Cammino
a passo lento tra le erbacce alte che hanno divorato l'asfalto di questa zona
industriale abbandonata. È domenica, il cielo è grigio e il silenzio fa quasi
paura. Al mio fianco c'è Fabio, che stringe tra le mani un fucile dall'aria
decisamente inquietante. Parliamo delle solite cose.
La
questione dell'immigrazione è stata finalmente risolta: niente più emergenza,
niente più invasione. Però, quanta fatica per arrivarci. All'inizio ci ha
provato la destra, ma sono state solo tante promesse e molta propaganda, buona
unicamente per raccogliere voti e senza alcun risultato concreto. Delusi, ci
siamo affidati alla destra-destra. Quello della remigrazione sembrava davvero un buon progetto, ci abbiamo creduto in molti, ma alla fine si
è rivelato del tutto inattuabile e quelli che lo avevano proposto si sono
rivelati degli incapaci totali. È stata una grande delusione.
Poi,
disperati e senza ormai più nulla da perdere, ci siamo affidati
all'ultra-destra. All'inizio sembrava la solita storia, parole al vento e
pochissimi fatti. Poi però c'è stata quell'idea illuminante: il decreto. Da un
giorno all'altro, tramite un provvedimento governativo entrato immediatamente
in vigore, tutti gli stranieri presenti sul territorio, regolari e non, sono
stati dichiarati schiavi. È stato concesso a tutti i cittadini di catturarli e
di adibirli a qualsiasi attività, previa semplice registrazione di proprietà e
l'obbligo di fornire loro vitto e alloggio.
C'è
stato un fuggi-fuggi generale, ovvio, ma ormai era troppo tardi. Le frontiere
erano state non soltanto chiuse, ma totalmente sigillate. Quasi nessuno è
riuscito a scappare e quasi nessuno è sfuggito alla condizione di schiavitù. È
vero, sul piano internazionale ci sono state pesanti ripercussioni, ma tanto
che cosa ce ne importa? Dall'Europa eravamo già usciti e l'ONU ci ha espulsi,
ma quella stupida organizzazione era da tanto che non contava più nulla.
Abbiamo subito sanzioni pesanti da quasi tutti gli stati e la nostra economia è
andata un po' in crisi, ma ci siamo rimboccati le maniche e siamo riusciti
comunque a tirare avanti, rinunciando soltanto a qualcosa di superfluo.
Lo
ammetto, io non sono stato abbastanza pronto. Mia moglie mi dice sempre che mi
capita spesso, ma in quei giorni avevo un sacco di problemi per la testa. Così
non ho catturato nessun schiavo, non ci ho neppure provato. Lei non me lo ha
mai perdonato. Dice che ormai tutti ne hanno almeno uno, so che non è del tutto
vero, ma non mi azzardo a contraddirla, e che anche lei ne ha assolutamente
bisogno. Meglio se è un uomo, sostiene, così può fare anche i lavori più
pesanti in casa e in giardino.
E
adesso che sto un po' meglio con la testa, ho deciso di cercare di rimediare.
Devo ringraziare il mio amico Fabio, che sta cercando in tutti i modi di
aiutarmi. Mi ha segnalato che qui in periferia, non posso dire esattamente dove,
nei pressi di questo stabilimento dismesso, è stato visto aggirarsi un
immigrato ancora in libertà. Siamo qui per lui: voglio catturarlo, rendere
finalmente felice mia moglie, godere della sua considerazione ed evitare che
continui a darmi dello smidollato.
I
vecchi capannoni attorno a noi sono pericolanti. Ci aggiriamo per gli ampi
cortili, vigili, cercando di fare meno rumore possibile. A un certo punto
notiamo un movimento. Sembra che ci sia qualcuno all'interno della vecchia
guardiola!
Ci
avviciniamo con estrema prudenza. Fabio ora imbraccia il fucile, pronto a
sparare.
«Fermo!»
grida all'improvviso puntando l'arma.
Vedo
un uomo uscire lentamente dalla guardiola con le mani alzate. «Non sparate!»
urla agitato. «Sono uno di voi!»
In
effetti, appena gli sono più vicino, noto subito che non è un immigrato. Ha più
o meno la mia età, è biondo, robusto e alla cintola porta un grosso coltello da
caccia.
«Se
cercate l'immigrato mi spiace per voi» dice l'uomo, rilassando le spalle. «L'ho
catturato io due giorni fa. In ogni caso non era granché» aggiunge con una
smorfia. «Vecchio e quasi di sicuro malato, tossiva di continuo ed era magro
come un chiodo. L'ho preso lo stesso, cercherò di rimetterlo un po' in sesto,
ma non nutro grandi speranze.»
Sconfortati
e delusi, salutiamo l'uomo e ce ne andiamo a mani vuote. Sono completamente
abbacchiato, temo già la reazione di mia moglie quando tornerò a casa. Fabio si
accorge subito del mio stato d'animo.
«Ti
ricordi di Marcello Prandi?» mi chiede d'un tratto mentre camminiamo verso la
macchina.
«Certo
che mi ricordo» rispondo.» Era un nostro compagno di scuola.
«Ha
messo su un allevamento di schiavi» dice Fabio mettendomi una mano sulla
spalla. «Io sono rimasto in buoni rapporti con lui. Se vuoi gli parlo: oltre
agli schiavi nuovi ne ha anche qualcuno ricondizionato. Sono sicuro che ti farà
un buon prezzo. Vedrai, ti consentirà pure di pagarlo a rate...»







