Il
jet privato di Roddy Liston, l'afroamericano più ricco degli Stati Uniti,
nonché lontano e orgoglioso parente del leggendario pugile Sonny Liston, era
decollato da Genova solo da un'ora, ma la sua mente era ancora là, tra le
scogliere e le acque cristalline della riviera ligure. La vacanza era stata
celestiale, eppure un'ombra ne aveva offuscato la perfezione.
Appena
atterrato a New York, Roddy si accomodò dietro la monumentale scrivania in
mogano del suo attico a Manhattan e suonò il campanello d'argento.
"Arthur,
entra," ordinò non appena la porta si aprì.
Arthur
Pendelton, il suo impeccabile e pragmatico braccio destro, avanzò con un
taccuino in mano. "Bentornato, capo. Immagino che il soggiorno in Italia
sia stato di suo gradimento."
"Entusiasmante,
Arthur. Quel paesino era un paradiso. Ma c'è una cosa che ha rovinato tutto, e
ho intenzione di sistemarla prima del prossimo anno. Perché io ci tornerò, sia
chiaro, ma alle mie condizioni."
Arthur
sollevò un sopracciglio. "Quale sarebbe il problema, signore?"
Roddy
si alzò, mimando un gesto di totale fastidio. "I turisti, Arthur! Non si
riusciva a camminare, te li trovavi sempre davanti, in ciabatte, tutti sudati,
con un pezzo di focaccia o di pizza appiccicosa in mano. I ristoranti sempre pieni,
per non parlare della spiaggia!"
Arthur
tossicchiò, stringendo la penna. "Capisco il disagio, capo. Ma come
facciamo a impedire che ci siano turisti in una località balneare
pubblica?"
Roddy
sorrise, con la stessa spietata sicurezza con cui suo cugino Sonny stringeva i
guantoni. "Semplice, Arthur. Prenotiamo ogni singolo albergo, tutti i
ristoranti, i locali pubblici di qualsiasi tipo e tutti gli stabilimenti
balneari per l'intera stagione estiva."
Arthur
sgranò gli occhi, strabiliato. "Ma... costerà un patrimonio,
signore!"
"Il
denaro non è mai stato un mio problema," tagliò corto il magnate, agitando
una mano. "Sbrigati, datti da fare. Voglio quel borgo tutto per me."
Come
sempre quando il principale ordinava, Arthur agì di corsa. Passarono i mesi e
l'inverno lasciò il posto alla primavera. Una mattina, Roddy convocò nuovamente
il suo assistente per avere aggiornamenti.
"Allora,
Arthur? Quell'incantevole paesino ligure è pronto per il mio ritorno?"
"Tutto
bene, signore. Gli accordi sono stati firmati, i bonifici inviati. Abbiamo il
controllo totale," rispose Arthur, esitando un istante. "C'è solo un
piccolissimo problema. Una cosa di poco conto, in realtà..."
Il
volto di Liston si incupì all'istante; detestava i problemi più di ogni altra
cosa al mondo. "Parla, Arthur. Cos'è questo contrattempo?"
"Ecco...
dopo che abbiamo concluso tutti i contratti con gli albergatori e i balneari,
si è presentato un certo signor Gabbia."
Roddy
aggrottò le sopracciglia. "E chi sarebbe questo signor Gabbia?"
"Ha
detto che... beh, che rappresenta i gabbiani."
"I
gabbiani?!" Liston scoppiò in una risata amara. "Stai
scherzando?"
"Purtroppo
no, signore," rispose Arthur, mantenendo un tono serissimo. "Dice che
anche i gabbiani vogliono la loro fetta di torta. Pare che considerino il paese
come di loro proprietà. E, tramite questo emissario, hanno avanzato delle
richieste precise."
"Richieste?
Degli uccelli?" Liston era sbigottito, quasi offeso nella sua autorità.
"Vogliono
cibo garantito, vogliono che una certa oasi protetta della zona venga estesa,
vogliono..."
"Basta
così!" Il magnate diede un gran pugno sul tavolo. "Non mi farò ricattare
da degli stupidi volatili! Sempre se questa assurda storia sia vera... Chi si
crede di essere questo tizio?"
"Garantisco
che l'uomo sembrava molto convincente, capo, e..."
"Fuori!
Fuori dal mio ufficio!" ringhiò Liston.
E
finalmente arrivò di nuovo l'estate.
Liston
e il suo numeroso seguito di guardie del corpo e assistenti fecero ritorno
nell'ameno paesino della riviera ligure. Rispetto all'anno precedente,
l'atmosfera era radicalmente cambiata, proprio come il magnate aveva sognato.
Le strade erano sgombre, le spiagge dorate erano interamente a sua disposizione
ed era sempre l'unico cliente in ogni ristorante che aveva requisito. Non c'erano
schiamazzi, non c'erano gli odiosi bambini che correvano sul bagnasciuga. I
pochi residenti del paese erano per la maggior parte andati in vacanza altrove
grazie ai soldi di Liston; quei rari rimasti non si facevano mai vedere e, in
ogni caso, non disturbavano.
Il
primo giorno fu idilliaco. I problemi, però, iniziarono già il giorno seguente.
All'alba,
il cielo si riempì di macchie bianche e grigie. Arrivarono tantissimi gabbiani.
A tratti erano così numerosi da oscurare il sole. E, cosa peggiore, non stavano
zitti un attimo. Schiamazzavano di continuo, emettendo versi striduli che
sembravano quasi delle risate sguaiate e derisorie.
Liston
ne era molto infastidito, ma gonfiò il petto e fece finta di nulla, cercando di
godersi la sua spiaggia deserta.
La
stessa cosa, però, non poté fare il giorno seguente. I gabbiani, che durante la
notte non gli avevano fatto chiudere occhio con i loro versi incessanti,
decisero di passare all'attacco. Volando a stormi compatti, iniziarono a fare
delle vere e proprie picchiate radenti sul magnate e sui suoi accompagnatori.
E, nel farlo con geometrica precisione, non scordavano mai di depositare sulle
loro teste e sulle camicie di lino degli sgraditissimi e maleodoranti presenti
biologici.
"Voglio
parlare con il signor Gabbia! Subito!" sbraitò Liston, esasperato, mentre
si ripuliva con un fazzoletto, sotto il fuoco incrociato dei volatili.
Il
fantomatico rappresentante dei gabbiani fu cercato dappertutto. Arthur setacciò
i vicoli, i bar, persino il municipio, ma nessuno sembrava conoscere quel nome.
L'uomo era letteralmente sparito.
Roddy
Liston, a quel punto, si dovette arrendere all'evidenza. Quel soggiorno da
sogno, che gli era costato un patrimonio immenso e che sarebbe dovuto durare un
paio di mesi, terminò bruscamente dopo soli tre giorni.
"Preparate
i bagagli! Ce ne andiamo da questo inferno!" ordinò furibondo a tutto il
suo staff.
La
ritirata verso l'aeroporto avvenne in tutta fretta, sotto gli occhi trionfanti
dei gabbiani che volteggiavano alti nel cielo. Il loro verso assordante
risuonava per tutto il golfo, simile a un fragorosa sghignazzo collettivo:
avevano vinto facilmente contro l'uomo più ricco d'America.
Quell'estate,
con gli alberghi pagati e vuoti, sia i gabbiani che i pochissimi residenti
rimasti nel borgo trascorsero una stagione da favola. Senza turisti, senza
miliardari arroganti, l'unico vero rumore che si sentiva lungo la riviera era
la melodia del mare.







