Marta
guardava preoccupata il braccio e la mano di suo marito. Erano ricoperti da una
fitta coltre scura, densa e ispida, molto oltre quello che si potesse definire
normale. La peluria non si limitava agli avambracci, ma si spingeva fin sul
dorso delle mani, formando persino dei piccoli e folti ciuffetti scuri sulle
dita, insinuandosi tra una falange e l'altra.
«Devi
di nuovo andare», disse lei, rompendo il silenzio.
Lui
sbuffò, abbassando lo sguardo sulle proprie mani. Fece scorrere il pollice su
quei ciuffi ribelli. Poi acconsentì, rassegnato, come faceva ormai da anni.
Ogni mese, immancabilmente, doveva recarsi dall'estetista per sottoporsi a una
seduta completa di epilazione. Era una vera tortura, per non parlare di quanto
costasse al loro bilancio familiare, ma in fondo sapeva che sua moglie aveva
ragione: i peli erano davvero troppi, impossibili da ignorare.
Sul
posto di lavoro i colleghi non ci facevano quasi più caso; erano abituati a
quella sua particolarità e lo trattavano con il solito affetto. Ma altrove la
situazione era diversa. Al bar, in coda alle poste, sul bus, le persone lo
guardavano. A volte con fugaci occhiate di sottecchi, altre volte con
un'insistenza quasi crudele.
L'uomo
soffriva di ipertricosi fin da quando era ragazzo. Si trattava di un disturbo
caratterizzato da un aumento anomalo della peluria su tutto il corpo, che
trasformava i normali peli in una pelliccia scura e spessa. Ne era sempre stato
affetto, ma negli ultimi anni il quadro clinico era decisamente peggiorato. Era
già andato da innumerevoli medici, dermatologi ed endocrinologi, ma nessuno di
loro era stato in grado di aiutarlo.
Un
giorno Marta, la moglie, chiacchierando in pausa caffè con una collega, sentì
parlare di un bravo medico, un luminare un po' eccentrico che forse avrebbe
potuto fare al caso di suo marito. Perché non provare anche questo? si
disse.
La
sera stessa ne parlò con lui. L'uomo era ormai stufo di visite a vuoto e di
false speranze, ma di fronte all'insistenza affettuosa della moglie, alla fine
accettò.
Dopo
qualche giorno si recarono insieme dal medico. Lo studio li lasciò interdetti:
era un ambiente molto modesto, quasi anacronistico. Le pareti erano foderate di
vecchie carte da parati un po' sbiadite, l'illuminazione era fioca e c'era un
forte odore di carta antica e polvere. Al centro della stanza troneggiava una
pesante scrivania in legno scuro, carica di scartoffie.
Dietro
la scrivania sedeva il medico. Scoprirono con sorpresa che era un uomo molto
anziano, dal viso solcato da rughe profonde, incorniciato da una folta e lunga
barba bianca che gli conferiva un'aria d'altri tempi.
Il
dottore procedette a una visita estremamente scrupolosa. Esaminò la pelle, le
radici dei peli, fece alcune domande mirate. Poi, accomodandosi di nuovo sulla
sua poltrona, emise la sua diagnosi.
«Escluderei
fattori costituzionali», disse, congedando l'ipotesi con un gesto lento della
mano, «e anche cause farmacologiche, poiché lei non assume medicinali. E scarterei
anche motivi dovuti a disturbi metabolici», aggiunse, incrociando le dita
nodose. «Secondo me siamo in presenza di una condizione genetica rara, nota in
modo informale come sindrome del lupo
mannaro.»
Marta
sobbalzò sulla sedia, il cuore che perdeva un battito. Suo marito, invece,
rimase immobile, con lo sguardo fisso nel vuoto.
«Come
si cura?», chiese lei, con un filo di voce.
Il
medico scosse lentamente la testa.
«Non
è semplice», disse. «Non c'è molto da fare: io consiglio l'epilazione laser,
che può distruggere il follicolo... oppure...»
«Oppure?»,
domandò la donna, aggrappandosi a quel frammento di speranza, improvvisamente
fiduciosa.
Il
medico sorrise. Un sorriso strano, malinconico e imperscrutabile. «Era un
qualcosa praticato un tempo», disse abbassando il tono di voce. «Adesso non è
più in uso. E forse è meglio così.» Sorrise di nuovo, congedandoli con lo
sguardo.
Tutto
ricominciò esattamente come prima. Ripresero le tediose sedute mensili dall'estetista,
e la sera a cena si ritrovavano a valutare se convenisse o meno investire i
loro risparmi per procedere con le sedute di laser. Lui affrontava la routine
con la solita pacifica rassegnazione. In Marta, invece, che era uscita dallo
studio profondamente delusa da quel vecchio medico criptico, era insorta una
specie di oscura ossessione.
Tutto
ruotava attorno a quelle parole: sindrome del lupo mannaro.
Si
rendeva perfettamente conto che si trattava di fantasie stupide, retaggi di
racconti gotici e vecchi film, eppure quelle parole continuavano a tormentarla.
Si documentò, cercò articoli medici su internet per razionalizzare la cosa, ma
l'unico risultato fu che iniziò a osservare il marito con uno sguardo diverso.
Continuava
a volergli bene e a compatirlo per il suo disagio, ma adesso, in fondo al
cuore, covava anche un po' di paura nei suoi confronti. Sapeva che era un
timore del tutto irragionevole: suo marito era un uomo d'oro, mite, incapace di
fare del male persino a una mosca. Eppure, quella sottile e fredda paura
rimaneva, strisciando nei suoi pensieri quando calava la sera.
Cominciò
a notare un dettaglio inquietante (e si chiedeva come avesse fatto a non farci
mai caso prima): l'ipertricosi del marito peggiorava ciclicamente, e sembrava trovare
il suo culmine esatto in corrispondenza del formarsi della luna piena.
In
quelle notti luminose, Marta non dormiva più. Rimaneva sveglia tutto il tempo,
raggomitolata sotto le coperte, a osservare nel buio il profilo del marito che,
del tutto ignaro delle sue angosce, dormiva beato al suo fianco.
Trascorse
qualche mese e la donna decise che la situazione era diventata psicologicamente
insostenibile. Alla sua prima paranoia se ne era aggiunta una nuova, ancora più
spaventosa: le sembrava che, sempre una volta al mese e in concomitanza con la
fase lunare, i tratti del viso del marito cambiassero impercettibilmente,
facendosi più duri, più animaleschi, per poi ridiventare del tutto normali
qualche tempo dopo. In realtà non ne era affatto sicura. Temeva che fosse solo
un brutto scherzo della sua mente, un grave caso di autosuggestione, ma non
aveva il coraggio di parlarne con nessuno, terrorizzata dall'idea di essere
presa per pazza.
Ma
quella notte, l'ennesima notte di luna piena, la paralisi della paura lasciò
improvvisamente il posto a una fredda, lucida e spietata determinazione.
Marta
entrò in camera da letto con un passo del tutto inudibile. La luce azzurrognola
del satellite inondava la stanza, tagliando a metà il letto matrimoniale. Lui
dormiva a pancia in su, con la gola totalmente scoperta e la gabbia toracica
che si alzava e si abbassava in un respiro pesante, accompagnato da un rantolo
profondo e quasi gutturale.
La
donna si avvicinò al materasso. Dalla tasca della veste da camera sfilò il
lungo e pesante tagliacarte d'argento massiccio preso dallo studio: quel
bellissimo strumento affilato come un bisturi che, ironia della sorte, gli
aveva regalato proprio lei per il loro anniversario.
Saggiò
con il pollice la punta dell'arma, avvertendo la puntura metallica sulla pelle,
poi strinse la presa. Senza fare il minimo rumore, salì sul letto e si
sovrappose al corpo dell'uomo, mettendosi a cavalcioni su di lui.
L'uomo
non si svegliò, ma nel sonno emise un verso sordo.
Marta
sollevò entrambe le braccia sopra la testa, afferrando l'impugnatura con tutte
e due le mani. La lama scintillò nel buio, posizionata in verticale esatta sopra
il centro del petto dell'uomo. Chiuse gli occhi per un impercettibile istante,
trasse un ultimo, profondo respiro, e sbilanciò tutto il peso del proprio corpo
in avanti, scaricando la forza delle braccia verso il basso.







