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sabato 17 ottobre 2026

LO SPETTACOLO DELLA VENDETTA

Due fatti di cronaca, entrambi provenienti dagli Stati Uniti, riaprono in maniera drammatica il dibattito sulla pena capitale, mostrando il volto più cupo di una giustizia punitiva che scivola pericolosamente verso il supplizio mediatico.

Da un lato vi è il caso di Christa Pike, condannata a morte in Tennessee per un omicidio commesso quando era appena diciottenne. La sua esecuzione mediante iniezione letale (dopo un'attesa di oltre trent'anni) si è trasformata in un fallimento sistemico: la procedura è stata sospesa dopo due ore di strazianti tentativi falliti, lasciando la donna gravemente lesa e ricoverata in ospedale tra atroci sofferenze.

Dall'altro lato risuona l'annuncio governativo sulla condanna di Nidal Hasan, il militare autore della strage di Fort Hood del 2009: la sua esecuzione per fucilazione non solo segna un ritorno a metodi arcaici, ma verrà trasmessa in diretta televisiva e in streaming. Una vera e propria gogna moderna, dove la pena di morte dismette ogni residua parvenza di atto giudiziario per trasformarsi in uno spettacolo truculento per le masse.

In questo scenario, risuonano con forza immutata le parole del Papa, che ha più volte ribadito come la pena di morte sia «mai ammissibile», in quanto pregiudica l'inviolabile dignità della persona umana. La Chiesa ha chiarito a più riprese che non esiste una modalità "umanamente accettabile" di uccidere un uomo in nome della legge.

Guardando alla mappa geopolitica mondiale, la pena di morte resta oggi una pratica diffusa prevalentemente nelle dittature e nei regimi autoritari (come Cina, Iran e Arabia Saudita). Che la principale democrazia dell'emisfero occidentale continui a condividere questo strumento punitivo con regimi dispotici rappresenta una profonda e dolorosa contraddizione istituzionale.

Di fronte ai crimini più atroci, l'impulso emotivo della società è comprensibile. È indiscutibile che chiunque sarebbe favorevole alla pena capitale se questa avesse il potere di riportare in vita le vittime. Ma la realtà è ben diversa: la morte del colpevole non cancella il lutto né restituisce le vite spezzate.

All'accesso di rabbia, lo Stato ha il dovere morale e legale di non rispondere con la medesima violenza. Lo Stato non deve vendicare, ma punire.

La vendetta appartiene all'istinto primordiale e non fa  altro che replicare il male.

La giustizia, al contrario, riafferma la legalità, protegge la collettività e priva il reo della libertà, senza cedere alla barbarie.

La deriva americana ha poco o nulla a che vedere con i veri valori su cui si fonda la civiltà occidentale. Allo stesso modo, non rispecchia l'Occidente l'escalation e la condotta attuata da Israele contro la popolazione palestinese a Gaza. Di fronte all'orribile e gravissimo massacro del 7 ottobre, un'aggressione da condannare senza riserve, la risposta non ha cercato la giustizia commisurata e il rispetto del diritto internazionale, bensì una forma di punizione collettiva che si è trasformata in pura vendetta.

Quei valori fondamentali di umanità, proporzionalità e civiltà giuridica sembrano oggi difesi soltanto da un'esigua parte del mondo: una parte d'Europa e pochi paesi isolati come ad esempio il Canada. Se continueremo a scambiare la vendetta per giustizia e la spettacolarizzazione del dolore per rigore statale, questi principi fondanti rischiano di scomparire del tutto, lasciando il posto a un nuovo oscurantismo globale.

 

giovedì 15 ottobre 2026

IL RAPIMENTO

Una mano tremante stringe il telefono, le nocche bianche contro la plastica scura. "Pronto? Carabinieri? Mi hanno rubato l'auto!" La voce dell'uomo è concitata, quasi strozzata dall'ansia. "A bordo c'era mia nipote, la mia nipotina di sette anni!"

Dall'altro capo, la voce calma e ferma di un maresciallo cerca di mettere ordine nel caos. "Si calmi, signore. Può precisare meglio che cosa è successo?"

L'uomo prende un respiro profondo, cerca di ricomporsi. "Stavo tornando a casa, ho fatto una piccola sosta per comprare le sigarette. Ho lasciato la bambina in macchina, con le chiavi inserite. Pensavo di fare in fretta. Sono stato in tabaccheria forse dieci minuti, ho scambiato due parole con il tabaccaio. Quando sono tornato, la macchina non c'era più".

"Ha informato i genitori della bambina?" chiede il maresciallo.

Un sospiro pesante. "No, non posso. Loro sono in montagna, stanno facendo un trekking di un paio di giorni, non sono al momento rintracciabili. Per questo lei era con me e mia moglie".

"Ci dia le informazioni sull'automobile, modello, colore, targa..." La voce del maresciallo si fa più pratica. "E ci faccia avere al più presto una fotografia della bambina, se l'ha".

"Una fotografia? Purtroppo non ne ho qui" risponde l'uomo, quasi imbarazzato. "Chiederò a mia moglie, forse a casa c'è qualcosa. Ma temo siano solo quelle del battesimo..."

Il maresciallo sospira.

"Nemmeno sul telefono?" La domanda è quasi un rimprovero velato.

"Il mio telefono è vecchio, non fa fotografie," ammette l'uomo, la voce che si spegne.

L'uomo viene rassicurato. "Non si preoccupi e mantenga la calma. Abbiamo già diramato le ricerche su tutto il territorio cittadino e anche oltre. La terremo aggiornato".

"Grazie, grazie mille" risponde l'uomo, la riconoscenza che traspare nella voce. "Vi prego, fatemi sapere qualsiasi cosa, non appena ci saranno novità."

E i carabinieri sono molto solerti. Meno di un'ora dopo, il telefono dell'uomo squilla. Il maresciallo, con una punta di sollievo nella voce, lo informa: "Signore, abbiamo rintracciato l'auto. Si trova in una via di periferia."

Un'ondata di gioia travolge l'uomo. "Oh, grazie al cielo! Sono contento, davvero! La mia macchina..."

Ma il maresciallo lo interrompe, il tono che torna grave. "C'è però un grosso problema. Non abbiamo trovato tracce né del ladro, né della bambina".

Un silenzio cade dall'altra parte. Poi, inaspettatamente, l'uomo scoppia a ridere, una risata quasi isterica. "Non importa" dice. "Anche perché non c'è nessuna bambina. Io non ho nipoti".

Il maresciallo rimane in silenzio, sbigottito, in attesa di ulteriori spiegazioni.

"Se non vi avessi detto che a bordo c'era una bambina," continua l'uomo, la voce che ora suona quasi trionfante. "La mia macchina non l'avreste mai cercata. E chissà quando, e se, l'avrei ritrovata..."

 

martedì 13 ottobre 2026

LO SBALLO DEL CINGHIALE

Il ronzio nelle orecchie è un fischio continuo, eco sorda di una notte passata tra casse da tremila watt, luci stroboscopiche e un cocktail micidiale di alcol e pasticche ingoiate come caramelle. L'abitacolo dell'auto profuma di sudore e fumo.

Ottavio guida fisso verso la striscia d'asfalto, con gli occhi arrossati. Al suo fianco, Max penzola con la testa contro il finestrino. Dietro, Mirella è stesa sul sedile posteriore, gli occhi semichiusi e il respiro pesante di chi è a un passo dal crollare.

D'un tratto l'auto sterza a destra, e abbandona la carreggiata principale.

«Ehi,» dice Max, riaprendo gli occhi a fatica. «Perché passi di qui?»

L'auto s'inoltra in una strada di campagna, completamente buia, inghiottita dalle ombre della notte.

«È una scorciatoia,» risponde Ottavio stringendo il volante. «Venivo da queste parti quando ero bambino. Con mio nonno.»

«Allora però non eri ubriaco,» ribatte l'amico, facendosi sfuggire una risata impastata.

La stradina sterrata si fa sempre più stretta, un imbuto di terra e sassi. Le fronde scure dei cespugli ai lati toccano le fiancate dell'auto con un stridio metallico e sinistro. Poi, un singhiozzo del motore. L'auto sussulta e scompare ogni vibrazione.

«Che succede?» dice Max, voltandosi verso il guidatore. «Perché ti sei fermato?»

«Merda! Non mi sono fermato! Si è spenta!» impreca Ottavio. Gira la chiave una, due, tre volte. Il motorino d'avviamento gratta a vuoto, poi il silenzio. «La pompa della benzina! Merda! Mio padre me l'aveva detto che la macchina aveva dei problemi, ma io l'ho voluta prendere lo stesso!»

«Sei un cretino,» dice Max, prima di esplodere in una risata sgangherata. Ottavio lo guarda per un secondo e si unisce a lui. L'MDMA e l'alcol ancora in circolo trasformano il panico in un'ilarità senza senso.

Sul sedile posteriore, un corpo si muove. Mirella si sveglia, mettendosi a sedere a fatica. «Che succede?»

«Succede che siamo bloccati in mezzo al bosco,» dice Max, continuando a ridere a crepapelle.

«Qual è il problema?» dice Mirella sbadigliando. «Ce ne torniamo a piedi, così smaltiamo la sbornia.»

«Sei pazza? Saranno almeno cinque chilometri!» scatta Ottavio, che odia camminare anche solo per fare cento metri.

«In ogni caso,» interviene Max, smettendo di colpo di ridere e irrigidendosi, «non ci conviene uscire dall'auto.» Indica fuori dal finestrino, puntando il dito verso il buio fitto.

Tra la vegetazione si intravedono le sagome scure ed enormi di una decina di bestie.

«Cinghiali!» esclama Mirella, appiccicando il viso al vetro. «Che belli!»

«Belli una sega!» sbotta Max. «Quelli ti sbranano!»

Ottavio aziona i fari per un attimo. La luce taglia la tenebra e la visione appare ai ragazzi semplicemente mostruosa: quegli animali hanno l'aria feroce, gli occhi rossi riflettono la luce con una brama innaturale. Quasi... affamata! Ottavio spegne subito i fari, rituffando l'auto nel buio.

«Chiamiamo i soccorsi,» dice Ottavio con un filo di voce.

«Per i cinghiali?» chiede Max, interdetto.

«Ma no! Per l'auto in panne!»

«Siete pazzi?» interviene Mirella, colpita da un barlume di lucidità. «Vuoi che ci trovino in questo stato? Impasticcati e ubriachi?»

Ottavio si passa una mano sulla faccia. «Mirella ha ragione. Ci conviene aspettare. Ci facciamo una bella dormita, smaltiamo tutto e poi chiamiamo i soccorsi. Nel frattempo anche questi stronzi se ne saranno andati.»

«Va bene,» concede Max, lasciandosi cadere contro lo schienale. Poi si blocca. «Ottavio?»

«Uh?»

«Hai ancora un po' di quella roba?»

«Merda! Abbiamo appena detto che dobbiamo smaltire e tu ti vuoi di nuovo sballare?»

«No, volevo dirti di buttarla. Non si sa mai.»

«Max ha ragione,» concorda Mirella dal retro.

Ottavio sbuffa. Quelle pasticche, in verità, non le ha pagate tanto, ma gli dispiace comunque sbarazzarsene. Alla fine annuisce. Fruga nella tasca stretta dei jeans e recupera un pugno di compresse sciolte. Gli altri due lo guardano un po' inorriditi: ma come, si chiedono in silenzio, non le ha neppure avvolte in un pezzo di carta? Ottavio abbassa di un dito il finestrino e le lancia con forza all'esterno, il più lontano possibile tra le erbacce, prima di sigillare di nuovo l'abitacolo.

«Proviamo a dormire,» dice poi, chiudendo gli occhi.

Fuori, il gruppo di cinghiali, che sembra farsi ancora più folto, continua ad assediare l'automobile. Girano attorno al metallo, annusando il terreno sterrato. Ogni tanto si sente qualche grugnito profondo, una vibrazione che fa sobbalzare i tre ragazzi per lo spavento. Poi, piano piano, la fatica della notte prende il sopravvento e si addormentano tutti.

Passano una ventina di minuti. All'improvviso, i ragazzi vengono svegliati di soprassalto.

BOOM!

Un grosso tonfo scuote l'intera carrozzeria. Sul cofano della macchina si è abbattuta una mole imponente: un cinghiale enorme vi è balzato sopra, piegando il metallo.

«Merda!» urla Ottavio, terrorizzato. «Che vuol fare?»

Max, d'istinto, si lancia oltre i sedili e si schianta nel retro dell'auto, quasi addosso a Mirella, che rimane muta per lo stupore e la paura.

Dall'alto del cofano, il cinghiale abbassa la testa irsuta e inizia a dare testate violentissime contro il vetro frontale. CRACK! Prima una ragnatela di crepe, poi un'altra.

«Lo vuole sfondare!» grida Ottavio, rannicchiandosi sul sedile.

«Ma i cinghiali non sono così aggressivi...» sussurra Mirella con un filo di voce che trema.

I colpi sul vetro si succedono sempre più forti, ritmici, devastanti. La bestia ha la bava alla bocca, le pupille dilatate al massimo, mossa da una frenesia innaturale ed incontrollabile.

«I cinghiali normali no,» riesce a dire Max, sgranando gli occhi nel buio, «ma quelli in pieno sballo...»

Un ultimo, tremendo colpo risuona nell'abitacolo e il parabrezza va in mille pezzi.

 

 

 

 

 

sabato 10 ottobre 2026

LO SPORT NON E' UN'ISOLA

Lo sport non vive in una bolla neutrale. Definirlo una pura parentesi di intrattenimento slegata dalle dinamiche geopolitiche significa ignorarne la storia e la natura fondamentale: l'attività sportiva è, da sempre, uno dei più potenti veicoli culturali, simbolici e diplomatici delle nazioni. Attraverso i successi dei propri atleti, gli Stati proiettano influenza, costruiscono narrazioni di forza e legittimano i propri sistemi politici. Proprio per questo motivo, l'impatto tra sport e politica non è solo inevitabile, ma costitutivo.

Quando una nazione calpesta il diritto internazionale, la risposta della comunità sportiva non può limitarsi a timide condanne formali. L'esclusione della Russia dalle principali competizioni internazionali a seguito dell'invasione dell'Ucraina è stata una decisione sacrosanta, ma applicata con un'ipocrisia di fondo. La formula degli "atleti neutrali" senza bandiera e senza inno è un compromesso di facciata che non regge alla prova della realtà. Chi gareggia, anche a titolo personale come i tennisti e le tenniste nei tornei del circuito ATP e WTA, continua a rappresentare il prestigio del proprio Paese d'origine. L'unica misura coerente sarebbe stata un'esclusione totale.

È innegabile che l'estromissione dalle gare penalizzi singoli atleti che non hanno alcuna responsabilità diretta nella guerra. Tuttavia, questo dramma individuale impallidisce di fronte alla tragedia dei loro coetanei mandati a morire al fronte per le mire espansionistiche e ciniche di un dittatore, o delle vittime civili massacrate sotto i bombardamenti. Il rigore etico non può cedere di fronte al talento individuale.

La medesima fermezza deve valere universalmente, senza doppi standard. È il caso d'Israele, Paese che si è trasformato in aggressore e che si trova al centro di pesantissime accuse di violazioni dei diritti umani e genocidio da gran parte della comunità internazionale. Mantenere gli atleti israeliani all'interno del circuito olimpico e globale, mentre si sanzionano altri Paesi, mina alla base la credibilità delle istituzioni sportive. Anche per Israele dovrebbe scattare il bando da ogni competizione.

Si sente spesso ripetere che "lo sport deve unire e gettare ponti". Questa funzione ideale possiede una sua forza reale prima che un conflitto esploda, quando la diplomazia sportiva e l'immagine di concordia possono contribuire ad stemperare le tensioni e prevenire la guerra. Ma una volta che le bombe hanno iniziato a cadere, quella retorica perde ogni efficacia e rischia di trasformarsi in una copertura per i carnefici.

La storia dimostra che le sanzioni sportive funzionano. Il boicottaggio del Sudafrica durante gli anni dell'apartheid, durato per oltre due decenni, fu uno dei fattori decisivi per isolare il regime razzista di Pretoria. Quell'ostracismo globale contribuì in maniera determinante al crollo di un sistema spietato di violazione dei diritti umani.

Il legame tra sport e politica è indissolubile e non deve essere temuto. Riconoscere questo valore significa comprendere che una medaglia o un torneo non possono valere più della dignità umana e della pace. Usare lo sport come leva di pressione politica non è una sconfitta dei valori olimpici, ma l'unico modo per difenderli davvero.

 



 

giovedì 8 ottobre 2026

IN CANTINA

Non sono mai stato un bambino troppo pauroso. L'uomo nero, il lupo, le streghe, gli orchi: tutte fantasie che non scalfivano per nulla il mio sonno. Dormivo da solo fin dalla più tenera età, nella mia cameretta buia, senza mai sbirciare sotto il letto o dentro l'armadio prima di coricarmi. I cigolii e gli scricchiolii della casa erano semplice parte della colonna sonora della notte. Spegnevo la luce, mi rannicchiavo e mi addormentavo all'istante, senza incubi.

Eppure, a quell'età, c'era una cosa che mi suscitava un terrore primordiale: andare in cantina. Ero piccolo, ma già orgoglioso, e mai avrei ammesso con i miei genitori questa mia debolezza. Così, quando mi ordinavano: "Vai a prendere una bottiglia di vino!" o "Vai a prendere delle patate!" un tuffo al cuore era inevitabile. Ma non battevo ciglio, ubbidivo e scendevo.

Per accedere alla cantina c'era una porta di legno, pesante e massiccia, che conduceva a una scala di pietra lunga e ripida. Per me era come scendere all'Inferno. Sapevo che sotto non c'era nessuno, che non dovevo temere nulla, eppure ogni volta ero terrorizzato. Accendevo la luce, una lampadina nuda in cima alla scala che emanava un debole chiarore giallo, e iniziavo la discesa. Con impaccio, tenendo una mano sul muro per non inciampare, tanto mi tremavano le gambe. Giunto in fondo, mi ritrovavo in uno stretto corridoio.

Ai lati, altre porte. Una conduceva al locale caldaia, accanto al quale c'era una sorta di legnaia, con fascine accatastate. Da sotto quell'ammasso di legno provenivano sempre rumori sinistri. Forse tarli, o magari un topolino. Io, però, ero convinto che sotto a quei rami secchi si nascondessero ragni enormi, pelosi, pronti a balzarmi addosso. Cercavo in tutti i modi di evitare quella stanza. Proseguendo, c'era il garage, dove riposava placida l'automobile di mio padre. Subito dietro, un'altra porticina conduceva alla dispensa. Un locale piccolo e buio, che odorava di muffa, circondato da scaffali carichi di bottiglie di vino e barattoli di conserve. Afferravo in fretta ciò che dovevo, a volte senza nemmeno accendere la luce, sempre guardandomi alle spalle. Poi scappavo, verso la salvezza. Quando ero di nuovo in cima alla scala, mi chiudevo la porta alle spalle con un sospiro di sollievo. A volte, senza pensarci, davo un giro di chiave, chiudendo dentro i mostri.

Una sera d'inverno, scesi in cantina. Ero più rilassato del solito. Stavo crescendo, e i miei timori stavano poco alla volta svanendo. Ero quasi baldanzoso. Mentre passavo accanto alla legnaia, udii un rumore abbastanza forte, un rumore di zampe, zampe dotate di unghie. Fui assalito dal terrore e tornai sui miei passi di corsa, con il cuore in gola. Fu uno spavento tremendo. Per molto tempo non tornai in cantina. Con grande vergogna, dovetti confessare ai miei la verità: avevo paura. Loro mi guardavano con compatimento, scuotevano la testa. Poi, sebbene lentamente, la paura passò. Riuscii anche a dare una spiegazione razionale a ciò che era accaduto quella sera. Forse un gatto era riuscito a intrufolarsi nella legnaia attraverso una finestrella lasciata aperta e, quando mi aveva sentito, era scappato spaventato. Forse.

 

martedì 6 ottobre 2026

L'OMBRELLONE

Aldo si osserva allo specchio e vede la solita figura che non gli piace: un uomo di quasi sessant’anni, allampanato, dal viso squadrato e dominato da un naso decisamente troppo grosso. Con le donne non ha mai avuto fortuna, ma per colpa sua: non ci sa fare, le parole giuste gli sfuggono e l'universo femminile rimane per lui un enigma insolubile. Eppure, la solitudine pesa e il desiderio di trovare una compagna non si spegne.

«Lasciale perdere», gli ripete ogni volta l'amico Tommaso, detto Tom. «Portano soltanto guai. E soprattutto costano!»

Questo secondo dettaglio fa sempre breccia nella mente di Aldo, da sempre noto per una tirchieria di ferro. Stavolta, però, Tom decide di essere generoso di consigli: «Se proprio ti è presa questa smania, vattene al mare!»

«Al mare?» replica Aldo, perplesso.

«Sicuro! Ti prendi una pensioncina non tanto costosa, un ombrellone in prima fila, ti siedi lì e guardi tutte le donne che vuoi. Non ti fanno danni, non spendi un soldo extra e oltretutto sono pure mezze nude!»

Così Aldo si convince e parte per la prima volta in vita sua. La pensione scelta è decisamente sporca e trascurata, ma l'economicità del prezzo compensa ogni difetto. Allo stabilimento balneare, Aldo si presenta alla cassa e chiede con timidezza un ombrellone in prima fila e un lettino.

Il gestore scuote la testa, sbrigativo: «I lettini sono due.»

«Ma io sono da solo», precisa Aldo.

«La tariffa comprende due lettini», ribadisce l'altro, palesemente infastidito.

«Ne prendo solo uno, allora, e lei mi fa un po' di sconto?»

«Senta, vuole l'ombrellone oppure no?» alza la voce il gestore.

Mite e incapace di sostenere un litigio, Aldo cede e paga l'intera cifra. Camminando verso il bagnasciuga, osserva quel secondo lettino vuoto con amarezza: gli sembra quasi un monumento alla sua solitudine. Si stende con cura rimanendo rigorosamente all'ombra, attento a non esporre la pelle bianchissima del torace e della schiena, rimasta vergine da qualsiasi raggio di sole fin dalla nascita. Da lì inizia a osservare il passeggio lungo la riva. Sfilano donne giovani, meno giovani, anziane da cui distoglie subito lo sguardo, belle e brutte; alcune indossano costumi minuscoli che lasciano intravedere quasi tutto. Dopo un paio d'ore è stravolto da tanta abbondanza, ma grato al buon Tom per l'idea. Decide di rientrare per il pranzo, ripromettendosi di tornare nel pomeriggio.

Mentre sta uscendo dallo stabilimento, nota il gestore intento a discutere con una bella donna di circa quarant'anni.

«Non me lo faccia ripetere un'altra volta», sta dicendo l'uomo con freddezza. «Le ho detto che è tutto pieno. Mi dispiace.» E senza aggiungere altro le volta le spalle.

In quel momento, Aldo compie un gesto del tutto inedito per la sua indole: muove qualche passo verso la donna e cerca di attirare la sua attenzione con un timido colpo di tosse. Lei si gira e gli rivolge un'espressione interrogativa.

Aldo arrossisce fino alla radice dei capelli, poi trova il coraggio: «Signora... io ho un lettino libero, in prima fila. Sono da solo, se vuole lo metto a sua disposizione.»

Il viso della donna si illumina in un sorriso splendido. «Grazie!» esclama entusiasta. «Sarò lieta di dividere la spesa!»

Aldo scuote la testa, con la gola secca: «No, non voglio niente.»

Pronunciare quelle parole gli costa una fatica immane, dividere il costo gli avrebbe fatto davvero comodo, ma provvedere a quel gesto di pura generosità lo riempie di orgoglio. Inoltre, pensa tra sé con un palpito al cuore, avrà la possibilità di fare conoscenza con una gran bella donna. E chissà che da cosa non nasca cosa...

Le aspettative, tuttavia, crollano miseramente già dal pomeriggio e nei giorni successivi. La donna si limita a un formale saluto appena arriva, poi ignora completamente la sua presenza. Trascorre le giornate attaccata al telefono, a spalmarsi tubetti di crema, a fare lunghi bagni o a dormire distesa al sole. Aldo, colto da una profonda vergogna, non osa più nemmeno guardare le altre passanti: fa finta di leggere il giornale, di dormire, intristendosi sempre di più sotto l'ombra del suo ombrellone.

La mattina del quarto giorno, attingendo a una forza sconosciuta, prende una decisione. Appena la donna si stende sul lettino, la guarda e dice: «Guardi, da domani preferisco stare da solo.»

La donna ci rimane male, sorpresa, ma non può reclamare nulla non avendo sborsato un centesimo. Senza pronunciare una parola, senza un minimo cenno di ringraziamento, raccoglie le sue borse e se ne va subito, sculettando con indifferenza nel suo striminzito costume.

Aldo tira un lungo sospiro di sollievo e si raddrizza sul lettino. Gli rimangono soltanto sette giorni di vacanza, e c'è un sacco di arretrato da recuperare...

 

sabato 3 ottobre 2026

I PETROLIERI PORTANO DONI

L’annuncio, nei giorni scorsi, è arrivato quasi a sorpresa, ma i suoi effetti si sono avvertiti immediatamente sulle strade e nelle tasche degli italiani: Eni ha deciso di tagliare i prezzi dei carburanti alla pompa. Una mossa aggressiva che ha spiazzato il mercato, costringendo alcuni concorrenti a rincorrere il colosso del cane a sei zampe per non perdere quote rilevanti. Tuttavia, la portata dell'iniziativa rende irrealistica un'adesione generalizzata da parte dell'intero settore distributivo, spesso soffocato da margini strutturalmente più risicati. Non si tratta peraltro di un adeguamento permanente dei prezzi, bensì di un intervento a tempo determinato, una parentesi promozionale a termine che si estenderà gradualmente anche al comparto energetico domestico, con riduzioni mirate sulle bollette di luce e gas.

Da quando i nuovi listini sono diventati operativi, l'impatto sul quotidiano dei cittadini è stato visibile e immediato. Presso le stazioni a marchio Eni si registrano costantemente lunghe serpentine di automobilisti in attesa, pronti a mettersi in fila pur di strappare un pieno a prezzo agevolato. Ma guardare a questa operazione come a un mero atto di generosità commerciale significa fermarsi alla superficie. Per il colosso energetico, infatti, il bilancio complessivo si preannuncia ben lontano dal bilancio in perdita. L'impennata verticale dei volumi di carburante venduti è destinata ad assorbire e compensare ampiamente la contrazione del margine unitario sacrificato sullo sconto.

A conti fatti, la flessione economica netta per il gruppo si rivelerà minimale, a fronte di un ritorno d'immagine di proporzioni straordinarie. Eni riesce così a vestire i panni del "benefattore" delle famiglie storpiate dal carovita, offrendo loro una boccata d'ossigeno concreta per i bilanci domestici. Contestualmente, però, l'azienda ottiene un dividendo politico strategico ancora più importante: disinnescare la pressione mediatica e istituzionale sulla questione degli extraprofitti, lievitati enormemente nell'ultimo periodo a causa delle congiunture internazionali.

In sostanza, fino a quando rimarrà in carica l'attuale esecutivo, questa mossa politica ed economica agirà da scudo protettivo, schermando il gruppo da eventuali interventi fiscali punitivi o prelievi forzosi sugli utili straordinari. L'intera operazione si trasforma così in un capolavoro di strategia imprenditoriale e di pubbliche relazioni.

In tutto questo scenario, le istituzioni hanno brillato unicamente per la propria assenza. Il governo si è limitato a fare da spettatore, arrivando soltanto in un secondo momento con un patetico e tardivo tentativo di attribuirsi i meriti di un'operazione su cui non ha esercitato alcuna regia né reale peso politico.