Il
sole picchia sulla facciata della Pensione Miramare. È un edificio a tre piani,
con l'intonaco giallo sbiadito dal sale e tapparelle verdi che non si chiudono
mai bene. La mia stanza ha un letto singolo, un armadio di formica e una
finestra che dà sul retro, sopra le cucine. Vengo qui ogni giugno. Costa poco e
nessuno mi fa domande.
Il
quarto giorno la vedo entrare nella sala da pranzo. È sola.
Si
siede al tavolo d'angolo, due file più in là del mio. Ha i capelli neri, tinti,
portati lisci e lunghi con la frangia dritta sulla fronte. Lo stesso taglio di
trent'anni fa. Porta un abito di lino azzurro, stirato alla perfezione, e
scarpe aperte con un tacco alto e sottile. Sembrano costose, chissà come fa a
permettersele, con la pensione che ci ritroviamo.
L'ho
riconosciuta. È Ornella, la mia ex collega di reparto.
All'epoca
eravamo entrambi liberi. Le avevo fatto la corte per mesi. Biglietti sul
tavolo, inviti a cena, rose lasciate sul parabrezza della sua auto. Niente da
fare. Era una bella donna, Ornella. Aveva la fila fuori dalla porta e me lo
faceva pesare con un sorriso distaccato, quasi divertito. Mi diceva sempre di
no.
Ora
è invecchiata. Le braccia sono un po' molli, la pelle sotto il mento ha ceduto,
ma il fascino è rimasto.
Per
i primi due giorni facciamo finta di niente. Ci incrociamo nel corridoio e
guardiamo altrove. Poi, la terza mattina, vicino alla macchina del caffè, ci
guardiamo negli occhi.
«Ma
tu sei...» dice lei, stringendo le labbra.
«Ornella?
Non ci posso credere», dico io.
Fingiamo.
Un tacito accordo per non ammettere che ci stavamo studiando fin dal primo
momento.
Io
mantengo le mie abitudini. Sveglia alle sei, passeggiata sul bagnasciuga prima
che arrivi la calca, pranzo all'una, riposino con il ventilatore acceso, due
ore in spiaggia, cena alle otto. Poi un altro giro sul lungomare e a letto
presto.
Non
controllo cosa fa lei, ma capita di incrociarsi. Ci sediamo sulle poltrone di
vimini del giardinetto della pensione.
Rievochiamo
i vecchi tempi. Parliamo dei colleghi, dei capi, delle macchinette del caffè
sempre guaste. Più passano i giorni, più i nostri incontri diventano regolari.
Un
pomeriggio ci troviamo in spiaggia contemporaneamente. Lei indossa un costume
intero nero, molto elegante. Io ho i miei soliti calzoncini blu. All'inizio c'è
imbarazzo. Ci guardiamo i corpi. Io ho la pancia, le vene varicose sulle gambe.
Lei ha i segni del tempo sui fianchi, la pelle del petto rovinata dal sole. Ci
vergogniamo della nostra vecchiaia. Poi ci sediamo sulle sdraio e il turbamento
passa.
Ricordo
com'era da giovane. La pelle tesa, il profumo che usava. Adesso è diversa,
certo. Ma sono diverso anch'io. Inutile pensarci.
Al
sesto giorno, lei si avvicina al mio tavolo.
«Senti», dice. «Visto che siamo tutti e due
soli, non ha senso mangiare separati. Ti andrebbe di dividere il tavolo?» Ci
penso un attimo. Guardo la macchia di sugo sul mio tovagliolo. «Va bene», dico.
«Perché no».
Da
quel momento pranziamo e ceniamo insieme. La colazione no, Ornella si alza
tardi, quando io ho già fatto chilometri sulla sabbia. Il soggiorno passa così,
in modo piacevole. Si parla del menu, del tempo, del mare pulito.
Il
penultimo giorno, subito dopo pranzo, restiamo un po' a tavola a bere il caffè.
«Ho
una richiesta da farti», dice lei. Lo dice con una naturalezza disarmante, come
se mi stesse chiedendo di passarle il sale.
«Visto
che è l'ultima notte, ti andrebbe di dividere il letto con me?»
Resto
immobile. Sento il rumore delle stoviglie che la cameriera sparecchia in
cucina. Mi si stringe lo stomaco.
«Ci
devo pensare», dico. Lei sorride appena, un cenno leggero della testa.
«Va
bene. Fammi sapere».
Si
alza, i tacchi battono regolari sul pavimento. Io resto seduto a guardare la
tazzina vuota.
Ci
penso tutto il giorno.
Perché
dovrei accettare? mi
chiedo. Mi ha rifiutato per anni. Mi ha trattato come se fossi trasparente
quando era giovane e bella, quando aveva l'imbarazzo della scelta. Adesso
invece è vecchia. Sì, nella mia testa uso proprio questa parola: vecchia. Anche
se è ancora piacente, adesso nessuno la cerca più. E allora usa me come
rimpiazzo. Come ruota di scorta.
No,
bella mia, penso,
guardando le onde. Ti sbagli. Forse non mi conosci bene. Io sono una persona
orgogliosa. Ho la mia dignità. Una volta ti sei divertita a fare la preziosa,
adesso tocca a me.
A
cena sono nervoso. Taglio la carne con troppa forza. Non parlo. Ornella mi
guarda. Mi studia per tutto il tempo, in silenzio, mentre beve il suo mezzo
bicchiere di vino bianco.
Alla
fine del pasto, la cameriera porta via i piatti. Ornella appoggia i gomiti sul
tavolo e mi fissa.
«Allora»,
dice. «Che cosa hai deciso per stanotte?»
Prendo
un respiro profondo. Ho la risposta pronta sulla lingua. Un "no"
secco, pulito, per restituirle tutto l'orgoglio che mi aveva tolto trent'anni
fa. Per vendicarmi. Sto per dirlo.
Poi
la guardo. La luce gialla della sala da pranzo taglia di sbieco il suo viso. La
frangia le copre la fronte allo stesso modo. Nei suoi occhi c'è una sfumatura
che conosco, una solitudine che è identica alla mia. Di colpo, non vedo più la
donna anziana che ho davanti. Vedo la donna di tanti anni prima, quella che mi
faceva battere il cuore nei corridoi dell'ufficio. È la stessa. Siamo gli
stessi.
«Sì»,
dico.







