Marco lo vide mentre attraversava la strada per andare al lavoro,
dall'altro lato del marciapiede. Trasalì. Non c'erano dubbi: era il presidente
Trump. Statura alta, capelli e pelle del viso di un arancione innaturale,
l'abito blu attillato, la cravatta rossa che spiccava.
Eppure non poteva essere lui. Il presidente era a Washington, non in mezzo
a una strada qualunque, circondato da pendolari con lo zaino in spalla.
Le persone vicine a lui si erano fermate, il collo storto, gli occhi
sgranati. Un uomo con la valigetta gli girò attorno due volte, come per
controllare che non fosse un ologramma.
Un sosia, pensò Marco. Perfetto, impressionante, ma pur
sempre un sosia.
Salì sull'autobus delle otto e dieci. I passeggeri già seduti fissavano
tutti nella stessa direzione: verso il posto di guida. Marco seguì gli sguardi
e sentì lo stomaco stringersi.
Era lui. Di nuovo lui, con le mani strette sul volante come un autista
qualsiasi, gli occhi fissi sulla strada, indifferente ai fiati sospesi alle sue
spalle.
Nessuno disse nulla per una decina di secondi. Poi, uno dopo l'altro, i
passeggeri si alzarono e scesero alla fermata successiva senza nemmeno
aspettare che l'autobus si fermasse del tutto. Marco fece lo stesso,
inciampando sul primo gradino.
Restò sul marciapiede, il cuore che batteva forte. Una trovata
pubblicitaria, si disse. Deve essere per forza questo.
Una mano gli toccò il braccio.
«Excuse me», disse una voce che conosceva da mille telegiornali. «Could you tell me where this street is?»
Marco si voltò e se lo trovò davanti. Le stesse spalle larghe, lo stesso taglio di capelli, lo stesso sorriso a
metà tra il minaccioso e il compiaciuto.
Ma non era sull'autobus, un attimo fa?
Con la gola secca, fornì l'informazione richiesta. L'uomo gli diede una
pacca sulla spalla, forte, da vecchio amico, e si allontanò canticchiando
qualcosa tra i denti.
Marco restò fermo, madido di sudore, mentre la gente intorno a lui
riprendeva a camminare come se niente fosse.
Decise di andare a piedi fino all'ufficio. Aveva bisogno di muoversi, di
pensare. Ma dopo due isolati si fermò di scatto: sul marciapiede opposto, due
uomini identici parlavano fitto fitto, spalla a spalla, gesticolando allo
stesso modo, con la stessa cravatta rossa.
Due presidenti. Nello stesso momento, nello stesso isolato.
Intorno a lui altri passanti si erano bloccati, muti, con la stessa
espressione che doveva avere lui: una via di mezzo tra il terrore e
l'incredulità.
Marco provò a chiamare l'ufficio. Il telefono squillò a vuoto, poi cadde la
linea. Provò di nuovo. Niente.
Tornò a casa quasi correndo, chiuse la porta a doppia mandata e accese la
televisione con le mani che ancora tremavano.
Le immagini si susseguivano senza sosta. Migliaia di uomini identici al
presidente Trump erano stati avvistati in ogni continente. Un cronista, la voce
spezzata dall'emozione trattenuta a fatica, mostrava le riprese di un piccolo
villaggio ugandese: un uomo, in giacca e cravatta, sudato sotto il sole a
picco, parlava a un gruppo di abitanti che non capivano una parola di quello
che diceva. Lo ascoltavano lo stesso.
Da Washington arrivavano notizie frammentarie, contraddittorie. Un
funzionario della Casa Bianca, entrato nello Studio Ovale per un briefing di
routine, aveva trovato cinque uomini identici che discutevano animatamente su
chi avesse il diritto di sedersi dietro la scrivania. Uno di loro era il vero
presidente, forse, ma pochi minuti dopo ne erano stati fermati altri due nel
giardino, che passeggiavano tranquilli tra le aiuole, le mani in tasca, come in
vacanza.
Il mondo intero trattenne il fiato per un giorno intero. Le borse chiusero
in rosso. I confini si blindarono. Nessuno sapeva più a chi rivolgersi, di chi
fidarsi, chi rispondesse davvero al comando.
Poi, la sera del giorno dopo, arrivò l'ennesima edizione straordinaria del
notiziario.
Marco era ancora davanti alla tv, la terza tazza di caffè ormai fredda
accanto a lui, quando la sigla di apertura lo fece sussultare. Il conduttore
aveva la faccia di chi sta per dare una notizia che cambierà tutto, e la diede:
la Terra era stata visitata. Non invasa, visitata. Creature arrivate da un
altro sistema solare, non ostili, anzi.
Le immagini mostrarono le prime sagome aliene affacciate a una conferenza
stampa improvvisata all'ONU: alte, sottili, la pelle di un grigio perlato che
cambiava leggermente colore mentre parlavano attraverso un traduttore
automatico.
Avevano osservato il pianeta a lungo, dissero. Avevano individuato in
quell'uomo, il vero, quello originale, una delle figure più potenti e pericolose del pianeta,
una delle cause dirette della deriva che stava portando la Terra verso il
collasso. Così ne avevano prodotte centinaia di migliaia di copie, e le avevano
disseminate ovunque.
Fu un funzionario di basso rango, durante l'incontro ufficiale del giorno
seguente, a fare la domanda che tutti si erano fatti e nessuno aveva osato
pronunciare ad alta voce.
«Perché non l'avete semplicemente ucciso?»
L'alieno, quello che sembrava fare da portavoce, inclinò la testa, come se
cercasse una parola che non trovava.
«Non conosciamo il significato di quel termine», disse, la voce piatta e
sincera restituita dal traduttore. «Non esiste, nel nostro mondo, un concetto
equivalente.»
Fece una pausa, quasi imbarazzato dalla propria stessa spiegazione.
«Abbiamo pensato», aggiunse con un candore che gelò la sala, «che diluendo
la sua figura in centinaia di migliaia di copie, ne avremmo ridotto la
pericolosità. Come si diluisce una sostanza tossica, per renderla innocua.»
Nessuno, nella sala, trovò niente da rispondere.







