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martedì 5 maggio 2026

PROPRIO COME TEX

Il signor Carlo aveva più di  settant’anni, e nessuno avrebbe mai sospettato che dietro il suo aspetto mite e tranquillo di pensionato si nascondesse un'altra personalità. Fin da ragazzo lui si era immedesimato nel suo eroe: Tex Willer. Ne aveva letto i fumetti, e continuava a farlo, ne aveva imparato il linguaggio, cercato di assorbire le qualità del ranger. Ma al bar del paese, dove ogni pomeriggio si ritrovava con gli amici, nessuno conosceva davvero questa sua passione. Non ne parlava mai, temeva di essere preso in giro, preferiva mantenerla segreta.

Quel giorno, era un festivo, il locale era piuttosto affollato. Il barista serviva bicchieri di vino e grappini, e Carlo chiacchierava tranquillo con i suoi compagni di tavolo. All’improvviso, due uomini entrarono barcollando. Forse ubriachi, forse solo in cerca di guai. Cominciarono a urlare, a urtare le sedie, a infastidire gli altri avventori.

Gli amici di Carlo si fecero piccoli, intimoriti. Il barista guardava la scena senza sapere che cosa fare.

Uno dei due balordi si avvicinò al tavolo di Carlo e sbatté il pugno sul legno. "E voi, vecchiacci, che avete da guardare? Perché non mettete mano alla pensione e ci offrite da bere?" E giù risate sguaiate.

Tutti zitti, fino a quando Carlo si alzò lentamente, tra lo stupore generale. La sua voce, di solito pacata, si fece all'improvviso ferma e dura. "Amico, ascoltami bene" disse. "Te la stai prendendo con la persona sbagliata. E la gente che sta in questo posto non vuole essere disturbata. Vuole bere in pace".

Il tipaccio rise ancora di più, sostenuto dal compare a fianco. "E tu chi saresti, vecchio? Lo sceriffo?"

Gli amici di Carlo erano terrorizzati. Nei loro occhi si leggeva la paura. Quei tipi, così alterati, potevano essere pericolosi.

Carlo invece fissò entrambi negli occhi, con lo sguardo che aveva imparato da Tex. "Sono uno che non ama i prepotenti. E ti consiglio di abbassare la cresta prima che qualcuno ti faccia assaggiare il pavimento".

A quel punto il silenzio calò nel locale. Persino il barista smise di respirare. Perché Carlo, di solito persona mite e ragionevole, li stava provocando? L’altro tizio, quello che non aveva ancora parlato, tirò fuori un coltello. "Vediamo se hai ancora voglia di muovere la lingua, nonno".

Carlo non esitò. Con un pugno secco colpì il primo sul mento, facendolo crollare sulla sedia, che andò a pezzi. Poi, con un calcio ben assestato, disarmò il secondo, il coltello volò via e l'energumeno finì a terra. In pochi istanti, i due erano fuori combattimento, mentre tutto intorno c'erano sedie rovesciate, bicchieri infranti, e un silenzio incredulo.

Gli amici di Carlo lo guardavano sbalorditi. Non lo riconoscevano più. "Ma… Carlo… tu…" balbettò uno di loro, senza riuscire a continuare.

Il pensionato settantenne si passò una mano tra i capelli radi, respirò profondamente e, con un mezzo sorriso, si voltò verso il bancone. "Barista" disse con voce tonante. "Da bere per tutti!"

Un applauso spontaneo scoppiò nel locale. Nessuno avrebbe mai dimenticato quel giorno in cui il vecchio Carlo, sempre calmo e bonario, si era trasformato in Tex Willer.

 

sabato 2 maggio 2026

CANZONI DELLA GIOVINEZZA (11) - "SIXTEEN DAYS" - GREEN ON RED

(Quindici canzoni che mi hanno fatto amare la musica pop/rock)

Green on Red sono stati un pilastro fondamentale del movimento Paisley Underground, ma con un'anima decisamente più sporca, polverosa e devota alle radici del rock americano rispetto ai loro contemporanei.

Originari di Tucson, Arizona, ma stabilitisi a Los Angeles, i Green on Red sono stati i fratelli ribelli della scena neo-psichedelica degli anni '80. Guidati dal carismatico e spesso imprevedibile Dan Stuart e dal talentuoso chitarrista Chuck Prophet, la band ha evoluto il proprio suono partendo da un organo psichedelico ossessivo fino ad approdare a un "Country-Rock deviato".

I Green on Red sono considerati, insieme ai Long Ryders, i padri nobili di quello che oggi viene chiamato "Alternative Country". La loro musica è un miscuglio di ballate alcoliche, chitarre sferzanti e un'attitudine punk applicata alle strutture classiche di Neil Young e dei Rolling Stones.

Contenuta nell'album Gas Food  Lodging (1985), Sixteen Days è il manifesto sonoro della band e uno dei momenti più alti del rock chitarristico del periodo.

Il brano è costruito su un riff di chitarra circolare che non ti abbandona più. Ha un incedere ipnotico, quasi un blues rurale accelerato che trasmette un senso di urgenza e viaggio.

Nel suono emerge il genio di Chuck Prophet. La sua chitarra non si limita a suonare delle note, ma "morde". Il tono è acido, graffiante, tipico di chi ha passato troppo tempo sotto il sole del deserto dell'Arizona.

La voce di Dan Stuart è roca, carica di disperazione e stanchezza. Il testo evoca immagini di motel, strade infinite e il logorio del tempo che passa (i sedici giorni del titolo), catturando perfettamente l'estetica del "viaggio americano" senza filtri.

Sixteen Days  occupa un posto d'onore nella storia del rock alternativo perché, prima che band come gli Uncle Tupelo o i Wilco  rendessero popolare il miscuglio tra punk e country, i Green on Red con questo brano stavano già tracciando la rotta. Hanno tolto il "conservatorismo" dal rock tradizionale.

In un anno 1985 dominato da tastiere e produzioni patinate, Sixteen Days riportava al centro l'interazione viscerale tra chitarra, basso e batteria. Era musica vera, suonata con il cuore.

Il brano, inoltre, ha influenzato enormemente la scena del "Desert Rock" californiano e dell'Arizona, portando quegli spazi aperti e desolati dentro la forma canzone del rock indipendente.

 

 

martedì 28 aprile 2026

UNA VOCE AL TELEFONO

Il ronzio della sveglia scosse l'aria pesante della stanza. Marco allungò una mano, tastando il comodino finché non riuscì a soffocare quel rumore infernale. Rimase immobile, fissando il soffitto.

Ancora cinque minuti, pensò, ma sapeva che era una bugia. La prospettiva della giornata lo schiacciava: l’ufficio, la scrivania ingombra di scartoffie, e soprattutto quella riunione delle nove. Era indispensabile la sua presenza, dicevano. Senza di lui il progetto non sarebbe passato. Eppure, avrebbe dato un anno di vita per restare ancora un po' sotto il piumone.

Si alzò di malavoglia, trascinando i piedi sul pavimento freddo. Andò in cucina. Sua moglie Chiara era uscita da quasi due ore. Lei correva, lottava, produceva, mentre lui si sentiva un ingranaggio inceppato. Non aveva nemmeno la forza di scaldare un po' di latte o di tostare il pane.

"Al diavolo la colazione," mormorò. Poi, un barlume di dignità: "Almeno un caffè".

Mise la moka sul fuoco. Proprio mentre il primo borbottio roco risaliva dal filtro, un suono desueto lo fece trasalire: il telefono fisso. Il vecchio apparecchio squillava raramente, quasi sempre per offerte commerciali o errori. Indispettito, sollevò il ricevitore.

"Pronto?" disse, con la voce ancora impastata dal sonno.

"Chi parla?" chiese dall'altra parte una voce maschile, stranamente familiare ma ovattata, come se provenisse da una galleria.

"Chi parla lo chiedo io!" rispose Marco, sgarbato. "Che cosa vuole?"

"Ascolta,» disse la voce, con una calma che metteva i brividi. "È importante che tu oggi non esca di casa".

Marco aggrottò la fronte, stringendo il ricevitore. "Come?"

"Non devi uscire di casa," ribadì l'uomo all'altro capo del filo. Il tono era urgente, quasi una supplica. Marco sentì un brivido lungo la schiena: quella cadenza, quel modo di mangiarsi le finali... gli sembrava di conoscere bene quella voce, ma non riusciva ad attribuirla a un volto.

"E per quale motivo non dovrei uscire? Perché me lo ordini tu?" domandò, alzando il tono della voce.

"Non posso spiegare, ma non devi uscire. Ti prego, resta in casa".

"Questi scherzi non mi piacciono!" sbottò Marco, la rabbia che prendeva il sopravvento sulla confusione. "Soprattutto a quest'ora. Mi fanno innervosire. Vai  al diavolo, chiunque tu sia!"

Sbatte giù il ricevitore con violenza. Il clack metallico pose fine a quella follia, ma l'odore di bruciato lo riportò alla realtà: il caffè, rimasto troppo sul fuoco, era traboccato e si era carbonizzato sulla piastra.

"Dannata telefonata! E dannato rompicoglioni!" urlò al vuoto della cucina.

Era tardissimo. Niente caffè, non c'era tempo per rifarlo. Si infilò la giacca, afferrò la valigetta e uscì di corsa, chiudendo la porta a doppia mandata. Mentre scendeva le scale, pensò con una punta di amaro sarcasmo agli scherzi telefonici che faceva da ragazzo con i suoi amici.

Uscì dal portone respirando l'aria umida del mattino. La sua auto era parcheggiata dall'altro lato della strada. Non guardò nemmeno. Fece due passi rapidi sul selciato, deciso a recuperare i minuti persi.

Uno stridore di freni. Il riflesso bianco di un furgoncino che sbandava a velocità folle. L'impatto fu un boato sordo che gli svuotò i polmoni.

Marco si ritrovò disteso a terra. Strano, non sentiva dolore. Vedeva solo il cielo grigio e sentiva il rumore di passi che correvano verso di lui, voci concitate, sirene in lontananza. La luce iniziò a restringersi, un tunnel che si chiudeva verso il nero assoluto.

E proprio in quell'istante, in un ultimo barlume di coscienza, il mistero si sciolse. Quella voce al telefono, quel timbro esatto, quell'inflessione che conosceva da una vita intera...

Quella voce era la sua.

 

sabato 25 aprile 2026

GIUSTIZIA PARTIGIANA

Quello del 1944 era un inverno lungo che non voleva finire. L'ombra densa della montagna entrava fin dentro le ossa della gente. Nel piccolo paese, stretto tra rocce aspre e il timore costante dei rastrellamenti, l’aria aveva il sapore metallico del sangue e quello pungente della legna umida.

In questo scenario di grigiore, Alfredo splendeva di una luce tutta sua che pareva quasi un affronto alla miseria circostante. Aveva diciassette anni e una bellezza che lasciava senza fiato: una cascata di ricci biondi che gli incorniciavano un viso dai lineamenti così delicati, quasi efebici, da farlo somigliare a una fanciulla. Ma sotto quella pelle chiara e quella irresistibile fossetta sul mento, c'erano un cuore vigoroso e un corpo atletico e scattante. Il ragazzo avrebbe dovuto faticare nella bottega di famiglia ma lui, alla polvere del bancone, preferiva il fumo delle sigarette in piazza con gli amici. Stava lì, ore intere, a parlare sottovoce della guerra lassù, tra i picchi, con lo sguardo azzurro perso verso le creste.

Le ragazze del paese lo contemplavano come si guarda un miraggio. Lui dispensava sorrisi a tutte, dando corda a ogni sospiro con la sicurezza di chi sa di essere irresistibile, senza mai consegnarsi a nessuna. Gisella, Anna e Germana passavano i pomeriggi a consumare le pagine di Liala e di Carolina Invernizio, quest'ultima letta con il batticuore, tenendo i libri nascosti sotto i materassi per non farsi scoprire dai genitori, e parlavano di lui.

"Oggi mi ha salutata toccandosi il berretto" diceva una.

"A me ha sorriso vicino alla fontana" ribatteva l'altra. Gisella invece taceva, ma il suo era un amore antico, una devozione che risaliva all'infanzia e che si alimentava di ogni minimo gesto di Alfredo.

Un mattino, le tre amiche si avviarono verso il centro. La fame era una morsa e la coda per il pane una penitenza quotidiana. Prima però, come per un rito scaramantico, passarono dalla piazza. Speravano che la visione di Alfredo potesse attutire l'orrore di quei giorni, offrendo loro un pretesto per ridere e punzecchiarsi durante l'attesa.

Ma la piazza era un vuoto desolante. Alfredo non c'era. Non c'era quel giorno, né quelli successivi. La bottega dei suoi genitori pareva improvvisamente più buia, priva della sua presenza vibrante, sebbene poco costante. Solo i suoi soliti amici restavano a volte a presidiare gli angoli della piazza, con facce più scure e sguardi guardinghi.

"Chiediamo notizie a loro" propose Gisella, sentendo un freddo improvviso salirle dal petto.

"Io mi vergogno" mormorò Anna.

"Anch’io" le fece eco Germana, stringendosi nello scialle logoro. Gisella, risoluta, si staccò dal gruppo. I giovani la videro arrivare e la squadrarono con un divertimento amaro. Lei parlò brevemente, poi tornò dalle amiche. Aveva il viso di cenere.

"Che c’è?" domandò Anna, allarmata. "Giurate che non direte niente a nessuno?" sussurrò Gisella. Le amiche annuirono, atterrite dalla sua gravità. "Dicono che Alfredo è andato con i partigiani".

I mesi che seguirono furono lunghi e carichi di presagi. Di Alfredo non giungeva notizia, solo il silenzio della montagna che pareva inghiottire ogni cosa. Nelle loro povere stanze, le tre amiche condividevano paure e speranze, cercando rifugio nella musica. Erano appassionate di opera lirica; la radio gracchiante trasmetteva le arie di Puccini, offrendo un contrappunto tragico alla loro attesa.

"Ti manca il tuo bel partigiano?" chiese un giorno Anna, ammiccando per smorzare la tensione. "Smettila!" rispose Gisella, fingendo un fastidio che nascondeva un’ansia divorante.

"E muoio disperataaaa..." la derise Germana, canticchiando la celebre aria con un filo di voce.

"Vi ho detto che la dovete smettere!" scattò Gisella, stavolta con una severità che gelò il gioco. "Alfredo sta combattendo anche per voi!"

Poi, una mattina di fango e nuvole basse, un’agitazione elettrica scosse il paese. Anche Gisella e le amiche scesero in strada, trascinate dal presentimento. Incontrarono il vecchio Aldo. "Che succede?" domandarono, quasi in coro.

"Pare ci siano i partigiani. Al cimitero" precisò lui con un tono che non prometteva nulla di buono.

Gisella partì di corsa, ignorando i richiami di Anna e Germana che temevano il pericolo. Poi comunque la seguirono. La curiosità era diventata un bisogno fisico, una fame di verità. Quando arrivarono al cimitero, l'atmosfera era greve, spessa come la nebbia. C’era gente, c’era il parroco con lo sguardo chino.

Sull'imboccatura del viale stavano quattro uomini. Tre erano sconosciuti, con gli abiti logori e le armi a tracolla; il quarto era Ivano, un parente di Gisella, che mancava da casa da tempo. Avevano sguardi duri, pietrificati dalla necessità della lotta. Adagio, scaricarono da un carretto un fagotto avvolto in una tela ruvida e lo adagiarono sul selciato. Un sussulto corse tra i presenti. Era un corpo.

Gisella lo riconobbe prima ancora che la tela scivolasse via del tutto. Riconobbe quei ricci biondi, ora incrostati di fango e grumi di sangue scuro. Era Alfredo. La sua camicia bianca, un tempo vanto della sua eleganza popolana, era ora deturpata da un'enorme macchia color ruggine. Gli occhi azzurri, quelli che avevano fatto sognare tante ragazze, erano sbarrati, vitrei, rivolti a un cielo indifferente.

Gisella sentì le gambe cedere, mentre Anna e Germana fuggivano via in preda a un terrore cieco. I quattro partigiani scambiarono poche parole secche con il prete, poi si voltarono per riprendere la via dei boschi. In quell'istante, Gisella incrociò lo sguardo di Ivano. I suoi occhi erano una supplica, una domanda muta che urlava giustizia o spiegazione.

Ivano la fissò per un secondo. Non c'era traccia di eroismo nel suo volto, solo una stanchezza infinita. Si chinò verso di lei e sussurrò una verità che pesava più della morte stessa: "Era un ladro. Lo abbiamo giustiziato noi".

Mentre l'uomo si allontanava, Gisella rimase sola nel silenzio del cimitero, con l'immagine di quegli occhi vacui che l'avrebbero perseguitata per sempre. 

 

giovedì 23 aprile 2026

BOMBE SULLA CITTA'

Quando erano partite, il cielo sopra le cime dei monti era di un azzurro limpido, un contrasto quasi crudele con l'inquietudine che regnava a valle. Gisella, tredici anni, ai piedi un paio di scarponcini consumati, stringeva il braccio di Teresa mentre il bus sobbalzava sulla strada sterrata.

"Stai tranquilla," sussurrò Teresa, lisciandosi la gonna. Lei aveva quasi sedici anni e la sicurezza di chi già lavorava per una sarta, ma i suoi occhi cercavano nervosamente l'orizzonte. "Consegniamo il vestito alla signora e torniamo indietro subito dopo".

La nonna di Gisella aveva ceduto solo dopo ore di suppliche. "Se ci fosse stato tuo padre, o la tua povera mamma, avrebbero detto di no," aveva sentenziato, con la voce incrinata dal peso di troppe assenze. Il padre di Gisella era lontano, oltre il confine francese, inseguito dalla sua stessa voglia di libertà; sua madre, invece, se n’era andata in silenzio, portata via da una malattia che non era stato possibile curare.

Il viaggio fu una lenta processione di volti stanchi. Sul bus, e poi sul trenino che sferragliava verso la pianura, c'erano quasi solo donne con fazzoletti scuri in testa e bambini dagli occhi troppo grandi. Gli uomini erano ombre: o troppo vecchi per imbracciare un fucile, o nascosti tra i boschi che le ragazze si stavano lasciando alle spalle.

Quando arrivarono nella grande città, Gisella rimase a bocca aperta. Prima di allora non c'era mai stata. Nonostante alcuni cumuli di macerie che facevano capolino da alcuni vicoli, la maestosità dei palazzi la incantò. "Guarda, Teresa! Che piazze grandi... e i giardini!".

"Cammina, che siamo in ritardo" rispose l’amica, accelerando il passo.

La città sembrava immersa in un sonno agitato. Era sotto occupazione nazista e le condizioni di vita erano dure: il cibo era razionato, il carburante scarso. La vita quotidiana era segnata dalla paura e dalla lotta per la sopravvivenza. La gente camminava in fretta, lo sguardo basso, come se parlare potesse consumare le scarse calorie concesse dalle tessere annonarie.

Trovarono il negozio della vecchia cliente, situato in pieno centro, non distante dalla stazione. Lei era una donna elegante nonostante i tempi grami, che le accolse con un calore inaspettato. "Siete state davvero coraggiose a venire fin qui," disse, invitandole nel retrobottega. Offrì loro del tè caldo e dei biscotti scuri. "Hanno un sapore... diverso," bisbigliò Gisella dopo il primo morso. "È una farina speciale, cara," rispose la donna con un sorriso triste. Le ragazze non chiesero altro; sapevano che in quel 1944 la parola "speciale" era spesso un sinonimo di "fatto con quel che c'è".

Dopo la consegna, avevano un po' di tempo prima del treno di ritorno. Decisero di addentrarsi nel mercato cittadino. I banchi erano pochi e spogli: qualche rapa avvizzita, pochi fili di lana. In un angolo, uomini dal fare furtivo scambiavano pacchetti avvolti nel giornale: il mercato nero, l'unico modo per non morire di fame, ma un gioco pericoloso.

All'improvviso, il silenzio della piazza fu squarciato. Uuuuuu-uh! Uuuuuu-uh!

La sirena antiaerea lanciò il suo grido lancinante. Il cuore di Gisella smise di battere per un istante. "Teresa! Che succede?" domandò all'amica.

"Il bombardamento! Corri!"

La scarsa folla, prima apatica, divenne un fiume in piena. In lontananza, un ronzio cupo e ritmico, il canto dei motori dei bombardieri alleati, iniziava a far tremare i vetri. Le ragazze, invece di muoversi, rimasero paralizzate, come statue di ghiaccio in mezzo al caos. "Ehi, voi due! Di qua, presto!"

Un uomo anziano, con un berretto logoro, fece loro cenno con la mano. Le trascinò verso un angolo della piazza dove una botola di ferro si apriva sul selciato. Gisella e Teresa si tuffarono dentro, scendendo una scala ripida di cemento umido.

Il rifugio era un ventre di cemento soffocante. L'ambiente era angusto, l'aria diventò subito pesante. Mancava il respiro. L'unica luce proveniva da poche lampadine fioche che oscillavano a ogni vibrazione del suolo. L'odore era un miscuglio insopportabile di umidità, polvere e sudore freddo. "Restami vicina," ansimò Gisella, stringendo la mano di Teresa fino a farle male.

C'erano moltissime persone, troppe, quasi tutte in piedi; solo pochi anziani occupano le rare sedie disponibili. Alcune vecchie recitavano il S. Rosario. Gisella le odiò.

BUM! La terra sussultò. Un velo di polvere cadde dal soffitto. "Moriremo qui sotto, vero?" piagnucolò Gisella, sentendo le pareti stringersi attorno a lei. Lo spazio sembrava rimpicciolirsi a ogni scoppio, l'aria farsi solida, irrespirabile. "No, stai tranquilla. Presto finirà," rispose Teresa, ma la sua voce tremava quanto quella dell'amica.

Dopo quasi un'ora, la sirena suonò di nuovo: un tono lungo, continuo. Il segnale del cessato allarme. Quando riemersero, la luce del sole sembrava troppo forte, quasi violenta. Il fumo nero all'orizzonte segnava il punto in cui le bombe avevano baciato la terra.

Gisella e Teresa attesero due ore alla stazione, sedute su una panchina di legno, svuotate di ogni emozione. I treni tardavano a ripartire. Erano incolumi, ma qualcosa era cambiato. Gisella guardava il cielo, poi guardava la terra, e infine cercava l'orizzonte aperto dei suoi monti.

Quel giorno, la "grande città" le aveva regalato una paura silenziosa che l'avrebbe accompagnata per sempre. Era tornata a casa sana e salva, ma per tutta la vita, Gisella non sarebbe mai più riuscita a entrare in un ascensore o in una stanza piccola senza sentire quel peso sul petto, quel buio del 1944. Una forma di claustrofobia soffocante, impossibile da superare. Il motivo non lo avrebbe mai detto a nessuno, convinta che non sarebbe stata compresa. Come si fa a spiegare che il mondo, a volte, può diventare un antro scuro chiuso da una botola?

 

 

martedì 21 aprile 2026

POSTO DI BLOCCO

Il cielo sopra la valle era una lastra di piombo, fredda e indifferente. Nel gennaio del 1944, l'inverno non era solo una stagione, ma un nemico silenzioso che si infilava sotto i vestiti logori e stringeva il cuore della gente in una morsa di ghiaccio.

Gisella camminava a testa bassa. Aveva tredici anni, ma la guerra e la fatica le avevano dato lo sguardo serio di chi ha già visto troppo. Era graziosa, alta per la sua età, con grandi occhi scuri che spiccavano nel viso pallido e incorniciato da capelli neri, spesso appiccicati alle tempie.

Per lei, la scuola non era un obbligo, ma un’ancora di salvezza. Ogni giorno percorreva tre chilometri a scendere e tre a salire per raggiungere il paese vicino, l’unico dove ci fosse la scuola media. Voleva continuare a studiare, intendeva diventare maestra, voleva onorare quella promessa fatta a un padre che non vedeva da tanto tempo. Lui era dovuto fuggire in Francia, braccato dai repubblichini che volevano fargli pagare l'impegno con i comunisti. Se fosse rimasto, gli sarebbe toccato l’olio di ricino, o peggio, una bastonatura mortale.

Sua madre, invece, se n'era andata due anni prima. La polmonite l'aveva portata via in tre giorni, lasciando Gisella sola con la nonna e una mucca magra, ultimo baluardo contro la fame. Latte e polenta, polenta e latte come unico cibo. Nient'altro.

Quel giorno a scuola Gisella aveva aiutato ad accendere la stufa, era brava in quel compito, sistemando i legnetti con la precisione di chi sa che il calore è un lusso. Dopo la lezione, era arrivato troppo in fretta il momento di tornare.

La salita era un calvario. Le scarpe, vecchie e con la suola consumata, erano diventate blocchi di ghiaccio. I piedi non li sentiva più; erano solo due pesi sordi alla fine delle gambe. Sopra di lei, la montagna incombeva scura: sapeva che lì, tra i faggi, operava la brigata partigiana, ma il silenzio di quei boschi metteva più angoscia che speranza.

Poi, di fronte a sé, improvvisa, l'immagine che le bloccò il respiro.

In prossimità dell'ingresso del paese, il grigio della strada era sporcato dal verde marcio delle uniformi. Soldati tedeschi. Camion di traverso, canne di fucili puntate verso il nulla, il fumo delle loro sigarette che si mescolava alla nebbia.

Gisella si fermò. Il terrore le salì dallo stomaco alla gola, rendendole difficile deglutire. Avrebbe voluto correre indietro, sparire tra i rovi, ma sapeva che il movimento avrebbe attirato il fuoco. Con il volto cadaverico e le mani che stringevano la cartella come uno scudo, continuò ad avanzare. Ogni passo pesava come un macigno.

Arrivò davanti a loro. I soldati la guardarono. Erano alti, enormi, il viso rubizzo, avvolti in cappotti pesanti che puzzavano di benzina e tabacco. Uno di loro gridò qualcosa in quella lingua che sembrava fatta di vetri infranti.

"Perché urlano sempre?", pensò Gisella, sentendo le ginocchia cedere.

I tedeschi sogghignarono, godendo della sua paura, scambiandosi una battuta che lei non comprese. Uno di loro le fece cenno di passare con un gesto sprezzante della mano, quasi fosse un fastidioso insetto. Gisella passò. Superò la linea dei soldati, sentendo i loro occhi piantati sulla nuca, aspettandosi da un momento all'altro il colpo secco di un Mauser.

Camminò piano per cento metri, mantenendo un decoro dettato dalla pura paralisi. Poi, appena la strada iniziò a curvare, esplose. Si mise a correre con le ultime forze rimaste, inciampando nelle pietre, col cuore che le sbatteva contro le costole come un uccello in gabbia.

Arrivò finalmente alla sua misera casa. La nonna l’aspettava sulla porta, un’ombra curva controluce. Gisella non disse nulla, si lasciò solo cadere sulla panca di legno vicino al focolare spento.

"In quei momenti sono come morta, tanta era la paura," avrebbe raccontato Gisella per tutta la vita, ogni volta che qualcuno le avrebbe chiesto della guerra. Ma quel giorno, nonostante il terrore le avesse segnato l'anima in modo indelebile, accadde qualcosa di diverso.

Dopo aver bevuto un sorso di latte tiepido, Gisella aprì la sua cartella. Le mani le tremavano ancora, ma tirò fuori il libro di storia. Ne sfogliò alcune pagine, poi guardò la montagna fuori dalla finestra, dove i partigiani continuavano a resistere. Capì che la sua battaglia non si combatteva con il fucile, ma con i libri.

 

 

sabato 18 aprile 2026

CANZONI DELLA GIOVINEZZA (10) - "DIRTY OLD TOWN" - THE POGUES

(Quindici canzoni che mi hanno fatto amare la musica pop/rock)

Parlare dei Pogues significa immergersi in un fiume di birra, poesia di strada e rabbia punk. Sono stati loro i primi a dimostrare che il folk tradizionale non apparteneva solo ai musei, ma poteva avere le cicatrici della Londra post-industriale.

Nati a Londra nel 1982 sotto il nome di Pogue Mahone (una traslitterazione gaelica di un insulto piuttosto esplicito), i Pogues sono stati la creatura di Shane MacGowan, un poeta maledetto con la voce roca e un talento cristallino per la scrittura.

La loro intuizione geniale è stata quella di fondere la musica tradizionale irlandese (banjo, tin whistle, fisarmonica) con l'energia nichilista e l'attitudine del punk rock. I Pogues hanno dato voce alla diaspora irlandese, raccontando storie di immigrazione, sbornie colossali, sogni infranti e romanticismo disperato.

Sebbene inclusa nel loro capolavoro Rum, Sodomy & the Lash (1985), la canzone non è un brano originale dei Pogues, ma una cover scritta da Ewan MacColl nel 1949. Tuttavia, la versione dei Pogues è diventata quella definitiva nell'immaginario collettivo.

Il brano si apre con l'armonica malinconica di Jem Finer, che evoca immediatamente l'immagine di un'alba grigia su una città industriale. Rispetto alla versione folk originale, i Pogues infondono una pesantezza emotiva più profonda.

Shane MacGowan non "canta" semplicemente; lui incarna la città. La sua voce stanca e strascicata rende onore alla bellezza sporca delle strade di cui parla il testo.

Il pezzo riesce a essere contemporaneamente una struggente ballata d'amore e un lamento per la decadenza urbana. Il ritmo è cadenzato, quasi come una camminata stanca verso casa dopo una notte di lavoro o di bevute.

Dirty Old Town ha un peso specifico enorme per diverse ragioni.

Innanzitutto il brano sposta il focus della musica folk dalla campagna alla città industriale (nello specifico Salford, vicino a Manchester), dando nobiltà estetica ai "muri di mattoni neri" e ai "canali gassosi".

Grazie a questa superba interpretazione, i Pogues hanno avvicinato le giovani generazioni punk e rock alla musica tradizionale. Hanno dimostrato che un brano folk poteva essere "cool" e ribelle quanto un pezzo dei Clash.

Dirty old town è così diventata una canzone universale, adottata da tifoserie di calcio, cortei di protesta e comunità di tutto il mondo. È il manifesto della nostalgia per le proprie radici, anche quando quelle radici sono "sporche" e difficili.