo: la velocità, la resistenza, la forza e la trasmissione dell'impulso. Nessuna disciplina sportiva può prescindere dai principi biomeccanici e atletici sviluppati in questa pratica; qualunque atleta, dal calciatore al tennista, attinge ai metodi di preparazione dell'atletica per migliorare la propria performance.

Nei decenni, il rendimento degli atleti è stato fortemente incrementato da fattori esterni al solo gesto tecnico.

Dalla cenere e dalla terra battuta di piste e pedane si è passati negli anni '60 alle superfici sintetiche come il tartan e i moderni manti poliuretanici e in gomma vulcanizzata, capaci di restituire massima energia elastica ad ogni appoggio.

Si è passati dalle pesanti calzature in pelle con chiodi fissi a scarpe ultraleggere dotate di piastre in fibra di carbonio e schiume ad alto ritorno di energia, affiancate da abbigliamento aerodinamico e traspirante.

Infine, metodologie empiriche hanno lasciato il posto a un approccio più scientifico, con l'analisi biomeccanica dei carichi e lo studio dei dati della fisiologia dello sforzo. A ciò si unisce una nutrizione personalizzata, calibrata sul metabolismo del singolo atleta.

Se i materiali e la preparazione hanno compiuto balzi da gigante, l'evoluzione del gesto tecnico è stata più circoscritta ma ha vissuto alcuni momenti di vera rottura. Le modifiche biomeccaniche più significative della storia dell'atletica si concentrano in tre discipline specifiche.

La ritmica nei 400 metri ostacoli.

Negli anni '50 e '60 la corsa tra gli ostacoli si basava su un numero elevato e spesso irregolare di passi. La vera svolta tecnica è arrivata con l'introduzione di una ritmica programmata e rigorosa (passando da 15 a 14, fino ai 13 passi tra le barriere dei campioni contemporanei), resa possibile dallo sviluppo di una tecnica di scavalcamento fluida con entrambi gli arti (ambidestrismo di attacco).

Anche il getto del peso ha visto una trasformazione radicale della tecnica.

Si è passati dall'approccio più primitivo utilizzato fino agli inizi del Novecento, con scarsa accelerazione dell'attrezzo (da fermo o da lato) alla traslocazione.

Negli anni '50, infatti, Parry O'Brien rivoluziona la specialità partendo di schiena alla pedana e compiendo una scivolata all'indietro, sfruttando tutta la lunghezza della stessa.

Infine si arriva alla rotazione, introdotta negli anni '70. Si tratta  di un movimento rotatorio simile a quello del lancio del disco, che permette di accumulare maggiore velocità angolare e che oggi domina la specialità.

Il salto in alto rappresenta il caso più eclatante di evoluzione biomeccanica.

Il progresso del gesto passa dalla sforbiciata, la prima tecnica intuitiva, con il tronco eretto e il superamento dell'asticella una gamba alla volta, allo stile ventrale, che si diffonde a metà del Novecento, e che consiste nel valicare l'asticella a pancia in giù, avvolgendola con il corpo.

Nel 1968 si arriva a Dick Fosbury, che stravolge la disciplina saltando di schiena. Sfruttando la deformazione e la morbidezza dei nuovi materassini di caduta, questa tecnica permette al centro di gravità dell'atleta di passare al di sotto dell'asticella stessa, diventando lo standard assoluto.

In conclusione, si nota come il gesto atletico in sé, salvo i rari casi di rottura epocale come il salto di Fosbury o la rotazione nel peso, tende a evolversi molto meno rispetto a tutti gli altri aspetti strategici, tecnologici e scientifici. Correre i 100 metri, scagliare un giavellotto o saltare in lungo richiede oggi una biomeccanica di base quasi identica a quella di un secolo fa: l'essenza dell'atletica leggera rimane saldamente ancorata alla natura e alla fisiologia del corpo umano.