Otto
meno un quarto del mattino. Sono di fronte alla scuola. Non è ancora entrato
nessuno; gli studenti sono tutti ammassati all'esterno, una parte davanti al
cancello dell’istituto, gli
altri vicino al bar-cartoleria.
Mi
raggiunge Giuliano, in ritardo come sempre.
"Che
succede?" chiede.
"Non
lo so. Forse non si entra" dico.
"Perché?"
Scrollo le spalle. Non ne ho idea. Poi scorgo Nina e Floriana, due compagne di
classe. La prima è una delle responsabili del collettivo degli studenti: lei
saprà di certo qualcosa.
"Vieni"
dico a Giuliano. Lui mi segue come un cagnolino.
Ci
avviciniamo alle ragazze. Nina, nonostante il freddo, indossa solo il solito
maglione senza nient'altro sopra. Sembra addirittura accaldata, ha le maniche
rimboccate. Anche i jeans sono quelli di sempre, quelli che si vanta di lavare
una volta al mese.
"C'è
sciopero?" le chiedo. Lei annuisce. "Per la faccenda di Lama?"
domando ancora. Nina scuote il capo.
"E
chi se ne fotte di quel porco di Lama. C'è stato un caso di epatite virale. Il
preside, quello stronzo, si rifiuta di far sanificare le aule".
"Ah!
Quindi non si entra?" Lei non risponde neppure, mi rivolge solo
un'occhiataccia. Abbasso lo sguardo e noto i suoi avambracci color bronzo,
coperti da lunghi peli neri. Nina dice sempre che depilarsi è da borghesi, e ci
tiene a precisare che lei non lo fa da nessuna parte. Proprio da nessuna,
ripete maliziosa. Quando fa quei discorsi mi mette sempre in imbarazzo.
Torno
al presente e noto Floriana che, accanto a lei, mi sorride e scuote la testa:
no, non si deve entrare. "Va bene, ho capito" dico. "Voi che
fate adesso?"
"Devo
vedere Antonio, tornerò nel pomeriggio per l'occupazione" mi liquida Nina.
Antonio è uno dei suoi tanti fidanzati, un universitario alto e barbuto, sempre
troppo serio. Secondo Giuliano è un terrorista, ma il mio amico non fa testo,
ha paura pure della propria ombra. Dice anche che secondo lui Antonio si droga,
e su questo potrebbe anche aver ragione.
"E
tu?" domando a Floriana. Lei mormora qualcosa a bassa voce che non riesco
a sentire. Forse tornerà a casa, abita a quasi un'ora di treno.
Ci
congediamo da loro e ci avviciniamo al cancello. È aperto, presidiato ai lati
da qualche studente: il picchetto. Alcuni portano la kefiah sulle spalle. A mezza
altezza hanno teso uno striscione; chi vuole passare deve chinarsi. Proprio in
quel momento arriva un professore.
"Guarda,
c'è Giordani" dice Giuliano. Insegna nell'altro corso, è piuttosto anziano
e claudicante per via di una gamba offesa. Vuole entrare a tutti i costi. Si
abbassa con fatica, appoggia un ginocchio a terra, poi in qualche modo si
rialza e prosegue.
"Fascista!"
gli grida dietro una ragazza.
"Andiamocene"
dico a Giuliano.
"Dove?"
domanda lui, allarmato.
"A
casa".
"Se
torno a casa mio padre mi ammazza".
"Ma
tuo padre non c’è, lavora".
"Mia
madre e mia nonna glielo diranno".
"Torniamo
da Floriana allora" propongo. Giuliano scuote le spalle.
"A
lei piaci. Ho visto come ti guardava prima".
"Che
dici?" Invece so che ha un debole per me, ma a me lei non piace. È piccola
di statura, anche se ben fatta, ma ha il viso pallido e spigoloso. Le labbra
troppo sottili.
"Non
è niente di che" ribadisco. Giuliano mi guarda a lungo, serio.
"Anche
tu non sei niente di che". Poi chiude gli occhi, aspettandosi il solito
ceffone sulla collottola. Ma io non reagisco: forse il mio compagno non ha
tutti i torti. Sospiro, rassegnato. In ogni caso ho capito che a lui Floriana
piace, anche se sa di non avere speranze.
"Che
faccio? Dove vado?" si chiede Giuliano. Poi, da solo, trova la soluzione:
"Andrò in chiesa".
"In
chiesa? Per cinque ore? Se ti vede il prete, e ti noterà di sicuro, domani lo
sapranno tutti. Compresa tua nonna". Giuliano cade nello sconforto. Non sa
che pesci pigliare.
"Perché
non vai in biblioteca?" gli propongo. Il suo faccione congestionato si
illumina.
"In
biblioteca? Dici?" Mi guarda.
"Certo.
Fa caldo, puoi stare quanto vuoi e magari leggi qualcosa, che male non ti
fa". Mi ringrazia per la splendida
pensata e si avvia. Penso che la biblioteca sarà parecchio affollata
oggi...
Ora
davanti alla scuola c'è meno gente. Attraverso la strada ed entro nel bar.
Credo che passerò lì l'intera mattinata, ordinando un caffè e un bicchiere
d'acqua. Ho fatto lo spavaldo con Giuliano, ma neppure per me sarebbe salutare
tornare a casa. In un angolo, seduta da sola a un tavolino, vedo Floriana.
"Posso?"
domando, quando sono ormai già seduto. Lei annuisce e sorride. Un sorriso tutto
per me. Osservo la mia compagna con attenzione. In fondo, non è poi così male.







