L’aria
nell'appartamento era diventata irrespirabile, satura di un’elettricità statica
che faceva rizzare i peli sulle braccia di Vitor. Lo smartphone del ragazzo,
abbandonato sul tavolo, si era spento: lo schermo era nero, come se la batteria
fosse stata improvvisamente drenata da quella forza invisibile che governava la
stanza.
Dalle
casse dell'Ampex non usciva più solo la voce del radiocronista. Ora si
percepiva nitido il rumore dei tacchetti sul fango, il fischio d’inizio della
ripartenza, le urla disperate dei difensori uruguaiani che perdevano le
posizioni. Il passato stava sfondando le pareti del presente.
«...Ottantanovesimo
minuto! Ottantanovesimo! Il tempo stringe, il Brasile getta il cuore oltre
l'ostacolo. Barbosa è uscito dalla sua porta, è quasi a metà campo, serve
Bauer...»
Alcir
era scivolato leggermente in avanti sulla poltrona. Il suo volto non aveva più
rughe di dolore; era teso nello sforzo supremo di un uomo che sta spingendo un
masso enorme su per una montagna con la sola forza del pensiero. Le sue labbra
si muovevano in sincrono con la registrazione d'epoca, ripetendo le stesse
parole che la sua controparte del 1950 stava urlando al microfono.
«Bauer...
dallo a Zizinho...» sussurrò l'anziano con un filo di voce.
E
sul nastro: «...Bauer vede Zizinho libero sulla trequarti! Zizinho controlla
con il petto, salta Varela con un sombrero pazzesco! Che giocata, signori, che
giocata! Il Maracanã è in piedi, duecentomila persone spingono questo pallone
verso l'area di rigore!...»
«Ci
siamo», mormorò Alcir, e un sorriso quasi infantile gli illuminò per un secondo
il viso pallidissimo. «Guarda, Vitor... guarda come corrono.»
Vitor
non vedeva nulla se non la polvere che danzava nel fascio di luce della lampada,
ma giurò a se stesso che in quel momento sentì l'odore dell'erba calpestata e
dei fumogeni. Voleva fermare tutto, voleva salvare quel vecchio che stava
svanendo davanti ai suoi occhi, ma si sentiva paralizzato da un rispetto sacro,
quasi religioso. Era testimone della riscrittura di un mito.
«...Novantesimo!
L'arbitro Reader guarda il cronometro, ha il fischietto in bocca! È l'ultima
azione! Zizinho allarga per Friaça... Friaça controlla sulla fascia destra,
converge al centro... salta Andrade... salta anche Tejera! Friaça è in area! È
solo davanti a Máspoli!...»
La
voce del giovane Alcir nel magnetofono raggiunse una nota acuta, disperata, una
frequenza che fece vibrare i vetri delle finestre di Rua General Glicério. Era
la voce di un intero paese che chiedeva riscatto per una ferita mai
rimarginata.
«...Friaça
prende la mira... il tiro... IL TIROOOO...»
Alcir
si alzò in piedi. Fu un movimento fluido, impossibile per un novantenne malato.
Si tese verso il soffitto, stringendo i pugni, con gli occhi spalancati e
improvvisamente lucidi, liberi dalla nebbia .
«...GOOOOOOOOOOOOL!!!!
GOOOOOOOOOOOOL DEL BRASILE!!! FRIAÇA!!! AL NOVANTESIMO! IL MARACANÃ ESPLODE! IL
BRASILE È CAMPIONE DEL MONDO!!!»
Dalle
casse dell'Ampex eruppe un boato di proporzioni bibliche. Non era più il
silenzio della storia. Era il ruggito di duecentomila anime che celebravano la
vittoria più grande di sempre. Un suono così potente da far tremare il
pavimento sotto i piedi di Vitor.
Alcir
rimase immobile per tre secondi, i pugni al cielo, il petto che si gonfiava di
quell'urlo primordiale. Poi, come se una corda tesa da tanti anni si fosse
improvvisamente spezzata, le sue forze lo abbandonarono.
Cadette
all'indietro sulla poltrona, mentre il nastro continuava a trasmettere la festa
immortale di un 1950 che non era mai esistito. (continua)







