Aldo
Ferri siede sul bordo di una sedia cigolante, il blocco di carta stretto tra le
dita un po' tremanti. In quarant’anni di carriera ha intervistato capi di stato,
latitanti e mercenari, firmando i reportage più clamorosi del giornalismo contemporaneo.
Ma questa volta è diverso. Nessuna risorsa d'archivio, nessun fotografo al
seguito e nessun registratore in tasca: le condizioni imposte dai suoi
intermediari, contatti inavvicinabili legati a un rigido patto di riservatezza,
sono state tassative. Niente immagini, niente audio. L'intervista si fa alla
vecchia maniera, nell'oscurità di un'abitazione quasi introvabile e remota.
La
stanza è ampia, cupa, impregnata di un odore acre di terra umida e rami
spezzati. Di fronte a lui svetta l'intervistato. L'orco supera i tre metri
d'altezza; la sua pelle ha la consistenza del cuoio invecchiato, screziata di
toni verdastri e grigi. Ha spalle corte e massicce come macigni, braccia
sproporzionate che quasi toccano terra e mani dotate di unghie spesse, simili a
zoccoli caprini. Il volto è un incubo di asimmetrie: la mascella prominente
rivela zanne ingiallite, il naso è schiacciato e devastato da porri, mentre due
occhi piccoli e rossi come braci ardono sotto arcate sopraccigliari sporgenti.
L'imponenza
di quella creatura incute un timore primordiale, ma il fiuto del vecchio
cronista prende il sopravvento. Ferri schiarisce la voce e impugna la penna.
«Cominciamo
dall'inizio,» esordisce il giornalista. «Cosa può raccontarmi della sua
infanzia? Della sua famiglia?»
L'orco
incrocia le braccia enormi, restio. Le sue risposte sono vaghe, prive di
dettagli. «Famiglia normale. Genitori, antenati. Niente di speciale.»
«Capisco,»
annota Ferri. «E quanti siete rimasti? Quanti orchi ci sono al mondo?»
La
creatura scuote la testa, evasiva. «Pochi. Sempre meno. Il lavoro è diminuito
drasticamente. I bambini di oggi non si interessano più alle fiabe.»
«In
quali storie è impegnato attualmente?»
«Pollicino, per lo più,» risponde l'orco
con una voce profonda che fa vibrare il pavimento. «E ogni tanto Gianni e il
fagiolo magico. Ma è pura routine.»
Ferri
si sporge leggermente in avanti. «È innegabile che i bambini non abbiano più la
paura di un tempo. Pensiamo alla cultura di massa, a personaggi come Shrek, che
hanno sdoganato l'immagine dell'orco buono...»
Non
riesce a finire la frase. L'orco si rabbuia all'istante. Le pupille si
stringono, il volto deforme si contrae in un'espressione minacciosa. Ferri,
d'istinto, arretra, si schiaccia contro lo schienale.
«Quelle
sono tutte sciocchezze!» ruggisce il mostro, facendo tremare le travi del
soffitto. «Invenzioni che portano fuori strada i piccoli! Gli orchi sono
cattivi, molto cattivi. Niente affatto buoni! È vero che i bambini oggi non
hanno paura di noi... ma questo finché non si trovano davanti uno di noi. Dopo,
strillano dal terrore.»
L'orco
lascia andare una risata cupa e compiaciuta. I lineamenti orribili si
distendono in una calma grottesca. Ferri capisce che è il momento di osare.
«Non
posso non farle questa domanda,» premette il giornalista, cercando di mantenere
ferma la voce. «È vero che voi mangiate i bambini?»
La
creatura annuisce con sconcertante serenità. «Corrisponde al vero. Mangiamo i
bambini.»
Un’ondata
di profondo disgusto travolge Ferri. Lo stomaco gli si stringe, ma la prudenza
gli impone di nascondere la propria avversione per non scatenare reazioni
imprevedibili. Il mestiere, tuttavia, lo spinge a incalzare, quasi con tono
provocatorio.
«E
come fate?» chiede, mentre un rivolo di sudore freddo gli scivola lungo la
tempia. «Li mangiate vivi? Li uccidete e li smembrate a morsi?»
L'orco
resta impietrito. La sua reazione non è di rabbia, ma di profonda, genuina
indignazione. Poi esplode.
«Ci
crede forse incivili?!» urla, alzandosi leggermente dalla panca. Ferri incassa
la testa tra le spalle, temendo la fine. «Noi li uccidiamo senza infliggere
loro alcuna sofferenza! E non li mangiamo affatto crudi. Li cuciniamo!»
Il
giornalista è strabiliato, paralizzato tra il terrore e la pura curiosità
professionale. «Li... li cucinate? In che modo?»
L'orco
sembra placarsi, la voce torna su toni quasi nostalgici. «In molti modi.
Stufati, arrosto, in salmì, accompagnati con verdure di stagione o patate al
forno... Io stesso sono un discreto cuoco. Utilizzo le vecchie ricette che mi
ha lasciato mia madre.»
Un
velo di commozione sfiora lo sguardo della belva. Per Ferri invece si tratta di
un dettaglio agghiacciante: l'idea delle ricette di famiglia rende l'abominio
ancora più reale, causandogli una forte nausea. Eppure, trova il coraggio per
l'ultimo, pericoloso affondo.
Fissa
il mostro dritto in quegli occhi incandescenti e formula la domanda finale.
«Perché fate una mostruosità del genere? Perché?»
L'orco,
per la prima volta dall'inizio dell'incontro, distende le labbra in un sorriso
spaventoso.
«Perché
i bambini sono buoni,» risponde, placido.







