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sabato 3 ottobre 2026

I PETROLIERI PORTANO DONI

L’annuncio, nei giorni scorsi, è arrivato quasi a sorpresa, ma i suoi effetti si sono avvertiti immediatamente sulle strade e nelle tasche degli italiani: Eni ha deciso di tagliare i prezzi dei carburanti alla pompa. Una mossa aggressiva che ha spiazzato il mercato, costringendo alcuni concorrenti a rincorrere il colosso del cane a sei zampe per non perdere quote rilevanti. Tuttavia, la portata dell'iniziativa rende irrealistica un'adesione generalizzata da parte dell'intero settore distributivo, spesso soffocato da margini strutturalmente più risicati. Non si tratta peraltro di un adeguamento permanente dei prezzi, bensì di un intervento a tempo determinato, una parentesi promozionale a termine che si estenderà gradualmente anche al comparto energetico domestico, con riduzioni mirate sulle bollette di luce e gas.

Da quando i nuovi listini sono diventati operativi, l'impatto sul quotidiano dei cittadini è stato visibile e immediato. Presso le stazioni a marchio Eni si registrano costantemente lunghe serpentine di automobilisti in attesa, pronti a mettersi in fila pur di strappare un pieno a prezzo agevolato. Ma guardare a questa operazione come a un mero atto di generosità commerciale significa fermarsi alla superficie. Per il colosso energetico, infatti, il bilancio complessivo si preannuncia ben lontano dal bilancio in perdita. L'impennata verticale dei volumi di carburante venduti è destinata ad assorbire e compensare ampiamente la contrazione del margine unitario sacrificato sullo sconto.

A conti fatti, la flessione economica netta per il gruppo si rivelerà minimale, a fronte di un ritorno d'immagine di proporzioni straordinarie. Eni riesce così a vestire i panni del "benefattore" delle famiglie storpiate dal carovita, offrendo loro una boccata d'ossigeno concreta per i bilanci domestici. Contestualmente, però, l'azienda ottiene un dividendo politico strategico ancora più importante: disinnescare la pressione mediatica e istituzionale sulla questione degli extraprofitti, lievitati enormemente nell'ultimo periodo a causa delle congiunture internazionali.

In sostanza, fino a quando rimarrà in carica l'attuale esecutivo, questa mossa politica ed economica agirà da scudo protettivo, schermando il gruppo da eventuali interventi fiscali punitivi o prelievi forzosi sugli utili straordinari. L'intera operazione si trasforma così in un capolavoro di strategia imprenditoriale e di pubbliche relazioni.

In tutto questo scenario, le istituzioni hanno brillato unicamente per la propria assenza. Il governo si è limitato a fare da spettatore, arrivando soltanto in un secondo momento con un patetico e tardivo tentativo di attribuirsi i meriti di un'operazione su cui non ha esercitato alcuna regia né reale peso politico.

 

giovedì 1 ottobre 2026

L'INTRUSA

È il tardo pomeriggio di una calda giornata estiva. Il mio sguardo viene attirato da una finestra socchiusa al primo piano. Non esito, entro. Lo avrei fatto anche se fosse stata al secondo piano: l'occasione è troppa ghiotta.

Dentro fa fresco, un sollievo immediato, e sembra che non ci sia proprio nessuno.

Inizio a esplorare l'appartamento, che è decisamente ampio. Controllo tutte le stanze, una a una, muovendomi in un silenzio assoluto. Prima il corridoio, lungo e dritto, con il pavimento di marmo lucido.

Poi lo studio, silenzioso, pieno di scaffali carichi di libri, una scrivania in legno scuro e carte ben ordinate.

Infine la stanza degli ospiti, dove trovo un letto fatto con cura, una sedia nell'angolo e una luce morbida che filtra dalle persiane.

La prima cosa a cui penso, però, è il cibo. Sono un po' affamata. Quindi vado in cucina. Mi guardo attorno con attenzione e la prima cosa che salta all'occhio è un bel cesto con della frutta sul tavolo d'ingresso. Vedo una pesca molto matura, morbida, profumata... proprio come piacciono a me!

Ma proprio in quel momento sento un rumore. La porta d'ingresso! Sta entrando qualcuno!

Non faccio in tempo a scappare. Allora mi rifugio rapida dietro la grande tenda del salone. Sto immobile. Per fortuna ne sono capace: posso rimanere ferma anche per molto tempo.

Si tratta di due persone, un uomo e una donna: gli abitanti di questo alloggio. Sono visibilmente stanchi, sbuffano, si lamentano a gran voce del caldo soffocante dell'esterno. Sorrido tra me e me: a me il caldo piace, non mi crea alcun problema.

A turno vanno in bagno per rinfrescarsi. Io aspetto sempre lì, ben nascosta, non voglio assolutamente farmi scoprire.

Dopo un po' i due si spostano in cucina. Poco dopo sento un odore di cibo molto invitante che si diffonde nell'aria. Lo stomaco brontola, ma decido che mi muoverò solo più tardi, quando non ci sarà pericolo.

Trascorre parecchio tempo. Alla fine i due finiscono di cenare e vanno in salone... proprio dove sono nascosta io!

Il cuore mi batte forte, ma per mia fortuna la stanza è completamente al buio. Preferiscono non accendere le luci perché dicono che scaldano l'ambiente. In questa penombra non mi potranno mai vedere, devo solo stare ferma, anche se comincia a diventare davvero pesante rimanere in questa posizione.

I due si mettono sul divano davanti al televisore acceso a basso volume. A turno si addormentano, vinti dalla stanchezza di un'intensa giornata di lavoro e dal calore accumulato. Dopo un'estenuante attesa, finalmente si alzano  e si trasferiscono in camera da letto.

Aspetto ancora un po', giusto per sicurezza, poi finalmente... via libera!

Ora posso esplorare la casa con tutta la calma del mondo.

Per prima cosa mi dirigo in cucina: ho davvero troppa fame. Ma con profondo disappunto noto che non c'è più traccia di frutta. Il cestino è completamente vuoto! E non c'è nessun altro tipo di cibo in vista.

Un po' depressa, torno a girare con calma per il resto della casa. Non trovo nulla di interessante, niente che attiri davvero la mia attenzione. Anzi, noto persino con disgusto che, in un alto angolo del soffitto, c'è una fitta ragnatela e intravedo pure il ragno. Ci passo ben lontana, rabbrividendo.

Tutte le porte interne sono aperte, e quindi posso andare ovunque senza ostacoli. Ma dopo un po' mi stufo. Che fare? Andarmene a stomaco vuoto?

Mi lascio vincere dalla curiosità. Vado nell'unica stanza che non ho ancora visitato: la camera da letto.

Entro con estrema cautela. L'uomo e la donna dormono profondamente. Lui russa leggermente. Mi avvicino di più a loro, attirata in particolare dalla donna. È davvero bella, ha delle bellissime labbra rosse che in questo momento sono leggermente socchiuse.

Mi avvicino ancora di più, quasi a sfiorarle la bocca...

SCIAFF!!!!

Un colpo secco e violento rimbomba nella stanza.

L'uomo si sveglia di soprassalto, spaventato dal rumore. Poi si sveglia anche la donna, strofinandosi il viso.

«Che cosa è successo?» chiede lui allarmato, mettendosi a sedere nel letto.

«Niente...» risponde lei sbadigliando e guardandosi la mano. «Devo aver schiacciato una mosca.»

 

 

martedì 29 settembre 2026

ELASTICI

A scuola ci è venuta la fissazione per gli elastici. Non ricordo più chi ha cominciato, ma chi se ne importa!

Raccattiamo tutti gli elastici che troviamo a casa, se mia madre mi becca son guai, perché dice sempre che quando gliene serve uno non lo trova mai, ce li mettiamo in tasca e li portiamo a scuola.

Sul pulman, che puzza sempre di nafta perché lo lavano con quella, anche dentro, niente battaglia. C'è un controllore, un vecchio bisbetico, e se si accorge di qualcosa ci prende a scapaccioni, poi dice all'autista di fermarsi e ci fa scendere.

A scuola, invece, è tutta un'altra cosa! Prima di entrare e tra un'ora e l'altra e nell'intervallo si scatena il combattimento. Ci dividiamo in due squadre e ci tiriamo gli elastici. Ci sono delle regole precise: non si può tirare a bruciapelo e non si può tirare negli occhi. Sulle guance sì, perché è dove brucia di più! Tutto il resto va bene, anche se pure sulle braccia nude fa assai male! Le ragazze ci guardano: fanno finta di essere schifate, ma io so che invece a loro piace vederci battagliare, anche se stanno ben distanti per evitare di prendere un'elasticata.

A volte facciamo anche tiro al bersaglio, posizionando dei piccoli oggetti e poi tirando a turno, ma a me piace di più tirare sui miei compagni e sentire le loro urla di dolore... che a volte sono anche le mie! Comunque io sono uno dei più bravi, e tutti mi vogliono sempre nella loro banda.

Il problema è che ci sono pochi elastici. Dopo un po' finiscono. Recuperiamo quelli tirati ma, chissà perché, ne mancano sempre un sacco. Sembra che spariscano... ma dove diavolo vanno a finire?

Giorgio, il mio compagno di banco, ha proposto di comprarli: ha scoperto che in cartoleria li vendono. Lo abbiamo guardato tutti di brutto: i pochi soldi che abbiamo devono essere spesi solo in figurine!

A me però l'altro giorno è venuta un'idea. Cioè, in realtà è venuta a mio fratello. Mi ha detto: «Quando esci da scuola vai al mercato, vicino ai banchi di frutta e verdura, è pieno di elastici!». Subito pensavo mi prendesse in giro, ma poi ho capito che parlava sul serio. E allora il giorno dopo l'ho fatto: sono uscito da scuola e, senza dire nulla ai miei compagni (mica sono scemo!), sono andato al mercato. Non conosco bene la città e ho dovuto chiedere a un sacco di gente, ma alla fine l'ho trovato.

I banchi stavano già smontando, ma mio fratello aveva ragione! A terra c'era un sacco di elastici! E pure di quelli lunghi, che sono i più ricercati: noi li chiamiamo fucili, perché hanno una gittata più lunga di quelli corti, le pistole.

Mi sono riempito le tasche, ma poi è sorto un problema: non sapevo più tornare alla scuola (anche se forse il bus era già partito) e tanto meno a casa. Ho cominciato a sentirmi perso, stavo quasi per mettermi a piangere, quando ho avuto un colpo di fortuna! Un mio vicino di casa, che era venuto al mercato, mi ha riconosciuto e mi ha chiesto se volevo un passaggio. Salvo!

Quando sono tornato a casa, in grave ritardo, mia madre era in apprensione. E arrabbiata! Dopo avermi dato un meritato ceffone, ha subito notato le mie tasche gonfie. Ho tirato fuori gli elastici (caspita, erano davvero tanti!): "Tieni" ho detto a mia mamma, "sono per te! Dici sempre che non ne hai mai uno e allora ho pensato di prenderli".

Ero stato abbastanza convincente: a mia madre è passata subito la rabbia, quasi si è commossa, e mi ha detto addirittura che non lo avrebbe detto a mio padre.

L'avevo scampata, sì... ma ero di nuovo disarmato!

 

sabato 26 settembre 2026

SEDOTTO E ABBANDONATO

La vicenda di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour, ha segnato per anni il dibattito pubblico italiano. Il 28 aprile 2021, a seguito di un ennesimo tentativo di rapina all'interno del suo negozio, Roggero reagì sparando contro i rapinatori in fuga. Il bilancio fu tragico: due morti, Giuseppe Mazzatti e Andrea Spinelli, e un terzo complice, Alessandro Modica, ferito. Fin dai primi istanti, l'episodio divenne un caso simbolico, spaccando l'opinione pubblica tra chi invocava il diritto alla difesa ad ogni costo e chi sottolineava la gravità dell'accaduto.

Nei mesi e negli anni successivi, il comportamento di Roggero ha contribuito ad alimentare la polemica. Ospite frequente nei salotti televisivi, il gioielliere ha incarnato la figura del cittadino esasperato dalla criminalità, arrivando a dichiarare più volte che avrebbe rifatto ciò che aveva fatto. Un atteggiamento fiero, privo di apparente pentimento, condito da uscite mediatiche che lo hanno trasformato nel volto-simbolo della "autodifesa senza se e senza ma".

Il percorso giudiziario ha però tracciato un confine netto tra la narrazione mediatica e il diritto. La sequenza delle immagini delle telecamere di sorveglianza ha mostrato che i colpi di pistola vennero esplosi all'esterno della gioielleria, mentre i rapinatori stavano ormai scappando. La giustizia ha stabilito che non si trattò di legittima difesa, bensì di una reazione assimilabile a una vendetta immediata, punendo l'atto come omicidio volontario. Pur riconoscendo le attenuanti del caso, legate allo stato di forte stress, alla provocazione subita e alla serie di rapine subite in passato, i giudici nei tre gradi di giudizio hanno confermato la responsabilità penale, spalancando per Roggero le porte del carcere con una condanna definitiva.

È su questo terreno che si è innestata la strumentalizzazione politica. Una parte della destra ha cavalcato la vicenda fin dal primo momento: visite in carcere di esponenti politici, post sui social, appelli accorati e l'assurda richiesta di una grazia immediata presentata ancora prima che la sentenza diventasse definitiva o senza che ne sussistessero i presupposti giuridici. Roggero è diventato il trofeo ideologico da esibire nelle campagne elettorali per dimostrare la presunta severità dello Stato contro gli "onesti".

Tuttavia, una volta spenti i riflettori e incassato il ritorno di immagine, il sostegno politico si è progressivamente squagliato. Spezzato il circo mediatico, per il gioielliere è iniziato il vero isolamento. Abbandonato da chi lo acclamava in tv, Roggero si è ritrovato solo ad affrontare la durezza della cella e della propria pena.

Negli ultimi tempi si registra una netta variazione nella strategia del gioielliere, guidata dagli stessi legali che in precedenza avevano avallato una linea processuale e mediatica aggressiva e, alla prova dei fatti, del tutto perdente. Di fronte alla realtà della detenzione e alla solitudine politica, la difesa ha imboccato la strada del profilo basso, della revisione critica e del rispetto formale delle istituzioni.

Una presa di coscienza tardiva, ma inevitabile: Roggero sembra essersi finalmente reso conto di essere stato soltanto una pedina nello scacchiere della propaganda. Un ingranaggio utile finché funzionale allo slogan della sicurezza, e poi rapidamente dimenticato da chi governa con lo stesso cinismo con cui lo aveva eletto a eroe.

 

 

giovedì 24 settembre 2026

IL GRANDE LAVORATORE

Fin dalla più tenera età, quando gli altri bambini sognavano di fare l'astronauta o il calciatore, Emilio aveva un'unica ambizione: lavorare. Non importava quale fosse il lavoro, l'importante era svolgerlo, occupare il tempo. Crescendo, la situazione peggiorò. Lui parlava soltanto di quello, pensava solo a quello: il lavoro. Le sue conversazioni, di conseguenza, erano molto noiose. Un appuntamento al cinema? Impensabile. Una cena fuori? Un'inutile perdita di tempo che poteva essere impiegata in maniera più produttiva. Le vacanze? Un concetto a lui sconosciuto.

Poi Emilio commise un grave errore: si sposò. Sua moglie, Laura, era una donna vivace, che amava la compagnia e le chiacchiere. All'inizio pensò di poterla integrare nel suo mondo, magari facendola partecipe della sua attività professionale. Ma lei aveva altre idee. Con il passare del tempo, il suo malcontento crebbe sempre di più.

"Mi trascuri!" era il suo lamento quotidiano. "Non usciamo mai! Non mi ascolti!" Emilio, da parte sua, si tormentava. Quel matrimonio gli sottraeva tempo prezioso, tempo che avrebbe potuto dedicare all'adorato lavoro.

Un giorno, in un momento di stanchezza mentale, a Emilio venne un'idea brillante. Se il problema era il tempo che doveva dedicare a Laura, perché non delegare il compito? Allo stesso modo in cui demandava ai suoi collaboratori attività che non riusciva a eseguire per mancanza di tempo. Perché non la felicità coniugale? Convocò i pochi amici superstiti.  

"Ascoltate," esordì Emilio, con la serietà di un amministratore delegato. "Ho un problema di ottimizzazione del tempo. Mia moglie Laura si sente trascurata. Voi, che siete uomini di mondo, non potreste… occuparvi un po' di lei? Magari portarla fuori a cena, chiacchierare un po'?"

Silenzio assoluto. Gli amici lo guardarono con espressioni sbalordite. Uno di loro tossì, un altro impallidì. Poi, tutti insieme, si alzarono e, senza dire una parola, si dileguarono per sempre. Emilio sospirò. La gestione delle risorse umane era una faccenda complicata.

Lui, in ogni caso, non si arrendeva mai di fronte a un problema. Se gli amici non erano all'altezza, esisteva sempre il mercato. E se c'era una cosa che Emilio capiva, era proprio il mercato. Decise di "comprare" un amante per Laura. Non uno qualsiasi, ovviamente. Un vero professionista. Uno che sapesse il fatto suo. Fece delle ricerche, come se dovesse assumere un nuovo dirigente, e alla fine trovò quello che gli sembrava il candidato perfetto: discreto, affascinante, con un tariffario chiaro e trasparente.

Il piano fu messo in atto. All'inizio, Emilio era ansioso, controllava di nascosto l'agenda di Laura. Poi, finalmente, arrivarono i risultati. Laura era sempre di buon umore, canticchiava per casa, e le sue rimostranze si erano trasformate in rari e fugaci borbottii. Emilio si sentì un genio. La sua vita era di nuovo tornata al suo binario naturale: il lavoro.

Tuttavia non sapeva, povero lui, che Laura aveva capito tutto fin dal primo istante. Lo aveva inteso dal modo imbarazzato con cui lui le aveva suggerito di "andare a prendere un caffè con quel nuovo amico così affabile". A lei, in fondo, quella situazione non dispiaceva affatto. Anzi, le dava una certa soddisfazione. Perché, a dire il vero, quell'amante comprato era il secondo. Il primo, quello che la rendeva davvero felice e che conosceva da anni, era già ben presente nella sua vita. E mentre Emilio si dedicava anima e corpo al suo amore sconfinato per il lavoro, Laura si godeva la vita, in compagnia dei suoi due galanti accompagnatori. E ognuno era felice a modo suo.

 

 

martedì 22 settembre 2026

I BAMBINI SONO BUONI

Aldo Ferri siede sul bordo di una sedia cigolante, il blocco di carta stretto tra le dita un po' tremanti. In quarant’anni di carriera ha intervistato capi di stato, latitanti e mercenari, firmando i reportage più clamorosi del giornalismo contemporaneo. Ma questa volta è diverso. Nessuna risorsa d'archivio, nessun fotografo al seguito e nessun registratore in tasca: le condizioni imposte dai suoi intermediari, contatti inavvicinabili legati a un rigido patto di riservatezza, sono state tassative. Niente immagini, niente audio. L'intervista si fa alla vecchia maniera, nell'oscurità di un'abitazione quasi introvabile e remota.

La stanza è ampia, cupa, impregnata di un odore acre di terra umida e rami spezzati. Di fronte a lui svetta l'intervistato. L'orco supera i tre metri d'altezza; la sua pelle ha la consistenza del cuoio invecchiato, screziata di toni verdastri e grigi. Ha spalle corte e massicce come macigni, braccia sproporzionate che quasi toccano terra e mani dotate di unghie spesse, simili a zoccoli caprini. Il volto è un incubo di asimmetrie: la mascella prominente rivela zanne ingiallite, il naso è schiacciato e devastato da porri, mentre due occhi piccoli e rossi come braci ardono sotto arcate sopraccigliari sporgenti.

L'imponenza di quella creatura incute un timore primordiale, ma il fiuto del vecchio cronista prende il sopravvento. Ferri schiarisce la voce e impugna la penna.

«Cominciamo dall'inizio,» esordisce il giornalista. «Cosa può raccontarmi della sua infanzia? Della sua famiglia?»

L'orco incrocia le braccia enormi, restio. Le sue risposte sono vaghe, prive di dettagli. «Famiglia normale. Genitori, antenati. Niente di speciale.»

«Capisco,» annota Ferri. «E quanti siete rimasti? Quanti orchi ci sono al mondo?»

La creatura scuote la testa, evasiva. «Pochi. Sempre meno. Il lavoro è diminuito drasticamente. I bambini di oggi non si interessano più alle fiabe.»

«In quali storie è impegnato attualmente?»

«Pollicino, per lo più,» risponde l'orco con una voce profonda che fa vibrare il pavimento. «E ogni tanto Gianni e il fagiolo magico. Ma è pura routine.»

Ferri si sporge leggermente in avanti. «È innegabile che i bambini non abbiano più la paura di un tempo. Pensiamo alla cultura di massa, a personaggi come Shrek, che hanno sdoganato l'immagine dell'orco buono...»

Non riesce a finire la frase. L'orco si rabbuia all'istante. Le pupille si stringono, il volto deforme si contrae in un'espressione minacciosa. Ferri, d'istinto, arretra, si schiaccia contro lo schienale.

«Quelle sono tutte sciocchezze!» ruggisce il mostro, facendo tremare le travi del soffitto. «Invenzioni che portano fuori strada i piccoli! Gli orchi sono cattivi, molto cattivi. Niente affatto buoni! È vero che i bambini oggi non hanno paura di noi... ma questo finché non si trovano davanti uno di noi. Dopo, strillano dal terrore.»

L'orco lascia andare una risata cupa e compiaciuta. I lineamenti orribili si distendono in una calma grottesca. Ferri capisce che è il momento di osare.

«Non posso non farle questa domanda,» premette il giornalista, cercando di mantenere ferma la voce. «È vero che voi mangiate i bambini?»

La creatura annuisce con sconcertante serenità. «Corrisponde al vero. Mangiamo i bambini.»

Un’ondata di profondo disgusto travolge Ferri. Lo stomaco gli si stringe, ma la prudenza gli impone di nascondere la propria avversione per non scatenare reazioni imprevedibili. Il mestiere, tuttavia, lo spinge a incalzare, quasi con tono provocatorio.

«E come fate?» chiede, mentre un rivolo di sudore freddo gli scivola lungo la tempia. «Li mangiate vivi? Li uccidete e li smembrate a morsi?»

L'orco resta impietrito. La sua reazione non è di rabbia, ma di profonda, genuina indignazione. Poi esplode.

«Ci crede forse incivili?!» urla, alzandosi leggermente dalla panca. Ferri incassa la testa tra le spalle, temendo la fine. «Noi li uccidiamo senza infliggere loro alcuna sofferenza! E non li mangiamo affatto crudi. Li cuciniamo!»

Il giornalista è strabiliato, paralizzato tra il terrore e la pura curiosità professionale. «Li... li cucinate? In che modo?»

L'orco sembra placarsi, la voce torna su toni quasi nostalgici. «In molti modi. Stufati, arrosto, in salmì, accompagnati con verdure di stagione o patate al forno... Io stesso sono un discreto cuoco. Utilizzo le vecchie ricette che mi ha lasciato mia madre.»

Un velo di commozione sfiora lo sguardo della belva. Per Ferri invece si tratta di un dettaglio agghiacciante: l'idea delle ricette di famiglia rende l'abominio ancora più reale, causandogli una forte nausea. Eppure, trova il coraggio per l'ultimo, pericoloso affondo.

Fissa il mostro dritto in quegli occhi incandescenti e formula la domanda finale. «Perché fate una mostruosità del genere? Perché?»

L'orco, per la prima volta dall'inizio dell'incontro, distende le labbra in un sorriso spaventoso.

«Perché i bambini sono buoni,» risponde, placido.

 

sabato 19 settembre 2026

LA BALLA DEL BOLLO

Quando il clima politico si fa pesante e una tornata elettorale si avvicina, i governi in difficoltà rispolverano sempre lo stesso vecchio manuale di sopravvivenza. La strategia è collaudata: elargire bonus, condoni e regali dell'ultimo minuto nella speranza di comprare la benevolenza dei cittadini e conservare la poltrona.

Non è una novità, né un'esclusiva del nostro Paese. Oltreoceano, Donald Trump ha recentemente rilanciato la posta spingendosi fino all'assurdo: la promessa di un "dividendo" da 5.000 dollari a ogni cittadino adulto in caso di vittoria dei Repubblicani. A guardarsi indietro, però, l'Italia non ha nulla da imparare in fatto di folklore elettorale. Tutti ricordano Achille Lauro, che nella Napoli degli anni '50 regalava agli elettori una singola scarpa destra prima del voto, promettendo la sinistra solo a urne chiuse e a favore ottenuto.

Oggi la versione moderna della "scarpa destra" ha le forme di una tassa da sempre odiata: il bollo auto. Il Governo ha annunciato trionfalmente la fine del tributo, ma a una lettura attenta dei dettagli la misura rivela subito la sua vera natura.

Non si tratta di una cancellazione totale e indistinta. Il provvedimento riguarda esclusivamente le vetture con potenza fino a 80 kW (circa 108 CV) e verrà applicato a un solo veicolo per proprietario. Inoltre, il testo fa riferimento al solo anno fiscale 2027.

Resta l'incognita fondamentale: sarà una misura strutturale o un semplice sconto "una tantum"? Se l'attuale maggioranza dovesse vincere le elezioni, si vedrà se avrà la forza economica di confermarla; in caso contrario, chi subentrerà si troverà a gestire una patata bollente fatta di coperture finanziarie introvabili e aspettative popolari tradite.

Il vero cortocircuito risiede però nella natura stessa della tassa. Il bollo auto è un tributo di competenza regionale, il cui gettito serve a finanziare i bilanci degli enti locali (in primis la sanità e i trasporti). L'abolizione comporta un ammanco immediato e miliardario nelle casse delle Regioni. Se i promessi  trasferimenti compensativi da parte dello Stato centrale dovessero tardare, come spesso accade, le amministrazioni locali (molte delle quali hanno già sollevato dure proteste) si vedranno costrette a fare cassa nell'unico modo possibile: aumentando le addizionali regionali IRPEF o tagliando ulteriormente i servizi essenziali.

A completare il quadro c'è la questione delle coperture. L'esecutivo vorrebbe finanziare questo sconto elettorale attingendo ai fondi risparmiati o non spesi del PNRR. Un'operazione che solleva ulteriori dubbi.

Perché quelle risorse non sono state impiegate nei progetti di investimento originari?

Come si pensa di aggirare il vincolo europeo che impone di utilizzare i fondi del PNRR esclusivamente per spese in conto capitale (infrastrutture, innovazione, transizione ecologica) e non per coprire la spesa corrente o i tagli alle tasse?

La sensazione è quella dell’ennesimo pasticcio contabile mascherato da regalo agli automobilisti. Resta solo da sperare che i cittadini abbiano maturato la consapevolezza necessaria per guardare oltre lo spot pubblicitario e non cadere nell'ennesima illusione da campagna elettorale.