In democrazia, la legge elettorale rappresenta l'architettura portante
dell'intero sistema: è il meccanismo cruciale che trasforma il voto dei cittadini in rappresentanza parlamentare.
Proprio per questa sua natura costitutiva, toccare le "regole del
gioco" richiede una cura istituzionale straordinaria, un dibattito sereno
e, soprattutto, una condivisione ampia che vada oltre i confini della
maggioranza di turno.
Modificare il sistema elettorale a un anno, o forse meno, dalle prossime
consultazioni politiche appare invece come un’operazione del tutto inopportuna,
sia nei tempi sia nei modi.
Cambiare la norma elettorale alla vigilia del voto trasmette un messaggio
istituzionale devastante: quello di una forza di governo che adatta le regole
della competizione per garantire la propria sopravvivenza ed evitare una
sconfitta alle urne.
Quando un esecutivo riscrive il sistema di voto a ridosso delle elezioni
senza l'accordo delle opposizioni, non sta facendo una riforma: sta compiendo
una sorta di colpo di mano
istituzionale.
I sistemi elettorali non dovrebbero mai essere utilizzati come uno
strumento di autoconservazione del potere. Ciononostante, il testo ha appena
completato il suo primo passaggio, incassando il via libera della Camera dei
Deputati, pur tra clamorosi incidenti
di percorso e forti tensioni in aula, e si appresta ora a passare
all'esame del Senato.
Al di là del metodo, sono i contenuti stessi della riforma ad allarmare
giuristi e costituzionalisti. Il testo approvato a Montecitorio presenta
diversi aspetti che rischiano di infrangere i principi sanciti dalla nostra
Costituzione.
Le Liste sono completamente
bloccate. Il cittadino si trova nell'impossibilità di scegliere
direttamente i propri rappresentanti (tramite le preferenze o collegi
uninominali trasparenti). I parlamentari vengono di fatto "nominati"
dai segretari di partito, privando gli elettori di quel rapporto diretto con
l'eletto che garantisce un'effettiva rappresentanza (un principio già
sanzionato in passato dalla Corte Costituzionale con la sentenza sul Porcellum).
Il Premio di maggioranza è abnorme.
L'assegnazione di un bonus di seggi sproporzionato alla coalizione vincente,
senza la previsione di una soglia minima di voti ragionevole, crea una grave
distorsione del voto. Si rischia di trasformare una maggioranza relativa nel
Paese in una maggioranza schiacciante in Parlamento, violando l'uguaglianza del
voto dei cittadini.
Infine, è evidente la compressione delle prerogative
del Capo dello Stato. Il testo prevede l'indicazione formale sulla scheda
del "capo della coalizione" e quindi del candidato Premier. Questa previsione
intacca direttamente la Costituzione, che attribuisce al Presidente della
Repubblica la facoltà esclusiva di nominare il Presidente del Consiglio. Se il
Colle, a seguito delle consultazioni o di stalli politici, dovesse individuare
una figura diversa, si innescherebbe un pericoloso
corto circuito istituzionale tra la volontà popolare
"incapsulata" sulla scheda e il ruolo di garanzia del Capo dello
Stato.
Riscrivere le norme elettorali per calcolo di bottega è un errore politico
che l'Italia ha già commesso fin troppo spesso in passato. Un testo che svuota
la libertà di scelta dell'elettore, altera la rappresentanza con premi
spropositati e mette a rischio gli equilibri costituzionali tra le cariche
dello Stato non fa il bene del Paese. L'augurio è che l'imminente passaggio al
Senato serva a fermare una riforma spinta dalla sola frenesia di mantenere le
poltrone, prima che a giudicarla debba essere, ancora una volta, la Corte
Costituzionale.







