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martedì 23 giugno 2026

VENDETTA MANCATA

Il sole picchia sulla facciata della Pensione Miramare. È un edificio a tre piani, con l'intonaco giallo sbiadito dal sale e tapparelle verdi che non si chiudono mai bene. La mia stanza ha un letto singolo, un armadio di formica e una finestra che dà sul retro, sopra le cucine. Vengo qui ogni giugno. Costa poco e nessuno mi fa domande.

Il quarto giorno la vedo entrare nella sala da pranzo. È sola.

Si siede al tavolo d'angolo, due file più in là del mio. Ha i capelli neri, tinti, portati lisci e lunghi con la frangia dritta sulla fronte. Lo stesso taglio di trent'anni fa. Porta un abito di lino azzurro, stirato alla perfezione, e scarpe aperte con un tacco alto e sottile. Sembrano costose, chissà come fa a permettersele, con la pensione che ci ritroviamo.

L'ho riconosciuta. È Ornella, la mia ex collega di reparto.

All'epoca eravamo entrambi liberi. Le avevo fatto la corte per mesi. Biglietti sul tavolo, inviti a cena, rose lasciate sul parabrezza della sua auto. Niente da fare. Era una bella donna, Ornella. Aveva la fila fuori dalla porta e me lo faceva pesare con un sorriso distaccato, quasi divertito. Mi diceva sempre di no.

Ora è invecchiata. Le braccia sono un po' molli, la pelle sotto il mento ha ceduto, ma il fascino è rimasto.

Per i primi due giorni facciamo finta di niente. Ci incrociamo nel corridoio e guardiamo altrove. Poi, la terza mattina, vicino alla macchina del caffè, ci guardiamo negli occhi.

«Ma tu sei...» dice lei, stringendo le labbra.

«Ornella? Non ci posso credere», dico io.

Fingiamo. Un tacito accordo per non ammettere che ci stavamo studiando fin dal primo momento.

Io mantengo le mie abitudini. Sveglia alle sei, passeggiata sul bagnasciuga prima che arrivi la calca, pranzo all'una, riposino con il ventilatore acceso, due ore in spiaggia, cena alle otto. Poi un altro giro sul lungomare e a letto presto.

Non controllo cosa fa lei, ma capita di incrociarsi. Ci sediamo sulle poltrone di vimini del giardinetto della pensione.

Rievochiamo i vecchi tempi. Parliamo dei colleghi, dei capi, delle macchinette del caffè sempre guaste. Più passano i giorni, più i nostri incontri diventano regolari.

Un pomeriggio ci troviamo in spiaggia contemporaneamente. Lei indossa un costume intero nero, molto elegante. Io ho i miei soliti calzoncini blu. All'inizio c'è imbarazzo. Ci guardiamo i corpi. Io ho la pancia, le vene varicose sulle gambe. Lei ha i segni del tempo sui fianchi, la pelle del petto rovinata dal sole. Ci vergogniamo della nostra vecchiaia. Poi ci sediamo sulle sdraio e il turbamento passa.

Ricordo com'era da giovane. La pelle tesa, il profumo che usava. Adesso è diversa, certo. Ma sono diverso anch'io. Inutile pensarci.

Al sesto giorno, lei si avvicina al mio tavolo.

 «Senti», dice. «Visto che siamo tutti e due soli, non ha senso mangiare separati. Ti andrebbe di dividere il tavolo?» Ci penso un attimo. Guardo la macchia di sugo sul mio tovagliolo. «Va bene», dico. «Perché no».

Da quel momento pranziamo e ceniamo insieme. La colazione no, Ornella si alza tardi, quando io ho già fatto chilometri sulla sabbia. Il soggiorno passa così, in modo piacevole. Si parla del menu, del tempo, del mare pulito.

Il penultimo giorno, subito dopo pranzo, restiamo un po' a tavola a bere il caffè.

«Ho una richiesta da farti», dice lei. Lo dice con una naturalezza disarmante, come se mi stesse chiedendo di passarle il sale.

«Visto che è l'ultima notte, ti andrebbe di dividere il letto con me?»

Resto immobile. Sento il rumore delle stoviglie che la cameriera sparecchia in cucina. Mi si stringe lo stomaco.

«Ci devo pensare», dico. Lei sorride appena, un cenno leggero della testa.

«Va bene. Fammi sapere».

Si alza, i tacchi battono regolari sul pavimento. Io resto seduto a guardare la tazzina vuota.

Ci penso tutto il giorno.

Perché dovrei accettare? mi chiedo. Mi ha rifiutato per anni. Mi ha trattato come se fossi trasparente quando era giovane e bella, quando aveva l'imbarazzo della scelta. Adesso invece è vecchia. Sì, nella mia testa uso proprio questa parola: vecchia. Anche se è ancora piacente, adesso nessuno la cerca più. E allora usa me come rimpiazzo. Come ruota di scorta.

No, bella mia, penso, guardando le onde. Ti sbagli. Forse non mi conosci bene. Io sono una persona orgogliosa. Ho la mia dignità. Una volta ti sei divertita a fare la preziosa, adesso tocca a me.

A cena sono nervoso. Taglio la carne con troppa forza. Non parlo. Ornella mi guarda. Mi studia per tutto il tempo, in silenzio, mentre beve il suo mezzo bicchiere di vino bianco.

Alla fine del pasto, la cameriera porta via i piatti. Ornella appoggia i gomiti sul tavolo e mi fissa.

«Allora», dice. «Che cosa hai deciso per stanotte?»

Prendo un respiro profondo. Ho la risposta pronta sulla lingua. Un "no" secco, pulito, per restituirle tutto l'orgoglio che mi aveva tolto trent'anni fa. Per vendicarmi. Sto per dirlo.

Poi la guardo. La luce gialla della sala da pranzo taglia di sbieco il suo viso. La frangia le copre la fronte allo stesso modo. Nei suoi occhi c'è una sfumatura che conosco, una solitudine che è identica alla mia. Di colpo, non vedo più la donna anziana che ho davanti. Vedo la donna di tanti anni prima, quella che mi faceva battere il cuore nei corridoi dell'ufficio. È la stessa. Siamo gli stessi.

«Sì», dico.

 

domenica 21 giugno 2026

LA SOSTITUZIONE

L’arbitro, con un gesto deciso, ordina di non riprendere il gioco e si esibisce nel consueto segnale: braccia alzate, palmi aperti verso il centro del campo. Il messaggio è chiaro: si può procedere con la sostituzione richiesta.

Lungo la linea laterale, il subentrante è già pronto. È una molla carica: fermo in attesa, fa dei saltelli nervosi per completare il riscaldamento e tenere i muscoli pronti. Accanto a lui, il quarto uomo mette in scena un gesto antico quanto il calcio moderno: gli controlla i tacchetti delle scarpette con un tocco rapido, quasi distratto, senza guardare, gli occhi già rivolti al campo.

Poi viene esposta la lavagnetta luminosa e i colori non lasciano spazio a interpretazioni: in verde brilla il numero di chi entra, in rosso quello di chi deve abbandonare la contesa.

Ed ecco che, puntuale come un rintocco di campana, ha inizio la pantomima.

Il calciatore che dovrà uscire ha visto benissimo l’indicazione. È impossibile non vederla. Eppure, con una maestria degna di un attore consumato, si volta dall’altra parte, fingendo che quel numero scritto in rosso non gli appartenga, come se lui non fosse minimamente coinvolto in quella procedura. Inizia la sua personale messinscena: guarda verso il pubblico con aria assente, sputa a terra, poi si accovaccia con estrema lentezza per fingersi impegnato ad allacciare uno scarpino che non ne ha bisogno. Si deterge il sudore dal volto, guadagnando secondi preziosi che sembrano ore.

Il teatrino prosegue finché un compagno di squadra, quasi imbarazzato, gli si avvicina, lo prende per un braccio e lo fa voltare, indicandogli l'evidenza: "Tocca a te, devi uscire".

È a questo punto che il calciatore incrocia lo sguardo con il suo allenatore. In quel preciso istante, il campo da calcio svanisce e lui si trasforma nel Robert De Niro di Taxi Driver. Lo sguardo si fa vitreo, le labbra mimano il celebre monologo: "Dici a me? Dici a me? Ma con chi ce l'hai? Dici proprio a me?". Ricevuta l'ovvia e spazientita conferma dalla panchina, scuote il testone con un misto di sorpresa, delusione e un briciolo di odio malcelato verso il tecnico. Non lo sfiora nemmeno per un istante l'idea che la sua, quel giorno, possa essere stata la peggior prestazione dell'anno; nel suo mondo semplice, lui è l'eroe ingiustamente rimosso.

Finalmente arreso al destino, inizia la sua lunghissima marcia verso l’uscita. Ma non è un percorso rettilineo. Prima va a salutare il suo capitano, poi stringe la mano a ogni singolo compagno che incontra. In un impeto di improvviso quanto sospetto fair-play, saluta persino un avversario, proprio quello con cui, pochi minuti prima, si era preso a calci senza troppi complimenti.

Il suo passo, nel frattempo, diventa sempre più lento e pesante. Sembra essere diventato di colpo incapace anche di corricchiare, lui che dovrebbe essere un atleta al culmine della forma. Finalmente raggiunge la linea laterale, sospinto dalle sollecitazioni dell'arbitro che ormai ha esaurito la pazienza. Ma c'è ancora l'ultimo atto: il calciatore uscente non manca di abbracciare e riempire di pacche sulla spalla il compagno che entra, augurandogli (forse) miglior fortuna.

Il giocatore finalmente esce, il compagno fa il suo ingresso in campo. Tutto lo stadio può tirare un sospiro di sollievo. Il rito della sostituzione si è finalmente compiuto. Il gioco adesso può riprendere, ma il tributo pagato al tempo trascorso è stato, come sempre, altissimo.

 

sabato 13 giugno 2026

ROBOZINHO

Avevo sentito parlare di lui da un amico, un vecchio cronista uruguaiano incontrato in un caffè di Montevideo, tra i fumi del tabacco e il profumo amaro del mate. Naturalmente, non avevo creduto del tutto a ciò che mi aveva detto. Si sa, i giornalisti sportivi sudamericani amano ricamare; sembra quasi che siano più scrittori che cronisti, che si ispirino tutti alle storie di Osvaldo Soriano ed Eduardo Galeano. Anche se dovrebbero limitarsi alla cronaca sportiva, non riescono a sfuggire al realismo magico delle loro terre, dove un palo può essere stregato e un pallone può pesare quanto il cuore di un amante tradito.

Ma non divaghiamo. Nelson Uribe, appunto, in quella occasione mi fece il nome del tecnico brasiliano che aveva scoperto quello straordinario calciatore. Luis da Silva era il nome di quell'allenatore, che dirigeva una squadra di seconda serie persa nelle pieghe della cartina geografica.

Proprio quell'estate dovevo recarmi in Brasile, per altri scopi; tuttavia, spinto dalla curiosità e da quel tarlo che solo le leggende sanno insinuare, decisi di andare a trovare da Silva. Volevo chiedere di quel giocatore e verificare se ciò che mi aveva detto Uribe fosse vero, oppure se fosse solo l'ennesima invenzione sudamericana alimentata dall'alcol e dalla nostalgia.

Confesso, faticai un po' a trovare quella piccola cittadina in pieno Nordeste, un pugno di case colorate strette tra la polvere rossa e il verde accecante della vegetazione. Non faticai affatto, invece, a rintracciare Luis da Silva. Era una vera gloria locale, alla guida della squadra della città da ben quindici anni. Tutti lo conoscevano, tutti parlavano bene di lui; erano al contrario molto più abbottonati quando chiedevo notizie del loro famoso calciatore, di cui non conoscevo il nome ma soltanto il soprannome, così come me l'aveva detto il mio amico uruguaiano: Robozinho.

In un caldo pomeriggio, con un sole che pareva voler sciogliere il catrame delle strade, mi recai nel piccolo stadio. Fui fortunato: la squadra si stava allenando. Il tecnico Luis da Silva, un vecchietto molto simpatico con la pelle arsa dal sole, accettò di parlare con me. Dopo alcuni brevi convenevoli sulla bellezza del Brasile e la durezza dei campionati minori, non potei resistere e gli chiesi subito di Robozinho.

Da Silva sorrise sornione, come a dire: "Eccone un altro!". Poi, senza aggiungere una parola, mi indicò il terreno di gioco. "Il nove", disse semplicemente.

I suoi giocatori stavano iniziando una partitella: titolari contro riserve. Tra i primi, proprio con il numero nove sulla maglia un po' sbiadita, c'era Robozinho. Lo osservai con attenzione. Mi sarei aspettato un calciatore giovanissimo, una promessa scattante e nervosa; viceversa vidi un uomo di almeno trent'anni, persino leggermente in sovrappeso, che deambulava per il campo con l'aria di chi aspetta l'autobus.

Feci per aprire bocca, per manifestare la mia delusione e la mia sorpresa, ma da Silva mi fece cenno di tacere e continuare a guardare.

In quel momento, Robozinho,  nonostante il ruolo da attaccante, si abbassò fino alla propria area di rigore, si fece dare il pallone dal suo portiere e iniziò a correre. O meglio, a muoversi. La sua corsa era tutt'altro che veloce, quasi ipnotica, nessuno era in grado di contrastarlo. Gli avversari sembravano scivolare via, i loro interventi arrivavano sempre con un decimo di secondo di ritardo, come se lui conoscesse in anticipo la traiettoria di ogni gamba tesa. Dopo un po' giunse in area di rigore avversaria, dribblò anche il portiere con una finta di corpo che pareva una danza e segnò.

Poi, con la stessa flemma, andò a sistemarsi a metà campo. E da quel momento non si mosse più. Restò lì, immobile come una statua di sale, mentre le azioni proseguivano frenetiche intorno a lui.

Dopo dieci minuti di quel paradosso, mi rivolsi a da Silva. "Che cosa sta facendo? Perché non si muove più?" chiesi, sbigottito.

Lui alzò le spalle con la rassegnazione di chi ha visto l'impossibile troppe volte. "Fa sempre così. Una sola azione per partita, e ogni volta segna. Dopo non fa più nulla. È come giocare con un uomo in meno. Se fosse una partita ufficiale lo avrei già sostituito. Le sue gare durano cinque o dieci minuti, mai di più. Per questo nessuna squadra importante lo ha mai voluto, nonostante sia un calciatore eccezionale, il più forte di tutti i tempi".

Ero basito. Non sapevo che dire. Nella mia testa razionale di europeo cercavo una logica, qualsiasi cosa che potesse giustificare quel comportamento. Forse un limite fisico? Mi venne in mente un’unica domanda: "Ma perché fa così? Cioè, lui come motiva questo suo assurdo atteggiamento?"

Da Silva sorrise di nuovo, e notai che gli mancavano un paio di incisivi. "Lui? Lui dice che è un ragazzo semplice, e che non gli piace mettersi troppo in evidenza! Che si vergogna!"

E scoppiò in una risata fragorosa.

"Ma non è un peccato?" domandai, sempre più sbalordito.

"Peccato? É la nostra fortuna! Almeno qualche partita la riusciamo a vincere!"

 

giovedì 11 giugno 2026

OMBRE E NEBBIA (2) - PREFAZIONE

Esiste un momento preciso, nel crepuscolo che avvolge le brughiere del Devon o tra i vicoli fuligginosi di Whitechapel, in cui la realtà sembra sfaldarsi. È in quell'istante di incertezza, dove la lanterna a gas vacilla e il fischio del treno pare un lamento umano, che abita il Gotico.

Questa raccolta nasce dal desiderio di tornare a quei luoghi, non solo geografici ma dell'anima, dove il razionalismo scientifico della fine dell'Ottocento si scontra in maniera brutale con l'ancestrale terrore dell'ignoto.

Il racconto gotico non è semplicemente una storia di paura; è la bellezza dello smarrimento. Sebbene le sue radici affondino nel Settecento con Il castello di Otranto di Horace Walpole, è nel XIX secolo che il genere trova la sua forma perfetta, evolvendo dal "gotico dei castelli" a quello, ancora più intimo e inquietante, della mente e della metropoli.

Gli elementi fondamentali che ritroverete in queste pagine sono i pilastri di un’architettura del brivido.

Il Sublime, innanzitutto. Quella sensazione di sgomento e ammirazione di fronte a una natura selvaggia e indifferente.

Il Passato che non muore e che ritorna. Segreti sepolti, maledizioni ereditarie e fantasmi che chiedono giustizia.

L'Ambiente che diventa protagonista. La brughiera desolata e la nebbia londinese non sono semplici sfondi, ma entità vive che soffocano e nascondono.

Infine il Doppio. La lotta interna tra la facciata rispettabile della società vittoriana e gli impulsi oscuri che agitano l'animo umano.

Scrivere di gotico oggi significa dialogare, in umiltà, con i giganti che hanno tracciato il sentiero. Non si può attraversare la Londra di fine secolo senza sentire l'eco dei passi di Mary Shelley, che con il suo Frankenstein ha dato corpo all'ambizione scientifica trasformatasi in incubo.

Non si può ignorare la lezione di Sheridan Le Fanu e delle sue atmosfere sospese, o la potenza di Bram Stoker, che ha reso il vampiro l'archetipo definitivo della minaccia esterna (e interna). E ancora, il genio di Robert Louis Stevenson, che con Lo strano caso di Dr. Jekyll e Mr. Hyde ha sventrato l'ipocrisia dell'epoca, mostrandoci che il mostro non vive "altrove", ma allo specchio.

Ci si potrebbe chiedere che senso abbia, in un’epoca completamente dominata dalla tecnologia e dalla trasparenza digitale, tornare a rifugiarsi tra le ombre e la nebbia di un secolo ormai lontano.

La risposta risiede nella natura stessa della nostra paura. Il Gotico ha ancora senso perché è il genere del "non detto". In un mondo che pretende di spiegare tutto, abbiamo bisogno di storie che ci ricordino che esistono angoli della psiche e della realtà che restano inaccessibili. La Londra di fine Ottocento, con le sue profonde diseguaglianze, il suo fervore industriale e il suo lato oscuro, è lo specchio perfetto per le nostre ansie moderne: l'alienazione, il timore del diverso e la fragilità delle nostre certezze.

Leggere questi racconti significa accettare un invito: quello di spegnere la luce della ragione per qualche istante e lasciarsi guidare dal battito accelerato del cuore. Perché, in fondo, non siamo mai usciti davvero dalla brughiera.

Disponibile, in versione cartacea e digitale, su Amazon e in tutte le principali librerie online.

 


martedì 9 giugno 2026

LA STIMA DEL PORCELLO

Di sicuro non ci vado per la calcinculo. Quella giostra non mi è mai piaciuta, neppure quando ero piccolo. Giri e giri e dopo un po' non capisci più niente. Ti vortica la testa, ti viene da vomitare, soprattutto se hai bevuto troppo. E tanto il fiocco non lo prendi mai, quando lo stai per afferrare te lo tolgono, quei maledetti, perché ti vogliono sempre costringere a fare un altro giro.

E l'autoscontro mi interessa ancora meno. È una cosa stupida, e poi se non fai attenzione rischi di farti male. Ricordo che una volta ho portato a fare un giro la sorella del mio amico Amedeo. All'epoca la ragazza era un po' grossa, e anch'io non scherzavo con i miei quasi cento chili. Ci stavamo appena, in quel minuscolo abitacolo, schiacciati uno contro l'altro, in pratica eravamo come incastrati. Per fare colpo su di lei ho iniziato a camminare contromano, a colpire con forza tutti quelli che mi trovavo davanti. A un certo punto ci siamo schiantati contro il bordo della pista, la povera Lia è stata sbalzata fuori dalla vettura, ha picchiato sulla piattaforma e poi è finita sul prato. Aveva tutta la fronte insanguinata. A me è sembrata una scena divertente e mi sono messo a ridere. Amedeo non ha neppure badato alla sorella, è venuto direttamente da me e mi ha suonato per bene. L'ho lasciato fare, non avevo voglia di discutere, ma solo di bere, che è quello che abbiamo fatto dopo, mentre Lia se ne tornava a casa tutta incerottata.

Anche ballare non mi interessa. Non ne sono capace, non l'ho quasi mai fatto. E poi tocca ballare con delle donne, che a me non interessano. Con il tempo ho imparato che più si sta lontano da loro e meglio si sta. Portano soltanto guai. E poi quando si lamentano che pesti loro i piedi sono proprio insopportabili, strillano come aquile. Io faccio attenzione, ma se scappa il pestone, pazienza, non è la fine del mondo.

E non ci vado neppure per sentire il coro degli alpini. Io lo sono stato alpino, so che cosa vuol dire, e per me alpino vuol dire marce in montagna, sterco di mulo e bevute di grappa, non gente senza palle che canta con voce da donnetta.

Io alla festa patronale ci vado per un solo motivo: la stima del porcello. Lo voglio vincere, quel maiale, ma non ci riesco mai. Si deve indovinare il suo peso, ma io sbaglio sempre di poco e non riesco mai a portarmelo a casa. Ci provo tutti gli anni. Ma questa volta ho deciso di cambiare strategia, non mi fregano più.

Eccolo, sono arrivato.

"Ehi! Ma che stai facendo?" sento gridare. "Non si può entrare nel recinto!". Ma io vado avanti lo stesso e afferro il porcello. Lo soppeso ben bene tra le braccia, anche se quello si lamenta e schiamazza. All'improvviso mi piombano addosso i fratelli Garbetta, uno più grosso dell'altro. Mi buttano a terra, mi schiacciano la faccia nella merda. Ma è troppo tardi, ormai sono riuscito a stimare il porcello. Appena riuscirò a staccare naso e bocca dal liquame dirò a tutti il peso esatto, e finalmente lo vincerò, quel dannato maiale.

 

giovedì 4 giugno 2026

OMBRE E NEBBIA (1)


Il mio nuovo libro.

In una Londra di fine Ottocento avvolta dal fumo delle ciminiere e dalla nebbia che striscia tra i vicoli, l’oscurità non è soltanto un gioco di luci: è una presenza viva, un respiro che accompagna ogni passo. In queste pagine, la città diventa un labirinto di strade umide, cortili dimenticati, cantine dove il silenzio pesa come una minaccia, botteghe che nascondono segreti inconfessabili e campagne brumose dove l’antico e il soprannaturale non hanno mai smesso di camminare accanto agli uomini.

Le storie raccolte in Ombre e nebbia esplorano un’epoca in cui la modernità avanza, ma le superstizioni non arretrano; in cui la scienza tenta di spiegare ciò che sfugge alla ragione, mentre le ombre continuano a muoversi appena oltre il cerchio della luce. Tra i quartieri popolari di Whitechapel, le dimore aristocratiche, i vicoli dove il freddo morde la pelle e le brughiere che sembrano custodire un respiro antico, si intrecciano destini segnati da presenze inquietanti, colpe sepolte, apparizioni, ossessioni e misteri che emergono quando la città dorme e la nebbia cala più fitta.

Questa raccolta è un viaggio nel cuore gotico dell’Inghilterra vittoriana, dove ogni porta chiusa può celare un orrore, ogni passo nella nebbia può condurre verso l’ignoto, e ogni ombra può essere l’inizio di una storia che non si dimentica. Un omaggio alle atmosfere cupe e affascinanti del gotico classico, in cui la paura non nasce dal mostruoso, ma da ciò che resta nascosto ai margini della luce.

Disponibile, in versione cartacea e digitale, su Amazon e in tutte le principali librerie online.

 

martedì 2 giugno 2026

LIBRI

L'ultimo giorno di scuola è stato come un respiro profondo dopo una lunga apnea. Ora che le scuole medie sono finite, sento addosso una libertà nuova, che quasi mi stordisce. Davanti a me si prospetta un’estate infinita, tanto tempo a disposizione senza l’ombra dei compiti delle vacanze, prima che l’autunno mi trascini verso l’incognita delle scuole superiori: un nuovo mondo, compagni sconosciuti, un altro capitolo della vita che, per ora, preferisco lasciare chiuso a chiave.

I miei piani sono semplici e bellissimi. Mi vedo già a pedalare senza meta lungo le stradine di campagna, dove l'aria odora di fieno tagliato e il sole scotta sulle spalle. Ci saranno le partite a calcio con i miei amici e i pomeriggi a rincorrere una pallina da tennis, ma so già quale sarà il mio vero rifugio: la lettura.

Amo i fumetti, di ogni genere e tipologia, ma negli ultimi tempi ho scoperto che anche i libri hanno una magia tutta loro. Mi immagino seduto in terrazza, su una comoda sedia a sdraio, o all’ombra fresca del grande albero in giardino, perso tra le pagine. Il problema è che a casa la mia piccola scorta è esaurita; ho letto tutto quello che c'era, e non era molto.

Così, ho deciso di dare fondo ai miei risparmi. Ho racimolato quegli spiccioli accumulati con pazienza, e sono andato nell'unico posto del mio minuscolo paese che tiene qualcosa da leggere: la cartoleria.

Tra quaderni e astucci e prodotti per la casa, lo scaffale dei libri è piccolo, ma per me brilla come un tesoro. Ho puntato subito un volume dalla copertina bellissima: Ventimila leghe sotto i mari. Conosco già l'autore, Jules Verne, perché l'anno scorso avevo scovato in casa un altro suo libro, Le Indie nere, un regalo che era stato fatto a mio fratello. Mi era piaciuto tanto: raccontava di una comunità di minatori che tornava a vivere nelle profondità di una vecchia miniera di carbone abbandonata in Scozia, scoprendo un mondo sotterraneo quasi fatato.

Questo nuovo libro, invece, promette di portarmi negli abissi marini. Parla del misterioso Capitano Nemo e del suo sottomarino, il Nautilus, che solca gli oceani dando la caccia a un presunto mostro marino, tra scoperte scientifiche incredibili e il fascino dell'ignoto subacqueo.

Accanto a quello di Verne, ho scelto un altro libro che mi ha colpito subito: Otter 3-2 chiama! di uno scrittore norvegese, Leif Hamre. Si tratta di un romanzo avventuroso che narra di due piloti della Royal Norwegian Air Force che, a causa di un guasto meccanico durante una tempesta invernale, sono costretti a un atterraggio d'emergenza tra i ghiacci desolati della Lapponia. È una storia di sopravvivenza estrema e coraggio, perfetta per bilanciare il caldo dell'estate con un brivido di gelo artico.

Sono tornato a casa con il cuore leggero e le tasche vuote. Per uno squattrinato come me, i libri sono costosi, ma mentre salivo le scale stringendo i miei nuovi acquisti, sapevo che il cambio era vantaggioso. Quei fogli di carta mi avrebbero dato molto più di qualche moneta.

Ma la vera svolta di quell'estate è arrivata quasi per caso. Vagabondando con la mia bicicletta, mi sono spinto oltre i confini del paese e ho scoperto la biblioteca pubblica della cittadina vicina. È stato come trovare l'Eldorado.

Da quel giorno è iniziato un pellegrinaggio interminabile. Andavo e tornavo con il portapacchi carico, divorando storie a una velocità tale che l'anno successivo, il bibliotecario, guardandomi arrivare per l'ennesima volta con la tessera in mano, mi ha chiesto sbalordito: "Ma insomma, ragazzino... che cosa ne fai di tutti questi libri? Li mangi?"

Ho sorriso, pensando che in fondo aveva ragione: stavo nutrendo la mia parte migliore.