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giovedì 22 ottobre 2026

LA BELLA E LA BESTIA (Seconda e ultima parte)

Un martedì pomeriggio erano seduti al tavolino di un bar all'aperto. Elena si era alzata un momento per andare in bagno, lasciandolo solo con i due caffè. Marco osservò il viavai della strada, finché non notò due ragazzi a un tavolo poco distante. Stavano guardando prima Elena che rientrava, poi avevano girato lo sguardo su di lui, scambiandosi un'occhiata perplessa e una mezza risata trattenuta.

Elena tornò, si sedette di fronte a lui e gli sorrise, prendendo un sorso di caffè.

«Tutto bene? Sei strano oggi.»

Marco la guardò. I suoi occhi neri caddero sul viso perfetto di lei, sulla pelle liscia, su quel sorriso da copertina. Poi si rispecchiò per un istante nel vetro della vetrina del bar: la sua sagoma sproporzionata, il mento sporgente, i capelli che apparivano ancora più diradati sotto la luce del sole.

L'interrogativo che cercava di soffocare da settimane tornò a galla con la violenza di un'onda.

«Elena...» esitò lui, abbassando lo sguardo sulla tazzina.

«Dimmi.»

«Ma tu...» Marco deglutì a vuoto, cercando le parole senza sembrare insicuro, fallendo miseramente. «Tu perché stai con me?»

Il silenzio tra loro sembrò durare un'eternità. Poi, Elena gli prese il viso tra le mani, costringendolo a non distogliere lo sguardo.

«Marco, ascoltami bene» disse, con una dolcezza che nascondeva una ferma determinazione. «Io non mi innamoro di un catalogo di moda. Mi sono innamorata del ragazzo che mi ha fatto ridere fino alle lacrime, di quello che mi ascolta per ore senza giudicarmi. A me non importa cosa pensa la gente, e non dovrebbe importare nemmeno a te. Io ho scelto te.»

Marco annuì, le baciò la fronte e si sforzò di sorridere. Ma le parole di Elena, invece di spegnere il dubbio, lo sigillarono dentro di lui, dove cominciò a nutrirsi delle sue insicurezze.

Nelle settimane successive, il tarlo si trasformò in un mostro affamato. Il Marco dolce, impacciato ma solare, che aveva conquistato Elena, iniziò a svanire, sostituito da una versione cupa e tormentata di se stesso. L'idea che lei fosse troppo bella per lui divenne un'ossessione vera e propria, una lente distorta attraverso cui decifrava ogni gesto della ragazza.

Se Elena si truccava per uscire, Marco si incupiva: Per chi vuole farsi bella? Se il cameriere al ristorante le sorrideva troppo a lungo, la serata era rovinata da silenzi ostili. Se il telefono di lei vibrava, lo sguardo di Marco scattava sullo schermo con l'intensità di un inquisitore.

«Perché ti sei messa quel vestito per andare in università?» le chiese un pomeriggio, con una freddezza che non gli apparteneva.

«Fa caldo, Marco. E mi piace» rispose lei, sorpresa. «Che problema c'è?»

«Niente. È solo che... attiri l'attenzione. E a te piace, ammettilo.»

Elena resistette. Lo amava e capiva da dove nascesse quella fragilità. Cercò di rassicurarlo in ogni modo possibile: smise di truccarsi quando uscivano da soli, iniziò a giustificare ogni suo ritardo, gli diede libero accesso al suo telefono. Ma l'abisso di Marco era incolmabile. Più lei si annullava per dimostrargli il suo amore, più lui si convinceva che fosse tutta una messinscena, un castello di carte pronto a crollare non appena si fosse presentato un ragazzo all'altezza della sua bellezza.

Divenne sempre più geloso, asfissiante. Le scenate iniziarono a esplodere per le ragioni più futili: un complimento ricevuto sui social, un saluto di troppo a un vecchio compagno di classe.

Il punto di rottura arrivò in una piovosa sera di novembre.

Erano in macchina, di ritorno dal cinema. Marco aveva passato le ultime due ore a rimuginare sul fatto che, durante la fila per i biglietti, un ragazzo aveva guardato con insistenza Elena, e lei non aveva reagito "in modo abbastanza infastidito".

«Non puoi negarlo, gli stavi sorridendo!» sbottò lui, colpendo il volante con il palmo della mano. «Marco, stavo sorridendo a te per una battuta che avevi appena fatto!» urlò lei, le lacrime che ormai le rigavano il viso. «Non ce la faccio più. Mi stai soffocando!»

«Certo che ti sto soffocando! Perché sai benissimo che prima o poi ti stancherai di me! Guardami, Elena! Guardami!» gridò lui, indicandosi il viso squadrato. «Perché dovresti stare con uno così quando puoi avere chiunque?»

Elena lo guardò, e per la prima volta, nei suoi meravigliosi occhi ambrati, Marco non vide più compassione o amore. Vide rassegnazione.

«Io volevo stare con te, Marco. Ma tu non ci sei più» sussurrò lei, la voce rotta. «Hai lasciato che la tua insicurezza ci divorasse. Non sei diventato brutto fuori... sei diventato impossibile dentro. È finita.»

Scese dall'auto sotto la pioggia, e quella fu l'ultima volta che si parlarono.

I primi giorni furono un inferno di pianti e rimorsi, ma poi, lentamente, qualcosa in Marco si assestò. Un meccanismo di difesa, perverso ma infallibile, scattò nella sua mente, riscrivendo la storia per renderla sopportabile.

Si guardò nello specchio del bagno. Fissò la sua magrezza spigolosa, il viso cavallino, i denti troppo grandi.

Era inevitabile, pensò.

Cancellò dalla memoria le proprie scenate di gelosia, le parole cattive, l'ossessione che aveva prosciugato Elena. Ricondusse tutto a una semplice, ineluttabile equazione matematica che il mondo gli aveva sempre insegnato: i brutti non stanno con le belle. La storia non aveva funzionato non perché lui fosse diventato possessivo e tossico, ma semplicemente perché lei era una principessa e lui non sarebbe mai stato il principe azzurro. Le fiabe non esistono, si disse.

E in quella tragica autoassoluzione, Marco ritrovò la pace. Tornò alla sua solitudine, ai suoi pomeriggi solitari al supermercato, crogiolandosi in una malinconica tranquillità. Si sentiva al sicuro, ora. Niente più ansie, niente più paure di non essere all'altezza. Aveva avuto la sua risposta, sbagliata ma rassicurante: non c'era nulla che lui potesse fare per cambiare il proprio destino, bastava solo non provare mai più a volare troppo vicino al sole.

                                                                    FINE

 

martedì 20 ottobre 2026

LA BELLA E LA BESTIA (Prima parte)

La luce al neon della corsia numero sei del supermercato non faceva sconti a nessuno, tanto meno a lui.

Marco passò una mano nervosa tra i capelli. Erano fini, radi sulla fronte, e la tentazione di pettinarseli all’indietro per nascondere le stempiature era una battaglia persa che combatteva ogni mattina davanti allo specchio. A ventidue anni, il suo riflesso era una collezione di spigoli sbagliati: un metro e novantaquattro di altezza distribuiti su un fisico troppo magro, un viso allungato e squadrato che ricordava vagamente quello di un cavallo, e due incisivi decisamente troppo grandi che lo facevano sorridere sempre a labbra chiuse.

Stava controllando la lista della spesa, passata di pomodoro, tonno in scatola, fette biscottate,  quando una voce lo distolse dai suoi pensieri.

«Scusami... potresti darmi una mano?»

Marco si girò, convinto che la domanda fosse rivolta a qualcun altro. Ma dietro di lui non c'era nessuno.

C'era solo lei.

Ed era, senza mezzi termini, la ragazza più bella che avesse mai visto dal vivo. Aveva occhi grandi e luminosi di un nocciola chiaro, sfumati di verde, incorniciati da ciglia folte che non avevano bisogno di trucco. I capelli castani le cadevano morbidi sulle spalle in onde naturali, e un leggero profumo di vaniglia e agrumi sembrava aver improvvisamente annullato l'odore di detersivo della corsia. Aveva un viso armonioso, una pelle candida e un sorriso così spontaneo da far girare la testa.

«Dicevi a me?» balbettò Marco, sentendo la gola prosciugarsi all'istante.

«Sì!» rispose lei, accennando un sorriso radioso e indicando l'ultimo ripiano dello scaffale. «Io e i miei centosessanta centimetri non arriviamo a quel flacone. Ti dispiacerebbe?»

«Ah. No, certo, figurati.»

Marco mosse due passi, sentendosi improvvisamente goffo, e allungò il braccio. Per lui arrivarci fu un gioco da ragazzi. Prese il prodotto e glielo porse, prestando un'attenzione quasi maniacale a non toccarle le dita per la paura di sembrare invadente.

«Grazie mille, davvero. Io sono Elena,» disse lei guardandolo dritto negli occhi. Non c'era traccia di derisione nel suo sguardo, né quel velo di disagio a cui Marco era abituato quando le ragazze carine incrociavano la sua figura imponente e spigolosa.

«Io sono Marco.»

«Piacere, Marco. Senti...» Elena piegò leggermente la testa di lato, esaminandolo per un secondo con un'espressione divertita e intrigata. «Ne approfitto subito spudoratamente. Temo che il mio telefono non funzioni bene. Mi daresti il tuo numero? Così ti provo a chiamare e vedo se è tutto a posto.»

Marco rimase pietrificato per tre secondi buoni. Il mio numero? A lei? Pensa a una scusa, si disse. Ma le mani agirono prima del cervello: tirò fuori lo smartphone e le dettò le cifre. Lei digitò rapida sul suo, e subito dopo si sentì uno squillo. «Perfetto! Grazie ancora, Marco. Ci si vede!» gli lanciò un ultimo sorriso e si avviò verso le casse.

Marco rimase fermo in mezzo alla corsia per cinque minuti. Cuore a mille, mani sudate. Ok, si disse, tirando un sospiro di sollievo misto a una sottile amarezza. È stato simpatico. Le sono stato utile, ma è finita lì.

Invece non era affatto finita.

Due giorni dopo, di martedì sera, il telefono di Marco squillò. Un numero sconosciuto.

«Pronto?»

«Ciao Marco, sono Elena! Quella del detersivo al supermercato.»

Marco quasi fece cadere il telecomando della TV. «Elena! Ciao. Tutto bene?»

«Tutto bene! Senti, stasera non ho nessuna voglia di stare a casa. Ti va di andare al cinema? Danno quel nuovo film d'azione di cui parlano tutti.»

Lui trattenne il fiato.

«Io... con te?»

«Beh, sì, a meno che tu non voglia mandare un amico al posto tuo!» rise lei dall'altro capo .

«Dammi l'indirizzo. Ti passo a prendere io alle otto?»

Il cinema fu solo l'inizio. La settimana successiva fu di nuovo lei a proporre una cena in una minuscola osteria in centro. Parlarono per tre ore di seguito. Marco scoprì che Elena adorava la musica indie, odiava la pizza con l'ananas e aveva una risata contagiosa che faceva girare la gente dei tavoli vicini. Ma soprattutto, scoprì che Elena lo ascoltava davvero. Non guardava la sua attaccatura dei capelli, non fissava i suoi denti quando rideva; guardava i suoi occhi scuri, attenta a ogni parola che diceva sui suoi studi di ingegneria o sulle sue passioni per i videogiochi d'epoca.

Dopo un mese di uscite, camminando lungo il fiume sotto la luce dei lampioni, fu lei a fermarsi, a prendergli la mano, con le sue dita piccole e calde intrecciate a quelle lunghe e spettrali di lui,  e a baciarlo.

Per Marco, che a ventidue anni non aveva mai neanche tenuto per mano una ragazza, fu come un'esplosione di fuochi d'artificio.

I mesi passarono e la loro storia diventò una certezza. Risate, serate sul divano, domeniche fuori porta, sguardi d'intesa. Elena era dolce, affettuosa, lo cercava sempre, lo abbracciava forte anche in pubblico. Per Marco era un sogno diventato realtà.

Eppure, nei momenti di silenzio, quando lei dormiva con la testa appoggiata al suo petto e lui le accarezzava i capelli, un pensiero strisciante e velenoso iniziava a scavargli dentro.   

                                                                                                                   (Continua)

 

sabato 17 ottobre 2026

LO SPETTACOLO DELLA VENDETTA

Due fatti di cronaca, entrambi provenienti dagli Stati Uniti, riaprono in maniera drammatica il dibattito sulla pena capitale, mostrando il volto più cupo di una giustizia punitiva che scivola pericolosamente verso il supplizio mediatico.

Da un lato vi è il caso di Christa Pike, condannata a morte in Tennessee per un omicidio commesso quando era appena diciottenne. La sua esecuzione mediante iniezione letale (dopo un'attesa di oltre trent'anni) si è trasformata in un fallimento sistemico: la procedura è stata sospesa dopo due ore di strazianti tentativi falliti, lasciando la donna gravemente lesa e ricoverata in ospedale tra atroci sofferenze.

Dall'altro lato risuona l'annuncio governativo sulla condanna di Nidal Hasan, il militare autore della strage di Fort Hood del 2009: la sua esecuzione per fucilazione non solo segna un ritorno a metodi arcaici, ma verrà trasmessa in diretta televisiva e in streaming. Una vera e propria gogna moderna, dove la pena di morte dismette ogni residua parvenza di atto giudiziario per trasformarsi in uno spettacolo truculento per le masse.

In questo scenario, risuonano con forza immutata le parole del Papa, che ha più volte ribadito come la pena di morte sia «mai ammissibile», in quanto pregiudica l'inviolabile dignità della persona umana. La Chiesa ha chiarito a più riprese che non esiste una modalità "umanamente accettabile" di uccidere un uomo in nome della legge.

Guardando alla mappa geopolitica mondiale, la pena di morte resta oggi una pratica diffusa prevalentemente nelle dittature e nei regimi autoritari (come Cina, Iran e Arabia Saudita). Che la principale democrazia dell'emisfero occidentale continui a condividere questo strumento punitivo con regimi dispotici rappresenta una profonda e dolorosa contraddizione istituzionale.

Di fronte ai crimini più atroci, l'impulso emotivo della società è comprensibile. È indiscutibile che chiunque sarebbe favorevole alla pena capitale se questa avesse il potere di riportare in vita le vittime. Ma la realtà è ben diversa: la morte del colpevole non cancella il lutto né restituisce le vite spezzate.

All'accesso di rabbia, lo Stato ha il dovere morale e legale di non rispondere con la medesima violenza. Lo Stato non deve vendicare, ma punire.

La vendetta appartiene all'istinto primordiale e non fa  altro che replicare il male.

La giustizia, al contrario, riafferma la legalità, protegge la collettività e priva il reo della libertà, senza cedere alla barbarie.

La deriva americana ha poco o nulla a che vedere con i veri valori su cui si fonda la civiltà occidentale. Allo stesso modo, non rispecchia l'Occidente l'escalation e la condotta attuata da Israele contro la popolazione palestinese a Gaza. Di fronte all'orribile e gravissimo massacro del 7 ottobre, un'aggressione da condannare senza riserve, la risposta non ha cercato la giustizia commisurata e il rispetto del diritto internazionale, bensì una forma di punizione collettiva che si è trasformata in pura vendetta.

Quei valori fondamentali di umanità, proporzionalità e civiltà giuridica sembrano oggi difesi soltanto da un'esigua parte del mondo: una parte d'Europa e pochi paesi isolati come ad esempio il Canada. Se continueremo a scambiare la vendetta per giustizia e la spettacolarizzazione del dolore per rigore statale, questi principi fondanti rischiano di scomparire del tutto, lasciando il posto a un nuovo oscurantismo globale.

 

giovedì 15 ottobre 2026

IL RAPIMENTO

Una mano tremante stringe il telefono, le nocche bianche contro la plastica scura. "Pronto? Carabinieri? Mi hanno rubato l'auto!" La voce dell'uomo è concitata, quasi strozzata dall'ansia. "A bordo c'era mia nipote, la mia nipotina di sette anni!"

Dall'altro capo, la voce calma e ferma di un maresciallo cerca di mettere ordine nel caos. "Si calmi, signore. Può precisare meglio che cosa è successo?"

L'uomo prende un respiro profondo, cerca di ricomporsi. "Stavo tornando a casa, ho fatto una piccola sosta per comprare le sigarette. Ho lasciato la bambina in macchina, con le chiavi inserite. Pensavo di fare in fretta. Sono stato in tabaccheria forse dieci minuti, ho scambiato due parole con il tabaccaio. Quando sono tornato, la macchina non c'era più".

"Ha informato i genitori della bambina?" chiede il maresciallo.

Un sospiro pesante. "No, non posso. Loro sono in montagna, stanno facendo un trekking di un paio di giorni, non sono al momento rintracciabili. Per questo lei era con me e mia moglie".

"Ci dia le informazioni sull'automobile, modello, colore, targa..." La voce del maresciallo si fa più pratica. "E ci faccia avere al più presto una fotografia della bambina, se l'ha".

"Una fotografia? Purtroppo non ne ho qui" risponde l'uomo, quasi imbarazzato. "Chiederò a mia moglie, forse a casa c'è qualcosa. Ma temo siano solo quelle del battesimo..."

Il maresciallo sospira.

"Nemmeno sul telefono?" La domanda è quasi un rimprovero velato.

"Il mio telefono è vecchio, non fa fotografie," ammette l'uomo, la voce che si spegne.

L'uomo viene rassicurato. "Non si preoccupi e mantenga la calma. Abbiamo già diramato le ricerche su tutto il territorio cittadino e anche oltre. La terremo aggiornato".

"Grazie, grazie mille" risponde l'uomo, la riconoscenza che traspare nella voce. "Vi prego, fatemi sapere qualsiasi cosa, non appena ci saranno novità."

E i carabinieri sono molto solerti. Meno di un'ora dopo, il telefono dell'uomo squilla. Il maresciallo, con una punta di sollievo nella voce, lo informa: "Signore, abbiamo rintracciato l'auto. Si trova in una via di periferia."

Un'ondata di gioia travolge l'uomo. "Oh, grazie al cielo! Sono contento, davvero! La mia macchina..."

Ma il maresciallo lo interrompe, il tono che torna grave. "C'è però un grosso problema. Non abbiamo trovato tracce né del ladro, né della bambina".

Un silenzio cade dall'altra parte. Poi, inaspettatamente, l'uomo scoppia a ridere, una risata quasi isterica. "Non importa" dice. "Anche perché non c'è nessuna bambina. Io non ho nipoti".

Il maresciallo rimane in silenzio, sbigottito, in attesa di ulteriori spiegazioni.

"Se non vi avessi detto che a bordo c'era una bambina," continua l'uomo, la voce che ora suona quasi trionfante. "La mia macchina non l'avreste mai cercata. E chissà quando, e se, l'avrei ritrovata..."

 

martedì 13 ottobre 2026

LO SBALLO DEL CINGHIALE

Il ronzio nelle orecchie è un fischio continuo, eco sorda di una notte passata tra casse da tremila watt, luci stroboscopiche e un cocktail micidiale di alcol e pasticche ingoiate come caramelle. L'abitacolo dell'auto profuma di sudore e fumo.

Ottavio guida fisso verso la striscia d'asfalto, con gli occhi arrossati. Al suo fianco, Max penzola con la testa contro il finestrino. Dietro, Mirella è stesa sul sedile posteriore, gli occhi semichiusi e il respiro pesante di chi è a un passo dal crollare.

D'un tratto l'auto sterza a destra, e abbandona la carreggiata principale.

«Ehi,» dice Max, riaprendo gli occhi a fatica. «Perché passi di qui?»

L'auto s'inoltra in una strada di campagna, completamente buia, inghiottita dalle ombre della notte.

«È una scorciatoia,» risponde Ottavio stringendo il volante. «Venivo da queste parti quando ero bambino. Con mio nonno.»

«Allora però non eri ubriaco,» ribatte l'amico, facendosi sfuggire una risata impastata.

La stradina sterrata si fa sempre più stretta, un imbuto di terra e sassi. Le fronde scure dei cespugli ai lati toccano le fiancate dell'auto con un stridio metallico e sinistro. Poi, un singhiozzo del motore. L'auto sussulta e scompare ogni vibrazione.

«Che succede?» dice Max, voltandosi verso il guidatore. «Perché ti sei fermato?»

«Merda! Non mi sono fermato! Si è spenta!» impreca Ottavio. Gira la chiave una, due, tre volte. Il motorino d'avviamento gratta a vuoto, poi il silenzio. «La pompa della benzina! Merda! Mio padre me l'aveva detto che la macchina aveva dei problemi, ma io l'ho voluta prendere lo stesso!»

«Sei un cretino,» dice Max, prima di esplodere in una risata sgangherata. Ottavio lo guarda per un secondo e si unisce a lui. L'MDMA e l'alcol ancora in circolo trasformano il panico in un'ilarità senza senso.

Sul sedile posteriore, un corpo si muove. Mirella si sveglia, mettendosi a sedere a fatica. «Che succede?»

«Succede che siamo bloccati in mezzo al bosco,» dice Max, continuando a ridere a crepapelle.

«Qual è il problema?» dice Mirella sbadigliando. «Ce ne torniamo a piedi, così smaltiamo la sbornia.»

«Sei pazza? Saranno almeno cinque chilometri!» scatta Ottavio, che odia camminare anche solo per fare cento metri.

«In ogni caso,» interviene Max, smettendo di colpo di ridere e irrigidendosi, «non ci conviene uscire dall'auto.» Indica fuori dal finestrino, puntando il dito verso il buio fitto.

Tra la vegetazione si intravedono le sagome scure ed enormi di una decina di bestie.

«Cinghiali!» esclama Mirella, appiccicando il viso al vetro. «Che belli!»

«Belli una sega!» sbotta Max. «Quelli ti sbranano!»

Ottavio aziona i fari per un attimo. La luce taglia la tenebra e la visione appare ai ragazzi semplicemente mostruosa: quegli animali hanno l'aria feroce, gli occhi rossi riflettono la luce con una brama innaturale. Quasi... affamata! Ottavio spegne subito i fari, rituffando l'auto nel buio.

«Chiamiamo i soccorsi,» dice Ottavio con un filo di voce.

«Per i cinghiali?» chiede Max, interdetto.

«Ma no! Per l'auto in panne!»

«Siete pazzi?» interviene Mirella, colpita da un barlume di lucidità. «Vuoi che ci trovino in questo stato? Impasticcati e ubriachi?»

Ottavio si passa una mano sulla faccia. «Mirella ha ragione. Ci conviene aspettare. Ci facciamo una bella dormita, smaltiamo tutto e poi chiamiamo i soccorsi. Nel frattempo anche questi stronzi se ne saranno andati.»

«Va bene,» concede Max, lasciandosi cadere contro lo schienale. Poi si blocca. «Ottavio?»

«Uh?»

«Hai ancora un po' di quella roba?»

«Merda! Abbiamo appena detto che dobbiamo smaltire e tu ti vuoi di nuovo sballare?»

«No, volevo dirti di buttarla. Non si sa mai.»

«Max ha ragione,» concorda Mirella dal retro.

Ottavio sbuffa. Quelle pasticche, in verità, non le ha pagate tanto, ma gli dispiace comunque sbarazzarsene. Alla fine annuisce. Fruga nella tasca stretta dei jeans e recupera un pugno di compresse sciolte. Gli altri due lo guardano un po' inorriditi: ma come, si chiedono in silenzio, non le ha neppure avvolte in un pezzo di carta? Ottavio abbassa di un dito il finestrino e le lancia con forza all'esterno, il più lontano possibile tra le erbacce, prima di sigillare di nuovo l'abitacolo.

«Proviamo a dormire,» dice poi, chiudendo gli occhi.

Fuori, il gruppo di cinghiali, che sembra farsi ancora più folto, continua ad assediare l'automobile. Girano attorno al metallo, annusando il terreno sterrato. Ogni tanto si sente qualche grugnito profondo, una vibrazione che fa sobbalzare i tre ragazzi per lo spavento. Poi, piano piano, la fatica della notte prende il sopravvento e si addormentano tutti.

Passano una ventina di minuti. All'improvviso, i ragazzi vengono svegliati di soprassalto.

BOOM!

Un grosso tonfo scuote l'intera carrozzeria. Sul cofano della macchina si è abbattuta una mole imponente: un cinghiale enorme vi è balzato sopra, piegando il metallo.

«Merda!» urla Ottavio, terrorizzato. «Che vuol fare?»

Max, d'istinto, si lancia oltre i sedili e si schianta nel retro dell'auto, quasi addosso a Mirella, che rimane muta per lo stupore e la paura.

Dall'alto del cofano, il cinghiale abbassa la testa irsuta e inizia a dare testate violentissime contro il vetro frontale. CRACK! Prima una ragnatela di crepe, poi un'altra.

«Lo vuole sfondare!» grida Ottavio, rannicchiandosi sul sedile.

«Ma i cinghiali non sono così aggressivi...» sussurra Mirella con un filo di voce che trema.

I colpi sul vetro si succedono sempre più forti, ritmici, devastanti. La bestia ha la bava alla bocca, le pupille dilatate al massimo, mossa da una frenesia innaturale ed incontrollabile.

«I cinghiali normali no,» riesce a dire Max, sgranando gli occhi nel buio, «ma quelli in pieno sballo...»

Un ultimo, tremendo colpo risuona nell'abitacolo e il parabrezza va in mille pezzi.

 

 

 

 

 

sabato 10 ottobre 2026

LO SPORT NON E' UN'ISOLA

Lo sport non vive in una bolla neutrale. Definirlo una pura parentesi di intrattenimento slegata dalle dinamiche geopolitiche significa ignorarne la storia e la natura fondamentale: l'attività sportiva è, da sempre, uno dei più potenti veicoli culturali, simbolici e diplomatici delle nazioni. Attraverso i successi dei propri atleti, gli Stati proiettano influenza, costruiscono narrazioni di forza e legittimano i propri sistemi politici. Proprio per questo motivo, l'impatto tra sport e politica non è solo inevitabile, ma costitutivo.

Quando una nazione calpesta il diritto internazionale, la risposta della comunità sportiva non può limitarsi a timide condanne formali. L'esclusione della Russia dalle principali competizioni internazionali a seguito dell'invasione dell'Ucraina è stata una decisione sacrosanta, ma applicata con un'ipocrisia di fondo. La formula degli "atleti neutrali" senza bandiera e senza inno è un compromesso di facciata che non regge alla prova della realtà. Chi gareggia, anche a titolo personale come i tennisti e le tenniste nei tornei del circuito ATP e WTA, continua a rappresentare il prestigio del proprio Paese d'origine. L'unica misura coerente sarebbe stata un'esclusione totale.

È innegabile che l'estromissione dalle gare penalizzi singoli atleti che non hanno alcuna responsabilità diretta nella guerra. Tuttavia, questo dramma individuale impallidisce di fronte alla tragedia dei loro coetanei mandati a morire al fronte per le mire espansionistiche e ciniche di un dittatore, o delle vittime civili massacrate sotto i bombardamenti. Il rigore etico non può cedere di fronte al talento individuale.

La medesima fermezza deve valere universalmente, senza doppi standard. È il caso d'Israele, Paese che si è trasformato in aggressore e che si trova al centro di pesantissime accuse di violazioni dei diritti umani e genocidio da gran parte della comunità internazionale. Mantenere gli atleti israeliani all'interno del circuito olimpico e globale, mentre si sanzionano altri Paesi, mina alla base la credibilità delle istituzioni sportive. Anche per Israele dovrebbe scattare il bando da ogni competizione.

Si sente spesso ripetere che "lo sport deve unire e gettare ponti". Questa funzione ideale possiede una sua forza reale prima che un conflitto esploda, quando la diplomazia sportiva e l'immagine di concordia possono contribuire ad stemperare le tensioni e prevenire la guerra. Ma una volta che le bombe hanno iniziato a cadere, quella retorica perde ogni efficacia e rischia di trasformarsi in una copertura per i carnefici.

La storia dimostra che le sanzioni sportive funzionano. Il boicottaggio del Sudafrica durante gli anni dell'apartheid, durato per oltre due decenni, fu uno dei fattori decisivi per isolare il regime razzista di Pretoria. Quell'ostracismo globale contribuì in maniera determinante al crollo di un sistema spietato di violazione dei diritti umani.

Il legame tra sport e politica è indissolubile e non deve essere temuto. Riconoscere questo valore significa comprendere che una medaglia o un torneo non possono valere più della dignità umana e della pace. Usare lo sport come leva di pressione politica non è una sconfitta dei valori olimpici, ma l'unico modo per difenderli davvero.

 



 

giovedì 8 ottobre 2026

IN CANTINA

Non sono mai stato un bambino troppo pauroso. L'uomo nero, il lupo, le streghe, gli orchi: tutte fantasie che non scalfivano per nulla il mio sonno. Dormivo da solo fin dalla più tenera età, nella mia cameretta buia, senza mai sbirciare sotto il letto o dentro l'armadio prima di coricarmi. I cigolii e gli scricchiolii della casa erano semplice parte della colonna sonora della notte. Spegnevo la luce, mi rannicchiavo e mi addormentavo all'istante, senza incubi.

Eppure, a quell'età, c'era una cosa che mi suscitava un terrore primordiale: andare in cantina. Ero piccolo, ma già orgoglioso, e mai avrei ammesso con i miei genitori questa mia debolezza. Così, quando mi ordinavano: "Vai a prendere una bottiglia di vino!" o "Vai a prendere delle patate!" un tuffo al cuore era inevitabile. Ma non battevo ciglio, ubbidivo e scendevo.

Per accedere alla cantina c'era una porta di legno, pesante e massiccia, che conduceva a una scala di pietra lunga e ripida. Per me era come scendere all'Inferno. Sapevo che sotto non c'era nessuno, che non dovevo temere nulla, eppure ogni volta ero terrorizzato. Accendevo la luce, una lampadina nuda in cima alla scala che emanava un debole chiarore giallo, e iniziavo la discesa. Con impaccio, tenendo una mano sul muro per non inciampare, tanto mi tremavano le gambe. Giunto in fondo, mi ritrovavo in uno stretto corridoio.

Ai lati, altre porte. Una conduceva al locale caldaia, accanto al quale c'era una sorta di legnaia, con fascine accatastate. Da sotto quell'ammasso di legno provenivano sempre rumori sinistri. Forse tarli, o magari un topolino. Io, però, ero convinto che sotto a quei rami secchi si nascondessero ragni enormi, pelosi, pronti a balzarmi addosso. Cercavo in tutti i modi di evitare quella stanza. Proseguendo, c'era il garage, dove riposava placida l'automobile di mio padre. Subito dietro, un'altra porticina conduceva alla dispensa. Un locale piccolo e buio, che odorava di muffa, circondato da scaffali carichi di bottiglie di vino e barattoli di conserve. Afferravo in fretta ciò che dovevo, a volte senza nemmeno accendere la luce, sempre guardandomi alle spalle. Poi scappavo, verso la salvezza. Quando ero di nuovo in cima alla scala, mi chiudevo la porta alle spalle con un sospiro di sollievo. A volte, senza pensarci, davo un giro di chiave, chiudendo dentro i mostri.

Una sera d'inverno, scesi in cantina. Ero più rilassato del solito. Stavo crescendo, e i miei timori stavano poco alla volta svanendo. Ero quasi baldanzoso. Mentre passavo accanto alla legnaia, udii un rumore abbastanza forte, un rumore di zampe, zampe dotate di unghie. Fui assalito dal terrore e tornai sui miei passi di corsa, con il cuore in gola. Fu uno spavento tremendo. Per molto tempo non tornai in cantina. Con grande vergogna, dovetti confessare ai miei la verità: avevo paura. Loro mi guardavano con compatimento, scuotevano la testa. Poi, sebbene lentamente, la paura passò. Riuscii anche a dare una spiegazione razionale a ciò che era accaduto quella sera. Forse un gatto era riuscito a intrufolarsi nella legnaia attraverso una finestrella lasciata aperta e, quando mi aveva sentito, era scappato spaventato. Forse.