Il cielo sopra la valle era una lastra di piombo, fredda e indifferente.
Nel gennaio del 1944, l'inverno non era solo una stagione, ma un nemico
silenzioso che si infilava sotto i vestiti logori e stringeva il cuore della
gente in una morsa di ghiaccio.
Gisella camminava a testa bassa. Aveva tredici anni, ma la guerra e la
fatica le avevano dato lo sguardo serio di chi ha già visto troppo. Era
graziosa, alta per la sua età, con grandi occhi scuri che spiccavano nel viso
pallido e incorniciato da capelli neri, spesso appiccicati alle tempie.
Per lei, la scuola non era un obbligo, ma un’ancora di salvezza. Ogni
giorno percorreva tre chilometri a scendere e tre a salire per raggiungere il
paese vicino, l’unico dove ci fosse la scuola media. Voleva continuare a
studiare, intendeva diventare maestra, voleva onorare quella promessa fatta a
un padre che non vedeva da tanto tempo. Lui era dovuto fuggire in Francia,
braccato dai repubblichini che volevano fargli pagare l'impegno con i
comunisti. Se fosse rimasto, gli sarebbe toccato l’olio di ricino, o peggio,
una bastonatura mortale.
Sua madre, invece, se n'era andata due anni prima. La polmonite l'aveva
portata via in tre giorni, lasciando Gisella sola con la nonna e una mucca
magra, ultimo baluardo contro la fame. Latte e polenta, polenta e latte come
unico cibo. Nient'altro.
Quel giorno a scuola Gisella aveva aiutato ad accendere la stufa, era brava
in quel compito, sistemando i legnetti con la precisione di chi sa che il
calore è un lusso. Dopo la lezione, era arrivato troppo in fretta il momento di
tornare.
La salita era un calvario. Le scarpe, vecchie e con la suola consumata,
erano diventate blocchi di ghiaccio. I piedi non li sentiva più; erano solo due
pesi sordi alla fine delle gambe. Sopra di lei, la montagna incombeva scura:
sapeva che lì, tra i faggi, operava la brigata partigiana, ma il silenzio di
quei boschi metteva più angoscia che speranza.
Poi, di fronte a sé, improvvisa, l'immagine che le bloccò il respiro.
In prossimità dell'ingresso del paese, il grigio della strada era sporcato
dal verde marcio delle uniformi. Soldati
tedeschi. Camion di traverso, canne di fucili puntate verso il nulla, il
fumo delle loro sigarette che si mescolava alla nebbia.
Gisella si fermò. Il terrore le salì dallo stomaco alla gola, rendendole
difficile deglutire. Avrebbe voluto correre indietro, sparire tra i rovi, ma
sapeva che il movimento avrebbe attirato il fuoco. Con il volto cadaverico e le
mani che stringevano la cartella come uno scudo, continuò ad avanzare. Ogni
passo pesava come un macigno.
Arrivò davanti a loro. I soldati la guardarono. Erano alti, enormi, il viso
rubizzo, avvolti in cappotti pesanti che puzzavano di benzina e tabacco. Uno di
loro gridò qualcosa in quella lingua che sembrava fatta di vetri infranti.
"Perché urlano sempre?", pensò Gisella, sentendo le ginocchia
cedere.
I tedeschi sogghignarono, godendo della sua paura, scambiandosi una battuta
che lei non comprese. Uno di loro le fece cenno di passare con un gesto
sprezzante della mano, quasi fosse un fastidioso insetto. Gisella passò. Superò
la linea dei soldati, sentendo i loro occhi piantati sulla nuca, aspettandosi
da un momento all'altro il colpo secco di un Mauser.
Camminò piano per cento metri, mantenendo un decoro dettato dalla pura
paralisi. Poi, appena la strada iniziò a curvare, esplose. Si mise a correre
con le ultime forze rimaste, inciampando nelle pietre, col cuore che le
sbatteva contro le costole come un uccello in gabbia.
Arrivò finalmente alla sua misera casa. La nonna l’aspettava sulla porta,
un’ombra curva controluce. Gisella non disse nulla, si lasciò solo cadere sulla
panca di legno vicino al focolare spento.
"In quei momenti sono come morta, tanta era
la paura," avrebbe raccontato Gisella per tutta la vita, ogni
volta che qualcuno le avrebbe chiesto della guerra. Ma quel giorno, nonostante
il terrore le avesse segnato l'anima in modo indelebile, accadde qualcosa di
diverso.
Dopo aver bevuto un sorso di latte tiepido, Gisella aprì la sua cartella.
Le mani le tremavano ancora, ma tirò fuori il libro di storia. Ne sfogliò
alcune pagine, poi guardò la montagna fuori dalla finestra, dove i partigiani
continuavano a resistere. Capì che la sua battaglia non si combatteva con il
fucile, ma con i libri.




