Il
ronzio della sveglia scosse l'aria pesante della stanza. Marco allungò una
mano, tastando il comodino finché non riuscì a soffocare quel rumore infernale.
Rimase immobile, fissando il soffitto.
Ancora
cinque minuti, pensò,
ma sapeva che era una bugia. La prospettiva della giornata lo schiacciava:
l’ufficio, la scrivania ingombra di scartoffie, e soprattutto quella riunione
delle nove. Era indispensabile la sua presenza, dicevano. Senza di lui il
progetto non sarebbe passato. Eppure, avrebbe dato un anno di vita per restare
ancora un po' sotto il piumone.
Si
alzò di malavoglia, trascinando i piedi sul pavimento freddo. Andò in cucina.
Sua moglie Chiara era uscita da quasi due ore. Lei correva, lottava, produceva,
mentre lui si sentiva un ingranaggio inceppato. Non aveva nemmeno la forza di
scaldare un po' di latte o di tostare il pane.
"Al
diavolo la colazione," mormorò. Poi, un barlume di dignità: "Almeno
un caffè".
Mise
la moka sul fuoco. Proprio mentre il primo borbottio roco risaliva dal filtro,
un suono desueto lo fece trasalire: il telefono fisso. Il vecchio apparecchio squillava
raramente, quasi sempre per offerte commerciali o errori. Indispettito, sollevò
il ricevitore.
"Pronto?"
disse, con la voce ancora impastata dal sonno.
"Chi
parla?" chiese dall'altra parte una voce maschile, stranamente familiare
ma ovattata, come se provenisse da una galleria.
"Chi
parla lo chiedo io!" rispose Marco, sgarbato. "Che cosa vuole?"
"Ascolta,»
disse la voce, con una calma che metteva i brividi. "È importante che tu
oggi non esca di casa".
Marco
aggrottò la fronte, stringendo il ricevitore. "Come?"
"Non
devi uscire di casa," ribadì l'uomo all'altro capo del filo. Il tono era
urgente, quasi una supplica. Marco sentì un brivido lungo la schiena: quella
cadenza, quel modo di mangiarsi le finali... gli sembrava di conoscere bene
quella voce, ma non riusciva ad attribuirla a un volto.
"E
per quale motivo non dovrei uscire? Perché me lo ordini tu?" domandò,
alzando il tono della voce.
"Non
posso spiegare, ma non devi uscire. Ti prego, resta in casa".
"Questi
scherzi non mi piacciono!" sbottò Marco, la rabbia che prendeva il
sopravvento sulla confusione. "Soprattutto a quest'ora. Mi fanno innervosire.
Vai al diavolo, chiunque tu sia!"
Sbatte
giù il ricevitore con violenza. Il clack metallico pose fine a quella
follia, ma l'odore di bruciato lo riportò alla realtà: il caffè, rimasto troppo
sul fuoco, era traboccato e si era carbonizzato sulla piastra.
"Dannata
telefonata! E dannato rompicoglioni!" urlò al vuoto della cucina.
Era tardissimo.
Niente caffè, non c'era tempo per rifarlo. Si infilò la giacca, afferrò la
valigetta e uscì di corsa, chiudendo la porta a doppia mandata. Mentre scendeva
le scale, pensò con una punta di amaro sarcasmo agli scherzi telefonici che
faceva da ragazzo con i suoi amici.
Uscì
dal portone respirando l'aria umida del mattino. La sua auto era parcheggiata
dall'altro lato della strada. Non guardò nemmeno. Fece due passi rapidi sul
selciato, deciso a recuperare i minuti persi.
Uno
stridore di freni. Il riflesso bianco di un furgoncino che sbandava a velocità
folle. L'impatto fu un boato sordo che gli svuotò i polmoni.
Marco
si ritrovò disteso a terra. Strano, non sentiva dolore. Vedeva solo il cielo
grigio e sentiva il rumore di passi che correvano verso di lui, voci concitate,
sirene in lontananza. La luce iniziò a restringersi, un tunnel che si chiudeva
verso il nero assoluto.
E
proprio in quell'istante, in un ultimo barlume di coscienza, il mistero si
sciolse. Quella voce al telefono, quel timbro esatto, quell'inflessione che
conosceva da una vita intera...
Quella
voce era la sua.





