Borghetti non c’è più. È andato via per sempre, svanito come un’annotazione
a matita cancellata dal tempo. Adesso che i mesi hanno depositato un velo di
polvere sulla sua scrivania vuota, sento il dovere di raccontare la sua
vicenda. O meglio, quella che credo sia stata la sua storia, al di là dei dubbi
che ancora mi assillano.
Non ero un suo parente, né un amico intimo. Per lui ero solo il collega
della scrivania accanto, quello che lo accolse quando il suo vecchio ente fu
sciolto. Borghetti arrivò da noi come un naufrago: alto, esile, con il viso
scavato da rughe troppo profonde per i suoi quarant’anni e abiti dal taglio
antico, sempre troppo larghi, come se appartenessero a un uomo che non esisteva
più.
Era un uomo di una riservatezza estrema. Gli insegnai il mestiere e lui
imparò subito, ma senza mai manifestare un brivido di interesse. C’era in lui
solo una stanchezza atavica. Quando provavamo a fargli domande personali, si
rifugiava tra le pratiche o mostrava quel suo sorriso triste, che era più un
congedo che un’apertura.
Tutto cambiò il giorno della telefonata. Quella voce di donna, imperiosa e
tagliente: "Sono la moglie".
Scoprimmo così che non era lo scapolo che credevamo.
"Non mi sembrava importante", disse stringendosi nelle spalle. Da
quel giorno, però, qualcosa si incrinò nella sua corazza. Iniziò ad accettare i
miei inviti al bar, anche se restava sempre sul chi vive, l’occhio fisso
all’orologio.
Col tempo, i nostri aperitivi divennero una strana confessione muta.
Borghetti beveva un amaro in due sorsi e guardava la porta.
"Perché hai sempre tanta fretta, Borghetti?" gli chiesi una sera
di pioggia.
"Devo andare a casa," rispose con la solita formula.
"A fare cosa? Tua moglie ti aspetta con la cena pronta?" Lui ebbe
un sussulto. Mi guardò con occhi che sembravano vetri appannati.
"Mia moglie... mia moglie mi aspetta per il resoconto," sussurrò.
"Ogni minuto fuori da quell'ufficio deve essere giustificato. Ogni
centesimo speso, ogni parola detta. Casa mia non è una casa, è un tribunale
permanente."
Capii allora che la sua riservatezza non era carattere, era sopravvivenza. Aveva imparato il
silenzio in ufficio perché in casa le parole erano armi usate contro di lui. La
borsa che afferrava con tanta fretta non era il bagaglio di un uomo che torna
al suo rifugio, ma le catene di un prigioniero che rientra in cella per evitare
una punizione peggiore.
L’ultima volta che lo vidi fu un martedì di novembre. Borghetti era apparso
più trasparente del solito, quasi diafano. Aveva commesso un piccolo errore in
una pratica, una distrazione da nulla, e lo vidi sbiancare, tremare come se
avesse commesso un crimine capitale.
"Non è niente, Borghetti, si sistema," provai a rassicurarlo. Lui
scosse il capo.
"Lei lo verrà a sapere"disse.
Quella sera non volle venire al bar. Lo vidi uscire dal portone, le spalle
curve sotto il peso di quella borsa troppo grande. Non si voltò.
Il giorno dopo la scrivania rimase vuota. E quello dopo ancora. La moglie
non chiamò per avvertire della malattia; fummo noi a dover rintracciare
l'abitazione. Quando finalmente la polizia entrò, su segnalazione dei vicini
che non vedevano movimento, trovarono una casa con un ordine maniacale, gelida,
priva di un solo oggetto fuori posto.
Borghetti non era lì. Di lui trovarono solo i vestiti, piegati con cura
millimetrica sul letto matrimoniale, e le scarpe lucide allineate verso la
porta. La moglie, con una freddezza che raggelò persino gli inquirenti,
dichiarò che se n'era andato di casa, "senza permesso", precisò.
Ma Borghetti non era scappato ai Caraibi, né aveva iniziato una nuova vita.
Lo ritrovarono una settimana dopo nel fiume, pochi chilometri fuori città. Non
aveva lasciato biglietti. In tasca aveva solo il cartellino dell'ufficio e un
vecchio scontrino del bar dove andavamo insieme.
La cosa più atroce, però, non fu la sua morte. Fu il funerale. Eravamo
presenti solo io e pochi altri colleghi. La moglie stava in prima fila, avvolta
in un cappotto nero impeccabile, senza versare una lacrima. Non sembrava
addolorata; sembrava offesa.
Offesa che lui avesse trovato, finalmente, l'unico modo possibile per non darle
più il resoconto della sua giornata.
Borghetti non c'è più. È andato via per sempre, portando con sé il segreto
di quegli anni di silenzio. E ogni volta che passo davanti alla sua scrivania,
non posso fare a meno di pensare che la sua non è stata una vita, ma una lenta,
educata e ininterrotta sparizione.







