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martedì 17 febbraio 2026

ESPERIENZE (Seconda e ultima parte)

La routine del carcere non era epica, non era una sfida di resistenza da film. Era semplicemente grigia, ripetitiva e umiliante. Alberto aveva sempre creduto che la sofferenza, come il lusso, fosse una questione di scelta. Lì, la sofferenza era l’aria stessa che respirava.

I suoi tentativi iniziali di "integrarsi" fallirono miseramente. Provò a intavolare discussioni filosofiche sull'etica della reclusione; Ciro gli rispose solo: "Se hai i soldi, te la cavi. Se non li hai, sei  fottuto." Per lui, quel pensiero semplice suonava beffardo. Perché i soldi li aveva...

Cercò di fare amicizia con altri detenuti, offrendo consigli legali gratuiti; gli chiesero solo sigarette e rispetto.

La perdita del controllo era l’aspetto più destabilizzante. Alberto non poteva decidere l'ora di spegnere la luce, la temperatura dell'acqua, o l'angolo del suo sguardo. La sua identità di "avvocato agiato, ricercatore di autenticità" si sfilacciava giorno dopo giorno, sostituita da un numero e da un’etichetta: detenuto.

Una sera, Alberto vide Ciro piangere. Non erano lacrime rumorose o da film, ma gocce lente e silenziose che scendevano lungo la barba ispida. Ciro era lì per un piccolo crimine, un furto dettato dalla povertà, e il suo vero trauma era la separazione dalla figlia adolescente, non il "concetto" di reclusione.

Alberto, cercando di applicare le sue teorie, tentò di consolarlo. "Ciro, la devi vedere come un'esperienza che ti rafforzerà..."

Ciro si voltò e lo guardò con occhi spenti, un'espressione di pietà mescolata a orrore. "Tu non capisci niente," mormorò. "Questa non è un'esperienza da mettere in un curriculum, Alberto. Questa è tempo rubato. Tempo che non recuperi più. Tempo che la mia bambina ha perso di me. E tu te lo sei comprato, se è vero ciò che mi hai detto. Sei un pazzo, o sei solo un ricco che gioca con la sfiga degli altri".

La cruda verità di Ciro lo colpì molto. La sua esperienza era una farsa, un insulto alla vera miseria. La claustrofobia non era solo fisica; era un'oppressione dell'anima.

Alberto smise di mangiare. L'odore del cibo del carcere, che prima aveva catalogato come un "dettaglio sensoriale autentico", ora gli provocava conati di vomito. Le urla notturne si moltiplicarono nella sua testa. Il rumore del cucchiaio che batteva sul lavandino divenne la colonna sonora della sua disintegrazione. Si ritrovò a contare le piastrelle del pavimento, poi i fili della tela del suo materasso. Ogni dettaglio era un confine che lo soffocava.

Iniziò a manifestare attacchi di panico notturni. Il suo avvocato, avvisato del crollo psicologico e della perdita di peso dell'assistito, iniziò a muovere le sue carte. Non era il piano originale, ma a quel punto, l'unica cosa che Alberto desiderava non era l'autenticità, ma l'oblio. Voleva che i dieci mesi finissero subito, e che la sua esperienza fosse cancellata dalla sua lista e dalla sua mente.

Dopo solo quattro mesi e mezzo, grazie all'intervento del suo legale che sfruttò ogni cavillo (compresa una diagnosi di grave disturbo d'ansia), Alberto fu rilasciato con la libertà vigilata. L'uscita dal carcere fu deludente. Lo attendevano un taxi e un'aria settembrina frizzante. Non provò gioia, ma solo un senso di vertigine e disgusto per lo spazio aperto.

Qualche giorno dopo, appena si fu un po' ripreso, Alberto si presentò al Rubino all'ora dell'aperitivo per "celebrare" il suo ritorno.. Indossava un abito sartoriale, costoso e leggero, ma lo portava come se fosse un'armatura pesante. I suoi amici, Giacomo e Marco, lo accolsero con l'entusiasmo atteso.

"Alberto! Sei un mito! Ce l'hai fatta davvero!" esclamò Giacomo, battendogli amichevolmente la spalla.

"Allora? Raccontaci tutto. Com'è stato? Hai capito la 'dialettica della reclusione'?" lo incalzò Marco, con un sorriso impaziente. Si aspettavano l'ennesima storia esagerata, un nuovo capitolo esotico da aggiungere alla leggenda di Alberto Rossi.

Alberto si sedette, ordinò il suo solito whisky costoso, ma lasciò il bicchiere intatto. Guardò i volti dei suoi amici, curiosi, ben nutriti, ignari, e la vista dei loro occhi luccicanti di aspettativa lo riempì di una nausea profonda. Erano spettatori affamati, pronti a consumare il suo trauma come una tapas.

Non riusciva a parlare. Non c'era un aneddoto divertente, nessuna massima filosofica da dispensare. C'era solo l'odore di disinfettante e sudore che gli era rimasto conficcato nelle narici, e il rumore incessante del cucchiaio che batteva sul lavandino. Se avesse raccontato la verità, la disperazione silenziosa di Ciro, il terrore di non poter controllare nemmeno il proprio respiro, avrebbe rovinato il loro gioco, trasformando la sua esperienza in un orrore autentico che non volevano davvero affrontare.

"Dunque, Alberto?" insistette Marco, notando il suo silenzio.

Alberto prese il bicchiere, lo fece roteare lentamente, ma non bevve. "L'esperienza," disse, la voce sorprendentemente piatta, priva della solita enfasi teatrale. "Diciamo che è stata... non negoziabile".

Giacomo e Marco si guardarono, confusi dal tono.

"Non negoziabile?" ripeté Giacomo.

"Sì," rispose Alberto, chiudendo gli occhi per un istante. "Non è qualcosa che puoi mettere su una lista. Non è qualcosa che puoi provare e poi archiviare. Non c'è controllo. E non c'è ritorno". Dopo aver pronunciato quelle enigmatiche parole, tacque, lo sguardo nel vuoto.

Il suo silenzio divenne pesante, opprimente, in netto contrasto con l'atmosfera vivace del bar. Dopo pochi minuti, Marco e Giacomo cambiarono argomento, parlando di yacht e affari. Non fecero più domande sulla prigione. Capirono che, per la prima volta nella sua vita, Alberto aveva provato qualcosa che non poteva trasformare in vanteria.

Quella sera, a casa, Alberto prese la sua "Lista di Esperienze Umane," un elegante taccuino in pelle, e lo fissò. La voce "Carcerazione/Detenzione" era spuntata. Ma sotto, sentiva il bisogno di scrivere un'unica, nuova voce, che non avrebbe mai potuto spuntare: "Dimenticare."

Alberto non cercò più nuove esperienze. Il mondo intero gli sembrava ora troppo rumoroso, troppo esposto. Aveva finalmente raggiunto l'autenticità che cercava, ma l'aveva pagata con l'unica cosa che non era disposto a perdere: la pace.

                                                                                                                      (Fine)

 

lunedì 16 febbraio 2026

ESPERIENZE (Prima parte)

Il bar Il Rubino era l'habitat naturale di Alberto Rossi. Tra il fumo azzurro di un sigaro cubano e il tintinnio di un whisky invecchiato, si sentiva il narratore di se stesso. Avvocato fiscale di successo, quarantenne con un conto in banca robusto e un senso di noia proporzionale alla sua agiatezza, Alberto viveva per completare la sua "Lista di Esperienze Umane". Così, almeno, l'aveva chiamata.

"Amici miei," stava dicendo, gesticolando con un bicchiere che valeva quanto lo stipendio mensile di un operaio. "L'essenza dell'esistenza è l'autenticità. Vivere la vita attraverso un filtro è un crimine contro la curiosità".

Giacomo e Marco, i suoi amici di lunga data, lo ascoltavano con l'abitudine rassegnata di sempre. Sapevano che Alberto aveva già spuntato le voci più esotiche: aveva fatto il bungy jumping in Nuova Zelanda, aveva trascorso una settimana a meditare in un monastero tibetano ("Troppo silenzio, ma è comunque un'esperienza da fare, anche se ci si rompe i coglioni"), e aveva perfino tentato la caccia al leopardo in Namibia ("Mi ha insegnato l'umiltà, ma la bestia era mezza narcotizzata, secondo me").

"E dunque," chiese Marco, sorseggiando il suo spritz. "Dopo l'Everest che, vista la tua attuale forma fisica, ti sconsiglio, cosa c'è? Il matrimonio?"

Alberto si rabbuiò. "Siamo seri, Marco. Il matrimonio è un cliché borghese. Deve esserci qualcosa di autenticamente radicale, qualcosa che mi spogli della mia identità sociale e mi costringa a confrontarmi con l'Uomo nudo". Fece una pausa drammatica, godendosi il silenzio.

"Ho deciso. Il mio prossimo obiettivo sarà... il carcere".

Giacomo quasi sputò il suo drink. "Sei impazzito. Vuoi finire dentro? Per cosa, evasione fiscale?"

Alberto agitò la mano con fare superiore. "Assolutamente no. Non sono un criminale, sono un ricercatore. Non voglio una condanna a vita, voglio un'esperienza controllata. Un massimo di sei mesi, un anno al massimo. Qualcosa che mi dia il tempo di assorbire l'atmosfera, di capire la differenza tra reclusione e libertà. Ma devo farlo in modo legale, inteso come pena scontata per un reato controllato".

Giacomo e Marco erano allibiti.

Per settimane, Alberto studiò il codice penale con la stessa meticolosità con cui preparava una causa milionaria. Il suo piano prese forma: simulare il riciclaggio di un oggetto di valore storico minore (una moneta romana rubata da un sito archeologico), con prove sufficienti per l'arresto, ma con l'intenzione di patteggiare subito per una pena ridotta. Avrebbe confessato, rinunciato alla condizionale e ottenuto la sua cella.

"Devo assicurarmi che il sistema mi prenda sul serio, ma che capisca anche che non sono un pericolo," spiegò agli amici, come se stesse pianificando una vacanza. "Il mio amico avvocato penalista mi ha assicurato che con la mia fedina penale pulita e la piena collaborazione, dovrei cavarmela con un anno. È il costo dell'autenticità".

Gli amici lo salutarono scuotendo la testa. Per un po' non l'avrebbero rivisto (aveva appena proibito loro di andargli a fare visita in carcere). Non era la follia di Alberto a sorprenderli, ma la sua profonda convinzione che il dolore potesse essere acquistato e venduto, come ogni altra esperienza di lusso.

L'arresto avvenne come da copione, quasi con la freddezza di una transazione commerciale. Alberto aveva lasciato che le tracce del manufatto romano, che alla fine fu una piccola fibula in bronzo, autentica ma di valore archeologico modesto, lo conducessero direttamente nelle mani della Polizia Giudiziaria. Quando gli agenti irruppero nel suo ufficio mentre firmava, con studiata noncuranza, i falsi documenti di vendita, Alberto provò un'ondata di eccitazione. Era l'ultimo brivido della sua lista.

"Sono Alberto Rossi, avvocato. Collaborerò con la giustizia," dichiarò, offrendo un sorriso che gli agenti accolsero con il solito cinismo stanco.

La burocrazia fu lunga e disumanizzante. Le impronte, le foto segnaletiche, il freddo metallico delle manette: ogni fase era un capitolo del suo nuovo "libro di esperienze". In tribunale, l'accordo con il suo avvocato fu rapido: patteggiamento per ricettazione e riciclaggio aggravato, data la natura storica dell'oggetto, ridotto a dieci mesi grazie alla piena confessione e al fatto di essere incensurato. Come previsto, rinunciò a qualsiasi beneficio. Un po' più dei sei mesi che aveva sperato, ma ottimale per il suo "esperimento sul campo".

Venne trasferito in un carcere di media sicurezza, una struttura grigia e imponente che sorgeva come un monolite in periferia. Appena varcò il portone, l'odore lo colpì: un misto pungente di disinfettante chimico, sudore stantio e paura repressa. Non era un odore pittoresco, era viscerale e respingente.

L'agente lo scortò in una cella minuscola, dipinta di un verde istituzionale sbiadito. Il compagno di cella, un uomo sulla cinquantina di nome Ciro, lo accolse con un'occhiata priva di curiosità e ricca di miseria.

"Ah, un altro. Mi hanno portato un compagno nuovo," mormorò Ciro, tornando a fissare il muro.

Alberto si sistemò sul suo letto di metallo, cercando di mantenere l'entusiasmo da ricercatore. Devo immergermi completamente in questo ambiente, pensò.

La prima notte, tuttavia, si rivelò l'inizio del suo vero trauma. Alberto si aspettava il silenzio, interrotto solo dai rumori distanti delle guardie, un’atmosfera da film. Invece, la notte era un concerto infernale di vita compressa. Ciro, inoltre, russava con la violenza di un motore diesel. Dalla cella accanto provenivano urla soffocate e singhiozzi costanti. Poi, il peggio: il rumore metallico, ritmico e inconfondibile di un cucchiaio che batteva sul lavandino, un segnale che si ripeteva senza sosta, un codice disperato tra detenuti.

Alberto chiuse gli occhi, ma non riuscì a dormire. Non poteva spegnere il rumore, non poteva comprare il silenzio. Si sentì improvvisamente piccolo e terrorizzato, privato di quel controllo che aveva creduto di poter esercitare sulla sua stessa detenzione. Questa non era un'esperienza da aggiungere alla lista. Era un'aggressione sensoriale alla sua integrità psichica, ma ormai non aveva via di scampo.

                                                                                                                               (Continua)


venerdì 13 febbraio 2026

CANZONI DELLA GIOVINEZZA (1) - "STILL ILL" - THE SMITHS

(Quindici canzoni che mi hanno fatto amare la musica pop/rock)

The Smiths sono stati la voce definitiva dell'indie rock britannico degli anni '80. In soli cinque anni di attività (1982-1987), hanno riscritto le regole del pop, prendendo le distanze dai sintetizzatori dell'epoca per rifugiarsi in un suono chitarristico scintillante e testi imbevuti di alienazione, ironia e romanticismo disperato.

Il gruppo si basava principalmente sulla convivenza  (spesso non facile) tra due geni.

Paul Morrissey, paroliere e cantante, celebre per il suo stile vocale e per i testi che mescolavano depressione, citazioni letterarie e una tagliente ironia.

Johnny Marr, chitarrista e compositore, capace di creare trame armoniche complesse e arpeggi cristallini che sono diventati lo standard dell'indie-pop.

A completare il gruppo c'erano Andy Rourke (basso) e Mike Joyce (batteria).

The Smiths hanno pubblicato quattro album in studio che rimangono pietre miliari della musica dell'epoca, e non solo.

Still Ill è un brano contenuto nell'album di debutto (The Smiths, il titolo) e rappresenta un concentrato puro dell'estetica della band britannica.

Il pezzo si apre con un'armonica a bocca malinconica di Morrissey, seguita subito dopo dal riff serrato e funk-rock di Marr. Il basso di Rourke è pulsante e melodico, e crea un contrasto dinamico con la voce quasi lamentosa ma decisa di Morrissey. Non c'è mai un momento di stasi; il brano corre frenetico verso una conclusione aperta.

Nel testo, Morrissey esplora il disagio esistenziale e il senso di inadeguatezza verso la società britannica dell'epoca. La frase d'apertura è diventata leggendaria: "I decree today that life is simply taking and not giving, England is mine and it owes me a living." (Decreto oggi che la vita è semplicemente prendere e non dare, l'Inghilterra è mia e mi deve da vivere).

Si tratta di un miscuglio di arroganza giovanile e disperazione adulta, dove il corpo e la mente sembrano non essere mai in sintonia con il mondo esterno.

Still Ill è importante perché ha dato voce a una generazione che non si riconosceva nel materialismo degli anni '80. È l'inno di chi si sente "malato" (ill) in un mondo che invece finge che tutto vada bene. Un vero e proprio manifesto dell'alienazione giovanile.

Si toccano inoltre temi di identità sessuale e personale con una sottigliezza rara per l'epoca. La domanda "Does the body rule the mind, or does the mind rule the body? I dunno..."( È il corpo che governa la mente o la mente che governa il corpo? Non lo so...) solleva interrogativi filosofici profondi.

Il brano, sul piano musicale, stabilisce il canone dell'indie rock: chitarre pulite ma aggressive, ritmi asciutti e una voce che non cerca di essere "bella" nel senso tradizionale, ma autentica.

 





martedì 10 febbraio 2026

TRADIMENTO

Da sei mesi Davide Alberti tradiva sua moglie. Sei mesi di bugie, di cene saltate, di conversazioni  furtive al telefono. All'inizio, si era convinto di aver trovato un porto sicuro in un'altra donna. Ma quell'approdo era diventato presto una palude, e la sua amante, che un tempo era una soave fanciulla, si era trasformata prima in femmina assatanata e poi in megera lamentosa.

"Passi troppo poco tempo con me, mi trascuri, non sei più appassionato come all'inizio..." Gli rinfacciava un giorno sì e l'altro pure. "Prometti di lasciare tua moglie ma so che non lo farai mai, vi conosco voi uomini!"

Le sue parole affilate erano una minaccia costante, e la situazione era diventata insostenibile. Davide doveva porre fine a quel tormento, ma non era così semplice come chiunque avrebbe potuto pensare. "Lasciala e via," sarebbe stato il semplice suggerimento. Lei, tuttavia, in caso di rottura della relazione, minacciava di raccontare tutto a sua moglie. E lui sapeva che l'avrebbe fatto.

Davide si ritrovò solo in casa, la moglie dalla parrucchiera, libero di pensare. Rifletté a lungo, macinando ogni possibile scenario, e una soluzione, per quanto bizzarra, prese forma nella sua mente. Se anche sua moglie avesse avuto un amante, lui avrebbe potuto confessare il suo tradimento, e lei, a sua volta, il proprio. Pari e patta, un perdono reciproco e la possibilità di ricominciare. E l'amante ricattatrice? Disarmata, le sue minacce si sarebbero sciolte come neve al sole.

Il problema, ovviamente, era che sua moglie un amante non ce l'aveva. O forse sì?

Un sospetto insinuante si fece strada nella mente di Davide. In fondo, pensò, tutte le donne hanno un amante. E alla fine si convinse. Sono soltanto più astute, non si fanno mai scoprire, rimuginò. Lui, invece, intendeva farlo.

Cominciò la sua caccia. Frugò nei cassetti della biancheria, negli scomparti dell'armadio, ma niente. Nulla di strano tra i gioielli che lui le aveva regalato. Niente nella bigiotteria. Scartò l'idea del diario, lei odiava scrivere, si stancava pure a fare la lista della spesa. Il telefono, purtroppo, lo teneva sempre con sé.

Allora passò alle borse, alle borsette, agli zaini. Sperava di trovare una prova inconfutabile, come un paio di profilattici dimenticati, per esempio. Ma le sue mani scivolarono nel vuoto. Era un po' scoraggiato, ma non si arrese. Continuò la perquisizione, stavolta nelle tasche di tutti i suoi vestiti.

E fu proprio lì, in fondo alla tasca di un soprabito, che scovò la sua preda. Uno scontrino. Risaliva a un paio di mesi prima, e riportava la consumazione di due caffè.

Due!

Davide sentì il cuore accelerare. Controllò il nome del bar e l'orario. Un locale lontano dal luogo di lavoro della moglie, e l'ora era nel pieno della giornata lavorativa.

Non può essere stata con una collega, hanno il divieto di uscire dalla fabbrica, ragionò tra sé. La sua teoria si faceva sempre più solida. È uscita in permesso e ha incontrato l'amante! E ha dimenticato di distruggere la prova!

Soddisfatto, intascò il pezzo di carta. Ora non doveva far altro che aspettare il ritorno della moglie.

Non dovette attendere a lungo. La porta si aprì e lei entrò, vivace e gioviale come sempre.

"Ciao Davide," lo salutò con un sorriso.

Lui non rispose subito, l'espressione seria.

"Che cosa c'è?" gli chiese lei, accorgendosi del suo umore.

"Vorrei parlarti di una cosa," rispose lui, la voce tesa.

"Aspetta che mi tolgo le scarpe," disse lei. "Ho finito un po' prima, sono passata a prendere i caffè".

"I caffè?" chiese Davide, interdetto.

Lei si mise a ridere.

"Sì! Ho chiesto un caffè lungo, e quel barista imbranato mi ha portato una tazzina con un dito di liquido. L'ho bevuto lo stesso (un unico sorso!) ma poi gli ho detto: un altro! Sai, non è la prima volta che mi succede. A me piace che il caffè sia abbondante!"

Davide la guardò, la prova schiacciante che teneva in tasca si stava dissolvendo.

"Quando sei con me non lo fai mai" disse.

"Lo so, mi vergogno..." ribatté lei, arrossendo appena. "Ehi, ma non dovevi dirmi qualcosa?" aggiunse la donna, cambiando argomento.

"Nulla di importante" disse lui cupo. "Anzi, me lo sono addirittura dimenticato".

 

venerdì 6 febbraio 2026

VETRINA (4) - NON TOGLIERMI LA ROSA (STORIE D'AMORE E SOLITUDINE)

Ripropongo i miei ultimi quattro libri, raggruppando i commenti critici di alcuni lettori.

L'opera Non togliermi la rosa (Storie d'amore e solitudine) di Enzo Sopegno è una raccolta di racconti che esplora l'universo dei sentimenti umani, focalizzandosi sulla dicotomia tra il desiderio di connessione e la realtà dell'isolamento. Il titolo, tratto da una celebre poesia di Pablo Neruda, funge da manifesto programmatico: la "rosa" rappresenta la bellezza e la speranza che l'individuo cerca di preservare nonostante le avversità.

Come suggerisce il sottotitolo, il filo conduttore dell'opera è l'indagine sulla solitudine, non vista solo come assenza di persone, ma come condizione esistenziale. L'amore, in queste storie, appare spesso come una ricerca disperata o una via di fuga. Nel racconto d'apertura, Quei bravi colleghi, la protagonista vive il lavoro come una necessità di riscatto da una "condizione di precarietà", suggerendo che la solitudine sociale e quella affettiva siano strettamente intrecciate.

Sopegno dimostra una spiccata sensibilità nel dare voce a personaggi femminili. La narrazione scava nella psicologia di chi ha vissuto nuclei familiari "monchi" o incompleti, evidenziando come le ferite dell'infanzia influenzino le scelte adulte. La ricerca di stabilità (economica e affettiva) emerge come una forza motrice che spinge i personaggi a muoversi in un mondo spesso percepito come ostile o indifferente.

Un elemento ricorrente nella chiusura del testo è il ricorso al caso. La scena della "moneta" lanciata per decidere un bacio ("testa ci baceremo, croce no") trasforma l'ansia dell'incertezza in un rituale scaramantico. Questo affidarsi a una "fedele consigliera" metallica sottolinea la fragilità dei protagonisti, che preferiscono il "silenzioso vaticinio" del caso alla responsabilità di una scelta o alla paura di un rifiuto.

La prosa è fluida e venata di una malinconia poetica. Sopegno utilizza oggetti quotidiani (come appunto la moneta o il copriletto di lino color rosa antico) per caricare la narrazione di significati simbolici. Il linguaggio è intimo, quasi diaristico, capace di creare un legame immediato di empatia tra il lettore e le "notti insonni" dei protagonisti.

Non togliermi la rosa è un'antologia delicata e profonda, che conferma la capacità di Enzo Sopegno di mappare i territori del cuore umano con precisione e rispetto. Non sono solo storie d'amore, ma cronache di resilienza emotiva.

L'autore riesce a calarsi nei panni dei suoi personaggi con una naturalezza che rende ogni storia credibile e toccante.

Nonostante il tema della solitudine, il libro non scivola mai nel pessimismo assoluto, mantenendo viva quella "rosa" di speranza citata nel titolo.

La capacità di descrivere piccoli gesti e momenti d'attesa carica il racconto di una tensione emotiva costante.

È una lettura consigliata a chi cerca storie che sappiano raccontare la verità dei sentimenti senza filtri. Sopegno parla a chiunque abbia provato il morso della solitudine o la vertigine di un amore incerto, offrendo una riflessione preziosa sulla nostra comune necessità di essere "visti" e amati.

Una raccolta che brilla per onestà e sensibilità. Sopegno ci ricorda che, anche nel buio della solitudine, basta il riflesso di una moneta o il profumo di un ricordo per continuare a sperare in un bacio.

Fino a quel momento, la mia vita sentimentale era stata un vero disastro. Qualche uscita sporadica con le poche amiche, una pizza mangiata in fretta tra gli impegni di lavoro e di studio, un cinema diviso con un ragazzo scostante. Episodi isolati, senza un seguito. La mia energia era stata assorbita dalla lotta quotidiana per la sopravvivenza, dalla necessità di essere un sostegno per mia madre. Non c'era mai stato spazio, né tempo, per coltivare i sentimenti, per abbandonarmi alla leggerezza dell'amore.

Il libro è disponibile, in versione digitale e cartacea, su Amazon o principali librerie online.

 

martedì 3 febbraio 2026

SCUOLA OCCUPATA

Otto meno un quarto del mattino. Sono di fronte alla scuola. Non è ancora entrato nessuno; gli studenti sono tutti ammassati all'esterno, una parte davanti al cancello dell’istituto, gli altri vicino al bar-cartoleria.

Mi raggiunge Giuliano, in ritardo come sempre.

"Che succede?" chiede.

"Non lo so. Forse non si entra" dico.

"Perché?" Scrollo le spalle. Non ne ho idea. Poi scorgo Nina e Floriana, due compagne di classe. La prima è una delle responsabili del collettivo degli studenti: lei saprà di certo qualcosa.

"Vieni" dico a Giuliano. Lui mi segue come un cagnolino.

Ci avviciniamo alle ragazze. Nina, nonostante il freddo, indossa solo il solito maglione senza nient'altro sopra. Sembra addirittura accaldata, ha le maniche rimboccate. Anche i jeans sono quelli di sempre, quelli che si vanta di lavare una volta al mese.

"C'è sciopero?" le chiedo. Lei annuisce. "Per la faccenda di Lama?" domando ancora. Nina scuote il capo.

"E chi se ne fotte di quel porco di Lama. C'è stato un caso di epatite virale. Il preside, quello stronzo, si rifiuta di far sanificare le aule".

"Ah! Quindi non si entra?" Lei non risponde neppure, mi rivolge solo un'occhiataccia. Abbasso lo sguardo e noto i suoi avambracci color bronzo, coperti da lunghi peli neri. Nina dice sempre che depilarsi è da borghesi, e ci tiene a precisare che lei non lo fa da nessuna parte. Proprio da nessuna, ripete maliziosa. Quando fa quei discorsi mi mette sempre in imbarazzo.

Torno al presente e noto Floriana che, accanto a lei, mi sorride e scuote la testa: no, non si deve entrare. "Va bene, ho capito" dico. "Voi che fate adesso?"

"Devo vedere Antonio, tornerò nel pomeriggio per l'occupazione" mi liquida Nina. Antonio è uno dei suoi tanti fidanzati, un universitario alto e barbuto, sempre troppo serio. Secondo Giuliano è un terrorista, ma il mio amico non fa testo, ha paura pure della propria ombra. Dice anche che secondo lui Antonio si droga, e su questo potrebbe anche aver ragione.

"E tu?" domando a Floriana. Lei mormora qualcosa a bassa voce che non riesco a sentire. Forse tornerà a casa, abita a quasi un'ora di treno.

Ci congediamo da loro e ci avviciniamo al cancello. È aperto, presidiato ai lati da qualche studente: il picchetto. Alcuni portano la kefiah sulle spalle. A mezza altezza hanno teso uno striscione; chi vuole passare deve chinarsi. Proprio in quel momento arriva un professore.

"Guarda, c'è Giordani" dice Giuliano. Insegna nell'altro corso, è piuttosto anziano e claudicante per via di una gamba offesa. Vuole entrare a tutti i costi. Si abbassa con fatica, appoggia un ginocchio a terra, poi in qualche modo si rialza e prosegue.

"Fascista!" gli grida dietro una ragazza.

"Andiamocene" dico a Giuliano.

"Dove?" domanda lui, allarmato.

"A casa".

"Se torno a casa mio padre mi ammazza".

"Ma tuo padre non c’è, lavora".

"Mia madre e mia nonna glielo diranno".

"Torniamo da Floriana allora" propongo. Giuliano scuote le spalle.

"A lei piaci. Ho visto come ti guardava prima".

"Che dici?" Invece so che ha un debole per me, ma a me lei non piace. È piccola di statura, anche se ben fatta, ma ha il viso pallido e spigoloso. Le labbra troppo sottili.

"Non è niente di che" ribadisco. Giuliano mi guarda a lungo, serio.

"Anche tu non sei niente di che". Poi chiude gli occhi, aspettandosi il solito ceffone sulla collottola. Ma io non reagisco: forse il mio compagno non ha tutti i torti. Sospiro, rassegnato. In ogni caso ho capito che a lui Floriana piace, anche se sa di non avere speranze.

"Che faccio? Dove vado?" si chiede Giuliano. Poi, da solo, trova la soluzione: "Andrò in chiesa".

"In chiesa? Per cinque ore? Se ti vede il prete, e ti noterà di sicuro, domani lo sapranno tutti. Compresa tua nonna". Giuliano cade nello sconforto. Non sa che pesci pigliare.

"Perché non vai in biblioteca?" gli propongo. Il suo faccione congestionato si illumina.

"In biblioteca? Dici?" Mi guarda.

"Certo. Fa caldo, puoi stare quanto vuoi e magari leggi qualcosa, che male non ti fa". Mi ringrazia per la splendida pensata e si avvia. Penso che la biblioteca sarà parecchio affollata oggi...

Ora davanti alla scuola c'è meno gente. Attraverso la strada ed entro nel bar. Credo che passerò lì l'intera mattinata, ordinando un caffè e un bicchiere d'acqua. Ho fatto lo spavaldo con Giuliano, ma neppure per me sarebbe salutare tornare a casa. In un angolo, seduta da sola a un tavolino, vedo Floriana.

"Posso?" domando, quando sono ormai già seduto. Lei annuisce e sorride. Un sorriso tutto per me. Osservo la mia compagna con attenzione. In fondo, non è poi così male.

 

venerdì 30 gennaio 2026

L'UOMO DEI DENTI

La campagna, in ottobre, aveva un odore particolare: foglie marce, pioggia imminente e il fumo acre delle stufe a legna che si alzava dai camini. Fabio, sei anni e una salopette di velluto a coste ormai troppo corta, si guardava allo specchio del bagno. Il vuoto nelle gengive inferiori era un vallone rosa e umido. I primi due denti da latte erano caduti.

"Ne cresceranno altri, campione. Più bianchi, più forti. Come zanne di lupo" aveva detto suo padre poco prima, senza alzare lo sguardo dal giornale.

Ma la nonna, con quel suo inconfondibile odore di lavanda,  gli aveva fatto cenno di avvicinarsi. Gli aveva preso il mento con le sue dita nodose. "Metti i denti sotto il cuscino, Fabio. L’Uomo dei Denti paga bene. Due monete per i tuoi piccoli tesori. Però ricorda: devi dormire sodo. Lui non ama essere guardato".

Quella notte, il buio nella cameretta sembrava più denso del solito, un fluido nero che premeva contro le pareti. Fabio sentiva i due dentini sotto il cotone del cuscino: erano piccoli, duri, simili a grani di riso. Il bambino era molto eccitato, non riusciva a dormire. Poi il sonno lo afferrò e lo trascinò giù, in un pozzo senza fondo.

Il sogno arrivò quasi subito. Fabio si vide nel letto, immobile. Qualcosa grattava contro il vetro della finestra. Tic. Tic. Tic. Come l’unghia di un morto su una lapide. Lì, contro il blu elettrico della notte, svettava una sagoma. Era un uomo immenso, avvolto in un cappotto grigio che pareva fatto di nebbia e polvere. Il viso era una tabula rasa di pelle pallida e tesa: niente naso, niente bocca. Solo due occhi, gialli e infossati.

"I denti" gracchiò una voce. Non veniva dall'aria, ma riverberava direttamente nelle ossa del cranio di Fabio. "Dammi i tuoi denti, bambino".

Nel sogno, Fabio allungò la mano tremante sotto il cuscino e offrì i due incisivi. L'Uomo senza Bocca li prese. Le sue dita erano lunghe, gelide, e terminavano con unghie grigiastre. "Soltanto due?" La voce era una vibrazione di delusione che fece tremare i vetri. "Così pochi, e così piccoli?".

Fabio scrollò le spalle, il cuore che batteva forte. "Perché non me li dai tutti? Adesso. Perché aspettare?" L'Uomo allungò una mano verso il viso di Fabio, le dita che cercavano il calore della sua bocca chiusa.

Fabio si svegliò con un urlo strozzato in gola. Era inzuppato di sudore, le lenzuola attorcigliate intorno alle gambe come serpenti. I suoi genitori non accorsero. Nella casa regnava un silenzio di tomba. Con il cuore in gola, il bambino infilò la mano sotto il cuscino. I denti erano spariti. Al loro posto, due monete luccicanti, fredde e pesanti.

"Allora è tutto vero" sussurrò tra sé, e per un istante l'avidità infantile scacciò il terrore. "L'Uomo dei Denti esiste davvero".

Si mise a sedere, rigirando il metallo tra le dita. Ma poi, un riflesso lo gelò. Uno sguardo alla finestra. L’Uomo era ancora lì. Non era più un sogno. La sua mole oscurava le stelle. Teneva le mani a coppa contro il vetro, piene, colme fino a traboccare di monete che brillavano di una luce malvagia.

"Non voglio soltanto i denti". La voce, che adesso era cavernosa, gli vibrò nel petto. "Voglio tutto. Voglio te".

L'uomo sollevò un mucchio di monete, facendole tintinnare contro il vetro con un suono metallico e ipnotico. Fabio era paralizzato, una statua di sale. Voleva gridare "Mamma!", voleva correre, ma i suoi muscoli erano diventati di piombo.

Poi, con un cigolio lento e tormentato, la chiusura della finestra cedette. Il gancio di sicurezza saltò come un bottone troppo teso. Il vetro scivolò verso l'alto e l'aria gelida della notte invase la stanza, portando con sé l'odore di terra smossa.

L'Uomo senza Bocca si sporse all'interno, le sue dita lunghe già protese verso il bambino.

Il mattino dopo, Fabio era sparito. Al suo posto, sul letto sfatto, un mucchio di monete.