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martedì 3 marzo 2026

STABILIZZAZIONE

Il sole del pomeriggio filtra attraverso le griglie a rombi della mia casetta. È per tutti l'ora della siesta, il momento in cui i padroni si raggomitolano per il loro riposo.

Mi chiamano Aldo. Un nome semplice, facile da abbaiare, assegnato non appena sono stato giudicato abbastanza grande da stare in piedi senza inciampare. La mia vita è scandita dal ritmo rassicurante delle passeggiate (sempre legato), dell'ora del cibo e, soprattutto, dalle complesse, indecifrabili, ma sempre corrette richieste dei padroni, i Cani.

I Cani sono l'apice dell'evoluzione. I loro musi sono calcolatori, i loro occhi profondi e penetranti, capaci di comprendere la fisica quantistica e le intricate dinamiche sociali con un singolo colpo d'occhio. Il loro linguaggio è un misto di latrati complessi, ringhi modulati e sibili che, una volta tradotti dall'apparecchio sonoro attaccato al loro collare (per la nostra comodità), rivelano filosofie e strategie che la nostra mente umana, semplice e incline a formulare pensieri inutili, non può nemmeno cominciare a cogliere.

Il mio padrone principale è Grugno. Un bulldog inglese, tarchiato, con una mandibola imponente e una saggezza che si manifesta in borbottii e sbuffi profondi. Sono il suo umano da compagnia, quello che gli massaggia la pancia e che risponde pronto al suo richiamo.

Sono steso sulla mia brandina, una coperta pulita e ruvida che odora vagamente di disinfettante. Il mio cuore, però, non è tranquillo come il mio stomaco sazio. Batte un ritmo frenetico, come un piccolo tamburo di pelle tesa, mentre i miei occhi sono fissi sull'angolo della stanza, dove Grugno ha lasciato l'oggetto incriminato.

Si tratta di un piccolo, luccicante kit chirurgico in acciaio inox, posizionato con deliberata noncuranza accanto al sacco del mio cibo e a una scatola di snack al gusto di formaggio marca Premium, la mia ricompensa preferita.

L'ho visto solo due ore fa, quando Grugno ha avuto una lunga e confidenziale conversazione con la mia padrona, e sua compagna, un elegante levriero di nome Ombra (che cosa ci trova in uno come Grugno?). Hanno parlato a lungo. Termini per me oscuri per la maggior parte: protocollo di stabilità, gestione della coda genetica, prevenzione della disfunzione sociale. E così via.

Ma, tra le altre, una parola, semplice, orribile, risuona così forte che sembra far vibrare le mie ossa: "Castrazione".

Non capisco tutto, ma capisco quanto basta. I Cani, nella loro infinita saggezza, hanno stabilito che gli umani domestici, una volta raggiunta una certa maturità (la mia, a quanto pare), devono essere "stabilizzati". È per la nostra stessa salute, abbaiano. Ci rende più calmi, meno inclini a comportamenti selvatici o, peggio ancora, a tentativi sconsiderati di... riproduzione senza supervisione.

Il panico mi stringe la gola come un collare troppo stretto. Non è il timore del dolore fisico, quella è solo una fitta che passerà, ma la paura della mutilazione dell'identità, la cancellazione di quella piccola, sciocca, irrazionale scintilla di maschio selvatico che, nonostante tutti gli anni di addestramento, ancora si nasconde nel profondo del mio cervello primitivo.

Domani, la ricompensa, lo snack al gusto di formaggio marca Premium, sarà il segnale inequivocabile. Non lo danno mai se non prima di una procedura importante.

Mi alzo lentamente, camminando in punta di piedi fino alla grata della casetta. Guardo fuori, oltre il vasto giardino recintato. L'aria è pulita, il cielo di un blu profondo.

So cosa sto pensando, e mi odio per l'inutile stupidità. Fuggire?

Per andare dove? La natura selvaggia è piena di feroci randagi (umani non addestrati), condannati a una vita di ricerca del cibo e a morte precoce. Non ho abilità, non ho intelligenza, non ho zanne. Sono programmato per le comodità della sottomissione.

E poi, l'idea di dispiacere a Grugno, di vederlo scuotere il testone con delusione per la mia malvagia ingratitudine, mi fa tremare.

Torno alla mia brandina. Mi raggomitolo in posizione fetale, come mi hanno insegnato: un segnale di sottomissione e quiete.

L'operazione non è una punizione; è semplicemente una manutenzione necessaria, come un taglio delle unghie o una spazzolatura ai capelli. I Cani non provano malizia. Agiscono per l'ordine, per la pace, per la suprema stabilità. Sono troppo intelligenti per l'emozione inutile.

Tuttavia, sono triste. Un piccolo lamento sfugge dalle mie labbra, subito soffocato dal palmo della mano. Un suono sciocco, primitivo.

Chiudo gli occhi. Sento il piccolo rumore del respiro costante di Grugno provenire dalla stanza accanto. È un suono confortante, un promemoria che il mondo è sorvegliato, che sono al sicuro, che non dovrò mai pensare troppo.

Domani, sarò un Aldo migliore. Più tranquillo. Più obbediente. Più... stabile.

 

lunedì 2 marzo 2026

PERCHÉ NO

Il 22 e 23 marzo, i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per una consultazione referendaria che, pur apparendo tecnica nei contenuti, tocca le corde più profonde del nostro impianto democratico. Tuttavia, la confusione che regna attorno a questo appuntamento rende necessaria una premessa di metodo, prima ancora che di merito.

È bene ricordare un dettaglio tecnico che molti ignorano, ma che cambia radicalmente il peso della nostra scheda elettorale. Quello di marzo non è un referendum abrogativo, ma un referendum costituzionale (o confermativo).

La differenza è sostanziale.

Il referendum abrogativo serve a eliminare o cancellare in parte una legge già esistente. Per essere valido richiede il quorum (deve votare il 50% + 1 degli aventi diritto).

Nel referendum costituzionale, invece, si vota su una modifica della Costituzione approvata dal Parlamento ma senza una maggioranza qualificata. Qui non esiste quorum: la modifica passa (o viene respinta) a prescindere da quanti cittadini si rechino alle urne.

Con questo referendum non stiamo cancellando qualcosa di vigente, ma decidendo se far entrare in vigore una norma "in sospeso".

Negli ultimi tempi, il clima attorno a questa data si è fatto incandescente. La conflittualità tra i sostenitori del "Sì" e del "No" ha superato il confine del confronto giuridico per sfociare in una vera e propria battaglia politica.

Il referendum ha assunto i connotati di un plebiscito sul governo in carica. Questa è una deriva pericolosa: quando una consultazione sulla legge fondamentale dello Stato diventa un test di gradimento per un leader o un partito, si perde di vista l'oggetto del contendere e si trasforma la Costituzione in un terreno di scontro elettorale.

La questione posta dal quesito è complessa, tecnica e riguarda principalmente l'ordinamento della Magistratura e non la giustizia. Per il cittadino comune le ricadute dirette sarebbero comunque nulle. Ma il punto non è se la riforma sia "buona" o "cattiva" in senso tecnico. Il punto è come si arriva a modificare la Costituzione.

La nostra Carta non è una legge qualunque; è il perimetro dentro cui tutti dobbiamo riconoscerci. Per questo, ritengo che la Costituzione debba essere variata esclusivamente all'interno del Parlamento, attraverso le maggioranze qualificate (i due terzi dei componenti) previste dall'Articolo 138. Quando si raggiunge quella soglia, significa che la modifica è frutto di un consenso trasversale, di un accordo tra forze diverse che riconoscono un bene comune.

Quando invece il consenso parlamentare non raggiunge i due terzi e la parola passa al corpo elettorale, siamo di fronte a una patologia del sistema. Una proposta di modifica che arriva al referendum confermativo è, per definizione, una proposta di parte, nata da una maggioranza relativa e non da una condivisione larga.

In quest'ottica, il corpo elettorale ha un compito quasi "conservativo" nel senso più nobile del termine. Se la Costituzione rappresenta le regole del gioco, queste non possono essere scritte solo da chi, in quel momento, sta vincendo la partita.

Le regole del gioco devono essere concordate e accettate da tutti i giocatori. Se una parte tenta di cambiarle da sola, la risposta dei cittadini non può che essere una bocciatura. Occorre votare No.

Bocciare una riforma nata senza un consenso parlamentare unanime non significa necessariamente essere contrari al contenuto specifico della norma, ma significa difendere il principio che la Costituzione non si modifica a colpi di maggioranza. La sua forza risiede nella sua stabilità e nella sua capacità di rappresentare l'intera nazione, non soltanto una frazione di essa.

 

 

sabato 28 febbraio 2026

CANZONI DELLA GIOVINEZZA (3) - "LAUGHING" - R.E.M.

(Quindici canzoni che mi hanno fatto amare la musica pop/rock)

Gli R.E.M. non sono stati solo una grande band; sono stati l'architrave su cui è stato costruito tutto il rock alternativo americano degli anni '80 e '90. Nati ad Athens, in Georgia, nel 1980, il quartetto composto da Michael Stipe (voce), Peter Buck (chitarra), Mike Mills (basso) e Bill Berry (batteria) ha saputo traghettare il post-punk verso una dimensione più melodica, poetica e rurale.

Prima del successo planetario di Losing My Religion, gli R.E.M. erano i paladini del circuito dei college americani. Il loro stile era caratterizzato dal "jangle pop" (vale a dire chitarre arpeggiate e brillanti), linee di basso melodiche e i testi criptici, quasi mormorati, di Michael Stipe. Hanno dimostrato che era possibile scalare le classifiche mondiali mantenendo un'integrità artistica e un impegno politico ferreo.

Tratto dal loro folgorante album di debutto Murmur (1983), Laughing è un esempio perfetto della loro prima fase "enigmatica".

Il brano si apre con un intreccio ipnotico tra il basso pulsante di Mills e la chitarra a 12 corde di Buck. C'è una atmosfera quasi pastorale, e un senso di nostalgia indefinita.

Michael Stipe canta con un tono sognante. Come in gran parte di Murmur, le parole delle canzoni non sono fatte per essere analizzate in maniera razionale, ma per evocare immagini. Il ritornello, con le sue armonie vocali a più strati, crea un effetto corale che innalza il pezzo oltre la semplice struttura pop.

Nel testo, il riferimento a "Laocoonte" (figura della mitologia greca) inserito in un contesto di natura e risate ambigue (laughing significa appunto risata), conferisce al brano una profondità intellettuale insolita per il rock dell'epoca.

Nonostante non sia famosa come altri brani, Laughing occupa un posto centrale nella storia della band per tre motivi principali.

Innanzitutto rappresenta il manifesto del Southern Gothic (gotico sudista, sottogenere della letteratura gotica statunitense) applicato alla musica. Riesce a suonare moderna e antica allo stesso tempo, stabilendo lo standard per tutto il rock alternativo a venire.

Poi mostra la perfetta democrazia sonora del gruppo. Nessuno strumento sovrasta l'altro; la batteria di Berry è essenziale e precisa, permettendo al basso di diventare uno strumento solista aggiunto.

Infine l'uso del mistero. In un'epoca (i primi anni '80) dominata dal pop sintetico e dai messaggi diretti di MTV, Laughing ha insegnato a una generazione di musicisti che il "non detto" e l'ambiguità potevano essere incredibilmente magnetici ed efficaci.

Laughing è la dimostrazione che non serve urlare per essere incisivi; a volte un mormorio ben armonizzato può scuotere il mondo.

 

giovedì 26 febbraio 2026

PUGNI E SCHIAFFI

Ricevo e pubblico la seguente recensione del mio racconto "Pugni e schiaffi", contenuto nella raccolta "Non togliermi la rosa" (2024).

Il racconto segue l'evoluzione di Aldo, un giovane pugile introverso e appassionato di musica, che viene trascinato fuori dal suo isolamento da un amico estroverso, Andrea. Durante una festa, Aldo incontra Giorgia, una ragazza seducente che dichiara di essere vittima di un fidanzato violento, Flavio.

La narrazione si sviluppa attraverso una progressione classica che vira bruscamente nel finale.

L'inizio presenta il contrasto tra il mondo interiore di Aldo (vinili, solitudine, rigore dello sport) e il caos sociale della festa.

Poi lo sviluppo, dove si assiste a una seduzione sensoriale e psicologica molto marcata, in cui Giorgia usa il corpo e la vulnerabilità per legare Aldo a sé.

Quindi il confronto (vinto facilmente) tra Aldo e il "bullo" Flavio.

Il finale, con la rivelazione della manipolazione di Giorgia e l'epifania di una dinamica relazionale tossica e disturbante.

Aldo incarna l'archetipo del "gigante buono". La sua stazza fisica e la sua abilità nel pugilato contrastano con una fragilità emotiva quasi adolescenziale. La sua visione del mondo è binaria e cavalleresca: protezione in cambio di amore, forza usata per la giustizia. Il suo errore tragico è l'ingenuità: scambia la sfrontatezza erotica di Giorgia per autentico interesse, proiettando su di lei l'immagine della "dama da salvare".

Giorgia invece è il personaggio più complesso e inquietante. Non è solo una manipolatrice; è un soggetto che opera secondo una logica del desiderio deviata. Utilizza segnali erotici espliciti (le calze autoreggenti, i baci umidi, il contatto fisico audace) per arruolare Aldo come strumento di liberazione logistica da Flavio. Tuttavia, il finale rivela che la sua "fuga" dalla violenza è un paradosso.

Il titolo "Pugni e schiaffi" delimita il perimetro semantico del racconto. I "pugni" sono quelli professionali e onesti di Aldo; gli "schiaffi" sono quelli umilianti e domestici di Flavio. Il racconto esplora come la violenza possa essere, tragicamente, l'unico codice comunicativo che Giorgia riconosce come "amore".

Aldo dichiara di preferire la sostanza, ma cade vittima della forma più raffinata di apparenza: la messa in scena del dolore. La musica (i vinili) rappresenta l'ordine e la verità interiore, mentre la festa è il luogo della finzione dove "Giuda" (Andrea) e la "cagna in calore" (definizione di Flavio che, col senno di poi, assume una luce diversa) agiscono.

Il finale è un corto circuito psicologico. Quando Aldo, ferito nell'orgoglio, minaccia di passare dalla protezione all'aggressione ("ti prenderei a schiaffoni"), non ottiene paura, ma attrazione.

L'ultima frase del racconto distrugge l'impalcatura morale di Aldo. Egli scopre che la "salvezza" che offriva era inutile, perché Giorgia non cercava un liberatore dal dolore, ma un nuovo carnefice che fosse più forte del precedente. La sottomissione non era una prigione da cui scappare, ma l'unico modo in cui lei concepiva l'innamoramento.

L'autore utilizza una prosa piana, quasi neorealista, che si sofferma molto sui dettagli sensoriali (l'odore del sudore, il calore della pelle, il fruscio del raso). Questa precisione serve a rendere ancora più brutale il distacco emotivo finale. Enzo Sopegno è abile nel seminare indizi della sfrontatezza di Giorgia che il lettore, immedesimato in Aldo, tende a giustificare come "libertà", mentre sono segnali di una personalità manipolatoria.

"Pugni e schiaffi" è un racconto amaro sulla miscomprensione dei ruoli, dove le persone coinvolte in una relazione (affettiva, professionale o sociale) interpretano in modo divergente i compiti, le aspettative e le identità che ciascuno dovrebbe ricoprire.

Si tratta di una critica feroce al concetto di "salvatore" e un'indagine disturbante sulle dinamiche del desiderio che si intrecciano con il dolore. (E.B.)

 

martedì 24 febbraio 2026

IL PRIMO VERO BACIO

Il sole era ancora alto, ma aveva già una morbidezza diversa, quella che annuncia la sera. L'aria era piena del profumo di erba tagliata. Lorenzo mi aveva invitata a fare una passeggiata tra i prati che separavano le case di campagna dei nostri genitori. Quella proposta, tuttavia, mi aveva gettato in uno stato di agitazione inaspettato. Non era la prima volta che eravamo soli, ma oggi sentivo che, tra noi, c'era qualcosa di diverso.

Camminavamo fianco a fianco, ma le nostre spalle quasi non si sfioravano. C'era un silenzio carico, rotto solo dal fruscio delle nostre scarpe sull'erba secca. Provavo a pensare a qualcosa da dire, a una battuta, a una domanda banale, qualsiasi cosa che potesse allentare quella tensione che sentivo stringermi la gola. Anche lui sembrava nervoso. I suoi occhi, di solito così vivaci, erano fissi davanti a sé.

Il sole adesso calava sempre più, dipingendo il cielo di arancione e rosa. L'aria stava diventando più fresca, e un brivido leggero mi percorse la schiena. Sapevamo di avere poco tempo prima che le nostre famiglie ci richiamassero per cena, e ogni minuto che passava senza che accadesse nulla aumentava la mia inquietudine. E quel senso di colpa, assurdo, irrazionale, per quel bacio con Davide.

Era stato durante un pomeriggio di studio. Questione di un attimo. Le nostre labbra si erano sfiorate per un secondo, quasi per sbaglio. Una cosa da nulla, eppure nella mia testa di adolescente ingenua quell'episodio era diventato un peso. Che cosa avrebbe pensato Lorenzo, se lo avesse saputo? Era un pensiero ridicolo, ma mi tormentava.

Eravamo quasi arrivati a metà cammino, la stradina sterrata che serpeggiava tra gli alberi ci riportava verso casa. La preoccupazione mi stava consumando. Sentivo il suo sguardo su di me a tratti, ma quando provavo a ricambiarlo, lui lo distoglieva. Ero sicura che anche lui provasse la stessa cosa, quella voglia di avvicinarsi, di superare quella barriera invisibile che ci teneva a distanza.

Poi, all'improvviso, Lorenzo si fermò. Si voltò verso di me, i suoi occhi grandi e scuri si fissarono nei miei. Non disse una parola. Il mio cuore iniziò a battere all'impazzata. Quegli occhi, così sinceri, esprimevano tutto.

Un'ondata di emozioni contrastanti mi travolse: l'eccitazione, la timidezza, la ritrosia. E poi c'era la paura dei miei genitori, così severi, così attenti a ogni mio movimento. Ma in quel momento, mentre lui continuava a guardarmi con un'intensità che non avevo mai provato, tutto svanì. Chiusi gli occhi, un atto quasi istintivo, e le mie labbra si posarono con delicatezza sulle sue.

Fu un contatto morbido, quasi un sospiro. Un attimo in cui il mondo si fermò. Non ci fu fuoco d'artificio o drammaticità, soltanto dolcezza, un fremito leggero che si propagò in tutto il mio corpo. Quando ci separammo, per pochi millimetri, riaprii gli occhi. Il tramonto tingeva ancora il cielo, ma ora era come se tutto fosse più luminoso. Lorenzo mi guardò, e sul suo viso lessi la stessa incredulità, la stessa meraviglia che sentivo io.

Non dicemmo nulla. La cena era vicina, ma in quel momento non importava. L'unica cosa che entrambi desideravamo era tornare a casa, non per mangiare, ma per rivivere in solitudine, ognuno per sé, l'eco di quello che io avrei considerato il mio primo, vero bacio. 



 

lunedì 23 febbraio 2026

VIVA LE OLIMPIADI

Si sono spenti i riflettori sull’Arena di Verona, cornice di una cerimonia di chiusura delle Olimpiadi invernali che ha saputo unire l’antico e il moderno in un abbraccio di rara raffinatezza. Se l’apertura a Milano aveva dato il ritmo, la chiusura scaligera ha suggellato l’evento con un’eleganza misurata, finalmente accompagnata da un commento televisivo, da parte della Rai, all’altezza del prestigio internazionale dell'evento.

Calato il sipario, è tempo di bilanci. E il bilancio di Milano-Cortina 2026 racconta una storia di riscatto, dove la bellezza del gesto atletico ha saputo, almeno per diciassette giorni, curare le ferite di un percorso preparatorio tutt'altro che semplice.

Non si può onorare il successo dei Giochi senza ricordare da dove siamo partiti. Sin da quel 2019, anno della candidatura vittoriosa, le Olimpiadi invernali italiane sono state accompagnate da un coro di scetticismo. Le cronache sono state a lungo dominate dai ritardi infrastrutturali. Una vera e propria corsa contro il tempo che ha tenuto il Paese col fiato sospeso fino a pochi mesi dal via. Poi i costi, che sono lievitati, con le conseguenti preoccupazioni economiche che spesso accompagnano i grandi eventi di questa portata.

Infine l’impatto ambientale. Il tema più doloroso, simboleggiato dalle ferite inferte al paesaggio per la costruzione della pista da bob a Cortina, un’opera che ha sollevato proteste e dubbi sulla sostenibilità a lungo termine.

Eppure, nonostante le premesse turbolente, la realtà dei fatti ha smentito i catastrofisti. Una volta accesa la fiamma, la macchina organizzativa si è rivelata un orologio di precisione. Dai trasporti alla gestione dei flussi, dalla logistica dei villaggi olimpici alla preparazione dei campi di gara: tutto è filato liscio, senza quegli intoppi che molti temevano. Il plauso della comunità internazionale è stato unanime, restituendo all'Italia l'immagine di un Paese capace di grandi imprese sotto pressione.

Ma un’Olimpiade non è fatta solo di logistica; è fatta soprattutto di anima. E l’anima di Milano-Cortina è stata vibrante. Abbiamo assistito a competizioni avvincenti che ci hanno tenuti incollati agli schermi, regalandoci momenti emozionanti e altri di pura commozione.

Il medagliere italiano ha segnato un record storico, ma è la qualità dei successi a restare impressa. Sono state, in particolare, le donne a trascinare la spedizione azzurra: fantastiche, determinate, capaci di imprese che resteranno negli annali. Vedere gli atleti di casa onorare la maglia azzurra tra le proprie montagne ha creato un legame indissolubile tra il territorio e il sogno olimpico.

Lo sport ha avuto la meglio su tutto: sulle ruspe, sui bilanci e sulle divergenze politiche.

Un’ultima riflessione va dedicata alla cornice politica. In un mondo frammentato, dove le organizzazioni internazionali faticano a trovare consenso, il CIO (Comitato Olimpico Internazionale) emerge come un’eccezione straordinaria.

Nonostante le decisioni difficili e discusse, come l’esclusione di Russia e Bielorussia, scelte sofferte ma rispettate, il CIO rimane l’unico organismo sovranazionale capace di esercitare un’autorevolezza indiscussa. Il potere dello sport di unire popoli e nazioni sotto un’unica bandiera, almeno per la durata di una gara, è un miracolo diplomatico che si rinnova e che, in tempi di conflitti, appare più prezioso che mai.

Milano-Cortina 2026 ci lascia un’eredità complessa, fatta di infrastrutture che dovranno essere gestite con intelligenza, ma soprattutto di ricordi indelebili. Abbiamo riscoperto che, quando l'essere umano si confronta con i suoi limiti fisici (e mentali), le polemiche sfumano.

Viva lo sport, dunque. E viva le Olimpiadi, capaci di farci sentire, ancora una volta, parte di qualcosa di grande e di buono.

 

 

sabato 21 febbraio 2026

CANZONI DELLA GIOVINEZZA (2) - "SOMEONE SOMEWHERE (IN SUMMERTIME)" - SIMPLE MINDS


 (Quindici canzoni che mi hanno fatto amare la musica pop/rock)

I Simple Minds sono uno dei pilastri della new wave e del synth-pop mondiale. Nati a Glasgow alla fine degli anni '70, la band guidata dal carismatico frontman Jim Kerr e dal chitarrista Charlie Burchill ha saputo evolversi da un post-punk sperimentale a un pop rock epico e "da stadio", diventando una delle band più influenti degli anni '80.

Il suono del gruppo è caratterizzato una cifra stilistica unica: atmosfere rarefatte, un uso sapiente dei sintetizzatori e una sezione ritmica pulsante. Dopo i primi lavori più oscuri e sperimentali, i Simple Minds raggiungono l'apice della creatività con l'album "New Gold Dream (81-82-83-84)", il disco che li consacra come architetti del suono europeo prima del successo planetario di "Don't You (Forget About Me)".

Pubblicata nel 1982,  Someone Somewhere (In Summertime) è il cuore pulsante proprio di New Gold Dream. È un brano che non aggredisce l'ascoltatore, ma che lo avvolge.

La chitarra di Burchill non segue schemi rock tradizionali ma crea trame sognanti e liquide. Le tastiere evocano una luminosa nostalgia, mentre il basso di Derek Forbes tesse una linea melodica che guida l'intera canzone.

È un pezzo che evoca spazi aperti, cieli estivi e una sorta di malinconia euforica.

Jim Kerr canta con un tono quasi sussurrato, evocativo, lontano dalle urla rock, rendendo il brano una sorta di "preghiera laica", un inno alla bellezza del momento (la stagione estiva).

Someone Somewhere (In Summertime) non è soltanto una bella canzone, ma rappresenta, a livello musicale, un momento di svolta per più di un motivo.

Innanzitutto è l'esempio perfetto di come il pop possa essere colto e ricco di atmosfera senza perdere semplicità e piacevolezza all'ascolto.

Segna il passaggio dei Simple Minds da "band di culto" a musicisti che diventano icone del suono degli anni '80. È uno dei brani che dimostrano come l'elettronica possa avere un'anima calda e umana.

A distanza di oltre quarant'anni, il pezzo non suona affatto datato. La sua struttura elegante lo rende ormai un classico senza tempo, spesso citato dai fan come il vero manifesto poetico della band, forse ancora più di altri loro successi più famosi.