Mi chiamo Elia Ricci e sono
un archivista. Ho cinquant'anni tondi, una statura media e capelli brizzolati.
Sono sposato da vent'anni con Agnese. Vent'anni di rituali immutabili. Mia
moglie è una donna abitudinaria, che non ama gli eccessi, con un gusto impeccabile
per l'eleganza sobria.
Le stranezze sono iniziate circa due mesi fa. Quasi impercettibili, che un
uomo meno abituato all'osservazione meticolosa avrebbe liquidato come
affaticamento da troppo lavoro.
Agnese ha sempre detestato avere i capelli sciolti. Ritiene siano
"disordinati". Un martedì sera, l'ho trovata a preparare la cena con
la sua folta chioma corvina che le ricadeva sulle spalle. Non solo: quando le
ho chiesto come fosse andata la giornata, ha risposto con una risata. Non il
suo flebile, controllato sorriso, ma una risata piena, quasi sguaiata.
L'armadio di Agnese è sempre stato un insieme di beige, grigio perla e
nero. Ora, in mezzo ai suoi tailleur, sono apparsi capi mai visti prima. Un maglione giallo acceso, una giacca color smeraldo.
La sera, durante la cena, lei ha fatto un gesto nuovo e incomprensibile.
Dopo aver bevuto un sorso di vino rosso, si è pulito l'angolo della bocca con
il dorso della mano destra. Mia moglie è sempre stata una maniaca
dell'etichetta. Le ho chiesto: "Cara, cos'è quel gesto?" Lei ha
alzato le spalle e ha risposto: "Quale gesto, Elia? Smettila di
fissarmi".
Ciò che mi inquieta di più è una frase che ripete ogni volta che rientra in
casa: "L'aria è diversa, ma
il cielo è lo stesso." Parole prive di senso. Le ho chiesto una
spiegazione. Mi ha guardato con gli occhi spalancati, come se avessi detto una
volgarità. "Non ho detto nulla, Elia".
Tutte queste anomalie si sono accumulate, hanno accresciuto il mio
turbamento. Ho iniziato a osservare Agnese con una attenzione ancora maggiore.
Una sera, mentre lei leggeva in salotto, ho spento la televisione e l'ho
fissata. L'ho guardata davvero, non con l'occhio pigro di chi è sposato da
vent'anni. Alla fine l'ho notato.
Il suo viso era leggermente diverso.
Non stravolto, ma era evidente un sottile, agghiacciante cambiamento: le fossette ai lati della bocca erano meno
profonde. Il taglio degli occhi
sembrava diverso, e l'iride di un marrone che mi sembrava più caldo.
Ho avuto il dubbio che non fosse più lei. Che fosse un'altra donna.
La paranoia mi ha stretto in una morsa di gelo. Non osavo più toccarla, non
osavo parlarle di questo mio sospetto.
Un sabato mattina, dovevo andare a prendere dei vecchi atti notarili in un
deposito fuori città. Ero in ritardo e mi sono affrettato. Ho afferrato la
chiave dell'auto, ho salutato quella che forse non era più la "mia
Agnese" con un cenno, e sono uscito.
Sono arrivato all'auto, ho messo la mano in tasca e ho realizzato: avevo
dimenticato gli occhiali da sole.
Sono tornato indietro. Agnese era
in piedi, di fronte al grande specchio a muro nell'ingresso.
Mi ha sentito entrare e si è voltata di scatto.
"Elia! Sei già tornato..."
Non ho badato a lei. Il mio sguardo era inchiodato allo specchio. E a ciò
che vi era riflesso.
L'immagine riflessa mostrava Agnese,
identica, con quel maglione giallo zafferano. Ma accanto a lei, c'era un uomo:
alto, con capelli scuri e folti, una barba curata e un sorriso giovane e
rilassato.
Non ero io.
Mi sono guardato le mani. Ho toccato il mio volto. Ho guardato di nuovo lo
specchio, e solo allora ho capito. Agnese non era cambiata. Lo ero io. Non ero chi avevo sempre creduto
di essere.
"Agnese" ho mormorato. "Sono io quello diverso".
Lei non ha capito, ed è scoppiata in una risata fragorosa.





