Si rincorrono, poi si fermano e sputano. Contrastano l'avversario,
riprendono fiato e sputano. Segnano un gol, esultano sotto la curva e,
puntualmente, sputano. Se il calcio moderno avesse una colonna sonora, sarebbe
ritmata dal suono sgradevole di un’espulsione salivare. Ormai non è più una
rarità, è la norma: i calciatori sputano sempre, ovunque e comunque. Più di
quanto abbiano mai fatto in passato.
Se provate a chiedere il perché di questo gesto a un addetto ai lavori o a
un atleta, la risposta è preconfezionata: "necessità fisiologica". L'attività fisica intensa (sia
aerobica che anaerobica) produrrebbe un eccesso di muco e saliva densa che
ostacola la respirazione. Insomma, una questione di polmoni e prestazioni.
C’è poi la tesi logistica: il campo da calcio è immenso e l’erba assorbe
tutto. Un lusso che, dicono, altri non possono permettersi. "Se lo facesse
un pallavolista o un cestista si scivolerebbe sul parquet", obiettano i
difensori del gesto. Ma proprio qui casca l'asino.
Se la motivazione fosse davvero fisica, legata allo sforzo estremo,
dovremmo vivere in un mondo di atleti "pasticcioni". Invece il pallavolista si trattiene per ovvie
ragioni di sicurezza, dimostrando che il controllo del proprio corpo è
possibile.
I tennisti dovrebbero,
seguendo la logica dei calciatori, sputare liberamente sui campi in terra rossa
o sull’erba di Wimbledon, mentre dovrebbero contenersi sul cemento. Eppure, non
sputano mai.
Maratoneti, ciclisti e rugbisti, per fare qualche
esempio a caso, affrontano sforzi titanici, spesso ben superiori a
quelli di un'ala destra, ma mantengono un decoro che sul prato verde sembra
fantascienza.
Persino nel mondo del calcio stesso, le eccezioni pesano come macigni: le calciatrici lo fanno in misura
limitatissima, quasi nulla. E l’arbitro?
Il poveretto corre quanto i giocatori, spesso più di loro, ma non trasforma il
fischietto in un idrante.
La verità è che le giustificazioni fisiche sono solo una cortina di fumo.
Sputare ogni due minuti non è un bisogno, è soprattutto un fatto culturale e comportamentale.
Si tratta di un retaggio legato a logiche di branco e ad atteggiamenti machisti, un modo per marcare il
territorio o per darsi un tono di "rudezza" agonistica e virile.
Insomma, è diventata una posa, una specie di tic tramandato dai senatori ai
giovani della primavera, una forzatura che viene fatta passare per ordinaria
amministrazione grazie a una sorta di assuefazione collettiva. Più il tempo
passa, come detto, più il fenomeno sembra dilagare, trasformando i campioni in
modelli di cafonaggine per i ragazzini che li guardano dagli spalti o in
televisione.
Sia chiaro: ogni calciatore ha il sacrosanto diritto di giocare da schifo,
di sbagliare un rigore o di incappare in una giornata storta. Quello che non
dovrebbe avere è il diritto di fare
schifo, di essere disgustoso. Lo sport ad alto livello può e deve essere
fatto senza trasformare l'area di rigore in una palude di secrezioni. È ora di
smetterla di confondere il testosterone con la mancanza di educazione e di
civiltà.





