Il
campo da tennis, storicamente considerato un tempio di etichetta e regole non
scritte, è diventato uno degli scenari più evidenti in cui la geopolitica
irrompe nella quotidianità dello sport. Dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina
da parte della Federazione Russa, le tenniste ucraine hanno adottato una
posizione ferma: al termine del match, rifiutano la stretta di mano con le
avversarie russe e bielorusse.
Questo comportamento ha generato fiumi di critiche,
sfociando spesso nei fischi del pubblico e in accuse di antisportività.
Tuttavia, bollare questo atteggiamento come una violazione del fair play
significa travisare la natura stessa del regolamento. Le atlete ucraine
osservano le norme del gioco esattamente come tutte le altre; la stretta di
mano finale appartiene alla sfera del costume e del bon ton tennistico, non alle regole codificate che
determinano la validità di un incontro.
A chi sostiene la tesi secondo cui «la politica deve
rimanere fuori dallo sport» o che «lo sport deve solo unire», la storia offre
una risposta ben diversa. Qualsiasi azione umana possiede una valenza politica,
e lo sport non fa eccezione. È impossibile non pensare al podio dei 200 metri
alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, quando Tommie Smith e John Carlos
sollevarono i loro pugni chiusi in guanti neri contro la discriminazione
razziale. Anche allora si parlò di gesto inopportuno, ma oggi quel momento è
giustamente riconosciuto come una pietra miliare della lotta per i diritti
civili.
Atlete ucraine di vertice come Elina Svitolina e Marta
Kostyuk sono consapevoli dell'attenzione mediatica di cui godono. Sanno che le
loro piattaforme comunicative possono dare voce a un popolo sotto attacco e
scelgono di utilizzare quella visibilità per inviare un messaggio chiaro e
inequivocabile. Non si tratta di un attacco personale nei confronti delle colleghe
russe, molte delle quali sono a loro volta, in forme diverse, ostaggio delle
logiche repressive del proprio regime, ma di un atto puramente simbolico e
politico.
In momenti di drammatica emergenza, ognuno cerca di
sostenere il proprio Paese con i mezzi a sua disposizione. Giudicare con
severità dall'esterno chi vive la tragedia della guerra risulta spesso
esercizio sterile. Non si tratta necessariamente di condividere ogni scelta, ma
di comprendere il contesto e prendere atto di una posizione consapevole. Loro
non danno la mano: un gesto silenzioso che pesa più di mille parole.







