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venerdì 7 agosto 2026

NON DANNO LA MANO

Il campo da tennis, storicamente considerato un tempio di etichetta e regole non scritte, è diventato uno degli scenari più evidenti in cui la geopolitica irrompe nella quotidianità dello sport. Dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa, le tenniste ucraine hanno adottato una posizione ferma: al termine del match, rifiutano la stretta di mano con le avversarie russe e bielorusse.

Questo comportamento ha generato fiumi di critiche, sfociando spesso nei fischi del pubblico e in accuse di antisportività. Tuttavia, bollare questo atteggiamento come una violazione del fair play significa travisare la natura stessa del regolamento. Le atlete ucraine osservano le norme del gioco esattamente come tutte le altre; la stretta di mano finale appartiene alla sfera del costume e del bon ton tennistico, non alle regole codificate che determinano la validità di un incontro.

A chi sostiene la tesi secondo cui «la politica deve rimanere fuori dallo sport» o che «lo sport deve solo unire», la storia offre una risposta ben diversa. Qualsiasi azione umana possiede una valenza politica, e lo sport non fa eccezione. È impossibile non pensare al podio dei 200 metri alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, quando Tommie Smith e John Carlos sollevarono i loro pugni chiusi in guanti neri contro la discriminazione razziale. Anche allora si parlò di gesto inopportuno, ma oggi quel momento è giustamente riconosciuto come una pietra miliare della lotta per i diritti civili.

Atlete ucraine di vertice come Elina Svitolina e Marta Kostyuk sono consapevoli dell'attenzione mediatica di cui godono. Sanno che le loro piattaforme comunicative possono dare voce a un popolo sotto attacco e scelgono di utilizzare quella visibilità per inviare un messaggio chiaro e inequivocabile. Non si tratta di un attacco personale nei confronti delle colleghe russe, molte delle quali sono a loro volta, in forme diverse, ostaggio delle logiche repressive del proprio regime, ma di un atto puramente simbolico e politico.

In momenti di drammatica emergenza, ognuno cerca di sostenere il proprio Paese con i mezzi a sua disposizione. Giudicare con severità dall'esterno chi vive la tragedia della guerra risulta spesso esercizio sterile. Non si tratta necessariamente di condividere ogni scelta, ma di comprendere il contesto e prendere atto di una posizione consapevole. Loro non danno la mano: un gesto silenzioso che pesa più di mille parole.

 

martedì 4 agosto 2026

IL PATTO DELLE DONNE

Il silenzio non era più d’oro. Era diventato di piombo, e ormai pesava troppo. E fu così che nacque il Patto delle Donne, in un pomeriggio di pioggia, tra i vapori di una lavanderia a gettoni e i sussurri nel mercato rionale. Non ci furono firme, soltanto uno sguardo d’intesa e una promessa: Se toccano una, rispondiamo tutte. Il raggio d’azione era semplice: chiunque udisse un grido, vedesse un segnale (un drappo rosso alla finestra) o ricevesse un messaggio in codice, doveva accorrere. Subito. L'accordo non fu tenuto segreto. Tutti ne vennero a conoscenza.

Gli uomini della cittadina accolsero la notizia con fragorose risate al bar. Lo chiamarono il "Patto dei Grembiuli" o la "Rivolta dei Mestoli".

Ma il dileggio non si fermò qui. Furono creati meme sui social, dove le donne erano raffigurate come personaggi di cartoni animati, con il mattarello in mano. Si pensava che quell'intesa, tutta femminile, fosse soltanto un modo per socializzare, o una bizzarra terapia di gruppo.

"Che cosa faranno?" sogghignava qualcuno tra una birra e l'altra. "Ci tireranno i capelli? Ci sgrideranno in coro?". Quegli stolti non capivano che la rabbia, quando smette di implodere, si trasforma in energia cinetica.

Daria era una di quelle donne, e viveva nell'ombra. Suo marito, Sergio, era un uomo che occupava tutto lo spazio, opprimendola totalmente e lasciandole soltanto i lividi che lei copriva con strati su strati di fondotinta.

Quel martedì, Sergio tornò a casa con il respiro che puzzava di alcol e di rancore. Per un piatto di pasta troppo cotta, la sua voce divenne un tuono. Daria vide la sua mano alzarsi e, per la prima volta, non chiuse gli occhi. Il terrore, invece di paralizzarla, le diede una spinta.

Approfittando di un inciampo dell'uomo, Daria scivolò fuori dalla porta, scalza, con il telefono in mano. Premette il tasto d'emergenza del Patto.

Sergio uscì in strada urlando minacce, certo di riacciuffarla in pochi secondi. Ma non trovò una donna sola che scappava. Trovò un vuoto che a poco a poco si riempiva.

Dal portone di fronte uscì la vicina con una torcia elettrica. Da un’auto accostata scesero tre ragazze. Dalla palestra all'angolo arrivarono donne ancora in tuta. Non gridavano; si muovevano con una coordinazione silenziosa e implacabile. In meno di tre minuti, Sergio era circondato da un centinaio di donne.

Lui provò a colpire la prima che gli giunse a tiro, ma dieci mani lo bloccarono. Fu travolto. Non si trattò di una rissa, ma di una severa sottomissione. Ricevette la stessa violenza che aveva dispensato per anni, moltiplicata per cento.

Mentre Sergio veniva immobilizzato in attesa della polizia, un gruppo di donne si diresse verso la sua amata auto sportiva. Della benzina, un fiammifero, un bagliore, e la vettura divenne un falò che illuminò la via.

La casa, quel luogo di torture private che Sergio sbandierava come "sua proprietà", subì quasi la stessa sorte. Furono distrutti i vetri di tutte le finestre, presi a mazzate i muri. Qualcuna penetrò all'interno e buttò in strada tutti i suoi vestiti.

Quando la polizia arrivò, trovò Sergio malconcio e tremante. L'uomo fu consegnato come un pacco postale con un biglietto spillato alla camicia: "Questo è il prezzo". Nessuna testimone aveva visto nulla. O meglio, tutte avevano visto la stessa cosa: una legittima difesa collettiva (forse eccessiva? Chissà...). Da quella notte, l'ilarità degli uomini si spense. Così come si estinse la loro violenza. L’aria in città cambiò. Non ci fu più bisogno di camminare con le chiavi tra le dita o di guardarsi alle spalle. Il Patto non era più una barzelletta, era la legge del territorio. I soprusi non diminuirono: sparirono. Perché ormai ognuno sapeva che, alzando la mano, non avrebbe solo colpito una vittima, ma segnato il proprio destino.

 

sabato 1 agosto 2026

L'ARTE DI STRUMENTALIZZARE

Negli ultimi giorni, le immagini di migliaia di migranti diretti verso Ceuta hanno riempito i notiziari, riportando il tema dei confini europei al centro del dibattito politico. Tuttavia, la narrazione geografica e mediatica di questo evento risulta spesso confusa e richiede di essere chiarita per comprendere a fondo le dinamiche in gioco.

Ceuta non è una città situata sulla penisola iberica, ma un'enclave autonoma spagnola che si trova nel Nord Africa, circondata dal territorio del Marocco. Chi riesce a varcare i suoi confini si trova, giuridicamente e politicamente, in Spagna e di conseguenza nell'Unione Europea; tuttavia, a livello puramente territoriale, i suoi piedi poggiano ancora saldamente sul continente africano.

Un dettaglio cruciale che spesso sfugge nel dibattito pubblico è la rotta seguita dai migranti. Queste persone non attraversano a nuoto l'immenso Stretto di Gibilterra. La loro traversata consiste nell'aggirare la diga frangiflutti che separa il Marocco dal territorio spagnolo, nuotando rasente la costa marocchina per poco più di un chilometro. Nonostante la distanza sia breve, si tratta di una via estremamente infida e pericolosa: le correnti improvvise e lo sfinimento fisico rendono questo tratto di mare una trappola mortale, che purtroppo continua a mietere numerose vittime.

Di fronte alla complessità di questa emergenza umanitaria, la reazione del governo italiano è stata immediata, trasformando la crisi in un'arma di pressione politica. L'esecutivo italiano ha sospeso lo spazio Schengen con la Spagna, innescando immediate tensioni diplomatiche tra Roma e Madrid.

L'obiettivo di questa narrazione è evidente: strumentalizzare la pressione al confine africano per diffamare e sminuire la figura del Primo Ministro spagnolo Pedro Sánchez e le sue politiche migratorie. Il tentativo è quello di dipingere la Spagna come un Paese al collasso, incapace di gestire i propri confini sotto l'attuale guida governativa.

Tuttavia, il tentativo di screditare l'esecutivo iberico si scontra con una realtà macroeconomica in cui le politiche di Sánchez (incluse le riforme sull'immigrazione e sull'integrazione) stanno portando risultati straordinari, surclassando i numeri dell'Italia.

Mentre il governo italiano cerca di esportare i propri modelli in tema di immigrazione, l'economia spagnola viaggia a velocità doppia rispetto alla media europea. Nel 2025, il Prodotto Interno Lordo (PIL) della Spagna ha registrato una crescita eccezionale, trainata anche dagli investimenti e dalla stabilità sociale, attestandosi tra il 2,8% e il 2,9%. Le prospettive rimangono eccellenti anche a lungo termine: per il 2026, il Fondo Monetario Internazionale stima per la Spagna un'ulteriore espansione del 2,3%, confermando il Paese come l'indiscussa locomotiva economica dell'Eurozona.

La crisi di Ceuta rappresenta un dramma umano e una sfida logistica reale, che richiede soluzioni strutturali e non slogan elettorali. Usare la disperazione di chi muore a pochi metri dalla costa per attaccare politicamente l'esecutivo iberico si rivela un'operazione di distrazione di massa. Al di là della propaganda sui confini, infatti, i numeri restituiscono la fotografia di una Spagna economicamente solida e in forte crescita, che sta raccogliendo i frutti di politiche di sviluppo diametralmente opposte a quelle adottate dall'attuale governo italiano.

P. S. Nelle ultime ore, l'emergenza migratoria a Ceuta è praticamente rientrata: quasi tutti i migranti, circa 48.000 sulle decine di migliaia di persone entrate inizialmente, sono già stati rimpatriati in Marocco, con operazioni che hanno proceduto a ritmi serrati.

Questa rapida risoluzione conferma che a monte non c'è stato un flusso migratorio spontaneo, ma un evento orchestrato. Tuttavia, più che a una complessa congiura internazionale che coinvolge potenze come Stati Uniti o Israele, i fatti puntano a una precisa e già nota tattica geopolitica di Rabat. Come evidenziato dagli esperti di relazioni internazionali, si è trattato di un allentamento intenzionale dei controlli da parte delle autorità marocchine, le quali usano ciclicamente la leva migratoria per esercitare pressione sulla Spagna e sul governo di Pedro Sánchez. Dinamiche quasi identiche si erano infatti già verificate durante la crisi del maggio 2021, sempre per tensioni diplomatiche tra Madrid e il Marocco.

Alla luce di questo epilogo, che ha visto la crisi esaurirsi nel giro di 24-48 ore, la reazione del governo italiano appare ancora più sproporzionata. La decisione di sospendere precipitosamente l'accordo di Schengen con la Spagna si è rivelata una mossa puramente propagandistica e a uso elettorale interno. Sarebbe bastato attendere pochissimo tempo per capire che l'emergenza si sarebbe risolta rapidamente grazie agli accordi di rimpatrio. L'essersi lanciati in una forzatura diplomatica così estrema e ostile nei confronti di un partner europeo, per un'emergenza rivelatasi fulminea, rende l'imbarazzo e la pessima figura dell'esecutivo italiano ancora più rimarchevoli.

 

 

 



 

giovedì 30 luglio 2026

L'ULTIMO GIRO DI PISTA

Il vecchio campo era sempre lì, incastonato tra i palazzi. La pista di atletica, un tempo rossa e brillante, ora mostrava crepe e macchie di polvere. Ettore vi tornava dopo decenni: non era stato un campionissimo, ma un atleta di buon livello, uno di quelli che avevano avuto l’onore di partecipare alle Olimpiadi. Poi, un infortunio crudele lo aveva costretto a ritirarsi troppo presto, lasciandolo nell’ombra e nel dimenticatoio.

Camminava lentamente lungo il bordo della pista, respirando l’odore di erba umida del prato. Ogni passo era un lontano ricordo: il boato del pubblico, il sudore, la tensione prima dello sparo. Ma ora c’era solo silenzio.

In mezzo alla pista, c'era un ragazzo che correva, tutto solo. Si chiamava Roberto. Era un giovane di talento, una promessa, aveva gambe veloci e cuore giovane, ma il suo volto era contratto, segnato da una fatica che non era solo fisica. Ettore lo osservò: i suoi movimenti erano buoni, ma privi di gioia.

Quando Roberto si fermò, ansimante dopo alcuni scatti, il vecchio si avvicinò. "Bel passo, giovane" disse Ettore con voce calma. Il ragazzo lo guardò, un po’ infastidito. "Chi è lei?" domandò. "Uno che qui ha corso tanti anni fa" rispose Ettore, che poi pronunciò il suo nome.

Roberto spalancò gli occhi. "Oh! Quello delle Olimpiadi? Ho letto di lei, in un libro di atletica. Non avrei mai pensato di poterla incontrare".

Il vecchio sorrise, quasi sorpreso che qualcuno ricordasse ancora il suo nome. "La mia carriera è finita presto. Un infortunio, e poi l'oblio. Tu invece hai ancora tutto davanti".

Roberto abbassò lo sguardo. "Non lo so. I miei genitori non mi capiscono, la mia ragazza mi ha lasciato perché passo troppo tempo qui, e a scuola vado male. Mi sento bloccato".

Ettore lo fissò con dolcezza. "Vedi, ragazzo, correre non è solo vincere. È capire chi sei. Io ho perso molte gare, ma ho imparato che la vita non si misura in medaglie. Si misura in quanto riesci a restare fedele a te stesso".

Il giovane rimase in silenzio, colpito da quelle parole. Non erano consigli tecnici, ma qualcosa di più profondo. Ettore continuò: "Non correre per dimostrare qualcosa agli altri. Corri per ricordarti chi sei. Il resto verrà da solo".

Roberto annuì, con un nuovo lampo negli occhi. "Non so come ringraziarla".

Il vecchio sorrise. "Una maniera ci sarebbe. Accompagnami in un ultimo giro di pista".

Roberto esitò, poi si mise accanto a lui. Partirono piano, quasi camminando, a piccoli passi. Poi aumentarono un po' l'andatura, con cautela. Ettore sentiva le gambe pesanti, ma il cuore leggero. Roberto, al suo fianco, percepiva la solennità di quel momento. Non era una gara, non c’era cronometro. Era un giro per ricordare: il passato di Ettore, il presente di Roberto, e la promessa che la corsa, in fondo, è sempre un dialogo tra generazioni.

Quando arrivarono al traguardo, Ettore si fermò, ansimante ma sereno. "Ecco" disse. "Questo era il mio ultimo giro. Ma tu, ragazzo, ne hai ancora tanti davanti".

Roberto lo guardò con rispetto. "E li correrò anche per lei".

Il vecchio annuì. La pista, sgretolata e silenziosa, sembrava improvvisamente più viva. Pareva tornata rossa e brillante come ai vecchi tempi.

 

 


martedì 28 luglio 2026

INCRESPATURE

Se ne era accorta già da bambina, durante l’ora di ginnastica, in quella palestra che sapeva di gomma e di sudore. Guardando le gambe delle altre compagne, aveva notato una differenza. Prima non ci aveva mai fatto caso più di tanto; non aveva mai avuto la possibilità di un vero confronto, perciò aveva sempre considerato la propria pelle come l'unica pelle possibile. Normale, come il ritmo di un orologio a muro.

Quel giorno, invece, notò che la guardavano. Le sue piccole compagne fissavano il retro della sua coscia destra, vicino alla piega del ginocchio, e la parte alta del polpaccio. La guardavano in silenzio, finché una bambina di nome Dora le si avvicinò. "Che cosa ti sei fatto?" chiese Dora. Lei non seppe cosa rispondere. Rimase ferma e muta, un personaggio di un film a cui hanno tagliato l'audio.

Quando tornò a casa, lo disse a sua madre. La donna si abbassò alla sua altezza, le prese le mani e le spiegò che quella cosa non era niente. L'aveva sempre avuta. "Ogni persona è diversa dalle altre," le disse.

Era una spiegazione ragionevole, e lei si sentì abbastanza convinta. Eppure, da quel momento, accadde qualcosa di irreversibile. Non riusciva più a distogliere lo sguardo dalla propria gamba. Quando i genitori non c'erano, toccava quelle increspature della pelle che la accompagnavano dalla nascita. Sembravano mappe di un territorio che non riusciva più a comprendere.

Non parlò più dell'argomento con i genitori, ma pretese di non indossare più i calzoncini per la ginnastica. Voleva una tuta lunga. Sua madre comprese e l'accontentò. Una volta coperta l'imperfezione, le compagne smisero di fare domande.

Crescendo, le gonne sparirono dal suo armadio. Solo una volta ne indossò una molto lunga, per una particolare occasione (una serata elegante!) che ormai faticava quasi a ricordare. Mentre le sue amiche facevano a gara a mostrare gambe abbronzate e lisce, lei restava chiusa nei suoi pantaloni, come un segreto ben custodito.

Il vero problema arrivò con il primo ragazzo. Come dirglielo? Non trovò le parole. Quando il loro rapporto divenne più intimo, lei lo lasciò. Dall'oggi al domani, senza una spiegazione. Sparì e basta. Per molti anni non frequentò più nessuno. Quel difetto era diventato come un muro alto e liscio, impossibile da affrontare.

Poi incontrò un gran bravo ragazzo. Se ne innamorò e, sentendosi al sicuro, trovò il coraggio di rivelare il suo segreto. Lui non fece una piega. "Amo tutto di te," le disse. "Anzi, questo piccolo difetto ti rende ancora più speciale". Lei fu felice per un po'. Sembrava che l'incantesimo si fosse rotto. Ma una sera, dopo aver fatto l'amore, mentre erano nudi sotto le coperte, lui le chiese con una noncuranza che le fece male: "Hai mai pensato di fare una plastica?" Il suo dito scorreva proprio quelle increspature. Dopo poco tempo, dopo avere riflettuto bene, lei lo lasciò.

Seguì un periodo di crisi, che durò parecchio, poi incontrò un uomo più anziano. Era divorziato e premuroso. Sembrava che a lui non importasse nulla di quella sua imperfezione. Anzi, accarezzava e baciava quella pelle irregolare con una sorta di strana devozione. Eppure, dopo qualche mese, lui la lasciò per una ventenne dal corpo statuario e la pelle levigata.

Smise di cercare. Era convinta di suscitare repulsione. Forse era la pelle, o forse era qualcos'altro. Chissà qual era la vera ragione della sua solitudine. Non lo sapeva lei, e non c'è motivo per cui dovremmo saperlo noi.

Ora era anziana. Le increspature non erano più un pensiero fisso. Che senso avrebbe avuto? Seduta in veranda, guardava le proprie gambe. Le imperfezioni originarie si erano mescolate a quelle nuove, portate dal tempo. Erano diventate un'unica trama complessa e indistinguibile.

A volte la vita è così: si passa così tanto tempo a preoccuparsi di un graffio sul disco, che non ci si accorge che la musica, nel frattempo, è ormai finita.

 

 

giovedì 23 luglio 2026

OLTRAGGIO ELETTORALE

In democrazia, la legge elettorale rappresenta l'architettura portante dell'intero sistema: è il meccanismo cruciale che trasforma il voto dei cittadini in rappresentanza parlamentare. Proprio per questa sua natura costitutiva, toccare le "regole del gioco" richiede una cura istituzionale straordinaria, un dibattito sereno e, soprattutto, una condivisione ampia che vada oltre i confini della maggioranza di turno.

Modificare il sistema elettorale a un anno, o forse meno, dalle prossime consultazioni politiche appare invece come un’operazione del tutto inopportuna, sia nei tempi sia nei modi.

Cambiare la norma elettorale alla vigilia del voto trasmette un messaggio istituzionale devastante: quello di una forza di governo che adatta le regole della competizione per garantire la propria sopravvivenza ed evitare una sconfitta alle urne.

Quando un esecutivo riscrive il sistema di voto a ridosso delle elezioni senza l'accordo delle opposizioni, non sta facendo una riforma: sta compiendo una sorta di colpo di mano istituzionale.

I sistemi elettorali non dovrebbero mai essere utilizzati come uno strumento di autoconservazione del potere. Ciononostante, il testo ha appena completato il suo primo passaggio, incassando il via libera della Camera dei Deputati, pur tra clamorosi incidenti di percorso e forti tensioni in aula, e si appresta ora a passare all'esame del Senato.

Al di là del metodo, sono i contenuti stessi della riforma ad allarmare giuristi e costituzionalisti. Il testo approvato a Montecitorio presenta diversi aspetti che rischiano di infrangere i principi sanciti dalla nostra Costituzione.

Le Liste sono completamente bloccate. Il cittadino si trova nell'impossibilità di scegliere direttamente i propri rappresentanti (tramite le preferenze o collegi uninominali trasparenti). I parlamentari vengono di fatto "nominati" dai segretari di partito, privando gli elettori di quel rapporto diretto con l'eletto che garantisce un'effettiva rappresentanza (un principio già sanzionato in passato dalla Corte Costituzionale con la sentenza sul Porcellum).

Il Premio di maggioranza è abnorme. L'assegnazione di un bonus di seggi sproporzionato alla coalizione vincente, senza la previsione di una soglia minima di voti ragionevole, crea una grave distorsione del voto. Si rischia di trasformare una maggioranza relativa nel Paese in una maggioranza schiacciante in Parlamento, violando l'uguaglianza del voto dei cittadini.

Infine, è evidente la compressione delle prerogative del Capo dello Stato. Il testo prevede l'indicazione formale sulla scheda del "capo della coalizione" e quindi del candidato Premier. Questa previsione intacca direttamente la Costituzione, che attribuisce al Presidente della Repubblica la facoltà esclusiva di nominare il Presidente del Consiglio. Se il Colle, a seguito delle consultazioni o di stalli politici, dovesse individuare una figura diversa, si innescherebbe un pericoloso corto circuito istituzionale tra la volontà popolare "incapsulata" sulla scheda e il ruolo di garanzia del Capo dello Stato.

Riscrivere le norme elettorali per calcolo di bottega è un errore politico che l'Italia ha già commesso fin troppo spesso in passato. Un testo che svuota la libertà di scelta dell'elettore, altera la rappresentanza con premi spropositati e mette a rischio gli equilibri costituzionali tra le cariche dello Stato non fa il bene del Paese. L'augurio è che l'imminente passaggio al Senato serva a fermare una riforma spinta dalla sola frenesia di mantenere le poltrone, prima che a giudicarla debba essere, ancora una volta, la Corte Costituzionale.


martedì 21 luglio 2026

IL GUANTO NERO

Era estate e faceva molto caldo. Un mattino dove l'aria stessa sembrava tremare sotto il peso di un calore incombente. Le prime luci dell'alba cercavano di farsi strada tra le fronde degli alberi, eppure la temperatura era già soffocante. La giornata si preannunciava torrida. Come di solito, mi ero avviato per la mia passeggiata nel parco, un rituale metodico, scandito dalle mie abitudini ferree: un'ora di passo svelto, un giorno sì e uno no.

Stavo marciando da circa quindici minuti, il ritmo cadenzato dei miei passi l'unica compagnia in quel silenzio un po' opprimente, quando, appena oltrepassato il ponticello sul torrente, qualcosa catturò la mia attenzione. Sul bordo del sentiero giaceva un oggetto. Sebbene a malincuore - la mia consuetudine non prevedeva soste - mi arrestai e mi avvicinai.

Si trattava di un guanto. Un banale guanto di pelle nera. La sua presenza, tuttavia, rappresentava un'anomalia stridente in quella calura estiva. Nessuno indossava guanti a luglio, e di sicuro non lo aveva smarrito un motociclista, dato che il sentiero era percorribile soltanto a piedi. Fu un dettaglio singolare a suscitare un brivido che non aveva nulla a che fare con la temperatura. Il dito indice del guanto era proteso in avanti, rigido, mentre tutti gli altri erano ripiegati. L'immagine di una mano, gelida e inanimata, imprigionata in quel cuoio, si affacciò alla mia mente con una lucidità agghiacciante.

Avvicinai il piede, tastando con cautela. Con un sospiro di sollievo, lo sentii affondare: nessuna mano, solo l'illusione di una forma. Rassicurato, tornai a osservarlo con attenzione. Quell'indice, puntato con ostinazione, sembrava indicare una direzione, una via che però non era la mia. Giunto in quel tratto, d'abitudine svoltavo sempre a destra, in direzione un boschetto davvero delizioso, lontano dai rumori sordi del traffico che costeggiava il parco. Fino a quel giorno non avevo mai derogato a quella regola che mi ero imposto. Mai. La mia sistematicità mi rassicurava.

Quella volta, invece, qualche strano impulso mi spinse a cambiare. Contro ogni ragione, seguii l'indicazione muta del guanto. Il pentimento fu quasi immediato, accompagnato dalla consapevolezza della mia stupidità. Ma ormai era cosa fatta, l'orgoglio mi impediva di tornare sui miei passi, così avevo proseguito.

Dopo altri dieci minuti di cammino, la mia mente aveva già scacciato il pensiero del guanto, assorta nell'osservazione di un albero magnifico, uno dei pochi giganti solitari in quella parte altrimenti piuttosto brulla del parco. Rallentai, cercando di identificarlo, esaminando con attenzione tronco e foglie. All'improvviso un suono secco, seguito da uno schianto improvviso, mi fece alzare il capo. Un'enorme ramo, spesso quasi come un tronco, si era staccato. Non ebbi il tempo di reagire, né di comprendere in pieno. La sua ombra mi avvolse un istante prima che il buio mi inghiottisse.

Mentre il mio corpo veniva schiacciato, ebbi il tempo di un unico, fugace pensiero: quel giorno, il destino aveva assunto la forma di un guanto nero.