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martedì 13 ottobre 2026

LO SBALLO DEL CINGHIALE

Il ronzio nelle orecchie è un fischio continuo, eco sorda di una notte passata tra casse da tremila watt, luci stroboscopiche e un cocktail micidiale di alcol e pasticche ingoiate come caramelle. L'abitacolo dell'auto profuma di sudore e fumo.

Ottavio guida fisso verso la striscia d'asfalto, con gli occhi arrossati. Al suo fianco, Max penzola con la testa contro il finestrino. Dietro, Mirella è stesa sul sedile posteriore, gli occhi semichiusi e il respiro pesante di chi è a un passo dal crollare.

D'un tratto l'auto sterza a destra, e abbandona la carreggiata principale.

«Ehi,» dice Max, riaprendo gli occhi a fatica. «Perché passi di qui?»

L'auto s'inoltra in una strada di campagna, completamente buia, inghiottita dalle ombre della notte.

«È una scorciatoia,» risponde Ottavio stringendo il volante. «Venivo da queste parti quando ero bambino. Con mio nonno.»

«Allora però non eri ubriaco,» ribatte l'amico, facendosi sfuggire una risata impastata.

La stradina sterrata si fa sempre più stretta, un imbuto di terra e sassi. Le fronde scure dei cespugli ai lati toccano le fiancate dell'auto con un stridio metallico e sinistro. Poi, un singhiozzo del motore. L'auto sussulta e scompare ogni vibrazione.

«Che succede?» dice Max, voltandosi verso il guidatore. «Perché ti sei fermato?»

«Merda! Non mi sono fermato! Si è spenta!» impreca Ottavio. Gira la chiave una, due, tre volte. Il motorino d'avviamento gratta a vuoto, poi il silenzio. «La pompa della benzina! Merda! Mio padre me l'aveva detto che la macchina aveva dei problemi, ma io l'ho voluta prendere lo stesso!»

«Sei un cretino,» dice Max, prima di esplodere in una risata sgangherata. Ottavio lo guarda per un secondo e si unisce a lui. L'MDMA e l'alcol ancora in circolo trasformano il panico in un'ilarità senza senso.

Sul sedile posteriore, un corpo si muove. Mirella si sveglia, mettendosi a sedere a fatica. «Che succede?»

«Succede che siamo bloccati in mezzo al bosco,» dice Max, continuando a ridere a crepapelle.

«Qual è il problema?» dice Mirella sbadigliando. «Ce ne torniamo a piedi, così smaltiamo la sbornia.»

«Sei pazza? Saranno almeno cinque chilometri!» scatta Ottavio, che odia camminare anche solo per fare cento metri.

«In ogni caso,» interviene Max, smettendo di colpo di ridere e irrigidendosi, «non ci conviene uscire dall'auto.» Indica fuori dal finestrino, puntando il dito verso il buio fitto.

Tra la vegetazione si intravedono le sagome scure ed enormi di una decina di bestie.

«Cinghiali!» esclama Mirella, appiccicando il viso al vetro. «Che belli!»

«Belli una sega!» sbotta Max. «Quelli ti sbranano!»

Ottavio aziona i fari per un attimo. La luce taglia la tenebra e la visione appare ai ragazzi semplicemente mostruosa: quegli animali hanno l'aria feroce, gli occhi rossi riflettono la luce con una brama innaturale. Quasi... affamata! Ottavio spegne subito i fari, rituffando l'auto nel buio.

«Chiamiamo i soccorsi,» dice Ottavio con un filo di voce.

«Per i cinghiali?» chiede Max, interdetto.

«Ma no! Per l'auto in panne!»

«Siete pazzi?» interviene Mirella, colpita da un barlume di lucidità. «Vuoi che ci trovino in questo stato? Impasticcati e ubriachi?»

Ottavio si passa una mano sulla faccia. «Mirella ha ragione. Ci conviene aspettare. Ci facciamo una bella dormita, smaltiamo tutto e poi chiamiamo i soccorsi. Nel frattempo anche questi stronzi se ne saranno andati.»

«Va bene,» concede Max, lasciandosi cadere contro lo schienale. Poi si blocca. «Ottavio?»

«Uh?»

«Hai ancora un po' di quella roba?»

«Merda! Abbiamo appena detto che dobbiamo smaltire e tu ti vuoi di nuovo sballare?»

«No, volevo dirti di buttarla. Non si sa mai.»

«Max ha ragione,» concorda Mirella dal retro.

Ottavio sbuffa. Quelle pasticche, in verità, non le ha pagate tanto, ma gli dispiace comunque sbarazzarsene. Alla fine annuisce. Fruga nella tasca stretta dei jeans e recupera un pugno di compresse sciolte. Gli altri due lo guardano un po' inorriditi: ma come, si chiedono in silenzio, non le ha neppure avvolte in un pezzo di carta? Ottavio abbassa di un dito il finestrino e le lancia con forza all'esterno, il più lontano possibile tra le erbacce, prima di sigillare di nuovo l'abitacolo.

«Proviamo a dormire,» dice poi, chiudendo gli occhi.

Fuori, il gruppo di cinghiali, che sembra farsi ancora più folto, continua ad assediare l'automobile. Girano attorno al metallo, annusando il terreno sterrato. Ogni tanto si sente qualche grugnito profondo, una vibrazione che fa sobbalzare i tre ragazzi per lo spavento. Poi, piano piano, la fatica della notte prende il sopravvento e si addormentano tutti.

Passano una ventina di minuti. All'improvviso, i ragazzi vengono svegliati di soprassalto.

BOOM!

Un grosso tonfo scuote l'intera carrozzeria. Sul cofano della macchina si è abbattuta una mole imponente: un cinghiale enorme vi è balzato sopra, piegando il metallo.

«Merda!» urla Ottavio, terrorizzato. «Che vuol fare?»

Max, d'istinto, si lancia oltre i sedili e si schianta nel retro dell'auto, quasi addosso a Mirella, che rimane muta per lo stupore e la paura.

Dall'alto del cofano, il cinghiale abbassa la testa irsuta e inizia a dare testate violentissime contro il vetro frontale. CRACK! Prima una ragnatela di crepe, poi un'altra.

«Lo vuole sfondare!» grida Ottavio, rannicchiandosi sul sedile.

«Ma i cinghiali non sono così aggressivi...» sussurra Mirella con un filo di voce che trema.

I colpi sul vetro si succedono sempre più forti, ritmici, devastanti. La bestia ha la bava alla bocca, le pupille dilatate al massimo, mossa da una frenesia innaturale ed incontrollabile.

«I cinghiali normali no,» riesce a dire Max, sgranando gli occhi nel buio, «ma quelli in pieno sballo...»

Un ultimo, tremendo colpo risuona nell'abitacolo e il parabrezza va in mille pezzi.

 

 

 

 

 

sabato 10 ottobre 2026

LO SPORT NON E' UN'ISOLA

Lo sport non vive in una bolla neutrale. Definirlo una pura parentesi di intrattenimento slegata dalle dinamiche geopolitiche significa ignorarne la storia e la natura fondamentale: l'attività sportiva è, da sempre, uno dei più potenti veicoli culturali, simbolici e diplomatici delle nazioni. Attraverso i successi dei propri atleti, gli Stati proiettano influenza, costruiscono narrazioni di forza e legittimano i propri sistemi politici. Proprio per questo motivo, l'impatto tra sport e politica non è solo inevitabile, ma costitutivo.

Quando una nazione calpesta il diritto internazionale, la risposta della comunità sportiva non può limitarsi a timide condanne formali. L'esclusione della Russia dalle principali competizioni internazionali a seguito dell'invasione dell'Ucraina è stata una decisione sacrosanta, ma applicata con un'ipocrisia di fondo. La formula degli "atleti neutrali" senza bandiera e senza inno è un compromesso di facciata che non regge alla prova della realtà. Chi gareggia, anche a titolo personale come i tennisti e le tenniste nei tornei del circuito ATP e WTA, continua a rappresentare il prestigio del proprio Paese d'origine. L'unica misura coerente sarebbe stata un'esclusione totale.

È innegabile che l'estromissione dalle gare penalizzi singoli atleti che non hanno alcuna responsabilità diretta nella guerra. Tuttavia, questo dramma individuale impallidisce di fronte alla tragedia dei loro coetanei mandati a morire al fronte per le mire espansionistiche e ciniche di un dittatore, o delle vittime civili massacrate sotto i bombardamenti. Il rigore etico non può cedere di fronte al talento individuale.

La medesima fermezza deve valere universalmente, senza doppi standard. È il caso d'Israele, Paese che si è trasformato in aggressore e che si trova al centro di pesantissime accuse di violazioni dei diritti umani e genocidio da gran parte della comunità internazionale. Mantenere gli atleti israeliani all'interno del circuito olimpico e globale, mentre si sanzionano altri Paesi, mina alla base la credibilità delle istituzioni sportive. Anche per Israele dovrebbe scattare il bando da ogni competizione.

Si sente spesso ripetere che "lo sport deve unire e gettare ponti". Questa funzione ideale possiede una sua forza reale prima che un conflitto esploda, quando la diplomazia sportiva e l'immagine di concordia possono contribuire ad stemperare le tensioni e prevenire la guerra. Ma una volta che le bombe hanno iniziato a cadere, quella retorica perde ogni efficacia e rischia di trasformarsi in una copertura per i carnefici.

La storia dimostra che le sanzioni sportive funzionano. Il boicottaggio del Sudafrica durante gli anni dell'apartheid, durato per oltre due decenni, fu uno dei fattori decisivi per isolare il regime razzista di Pretoria. Quell'ostracismo globale contribuì in maniera determinante al crollo di un sistema spietato di violazione dei diritti umani.

Il legame tra sport e politica è indissolubile e non deve essere temuto. Riconoscere questo valore significa comprendere che una medaglia o un torneo non possono valere più della dignità umana e della pace. Usare lo sport come leva di pressione politica non è una sconfitta dei valori olimpici, ma l'unico modo per difenderli davvero.

 



 

giovedì 8 ottobre 2026

IN CANTINA

Non sono mai stato un bambino troppo pauroso. L'uomo nero, il lupo, le streghe, gli orchi: tutte fantasie che non scalfivano per nulla il mio sonno. Dormivo da solo fin dalla più tenera età, nella mia cameretta buia, senza mai sbirciare sotto il letto o dentro l'armadio prima di coricarmi. I cigolii e gli scricchiolii della casa erano semplice parte della colonna sonora della notte. Spegnevo la luce, mi rannicchiavo e mi addormentavo all'istante, senza incubi.

Eppure, a quell'età, c'era una cosa che mi suscitava un terrore primordiale: andare in cantina. Ero piccolo, ma già orgoglioso, e mai avrei ammesso con i miei genitori questa mia debolezza. Così, quando mi ordinavano: "Vai a prendere una bottiglia di vino!" o "Vai a prendere delle patate!" un tuffo al cuore era inevitabile. Ma non battevo ciglio, ubbidivo e scendevo.

Per accedere alla cantina c'era una porta di legno, pesante e massiccia, che conduceva a una scala di pietra lunga e ripida. Per me era come scendere all'Inferno. Sapevo che sotto non c'era nessuno, che non dovevo temere nulla, eppure ogni volta ero terrorizzato. Accendevo la luce, una lampadina nuda in cima alla scala che emanava un debole chiarore giallo, e iniziavo la discesa. Con impaccio, tenendo una mano sul muro per non inciampare, tanto mi tremavano le gambe. Giunto in fondo, mi ritrovavo in uno stretto corridoio.

Ai lati, altre porte. Una conduceva al locale caldaia, accanto al quale c'era una sorta di legnaia, con fascine accatastate. Da sotto quell'ammasso di legno provenivano sempre rumori sinistri. Forse tarli, o magari un topolino. Io, però, ero convinto che sotto a quei rami secchi si nascondessero ragni enormi, pelosi, pronti a balzarmi addosso. Cercavo in tutti i modi di evitare quella stanza. Proseguendo, c'era il garage, dove riposava placida l'automobile di mio padre. Subito dietro, un'altra porticina conduceva alla dispensa. Un locale piccolo e buio, che odorava di muffa, circondato da scaffali carichi di bottiglie di vino e barattoli di conserve. Afferravo in fretta ciò che dovevo, a volte senza nemmeno accendere la luce, sempre guardandomi alle spalle. Poi scappavo, verso la salvezza. Quando ero di nuovo in cima alla scala, mi chiudevo la porta alle spalle con un sospiro di sollievo. A volte, senza pensarci, davo un giro di chiave, chiudendo dentro i mostri.

Una sera d'inverno, scesi in cantina. Ero più rilassato del solito. Stavo crescendo, e i miei timori stavano poco alla volta svanendo. Ero quasi baldanzoso. Mentre passavo accanto alla legnaia, udii un rumore abbastanza forte, un rumore di zampe, zampe dotate di unghie. Fui assalito dal terrore e tornai sui miei passi di corsa, con il cuore in gola. Fu uno spavento tremendo. Per molto tempo non tornai in cantina. Con grande vergogna, dovetti confessare ai miei la verità: avevo paura. Loro mi guardavano con compatimento, scuotevano la testa. Poi, sebbene lentamente, la paura passò. Riuscii anche a dare una spiegazione razionale a ciò che era accaduto quella sera. Forse un gatto era riuscito a intrufolarsi nella legnaia attraverso una finestrella lasciata aperta e, quando mi aveva sentito, era scappato spaventato. Forse.

 

martedì 6 ottobre 2026

L'OMBRELLONE

Aldo si osserva allo specchio e vede la solita figura che non gli piace: un uomo di quasi sessant’anni, allampanato, dal viso squadrato e dominato da un naso decisamente troppo grosso. Con le donne non ha mai avuto fortuna, ma per colpa sua: non ci sa fare, le parole giuste gli sfuggono e l'universo femminile rimane per lui un enigma insolubile. Eppure, la solitudine pesa e il desiderio di trovare una compagna non si spegne.

«Lasciale perdere», gli ripete ogni volta l'amico Tommaso, detto Tom. «Portano soltanto guai. E soprattutto costano!»

Questo secondo dettaglio fa sempre breccia nella mente di Aldo, da sempre noto per una tirchieria di ferro. Stavolta, però, Tom decide di essere generoso di consigli: «Se proprio ti è presa questa smania, vattene al mare!»

«Al mare?» replica Aldo, perplesso.

«Sicuro! Ti prendi una pensioncina non tanto costosa, un ombrellone in prima fila, ti siedi lì e guardi tutte le donne che vuoi. Non ti fanno danni, non spendi un soldo extra e oltretutto sono pure mezze nude!»

Così Aldo si convince e parte per la prima volta in vita sua. La pensione scelta è decisamente sporca e trascurata, ma l'economicità del prezzo compensa ogni difetto. Allo stabilimento balneare, Aldo si presenta alla cassa e chiede con timidezza un ombrellone in prima fila e un lettino.

Il gestore scuote la testa, sbrigativo: «I lettini sono due.»

«Ma io sono da solo», precisa Aldo.

«La tariffa comprende due lettini», ribadisce l'altro, palesemente infastidito.

«Ne prendo solo uno, allora, e lei mi fa un po' di sconto?»

«Senta, vuole l'ombrellone oppure no?» alza la voce il gestore.

Mite e incapace di sostenere un litigio, Aldo cede e paga l'intera cifra. Camminando verso il bagnasciuga, osserva quel secondo lettino vuoto con amarezza: gli sembra quasi un monumento alla sua solitudine. Si stende con cura rimanendo rigorosamente all'ombra, attento a non esporre la pelle bianchissima del torace e della schiena, rimasta vergine da qualsiasi raggio di sole fin dalla nascita. Da lì inizia a osservare il passeggio lungo la riva. Sfilano donne giovani, meno giovani, anziane da cui distoglie subito lo sguardo, belle e brutte; alcune indossano costumi minuscoli che lasciano intravedere quasi tutto. Dopo un paio d'ore è stravolto da tanta abbondanza, ma grato al buon Tom per l'idea. Decide di rientrare per il pranzo, ripromettendosi di tornare nel pomeriggio.

Mentre sta uscendo dallo stabilimento, nota il gestore intento a discutere con una bella donna di circa quarant'anni.

«Non me lo faccia ripetere un'altra volta», sta dicendo l'uomo con freddezza. «Le ho detto che è tutto pieno. Mi dispiace.» E senza aggiungere altro le volta le spalle.

In quel momento, Aldo compie un gesto del tutto inedito per la sua indole: muove qualche passo verso la donna e cerca di attirare la sua attenzione con un timido colpo di tosse. Lei si gira e gli rivolge un'espressione interrogativa.

Aldo arrossisce fino alla radice dei capelli, poi trova il coraggio: «Signora... io ho un lettino libero, in prima fila. Sono da solo, se vuole lo metto a sua disposizione.»

Il viso della donna si illumina in un sorriso splendido. «Grazie!» esclama entusiasta. «Sarò lieta di dividere la spesa!»

Aldo scuote la testa, con la gola secca: «No, non voglio niente.»

Pronunciare quelle parole gli costa una fatica immane, dividere il costo gli avrebbe fatto davvero comodo, ma provvedere a quel gesto di pura generosità lo riempie di orgoglio. Inoltre, pensa tra sé con un palpito al cuore, avrà la possibilità di fare conoscenza con una gran bella donna. E chissà che da cosa non nasca cosa...

Le aspettative, tuttavia, crollano miseramente già dal pomeriggio e nei giorni successivi. La donna si limita a un formale saluto appena arriva, poi ignora completamente la sua presenza. Trascorre le giornate attaccata al telefono, a spalmarsi tubetti di crema, a fare lunghi bagni o a dormire distesa al sole. Aldo, colto da una profonda vergogna, non osa più nemmeno guardare le altre passanti: fa finta di leggere il giornale, di dormire, intristendosi sempre di più sotto l'ombra del suo ombrellone.

La mattina del quarto giorno, attingendo a una forza sconosciuta, prende una decisione. Appena la donna si stende sul lettino, la guarda e dice: «Guardi, da domani preferisco stare da solo.»

La donna ci rimane male, sorpresa, ma non può reclamare nulla non avendo sborsato un centesimo. Senza pronunciare una parola, senza un minimo cenno di ringraziamento, raccoglie le sue borse e se ne va subito, sculettando con indifferenza nel suo striminzito costume.

Aldo tira un lungo sospiro di sollievo e si raddrizza sul lettino. Gli rimangono soltanto sette giorni di vacanza, e c'è un sacco di arretrato da recuperare...

 

sabato 3 ottobre 2026

I PETROLIERI PORTANO DONI

L’annuncio, nei giorni scorsi, è arrivato quasi a sorpresa, ma i suoi effetti si sono avvertiti immediatamente sulle strade e nelle tasche degli italiani: Eni ha deciso di tagliare i prezzi dei carburanti alla pompa. Una mossa aggressiva che ha spiazzato il mercato, costringendo alcuni concorrenti a rincorrere il colosso del cane a sei zampe per non perdere quote rilevanti. Tuttavia, la portata dell'iniziativa rende irrealistica un'adesione generalizzata da parte dell'intero settore distributivo, spesso soffocato da margini strutturalmente più risicati. Non si tratta peraltro di un adeguamento permanente dei prezzi, bensì di un intervento a tempo determinato, una parentesi promozionale a termine che si estenderà gradualmente anche al comparto energetico domestico, con riduzioni mirate sulle bollette di luce e gas.

Da quando i nuovi listini sono diventati operativi, l'impatto sul quotidiano dei cittadini è stato visibile e immediato. Presso le stazioni a marchio Eni si registrano costantemente lunghe serpentine di automobilisti in attesa, pronti a mettersi in fila pur di strappare un pieno a prezzo agevolato. Ma guardare a questa operazione come a un mero atto di generosità commerciale significa fermarsi alla superficie. Per il colosso energetico, infatti, il bilancio complessivo si preannuncia ben lontano dal bilancio in perdita. L'impennata verticale dei volumi di carburante venduti è destinata ad assorbire e compensare ampiamente la contrazione del margine unitario sacrificato sullo sconto.

A conti fatti, la flessione economica netta per il gruppo si rivelerà minimale, a fronte di un ritorno d'immagine di proporzioni straordinarie. Eni riesce così a vestire i panni del "benefattore" delle famiglie storpiate dal carovita, offrendo loro una boccata d'ossigeno concreta per i bilanci domestici. Contestualmente, però, l'azienda ottiene un dividendo politico strategico ancora più importante: disinnescare la pressione mediatica e istituzionale sulla questione degli extraprofitti, lievitati enormemente nell'ultimo periodo a causa delle congiunture internazionali.

In sostanza, fino a quando rimarrà in carica l'attuale esecutivo, questa mossa politica ed economica agirà da scudo protettivo, schermando il gruppo da eventuali interventi fiscali punitivi o prelievi forzosi sugli utili straordinari. L'intera operazione si trasforma così in un capolavoro di strategia imprenditoriale e di pubbliche relazioni.

In tutto questo scenario, le istituzioni hanno brillato unicamente per la propria assenza. Il governo si è limitato a fare da spettatore, arrivando soltanto in un secondo momento con un patetico e tardivo tentativo di attribuirsi i meriti di un'operazione su cui non ha esercitato alcuna regia né reale peso politico.

 

giovedì 1 ottobre 2026

L'INTRUSA

È il tardo pomeriggio di una calda giornata estiva. Il mio sguardo viene attirato da una finestra socchiusa al primo piano. Non esito, entro. Lo avrei fatto anche se fosse stata al secondo piano: l'occasione è troppa ghiotta.

Dentro fa fresco, un sollievo immediato, e sembra che non ci sia proprio nessuno.

Inizio a esplorare l'appartamento, che è decisamente ampio. Controllo tutte le stanze, una a una, muovendomi in un silenzio assoluto. Prima il corridoio, lungo e dritto, con il pavimento di marmo lucido.

Poi lo studio, silenzioso, pieno di scaffali carichi di libri, una scrivania in legno scuro e carte ben ordinate.

Infine la stanza degli ospiti, dove trovo un letto fatto con cura, una sedia nell'angolo e una luce morbida che filtra dalle persiane.

La prima cosa a cui penso, però, è il cibo. Sono un po' affamata. Quindi vado in cucina. Mi guardo attorno con attenzione e la prima cosa che salta all'occhio è un bel cesto con della frutta sul tavolo d'ingresso. Vedo una pesca molto matura, morbida, profumata... proprio come piacciono a me!

Ma proprio in quel momento sento un rumore. La porta d'ingresso! Sta entrando qualcuno!

Non faccio in tempo a scappare. Allora mi rifugio rapida dietro la grande tenda del salone. Sto immobile. Per fortuna ne sono capace: posso rimanere ferma anche per molto tempo.

Si tratta di due persone, un uomo e una donna: gli abitanti di questo alloggio. Sono visibilmente stanchi, sbuffano, si lamentano a gran voce del caldo soffocante dell'esterno. Sorrido tra me e me: a me il caldo piace, non mi crea alcun problema.

A turno vanno in bagno per rinfrescarsi. Io aspetto sempre lì, ben nascosta, non voglio assolutamente farmi scoprire.

Dopo un po' i due si spostano in cucina. Poco dopo sento un odore di cibo molto invitante che si diffonde nell'aria. Lo stomaco brontola, ma decido che mi muoverò solo più tardi, quando non ci sarà pericolo.

Trascorre parecchio tempo. Alla fine i due finiscono di cenare e vanno in salone... proprio dove sono nascosta io!

Il cuore mi batte forte, ma per mia fortuna la stanza è completamente al buio. Preferiscono non accendere le luci perché dicono che scaldano l'ambiente. In questa penombra non mi potranno mai vedere, devo solo stare ferma, anche se comincia a diventare davvero pesante rimanere in questa posizione.

I due si mettono sul divano davanti al televisore acceso a basso volume. A turno si addormentano, vinti dalla stanchezza di un'intensa giornata di lavoro e dal calore accumulato. Dopo un'estenuante attesa, finalmente si alzano  e si trasferiscono in camera da letto.

Aspetto ancora un po', giusto per sicurezza, poi finalmente... via libera!

Ora posso esplorare la casa con tutta la calma del mondo.

Per prima cosa mi dirigo in cucina: ho davvero troppa fame. Ma con profondo disappunto noto che non c'è più traccia di frutta. Il cestino è completamente vuoto! E non c'è nessun altro tipo di cibo in vista.

Un po' depressa, torno a girare con calma per il resto della casa. Non trovo nulla di interessante, niente che attiri davvero la mia attenzione. Anzi, noto persino con disgusto che, in un alto angolo del soffitto, c'è una fitta ragnatela e intravedo pure il ragno. Ci passo ben lontana, rabbrividendo.

Tutte le porte interne sono aperte, e quindi posso andare ovunque senza ostacoli. Ma dopo un po' mi stufo. Che fare? Andarmene a stomaco vuoto?

Mi lascio vincere dalla curiosità. Vado nell'unica stanza che non ho ancora visitato: la camera da letto.

Entro con estrema cautela. L'uomo e la donna dormono profondamente. Lui russa leggermente. Mi avvicino di più a loro, attirata in particolare dalla donna. È davvero bella, ha delle bellissime labbra rosse che in questo momento sono leggermente socchiuse.

Mi avvicino ancora di più, quasi a sfiorarle la bocca...

SCIAFF!!!!

Un colpo secco e violento rimbomba nella stanza.

L'uomo si sveglia di soprassalto, spaventato dal rumore. Poi si sveglia anche la donna, strofinandosi il viso.

«Che cosa è successo?» chiede lui allarmato, mettendosi a sedere nel letto.

«Niente...» risponde lei sbadigliando e guardandosi la mano. «Devo aver schiacciato una mosca.»

 

 

martedì 29 settembre 2026

ELASTICI

A scuola ci è venuta la fissazione per gli elastici. Non ricordo più chi ha cominciato, ma chi se ne importa!

Raccattiamo tutti gli elastici che troviamo a casa, se mia madre mi becca son guai, perché dice sempre che quando gliene serve uno non lo trova mai, ce li mettiamo in tasca e li portiamo a scuola.

Sul pulman, che puzza sempre di nafta perché lo lavano con quella, anche dentro, niente battaglia. C'è un controllore, un vecchio bisbetico, e se si accorge di qualcosa ci prende a scapaccioni, poi dice all'autista di fermarsi e ci fa scendere.

A scuola, invece, è tutta un'altra cosa! Prima di entrare e tra un'ora e l'altra e nell'intervallo si scatena il combattimento. Ci dividiamo in due squadre e ci tiriamo gli elastici. Ci sono delle regole precise: non si può tirare a bruciapelo e non si può tirare negli occhi. Sulle guance sì, perché è dove brucia di più! Tutto il resto va bene, anche se pure sulle braccia nude fa assai male! Le ragazze ci guardano: fanno finta di essere schifate, ma io so che invece a loro piace vederci battagliare, anche se stanno ben distanti per evitare di prendere un'elasticata.

A volte facciamo anche tiro al bersaglio, posizionando dei piccoli oggetti e poi tirando a turno, ma a me piace di più tirare sui miei compagni e sentire le loro urla di dolore... che a volte sono anche le mie! Comunque io sono uno dei più bravi, e tutti mi vogliono sempre nella loro banda.

Il problema è che ci sono pochi elastici. Dopo un po' finiscono. Recuperiamo quelli tirati ma, chissà perché, ne mancano sempre un sacco. Sembra che spariscano... ma dove diavolo vanno a finire?

Giorgio, il mio compagno di banco, ha proposto di comprarli: ha scoperto che in cartoleria li vendono. Lo abbiamo guardato tutti di brutto: i pochi soldi che abbiamo devono essere spesi solo in figurine!

A me però l'altro giorno è venuta un'idea. Cioè, in realtà è venuta a mio fratello. Mi ha detto: «Quando esci da scuola vai al mercato, vicino ai banchi di frutta e verdura, è pieno di elastici!». Subito pensavo mi prendesse in giro, ma poi ho capito che parlava sul serio. E allora il giorno dopo l'ho fatto: sono uscito da scuola e, senza dire nulla ai miei compagni (mica sono scemo!), sono andato al mercato. Non conosco bene la città e ho dovuto chiedere a un sacco di gente, ma alla fine l'ho trovato.

I banchi stavano già smontando, ma mio fratello aveva ragione! A terra c'era un sacco di elastici! E pure di quelli lunghi, che sono i più ricercati: noi li chiamiamo fucili, perché hanno una gittata più lunga di quelli corti, le pistole.

Mi sono riempito le tasche, ma poi è sorto un problema: non sapevo più tornare alla scuola (anche se forse il bus era già partito) e tanto meno a casa. Ho cominciato a sentirmi perso, stavo quasi per mettermi a piangere, quando ho avuto un colpo di fortuna! Un mio vicino di casa, che era venuto al mercato, mi ha riconosciuto e mi ha chiesto se volevo un passaggio. Salvo!

Quando sono tornato a casa, in grave ritardo, mia madre era in apprensione. E arrabbiata! Dopo avermi dato un meritato ceffone, ha subito notato le mie tasche gonfie. Ho tirato fuori gli elastici (caspita, erano davvero tanti!): "Tieni" ho detto a mia mamma, "sono per te! Dici sempre che non ne hai mai uno e allora ho pensato di prenderli".

Ero stato abbastanza convincente: a mia madre è passata subito la rabbia, quasi si è commossa, e mi ha detto addirittura che non lo avrebbe detto a mio padre.

L'avevo scampata, sì... ma ero di nuovo disarmato!