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martedì 15 settembre 2026

IL NUOVO COMPAGNO

Suonò la campanella: iniziava la terza media. L'aria frizzante e già un po' fresca di ottobre, il profumo di libri e quaderni nuovi e l'ansia di rivedere i vecchi compagni mi avvolgevano, ma quest'anno c'era qualcosa di diverso. Appena entrai in classe, lo notai subito. Seduto all'ultimo banco, in disparte, c'era un ragazzo che non avevo mai visto.

Era alto, con un viso squadrato e una pelle olivastra che gli dava un'aria un po' esotica. Non era vestito come noi, tutti in jeans e maglioni sformati. Lui indossava pantaloni con la riga, un po' fuori moda (sospettai fossero di suo padre), e una camicia a quadretti sotto una giacca troppo pesante. Sembrava quasi un adulto capitato lì per sbaglio. Non aveva ancora scambiato una parola con nessuno, e i suoi occhi scuri sembravano scrutare l'aula con curiosità, ma anche con diffidenza.

Arrivò l'intervallo, portando con sé il solito frastuono di risate e chiacchiere. Non ero mai stato un tipo molto socievole, eppure, quel giorno, qualcosa mi spinse verso di lui. Forse era la sua solitudine, così simile alla mia, o forse quella sua aria di mistero. Mi avvicinai al suo banco.

"Ti piace il calcio?" gli chiesi, un po' impacciato.

Per la prima volta, un sorriso gli si disegnò sul viso, illuminandolo.

"Sì, molto" rispose, e la sua voce era profonda, con un leggero accento che non riuscivo a decifrare. Bastò quella semplice domanda per rompere il ghiaccio. Scoprimmo, con un'eccitazione che raramente provavo, che eravamo entrambi tifosi della stessa squadra. Da lì, le parole iniziarono a fluire.

Mi disse che si chiamava Francesco, ma preferiva essere chiamato Franco. Era nato a Buenos Aires. I suoi, mi spiegò, erano di origine sarda, ma si erano trasferiti in Argentina qualche anno prima della sua nascita. Poi, suo padre aveva avuto dei problemi sul lavoro. Non specificò quali, e dal suo sguardo capii che non ne voleva parlare. Non aveva importanza. Avevo trovato qualcuno con cui condividere la passione per il calcio e, anche se aveva dei segreti che non poteva rivelare, tanto mi bastava.

Nei giorni e nelle settimane successive, la nostra amicizia fiorì. Io e Franco eravamo inseparabili, suscitando l'invidia degli altri compagni. Era una dinamica strana, la nostra. Io ero un po' il secchione della classe, il più bravo, anche se in realtà non studiavo molto. Preferivo passare i pomeriggi leggendo libri e fumetti, e i compiti li sbrigavo in fretta e bene. Franco, invece, non era un granché nello studio.

Ma c'era qualcosa in lui che incuteva rispetto, quasi paura, negli altri. Era di poche parole, ma aveva i muscoli duri come l'acciaio, e pur non avendo mai picchiato nessuno, la sua sola presenza bastava a tenere a bada chiunque avesse la tentazione di prendermi in giro. Era incredibilmente protettivo nei miei confronti, soprattutto quando qualche bullo provava a fare il prepotente per via del mio essere sgobbone (anche se non era vero).

La nostra amicizia, però, non era ben vista dagli insegnanti. Per loro, io ero un allievo modello e Franco un "poco di buono" che avrebbe potuto rovinarmi. Furono avvisati persino i miei genitori, cercando di metterli in guardia. Ma i miei, che pure non avevano mai conosciuto Franco, avevano piena fiducia nelle mie scelte.

"Sappiamo che nostro figlio sa distinguere le persone" dissero, lasciando gli insegnanti spiazzati.

La nostra singolare amicizia proseguì per tutto l'anno scolastico, rafforzandosi giorno dopo giorno. L'ultimo giorno di scuola arrivò in un battito di ciglia. Io avrei proseguito gli studi, mentre Franco avrebbe cercato un lavoro per aiutare la sua famiglia. C'era un'amara consapevolezza che forse non ci saremmo più visti. Gli volevo esprimere riconoscenza. Dirgli grazie per essere sempre stato così buono con me, per avermi protetto dai compagni che volevano fare i bulli. Ma prima che avessi il tempo di formulare le parole, Franco fece qualcosa di inaspettato.

Si sfilò il medaglione con il laccio di cuoio che portava sempre al collo e lo mise al mio.

"Grazie" mi disse. "Senza di te non so che cosa sarebbe potuto succedere".

Rimasi attonito, il ciondolo tra le mani, il peso del suo significato che mi stringeva il cuore. Parole enigmatiche, un gesto imprevisto, un dono che valeva più di mille parole. Il ricordo di una vera amicizia.

 

 

sabato 12 settembre 2026

LO SCHIAVO

Cammino a passo lento tra le erbacce alte che hanno divorato l'asfalto di questa zona industriale abbandonata. È domenica, il cielo è grigio e il silenzio fa quasi paura. Al mio fianco c'è Fabio, che stringe tra le mani un fucile dall'aria decisamente inquietante. Parliamo delle solite cose.

La questione dell'immigrazione è stata finalmente risolta: niente più emergenza, niente più invasione. Però, quanta fatica per arrivarci. All'inizio ci ha provato la destra, ma sono state solo tante promesse e molta propaganda, buona unicamente per raccogliere voti e senza alcun risultato concreto. Delusi, ci siamo affidati alla destra-destra. Quello della remigrazione sembrava davvero un buon progetto, ci abbiamo creduto in molti, ma alla fine si è rivelato del tutto inattuabile e quelli che lo avevano proposto si sono rivelati degli incapaci totali. È stata una grande delusione.

Poi, disperati e senza ormai più nulla da perdere, ci siamo affidati all'ultra-destra. All'inizio sembrava la solita storia, parole al vento e pochissimi fatti. Poi però c'è stata quell'idea illuminante: il decreto. Da un giorno all'altro, tramite un provvedimento governativo entrato immediatamente in vigore, tutti gli stranieri presenti sul territorio, regolari e non, sono stati dichiarati schiavi. È stato concesso a tutti i cittadini di catturarli e di adibirli a qualsiasi attività, previa semplice registrazione di proprietà e l'obbligo di fornire loro vitto e alloggio.

C'è stato un fuggi-fuggi generale, ovvio, ma ormai era troppo tardi. Le frontiere erano state non soltanto chiuse, ma totalmente sigillate. Quasi nessuno è riuscito a scappare e quasi nessuno è sfuggito alla condizione di schiavitù. È vero, sul piano internazionale ci sono state pesanti ripercussioni, ma tanto che cosa ce ne importa? Dall'Europa eravamo già usciti e l'ONU ci ha espulsi, ma quella stupida organizzazione era da tanto che non contava più nulla. Abbiamo subito sanzioni pesanti da quasi tutti gli stati e la nostra economia è andata un po' in crisi, ma ci siamo rimboccati le maniche e siamo riusciti comunque a tirare avanti, rinunciando soltanto a qualcosa di superfluo.

Lo ammetto, io non sono stato abbastanza pronto. Mia moglie mi dice sempre che mi capita spesso, ma in quei giorni avevo un sacco di problemi per la testa. Così non ho catturato nessun schiavo, non ci ho neppure provato. Lei non me lo ha mai perdonato. Dice che ormai tutti ne hanno almeno uno, so che non è del tutto vero, ma non mi azzardo a contraddirla, e che anche lei ne ha assolutamente bisogno. Meglio se è un uomo, sostiene, così può fare anche i lavori più pesanti in casa e in giardino.

E adesso che sto un po' meglio con la testa, ho deciso di cercare di rimediare. Devo ringraziare il mio amico Fabio, che sta cercando in tutti i modi di aiutarmi. Mi ha segnalato che qui in periferia, non posso dire esattamente dove, nei pressi di questo stabilimento dismesso, è stato visto aggirarsi un immigrato ancora in libertà. Siamo qui per lui: voglio catturarlo, rendere finalmente felice mia moglie, godere della sua considerazione ed evitare che continui a darmi dello smidollato.

I vecchi capannoni attorno a noi sono pericolanti. Ci aggiriamo per gli ampi cortili, vigili, cercando di fare meno rumore possibile. A un certo punto notiamo un movimento. Sembra che ci sia qualcuno all'interno della vecchia guardiola!

Ci avviciniamo con estrema prudenza. Fabio ora imbraccia il fucile, pronto a sparare.

«Fermo!» grida all'improvviso puntando l'arma.

Vedo un uomo uscire lentamente dalla guardiola con le mani alzate. «Non sparate!» urla agitato. «Sono uno di voi!»

In effetti, appena gli sono più vicino, noto subito che non è un immigrato. Ha più o meno la mia età, è biondo, robusto e alla cintola porta un grosso coltello da caccia.

«Se cercate l'immigrato mi spiace per voi» dice l'uomo, rilassando le spalle. «L'ho catturato io due giorni fa. In ogni caso non era granché» aggiunge con una smorfia. «Vecchio e quasi di sicuro malato, tossiva di continuo ed era magro come un chiodo. L'ho preso lo stesso, cercherò di rimetterlo un po' in sesto, ma non nutro grandi speranze.»

Sconfortati e delusi, salutiamo l'uomo e ce ne andiamo a mani vuote. Sono completamente abbacchiato, temo già la reazione di mia moglie quando tornerò a casa. Fabio si accorge subito del mio stato d'animo.

«Ti ricordi di Marcello Prandi?» mi chiede d'un tratto mentre camminiamo verso la macchina.

«Certo che mi ricordo» rispondo.» Era un nostro compagno di scuola.

«Ha messo su un allevamento di schiavi» dice Fabio mettendomi una mano sulla spalla. «Io sono rimasto in buoni rapporti con lui. Se vuoi gli parlo: oltre agli schiavi nuovi ne ha anche qualcuno ricondizionato. Sono sicuro che ti farà un buon prezzo. Vedrai, ti consentirà pure di pagarlo a rate...»

 

domenica 6 settembre 2026

LIMBO

Aveva da poco scoperto un nuovo regno, un luogo che non si trovava sulle mappe, ma nella sua stessa mente. Non era un posto di sogni lucidi, coscienti, dove si è consapevoli di sognare e si può manipolare la realtà. Era qualcosa di più sottile, più effimero: il confine tra lo stato vigile e il sonno.

Passava ore a esercitarsi, sdraiato sul divano o sul letto, con la luce soffusa e il silenzio complice della casa. Si trattava di raggiungere un punto preciso e di fermarsi proprio sul bordo, senza cadere nell'oblio del sonno o risvegliarsi del tutto. Era un equilibrio precario, un po' come camminare su una corda tesa, ma la ricompensa era inebriante.

In quel limbo, la sua mente si espandeva. I pensieri si mescolavano in strutture inaspettate, le immagini fluttuavano lievi, e le sensazioni si fondevano in un'unica, deliziosa melodia. Non c'era peso, non c'era tempo, solo un'esistenza pura. Era una specie di droga, una dipendenza dolce e silenziosa, che lo allontanava dalle ansie del mondo. Ogni volta che riusciva a mantenere quella posizione, a rimanere in bilico, una scarica di euforia lo pervadeva, un senso di profonda soddisfazione che nessuna realtà gli aveva mai offerto.

Una sera, mentre si immergeva più a fondo che mai in quel suo stato di coscienza alterata, percepì qualcosa di diverso. Non era un pensiero o un'immagine, ma una presenza. Una voce, flebile all'inizio, poi più chiara. Non riusciva a capire da dove provenisse, anche se il suo timbro non gli era del tutto sconosciuto.

"Sei arrivato" disse la voce. "Il passaggio è aperto, adesso devi decidere che cosa fare".

Non capì subito. In quel limbo, le cose non avevano bisogno di un significato logico. Poi la voce diventò più insistente, quasi a trasformarsi in un richiamo irresistibile. Si sentì tirare, non dal sonno, non dalla veglia, ma da un'altra parte, verso una luce che non era né quella del giorno né quella di un sogno.

Si rese conto, con sgomento, che la stabilità era stata alterata in maniera definitiva. Che aveva attraversato un confine dal quale non era più possibile fare ritorno. Una linea di demarcazione che non stabiliva se si stava da una parte oppure dall'altra, e che superava la condizione di attesa e di incertezza.

Si trattava di qualcosa che non avrebbe mai potuto comprendere. Così come non avrebbe mai potuto decidere che cosa fare, come gli era stato chiesto. Aveva osato troppo, ed era andato al di là delle possibilità della sua mente.

 

 

 

   

 

sabato 5 settembre 2026

L'EVOLUZIONE DEL GESTO

L'atletica leggera è da sempre considerata la pietra angolare di tutto il movimento sportivo. Con i suoi gesti essenziali, correre, saltare, lanciare, sintetizza le capacità motorie fondamentali dell'essere umano, combinando tradizione e costante ricerca della prestazione.

L'atletica moderna nasce e si struttura nella prima metà dell'Ottocento nel Regno Unito, dove vengono codificate le prime regole all'interno dei college inglesi. La sua vera consacrazione su scala globale avviene nel 1896, quando Atene ospita i primi Giochi Olimpici dell'era moderna voluti da Pierre de Coubertin. In quella prima edizione, l'atletica diventa fin da subito il cuore pulsante della manifestazione, restituendo al mondo la continuità ideale con la tradizione dell'antica Grecia.

Oltre al valore agonistico, l'atletica leggera ricopre un ruolo cruciale nello sviluppo fisico e nella formazione dei giovani. Trattandosi di uno sport multidisciplinare e completo, promuove uno sviluppo armonico della muscolatura, della coordinazione e della capacità cardio-respiratoria. Dal punto di vista educativo e caratteriale, insegna la disciplina, la costanza e il rispetto delle proprie capacità e dei propri limiti, abituando i giovani a misurarsi in primo luogo contro il cronometro o il metro, prima ancora che contro un avversario.

L'espressione "regina degli sport" non è un semplice titolo d'onore. L'atletica merita questa definizione perché racchiude i gesti primordiali dell'uomo: la velocità, la resistenza, la forza e la trasmissione dell'impulso. Nessuna disciplina sportiva può prescindere dai principi biomeccanici e atletici sviluppati in questa pratica; qualunque atleta, dal calciatore al tennista, attinge ai metodi di preparazione dell'atletica per migliorare la propria performance.

Nei decenni, il rendimento degli atleti è stato fortemente incrementato da fattori esterni al solo gesto tecnico.

Dalla cenere e dalla terra battuta di piste e pedane si è passati negli anni '60 alle superfici sintetiche come il tartan e i moderni manti poliuretanici e in gomma vulcanizzata, capaci di restituire massima energia elastica ad ogni appoggio.

Si è passati dalle pesanti calzature in pelle con chiodi fissi a scarpe ultraleggere dotate di piastre in fibra di carbonio e schiume ad alto ritorno di energia, affiancate da abbigliamento aerodinamico e traspirante.

Infine, metodologie empiriche hanno lasciato il posto a un approccio più scientifico, con l'analisi biomeccanica dei carichi e lo studio dei dati della fisiologia dello sforzo. A ciò si unisce una nutrizione personalizzata, calibrata sul metabolismo del singolo atleta.

Se i materiali e la preparazione hanno compiuto balzi da gigante, l'evoluzione del gesto tecnico è stata più circoscritta ma ha vissuto alcuni momenti di vera rottura. Le modifiche biomeccaniche più significative della storia dell'atletica si concentrano in tre discipline specifiche.

La ritmica nei 400 metri ostacoli.

Negli anni '50 e '60 la corsa tra gli ostacoli si basava su un numero elevato e spesso irregolare di passi. La vera svolta tecnica è arrivata con l'introduzione di una ritmica programmata e rigorosa (passando da 15 a 14, fino ai 13 passi tra le barriere dei campioni contemporanei), resa possibile dallo sviluppo di una tecnica di scavalcamento fluida con entrambi gli arti (ambidestrismo di attacco).

Anche il getto del peso ha visto una trasformazione radicale della tecnica.

Si è passati dall'approccio più primitivo utilizzato fino agli inizi del Novecento, con scarsa accelerazione dell'attrezzo (da fermo o da lato) alla traslocazione.

Negli anni '50, infatti, Parry O'Brien rivoluziona la specialità partendo di schiena alla pedana e compiendo una scivolata all'indietro, sfruttando tutta la lunghezza della stessa.

Infine si arriva alla rotazione, introdotta negli anni '70. Si tratta  di un movimento rotatorio simile a quello del lancio del disco, che permette di accumulare maggiore velocità angolare e che oggi domina la specialità.

Il salto in alto rappresenta il caso più eclatante di evoluzione biomeccanica.

Il progresso del gesto passa dalla sforbiciata, la prima tecnica intuitiva, con il tronco eretto e il superamento dell'asticella una gamba alla volta, allo stile ventrale, che si diffonde a metà del Novecento, e che consiste nel valicare l'asticella a pancia in giù, avvolgendola con il corpo.

Nel 1968 si arriva a Dick Fosbury, che stravolge la disciplina saltando di schiena. Sfruttando la deformazione e la morbidezza dei nuovi materassini di caduta, questa tecnica permette al centro di gravità dell'atleta di passare al di sotto dell'asticella stessa, diventando lo standard assoluto.

In conclusione, si nota come il gesto atletico in sé, salvo i rari casi di rottura epocale come il salto di Fosbury o la rotazione nel peso, tende a evolversi molto meno rispetto a tutti gli altri aspetti strategici, tecnologici e scientifici. Correre i 100 metri, scagliare un giavellotto o saltare in lungo richiede oggi una biomeccanica di base quasi identica a quella di un secolo fa: l'essenza dell'atletica leggera rimane saldamente ancorata alla natura e alla fisiologia del corpo umano.

 

giovedì 3 settembre 2026

UN CALDO INFERNALE

Quest’anno è un tormento per tutti. L’estate è un’ossessione di fuoco che picchia sulla testa, un'aria densa e arroventata che trasforma il cemento e piega l'asfalto sotto le scarpe. È quasi come se la vita fosse cambiata per sempre. Abbiamo mutato abitudini, ci siamo confinati in casa come prigionieri volontari, aggrappati al ronzio dei condizionatori, barricati dietro le tapparelle abbassate: abbiamo dovuto ricorrere a una climatizzazione continua per poter semplicemente sopravvivere.

Un caldo davvero infernale!

Eppure, non tutti provano lo stesso disagio.

Perché dico questo? Perché assisto a uno strano fenomeno. Non sono l'unico ad averlo notato, naturalmente, ma sembra quasi che nessuno ci dia peso, tutti troppo presi dalle proprie attività, rincorsi dai soliti affanni. Finisce che non si nota più nulla, neppure le cose vistosamente anomale.

Mi riferisco a quelle strane persone. Quali? Quelle che a volte si vedono in strada. In questo tremendo periodo, caratterizzato da un caldo torrido e insostenibile, esco ben poche volte, ma ogni volta che lo faccio, trascinandomi a fatica ed esausto dopo pochi minuti, vedo qualcuno di loro.

Sembrano buffi, in verità, eppure intuisco in loro qualcosa di profondamente inquietante. Innanzitutto sono sempre in giacca e cravatta. Con quel caldo, poi! Sembra che loro le alte temperature non le soffrano affatto. Nonostante l'abbigliamento pesante - giuro, una volta ne ho visto uno persino con il cappotto! - non sembrano sudare.

E poi, si somigliano un po' tutti. Hanno la pelle scura, ma di uno scuro mai visto prima: non ridete, ma sembra quasi che siano stati dentro un forno! Anche il modo in cui camminano è irreale: sembra che abbiano tutti dei difetti ai piedi, o dei calli enormi. Avanzano lenti con quelle scarpe lucide e rigide, ondeggiando a ogni passo, come se fare ogni metro fosse un tormento. E poi un'altra cosa strana: tutti portano un cappello. Di differenti fogge, ben calcato sulla testa, ma sembra quasi che vogliano nascondere qualcosa.

Sono gentili, ma incredibilmente formali. Una mattina ne incontro uno in panetteria. Io sono un bagno di sudore, lui fresco come una rosa nonostante indossi un pesante doppiopetto di lana. Quando esce, noto che si fa contare i soldi direttamente dal panettiere, come fanno certi anziani, anche se lui anziano non è per niente. Noto che cammina a stento, a un tratto inciampa.

Mi dirigo subito da lui e lo sorreggo prima che cada. Lui mi guarda. In quel momento non capisco più nulla: provo una sensazione terribile, come quella di essere perduto nello spazio vuoto, difficile da descrivere a parole. Dura solo un attimo. Subito i suoi occhi, neri come il carbone, si addolciscono e mi ringrazia. La sua voce è roca, profonda, quasi cavernosa.

Da alcuni giorni ha rinfrescato un po'. Qualche grado in meno, nulla di più, ma si respira. E loro, quegli individui strani, sono spariti di colpo, da un giorno all'altro.

Resto un po' sorpreso, ma la vita è tornata quasi subito come prima. Eppure mi è rimasto un tarlo piantato nel cervello. Finora non ho parlato con nessuno di queste stranezze, ho tenuto tutto per me. Oggi invece lo dico al mio amico Clemente.

Con mia grande sorpresa, me lo sento confermare: lui ha notato esattamente le stesse cose. A differenza mia, però, Clemente ha anche una spiegazione. Io resto parecchio perplesso, per questo ve la riporto esattamente come me l'ha detta.

"Sono diavoli", dice il mio amico, sicuro. "Sono venuti dall'Inferno. Finora non lo avevano mai potuto fare, perché per loro il clima qui era troppo freddo. Adesso invece gli va bene, e per il momento vengono in vacanza, per prendere un po' di fresco. Dalle loro parti il caldo è decisamente di più. Però, chissà che prima o poi - se il caldo aumenterà ancora - molti di loro non possano stabilirsi qui da noi definitivamente. Forse noi ci saremo, forse no. Gli esseri umani, intendo. In ogni caso, l'Inferno e il pianeta Terra saranno la stessa cosa. Mai sentito parlare di Inferno in Terra?"

Poi Clemente sputa a terra e si accende una sigaretta. Scuote il capoccione.

Io mi metto a ridere, ma la mia è una risata nervosa. Adesso sono giorni che ci penso, e sempre di più mi convinco che Clemente abbia ragione.

 

 

 

 

martedì 1 settembre 2026

FATE LARGO!

L'aria è un blocco solido di calore viscido, denso di vapore umano e umidità invivibile. Ormai esistono soltanto due stagioni: l'estate, che brucia i polmoni, e un inverno strano, appena meno soffocante. La primavera e l'autunno sono svaniti anni fa, inghiottiti dal calore cumulativo di miliardi di corpi.

Mi muovo di pochi centimetri, strofinando la mia pelle profusa di sudore contro la schiena di qualcun altro. Nel nostro appartamento, sessanta metri quadrati al quinto piano di un alveare di cemento, viviamo in più di quaranta persone. E non siamo un'eccezione: ogni singolo alloggio dell'edificio, della città, del mondo intero è abitato con questa folle densità.

Siamo tutti completamente nudi. Coprirsi non avrebbe alcun senso con questa temperatura, e comunque nessuno fabbrica più abiti da un tempo che non riesco a ricordare. La produzione industriale è crollata insieme a tutto il resto.

Camminare è un'illusione. Ci si aggira per lo spazio disponibile oscillando sul posto, facendo un passo solo se qualcun altro si sposta di un millimetro. Sedersi è un lusso raro, quasi sempre per terra, incastrando le gambe tra quelle degli altri. Sdraiarsi per dormire richiede un accordo silenzioso: spesso lo si fa a strati, un corpo sopra l'altro, respirando il fiato caldo di chi ti sta a pochi centimetri dal viso.

Lavarsi è un ricordo sbiadito. L'acqua potabile è poca, razionata dal caos, e viene utilizzata esclusivamente per bere. Il bagno dell'appartamento ha smesso di funzionare anni fa e, anche se funzionasse, non potrebbe mai reggere il carico di quaranta persone. Il pavimento è lordato di escrementi. A turno, chi ha abbastanza forza spala il materiale e lo getta fuori dalla finestra, giù nella strada dove si accumulano montagne di rifiuti. Ormai non sentiamo quasi più gli odori; il nostro olfatto si è arreso tempo fa.

Nessuno lavora più. La società si è dissolta. Passiamo le giornate in casa, appiccicati gli uni agli altri, sospesi in un silenzio quasi totale. C'è poco da dirsi. Le città sono diventate invivibili, i servizi sono scomparsi, non esiste più alcun governo o autorità. Molti sono scappati verso la campagna o le aree meno abitate sperando di respirare; lì c'è ancora un po' di spazio, è vero, ma non ci sono ripari sufficienti e la gente muore esposta alla furia degli agenti atmosferici.

Anni fa, quando la crisi demografica ha toccato i primi livelli d'allarme, i governi hanno tentato di imporre politiche severe per limitare le nascite. È stato il catalizzatore del disastro. Le persone hanno percepito la minaccia a quello che ritenevano il diritto più naturale e fondamentale di tutti: fare figli. Di colpo, per reazione, la natalità è schizzata alle stelle. Tutto è andato fuori controllo.

I demografi e i sociologi hanno sbagliato ogni singola previsione. Nei vecchi libri sostenevano che a un certo punto la crescita si sarebbe fermata per forza, che la carenza di risorse e la fame avrebbero stabilizzato la popolazione. Quanto si sbagliavano.

Continuiamo invece a riprodurci. È un impulso cieco, incontrollabile, a cui nessuno riesce più a rinunciare. Nessuno sa quanti esseri umani popolino davvero il pianeta in questo momento. Miliardi, decine di miliardi. Ma tanto, ormai, a chi importa?

I saggi del passato dicevano che saremmo morti tutti di fame perché la terra non avrebbe più prodotto abbastanza alimenti. Ma si sbagliavano anche su questo. Con una densità di popolazione simile, il cibo non mancherà mai. La risorsa si rinnova da sola, continuamente, proprio accanto a noi.

Nessuno soffre la fame.


sabato 29 agosto 2026

LA FINE DEL CALCIO ITALIANO

Si parla da anni, a fasi alterne, di un calcio italiano in profonda crisi. Un declino certificato prima di tutto dai clamorosi insuccessi della Nazionale, capace di collezionare drammatiche mancate qualificazioni ai Mondiali e prestazioni ben lontane dai fasti del passato. Ma la crisi è davvero solo una questione di risultati sul campo? Per rispondere, bisogna prima di tutto sgombrare il campo dagli equivoci, chiedendosi cosa sia oggi il "calcio italiano" e, soprattutto, se esista ancora.

La risposta è tanto semplice quanto spietata: il calcio italiano è morto, e quasi nessuno se ne è accorto. O meglio, molti fanno finta di nulla.

A mantenere viva l'illusione è chi continua a guadagnarci, alimentando un sistema sfilacciato che ha ormai perso ogni connotazione sportiva per trasformarsi in un puro circo commerciale. I beneficiari di questa bolla sono sotto gli occhi di tutti.

Innanzitutto il giro delle scommesse. Si tratta di un indotto gigantesco, legale e illegale, che vive sulla proliferazione di partite e sulla mercificazione di ogni singolo evento di gara.

Le federazioni e le TV: istituzioni che vendono a caro prezzo i diritti televisivi a network privati. Questi ultimi, a loro volta, si fanno strapagare da ingenui abbonati, inondandoli al contempo di pubblicità da cui traggono ulteriori profitti.

Infine, procuratori e tesserati: avidi agenti che muovono commissioni milionarie, insieme a una ristretta élite di allenatori e calciatori riccamente retribuiti per offrire uno spettacolo spesso mediocre.

L'insieme di questi elementi costituisce un meccanismo perverso che finisce per allontanare i veri appassionati, stanchi di costi proibitivi e teatrini mediatici, lasciando gli spalti sempre più in mano alle frange ultrà e al tifo tossico.

La perdita d'identità è anche strutturale. In Serie A dodici società su venti sono ormai di proprietà straniera e le rose sono saturate da atleti esteri, molti dei quali di qualità ampiamente discutibile. Esiste ancora una scuola italiana? La risposta è no, anche perché i talenti nostrani ai massimi livelli semplicemente non giocano, stritolati da logiche di mercato a breve termine.

Si potrebbe obiettare che all'estero la situazione sia analoga, ma è vero solo in parte. Altre nazioni, Spagna in primis, sono riuscite a preservare un'identità e una scuola tecnica nazionale, continuando a investire con coraggio sui vivai e sui giovani. Inoltre, gli stranieri che militano nei principali campionati esteri sono top player nel pieno della carriera, non elementi imbolsiti che arrivano in Italia a svernare negli ultimi anni di attività.

Il calcio italiano, inteso come movimento culturale, sociale e tecnico, non esiste più. Resta solo un guscio vuoto, una bolla finanziaria e mediatica che a molti conviene spacciare per viva, almeno finché non finirà inevitabilmente per scoppiare.