Ciò
che mi è stato detto oggi in redazione mi incuriosisce molto. Pare che in
Giamaica si nasconda un velocista formidabile, un talento assoluto ma
altrettanto misterioso, visto che non ha ancora disputato una sola gara
ufficiale. Certo, si dice sia piuttosto giovane, ma perché non mettersi in
gioco? Oltretutto, tra pochi mesi ci saranno le Olimpiadi e per potervi
partecipare occorre ottenere il tempo minimo di qualificazione. Mi domando se
questa storia sia vera, o se si tratti soltanto di una delle solite leggende
che circolano nel mondo dello sport per riempire le pagine dei giornali.
Però
c'è un particolare che mi ha solleticato l'immaginazione. Sembra che
l'allenatore di questo presunto prodigio sia Glen Mills, una mia vecchia
conoscenza. Ai più è noto per essere stato per tanti anni l'allenatore di un fenomeno
indiscusso: Usain Bolt. E io Mills lo conosco abbastanza bene. Perché non
parlare direttamente con lui e sciogliere ogni dubbio?
Recupero
il suo numero di telefono dalla rubrica, sperando sia rimasto lo stesso, dato
che sono due o tre anni che non ci sentiamo. Sono le diciotto, dovrei
finalmente andare a casa, ma invece, senza pensarci, compongo il numero. Faccio
mentalmente un rapido calcolo: a Kingston è mezzogiorno in punto. Spero di non
disturbare il suo pranzo!
Risponde
al secondo squillo e mi riconosce quasi subito. Scambiamo alcuni convenevoli di
rito, poi non resisto e vado dritto al punto.
«È
vero ciò che si dice del tuo atleta?» chiedo d'un fiato.
«Prometti
che non scriverai nulla?» dice Glen, con la sua inconfondibile voce cavernosa,
dopo un attimo di silenzio.
«Te
lo assicuro» rispondo. «Lo sai che di me ti puoi fidare.» Sento un lungo
sospiro dall'altro capo del filo.
«È
vero» ammette il coach. «Felix Campbell, così si chiama il ragazzo, è davvero
un portento. È destinato a rivoluzionare la velocità.»
«Qual
è la sua qualità speciale?» domando.
«Questa
è l'unica cosa che non ti posso dire» ribatte Mills. «Ma se vuoi potrai
verificare tutto di persona. Finalmente sono riuscito a convincere Felix a
partecipare a una gara ufficiale. Può ottenere il minimo olimpico molto
facilmente, a mio parere.»
«Come?
Davvero? Dove e quando?» chiedo, strabiliato dalla notizia. «A Londra» dice
Mills. «Tra un paio di settimane. Questo lo puoi scrivere.»
Dopo
un po' ci salutiamo. Gli do appuntamento al meeting londinese, dove spero di
poter incontrare lui e il ragazzo. Anche se il giornale non mi paga la trasferta,
gli ho detto, ci andrò a spese mie! Ho grande fiducia nel mio vecchio amico, e
di sicuro ci sarà da divertirsi.
E il
mio giornale, infatti, non mi ha davvero pagato la trasferta.
«E
se fossero tutte sciocchezze?» ha sentenziato il mio arcigno direttore, prima
di chiudere definitivamente i cordoni della borsa. Così ho fatto come avevo
detto a Glen: ho preso un paio di giorni di ferie e sono volato a Londra.
L'accredito stampa, però, l'ho usato eccome, e adesso mi trovo proprio nella
tribuna dei giornalisti, in attesa della partenza della gara dei cento metri.
Gli
atleti sono già schierati ai blocchi. Felix Campbell è in terza corsia. Lo
cerco con gli occhi e lo osservo attentamente. Non ha il classico fisico da
velocista. È molto alto, con muscoli non eccessivamente sviluppati ma, di
sicuro, estremamente elastici. Ha un bel viso dai lineamenti dolci e delle
buffe orecchie un po' appuntite. Noto un dettaglio insolito: indossa dei guanti
neri, molto spessi. Sembrano di pelle o di una plastica lucida. Soffre forse di
qualche strana allergia alle mani? Sembra un po' spaesato. Invece di concentrarsi
sulla pista, si guarda attorno come se tutto fosse completamente nuovo per lui.
Lo stadio, intanto, è colmo.
«Ai
vostri posti.»
Pronti,
e via! Lo sparo dello starter risuona nel silenzio assoluto, squarciato un
istante dopo dal boato di incitamento del pubblico. Campbell parte come un
fulmine: il suo tempo di reazione al blocco è stato pazzesco. Esce con il busto
molto inclinato in avanti, piazzando dei primi appoggi potentissimi. Poi, nel
momento esatto in cui tutti gli altri atleti si rialzano per trovare il miglior
assetto ed esprimere la parte lanciata della corsa, lui fa l'impensabile.
Si
abbassa ancora di più. Appoggia le mani a terra, e corre a quattro zampe!
Sembra un enorme e velocissimo gatto. Divora la pista con una fluidità irreale
e taglia il traguardo davanti a tutti, con un vantaggio mostruoso.
Lo
stadio è improvvisamente ammutolito, e io sono sconvolto. Mi volto verso un
collega della televisione croata, seduto accanto a me. È pallido.
«È...
è regolare?» sono le uniche parole che riesco a pronunciare. Lui annuisce
lentamente, senza staccare gli occhi dalla pista.
«Il
regolamento dice che bisogna correre, e lui ha fatto quello» mi risponde in
inglese. «E ha appena dimostrato che quattro sono meglio di due» aggiunge, con
la voce incrinata e ancora meravigliato.
Dirigo
lo sguardo verso il tabellone luminoso a bordo pista, incapace di credere a ciò
che vedo. Otto secondi e trentadue
centesimi! Il record del mondo è appena stato frantumato. Davanti ai
miei occhi increduli.







