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giovedì 23 aprile 2026

BOMBE SULLA CITTA'

Quando erano partite, il cielo sopra le cime dei monti era di un azzurro limpido, un contrasto quasi crudele con l'inquietudine che regnava a valle. Gisella, tredici anni, ai piedi un paio di scarponcini consumati, stringeva il braccio di Teresa mentre il bus sobbalzava sulla strada sterrata.

"Stai tranquilla," sussurrò Teresa, lisciandosi la gonna. Lei aveva quasi sedici anni e la sicurezza di chi già lavorava per una sarta, ma i suoi occhi cercavano nervosamente l'orizzonte. "Consegniamo il vestito alla signora e torniamo indietro subito dopo".

La nonna di Gisella aveva ceduto solo dopo ore di suppliche. "Se ci fosse stato tuo padre, o la tua povera mamma, avrebbero detto di no," aveva sentenziato, con la voce incrinata dal peso di troppe assenze. Il padre di Gisella era lontano, oltre il confine francese, inseguito dalla sua stessa voglia di libertà; sua madre, invece, se n’era andata in silenzio, portata via da una malattia che non era stato possibile curare.

Il viaggio fu una lenta processione di volti stanchi. Sul bus, e poi sul trenino che sferragliava verso la pianura, c'erano quasi solo donne con fazzoletti scuri in testa e bambini dagli occhi troppo grandi. Gli uomini erano ombre: o troppo vecchi per imbracciare un fucile, o nascosti tra i boschi che le ragazze si stavano lasciando alle spalle.

Quando arrivarono nella grande città, Gisella rimase a bocca aperta. Prima di allora non c'era mai stata. Nonostante alcuni cumuli di macerie che facevano capolino da alcuni vicoli, la maestosità dei palazzi la incantò. "Guarda, Teresa! Che piazze grandi... e i giardini!".

"Cammina, che siamo in ritardo" rispose l’amica, accelerando il passo.

La città sembrava immersa in un sonno agitato. Era sotto occupazione nazista e le condizioni di vita erano dure: il cibo era razionato, il carburante scarso. La vita quotidiana era segnata dalla paura e dalla lotta per la sopravvivenza. La gente camminava in fretta, lo sguardo basso, come se parlare potesse consumare le scarse calorie concesse dalle tessere annonarie.

Trovarono il negozio della vecchia cliente, situato in pieno centro, non distante dalla stazione. Lei era una donna elegante nonostante i tempi grami, che le accolse con un calore inaspettato. "Siete state davvero coraggiose a venire fin qui," disse, invitandole nel retrobottega. Offrì loro del tè caldo e dei biscotti scuri. "Hanno un sapore... diverso," bisbigliò Gisella dopo il primo morso. "È una farina speciale, cara," rispose la donna con un sorriso triste. Le ragazze non chiesero altro; sapevano che in quel 1944 la parola "speciale" era spesso un sinonimo di "fatto con quel che c'è".

Dopo la consegna, avevano un po' di tempo prima del treno di ritorno. Decisero di addentrarsi nel mercato cittadino. I banchi erano pochi e spogli: qualche rapa avvizzita, pochi fili di lana. In un angolo, uomini dal fare furtivo scambiavano pacchetti avvolti nel giornale: il mercato nero, l'unico modo per non morire di fame, ma un gioco pericoloso.

All'improvviso, il silenzio della piazza fu squarciato. Uuuuuu-uh! Uuuuuu-uh!

La sirena antiaerea lanciò il suo grido lancinante. Il cuore di Gisella smise di battere per un istante. "Teresa! Che succede?" domandò all'amica.

"Il bombardamento! Corri!"

La scarsa folla, prima apatica, divenne un fiume in piena. In lontananza, un ronzio cupo e ritmico, il canto dei motori dei bombardieri alleati, iniziava a far tremare i vetri. Le ragazze, invece di muoversi, rimasero paralizzate, come statue di ghiaccio in mezzo al caos. "Ehi, voi due! Di qua, presto!"

Un uomo anziano, con un berretto logoro, fece loro cenno con la mano. Le trascinò verso un angolo della piazza dove una botola di ferro si apriva sul selciato. Gisella e Teresa si tuffarono dentro, scendendo una scala ripida di cemento umido.

Il rifugio era un ventre di cemento soffocante. L'ambiente era angusto, l'aria diventò subito pesante. Mancava il respiro. L'unica luce proveniva da poche lampadine fioche che oscillavano a ogni vibrazione del suolo. L'odore era un miscuglio insopportabile di umidità, polvere e sudore freddo. "Restami vicina," ansimò Gisella, stringendo la mano di Teresa fino a farle male.

C'erano moltissime persone, troppe, quasi tutte in piedi; solo pochi anziani occupano le rare sedie disponibili. Alcune vecchie recitavano il S. Rosario. Gisella le odiò.

BUM! La terra sussultò. Un velo di polvere cadde dal soffitto. "Moriremo qui sotto, vero?" piagnucolò Gisella, sentendo le pareti stringersi attorno a lei. Lo spazio sembrava rimpicciolirsi a ogni scoppio, l'aria farsi solida, irrespirabile. "No, stai tranquilla. Presto finirà," rispose Teresa, ma la sua voce tremava quanto quella dell'amica.

Dopo quasi un'ora, la sirena suonò di nuovo: un tono lungo, continuo. Il segnale del cessato allarme. Quando riemersero, la luce del sole sembrava troppo forte, quasi violenta. Il fumo nero all'orizzonte segnava il punto in cui le bombe avevano baciato la terra.

Gisella e Teresa attesero due ore alla stazione, sedute su una panchina di legno, svuotate di ogni emozione. I treni tardavano a ripartire. Erano incolumi, ma qualcosa era cambiato. Gisella guardava il cielo, poi guardava la terra, e infine cercava l'orizzonte aperto dei suoi monti.

Quel giorno, la "grande città" le aveva regalato una paura silenziosa che l'avrebbe accompagnata per sempre. Era tornata a casa sana e salva, ma per tutta la vita, Gisella non sarebbe mai più riuscita a entrare in un ascensore o in una stanza piccola senza sentire quel peso sul petto, quel buio del 1944. Una forma di claustrofobia soffocante, impossibile da superare. Il motivo non lo avrebbe mai detto a nessuno, convinta che non sarebbe stata compresa. Come si fa a spiegare che il mondo, a volte, può diventare un antro scuro chiuso da una botola?

 

 

martedì 21 aprile 2026

POSTO DI BLOCCO

Il cielo sopra la valle era una lastra di piombo, fredda e indifferente. Nel gennaio del 1944, l'inverno non era solo una stagione, ma un nemico silenzioso che si infilava sotto i vestiti logori e stringeva il cuore della gente in una morsa di ghiaccio.

Gisella camminava a testa bassa. Aveva tredici anni, ma la guerra e la fatica le avevano dato lo sguardo serio di chi ha già visto troppo. Era graziosa, alta per la sua età, con grandi occhi scuri che spiccavano nel viso pallido e incorniciato da capelli neri, spesso appiccicati alle tempie.

Per lei, la scuola non era un obbligo, ma un’ancora di salvezza. Ogni giorno percorreva tre chilometri a scendere e tre a salire per raggiungere il paese vicino, l’unico dove ci fosse la scuola media. Voleva continuare a studiare, intendeva diventare maestra, voleva onorare quella promessa fatta a un padre che non vedeva da tanto tempo. Lui era dovuto fuggire in Francia, braccato dai repubblichini che volevano fargli pagare l'impegno con i comunisti. Se fosse rimasto, gli sarebbe toccato l’olio di ricino, o peggio, una bastonatura mortale.

Sua madre, invece, se n'era andata due anni prima. La polmonite l'aveva portata via in tre giorni, lasciando Gisella sola con la nonna e una mucca magra, ultimo baluardo contro la fame. Latte e polenta, polenta e latte come unico cibo. Nient'altro.

Quel giorno a scuola Gisella aveva aiutato ad accendere la stufa, era brava in quel compito, sistemando i legnetti con la precisione di chi sa che il calore è un lusso. Dopo la lezione, era arrivato troppo in fretta il momento di tornare.

La salita era un calvario. Le scarpe, vecchie e con la suola consumata, erano diventate blocchi di ghiaccio. I piedi non li sentiva più; erano solo due pesi sordi alla fine delle gambe. Sopra di lei, la montagna incombeva scura: sapeva che lì, tra i faggi, operava la brigata partigiana, ma il silenzio di quei boschi metteva più angoscia che speranza.

Poi, di fronte a sé, improvvisa, l'immagine che le bloccò il respiro.

In prossimità dell'ingresso del paese, il grigio della strada era sporcato dal verde marcio delle uniformi. Soldati tedeschi. Camion di traverso, canne di fucili puntate verso il nulla, il fumo delle loro sigarette che si mescolava alla nebbia.

Gisella si fermò. Il terrore le salì dallo stomaco alla gola, rendendole difficile deglutire. Avrebbe voluto correre indietro, sparire tra i rovi, ma sapeva che il movimento avrebbe attirato il fuoco. Con il volto cadaverico e le mani che stringevano la cartella come uno scudo, continuò ad avanzare. Ogni passo pesava come un macigno.

Arrivò davanti a loro. I soldati la guardarono. Erano alti, enormi, il viso rubizzo, avvolti in cappotti pesanti che puzzavano di benzina e tabacco. Uno di loro gridò qualcosa in quella lingua che sembrava fatta di vetri infranti.

"Perché urlano sempre?", pensò Gisella, sentendo le ginocchia cedere.

I tedeschi sogghignarono, godendo della sua paura, scambiandosi una battuta che lei non comprese. Uno di loro le fece cenno di passare con un gesto sprezzante della mano, quasi fosse un fastidioso insetto. Gisella passò. Superò la linea dei soldati, sentendo i loro occhi piantati sulla nuca, aspettandosi da un momento all'altro il colpo secco di un Mauser.

Camminò piano per cento metri, mantenendo un decoro dettato dalla pura paralisi. Poi, appena la strada iniziò a curvare, esplose. Si mise a correre con le ultime forze rimaste, inciampando nelle pietre, col cuore che le sbatteva contro le costole come un uccello in gabbia.

Arrivò finalmente alla sua misera casa. La nonna l’aspettava sulla porta, un’ombra curva controluce. Gisella non disse nulla, si lasciò solo cadere sulla panca di legno vicino al focolare spento.

"In quei momenti sono come morta, tanta era la paura," avrebbe raccontato Gisella per tutta la vita, ogni volta che qualcuno le avrebbe chiesto della guerra. Ma quel giorno, nonostante il terrore le avesse segnato l'anima in modo indelebile, accadde qualcosa di diverso.

Dopo aver bevuto un sorso di latte tiepido, Gisella aprì la sua cartella. Le mani le tremavano ancora, ma tirò fuori il libro di storia. Ne sfogliò alcune pagine, poi guardò la montagna fuori dalla finestra, dove i partigiani continuavano a resistere. Capì che la sua battaglia non si combatteva con il fucile, ma con i libri.

 

 

sabato 18 aprile 2026

CANZONI DELLA GIOVINEZZA (10) - "DIRTY OLD TOWN" - THE POGUES

(Quindici canzoni che mi hanno fatto amare la musica pop/rock)

Parlare dei Pogues significa immergersi in un fiume di birra, poesia di strada e rabbia punk. Sono stati loro i primi a dimostrare che il folk tradizionale non apparteneva solo ai musei, ma poteva avere le cicatrici della Londra post-industriale.

Nati a Londra nel 1982 sotto il nome di Pogue Mahone (una traslitterazione gaelica di un insulto piuttosto esplicito), i Pogues sono stati la creatura di Shane MacGowan, un poeta maledetto con la voce roca e un talento cristallino per la scrittura.

La loro intuizione geniale è stata quella di fondere la musica tradizionale irlandese (banjo, tin whistle, fisarmonica) con l'energia nichilista e l'attitudine del punk rock. I Pogues hanno dato voce alla diaspora irlandese, raccontando storie di immigrazione, sbornie colossali, sogni infranti e romanticismo disperato.

Sebbene inclusa nel loro capolavoro Rum, Sodomy & the Lash (1985), la canzone non è un brano originale dei Pogues, ma una cover scritta da Ewan MacColl nel 1949. Tuttavia, la versione dei Pogues è diventata quella definitiva nell'immaginario collettivo.

Il brano si apre con l'armonica malinconica di Jem Finer, che evoca immediatamente l'immagine di un'alba grigia su una città industriale. Rispetto alla versione folk originale, i Pogues infondono una pesantezza emotiva più profonda.

Shane MacGowan non "canta" semplicemente; lui incarna la città. La sua voce stanca e strascicata rende onore alla bellezza sporca delle strade di cui parla il testo.

Il pezzo riesce a essere contemporaneamente una struggente ballata d'amore e un lamento per la decadenza urbana. Il ritmo è cadenzato, quasi come una camminata stanca verso casa dopo una notte di lavoro o di bevute.

Dirty Old Town ha un peso specifico enorme per diverse ragioni.

Innanzitutto il brano sposta il focus della musica folk dalla campagna alla città industriale (nello specifico Salford, vicino a Manchester), dando nobiltà estetica ai "muri di mattoni neri" e ai "canali gassosi".

Grazie a questa superba interpretazione, i Pogues hanno avvicinato le giovani generazioni punk e rock alla musica tradizionale. Hanno dimostrato che un brano folk poteva essere "cool" e ribelle quanto un pezzo dei Clash.

Dirty old town è così diventata una canzone universale, adottata da tifoserie di calcio, cortei di protesta e comunità di tutto il mondo. È il manifesto della nostalgia per le proprie radici, anche quando quelle radici sono "sporche" e difficili.

 

 

martedì 14 aprile 2026

VETRI ROTTI

Non avrei mai pensato che Elena potesse farmi una cosa simile. Non si trattava di un tradimento, almeno non nel senso fisico e carnale che tutti immaginano. Insomma, non c'era di mezzo un altro uomo. C’era, invece, un silenzio durato due anni, costruito su una bugia che ha divorato le fondamenta di quello che eravamo.

Tutto è iniziato con i debiti che suo fratello aveva accumulato. Elena, per aiutarlo, aveva prosciugato il nostro conto cointestato, quello destinato alla caparra per la casa che sognavamo. Aveva falsificato firme, nascosto lettere della banca, mentito ogni singola sera guardandomi negli occhi mentre progettavamo il colore delle pareti della nostra futura camera da letto.

Quando l'ho scoperto, non è stato il denaro perduto a farmi male. È stato realizzare che la donna con cui dormivo era un’estranea capace di recitare una parte per settecento giorni di fila.

Quel giorno, l'appartamento sembrava di colpo troppo piccolo. L'aria era densa, quasi irrespirabile.

"Perché, Elena?" le chiesi. La mia voce era un sussurro.

Lei mi guardò con gli occhi gonfi, le mani che tremavano in maniera convulsa.

"Intendevo sistemare tutto prima che tu te ne accorgessi. Pensavo di poter rimediare. Volevo proteggerti dallo stress, dalla delusione per il comportamento di mio fratello..."

"Proteggermi?" scattai, e il dolore mi bruciò la gola. "Mi hai tolto il diritto di scegliere. Mi hai trattato come un estraneo. Mi hai guardato sorridere davanti ai cataloghi dei mobili sapendo che quei soldi non esistevano più. Come hai fatto a baciarmi ogni sera con questo peso nel cuore senza dire nulla?"

Iniziò a singhiozzare, cercando di prendermi la mano.

"L’ho fatto per noi, per non farti soffrire".

Mi ritrassi come se il suo tocco scottasse.

"Non si ama qualcuno togliendogli la terra sotto i piedi, Elena".

Abbiamo provato. Eccome, se abbiamo provato. Abbiamo intrapreso una terapia, abbiamo parlato fino all'alba, giorno dopo giorno. Lei ha fatto di tutto: era presente, premurosa, trasparente fino all'ossessione. Mi mostrava ogni scontrino, ogni messaggio, cercava di anticipare ogni mio dubbio.

Ma il problema non era quello che faceva lei. Era quello che succedeva dentro di me.

Una sera, eravamo a cena. Era tutto perfetto. Lei mi sorrideva e, per un istante, mi sembrò di vedere la "vecchia" Elena. Poi, un pensiero mi attraversò la mente: E se fosse un'altra recita? Se fosse solo un'altra versione della sua capacità di nascondere le cose?

Il cibo mi diventò cenere in bocca. Mi resi conto che non stavo più amando lei; stavo amando il ricordo di chi pensavo che fosse.

L'ultima sera fu la più silenziosa. Ormai non c'erano più discussioni, solo una stanchezza infinita che mi schiacciava il petto. Stavo chiudendo la valigia.

"Non puoi farlo davvero," disse lei dalla soglia della camera. La sua voce era piatta, priva di speranza. "Mi sono pentita in ogni modo possibile. Ho fatto tutto quello che mi hai chiesto".

Mi fermai, fissando un punto vuoto sul muro.

"Lo so, Elena. Ed è questo che mi uccide. Tu hai fatto tutto bene dopo, ma io non sono più quello di prima. Ogni volta che mi dici 'fidati di me', io sento un rumore di vetri rotti nel cervello".

"Passerà," sussurrò lei, avvicinandosi. "Il tempo guarisce, no?"

Mi girai a guardarla. Il dolore nel suo sguardo era speculare al mio, una sofferenza pura che mi straziava.

"No. Il tempo copre, ma non guarisce se l'osso è cresciuto storto. Non riesco più a guardarti senza cercare la bugia. Non riesco a sentire il tuo amore senza sentire il peso del tuo silenzio. Ti perdono per quello che hai fatto, ma non riesco a perdonare me stesso per aver perso la capacità di crederti".

"Ti prego," disse lei, e quella parola si spezzò a metà. "Non lasciarmi in questo vuoto".

"Io ci sono già, nel vuoto. Ci sono da quando ho capito che la nostra vita era costruita sulla sabbia. Restare qui sarebbe solo un tormento per entrambi. Mi dispiace... mi dispiace così tanto".

Uscii di casa mentre i suoi singhiozzi si trasformavano in lamenti soffocati dietro la porta chiusa. Camminai verso la macchina sotto una pioggia sottile, sentendo il cuore pesante come piombo. 

 

sabato 11 aprile 2026

CANZONI DELLA GIOVINEZZA (9) - "GET BACK TO RUSSIA" - EASTERHOUSE

(Quindici canzoni che mi hanno fatto amare la musica pop/rock)

Gli Easterhouse sono stati una band britannica che, pur condividendo le radici "jangle" (suono chitarristico brillante, cristallino e spesso arpeggiato) e post-punk di altri gruppi degli Anni Ottanta, si distinguevano per una militanza politica feroce e un suono più robusto.

Formati a Stretford, Manchester, nel 1982 dai fratelli Andy e Ivor Perry, gli Easterhouse prendono il nome da un quartiere popolare di Glasgow, simbolo all'epoca delle difficoltà sociali della classe operaia.

Mentre i loro contemporanei esploravano introspezione e psichedelia, gli Easterhouse erano mossi da un'ideologia marxista-leninista esplicita. Firmarono per la Rough Trade (l'etichetta degli Smiths), ma il loro sound era una miscela unica: le chitarre "scampanellanti" tipiche di Manchester unite a una potenza ritmica quasi da stadio, che anticipava in parte la spinta dei primi U2.

Inclusa nel loro acclamato album di debutto Contenders (1984), Get Back to Russia è una traccia epica che supera i sei minuti, un tempo insolito per l'indie-rock dell'epoca.

Il brano è guidato da una linea di basso pulsante e dal lavoro magistrale di Ivor Perry alla chitarra, che crea un muro di suono squillante e cristallino. Nonostante la durata, la tensione non cala mai, sostenuta da una batteria martellante.

Andy Perry canta con un'urgenza febbrile. La sua interpretazione non è quella di un sognatore, ma di un agitatore politico che usa la melodia come un'arma di persuasione.

C'è una atmosfera di grandiosità quasi cinematografica nel pezzo. Sebbene sia una canzone di protesta, possiede una bellezza formale e una pulizia sonora che la rendono accessibile e coinvolgente anche a un primo ascolto.

Get Back to Russia è un pilastro del rock alternativo degli anni '80 perché esprime una militanza senza compromessi.

In un periodo di forte polarizzazione politica (l'era Thatcher), il brano non usava metafore: era un attacco frontale e una dichiarazione di intenti rivoluzionari, elevando l'indie-pop a strumento di propaganda politica seria.

Il brano riusciva a fondere il "jangle pop" degli Smiths con l'enfasi del rock più epico. È una delle canzoni che meglio spiega come l'indie britannico abbia cercato di uscire dai piccoli club per parlare alle masse.

Il titolo del pezzo, spesso frainteso come un inno filo-sovietico acritico, era in realtà una provocazione intellettuale legata alle posizioni trotzkiste della band e alla loro critica verso il sistema laburista britannico dell'epoca.

 

martedì 7 aprile 2026

BACIARE UNA SCONOSCIUTA

Il sole di questa mattina di primavera ha una luce spietata. Riflette sulle vetrine e sulle carrozzerie delle auto, mi costringe a socchiudere gli occhi mentre cammino a zonzo senza una meta precisa. È una di quelle giornate in cui l’aria tiepida, invece di darti sollievo, ti scava dentro, lasciando spazio a un’invasione di pensieri. Pensieri buoni, che sanno di erba appena tagliata e caffè, e pensieri cattivi, che hanno il sapore metallico della polvere.

Mi porto dietro una vita intera, un fardello che sento gravare sulle spalle a ogni passo. Il mio corpo, a guardarlo da fuori, sembra ancora reggere l’urto del tempo, ma io lo so che dentro sta andando a pezzi, come un vecchio ingranaggio che gira per pura inerzia. E la mia interiorità? Quella è andata in frantumi già da un pezzo, lasciando solo frammenti taglienti che fatico a rimettere insieme.

Mentre cammino, la mente scivola indietro di vent’anni, forse qualcuno di più. Mi rivedo giovane, sicuro di me, un autentico playboy di provincia. Ricordo quella stagione assurda in cui frequentavo quattro donne contemporaneamente. Era un gioco di incastri, di agende mentali, di bugie eleganti e messaggi cancellati in fretta.

Era estenuante, certo, più a livello mentale che fisico. Eppure, mi sentivo vivo, al centro di un universo che ruotava intorno al mio desiderio.

Oggi sono soltanto un uomo che si accinge a diventare un vecchio e che vive di nostalgie. Non lo sono ancora, vecchio, ma il confine è lì, a pochi passi, e io ci sto camminando sopra. Guardo le donne che incrocio sul marciapiede: ragazze veloci con le cuffie, signore eleganti, donne in carriera. Noto, con una punta di amarezza, che nessuna di loro guarda me. Sono diventato trasparente.

“È da tanto tempo che non bacio una sconosciuta,” penso, quasi vergognandomi. “O qualcuna che, pur conoscendola, non ho mai accostato alle mie labbra.”

È un pensiero infantile, stupido, lo so. Tuttavia, sarebbe un tuffo in un'epoca che non mi appartiene più.

Poi, all'improvviso, la vedo. È ferma davanti a una vetrina di abbigliamento, la borsa a tracolla e lo sguardo assorto. Non ci sono dubbi: è Lorella.

Sono passati quasi trent’anni, ma il cuore dà un colpo secco, riconoscendola prima degli occhi. Mi avvicino, il respiro leggermente corto. "Lorella?" chiamo, con un filo di incertezza.

Lei si volta lentamente. I suoi occhi scuri e profondi mi frugano il viso per un secondo infinito, poi si illuminano. "Ma non ci credo... Marco!" esclama, sorridendo.

Mi ha riconosciuto subito. Allora non sono poi così cambiato, dopotutto. Forse il mio pessimismo è solo una crosta che mi sono costruito per protezione. Iniziamo a parlare subito, con una naturalezza disarmante, come se l’ufficio condiviso fosse stato lasciato ieri sera e non tre decenni fa.

Eravamo colleghi, c’era sintonia, ma niente di più. Mentre mi parla, io la studio. Il tempo ha lavorato su di lei, ma io la vedo ancora come allora: il caschetto di capelli neri sempre ribelli, la pelle chiarissima con quella spruzzata di lentiggini minuscole sul naso che sembra polvere di stelle. E le tette... mi sembrano addirittura più floride di quanto ricordassi!

Camminiamo insieme per il centro, ridendo delle vecchie beghe d'ufficio e dei capi tiranni che abbiamo avuto. Mi racconta della pensione, del suo impegno nel volontariato. Non parla mai di mariti, figli o compagni. Io non chiedo. Mi crogiolo nell'idea che anche lei sia sola, un’isola che ha trovato un’altra isola in mezzo al mare di cemento.

Senza quasi accorgermene, le poggio una mano sulla spalla. Lei non si scosta, anzi, sembra accogliere quel contatto. Continuiamo a camminare, vicini, finché la conversazione si spegne naturalmente. Ci fermiamo davanti a un portone antico, in un vicolo riparato dal caos.

Rimaniamo in silenzio. Ci guardiamo negli occhi in un modo strano, un modo che non appartiene alla nostra età anagrafica, ma a quella del desiderio. Ci avviciniamo. I visi, le labbra... e poi accade.

È un bacio vero. Prolungato, intenso, che sa di riscoperta e di urgenza. Per un istante, il tempo si ferma e io non sono più il vecchio che va a pezzi, ma l'uomo di un'epoca precedente.

Quando ci stacchiamo, siamo entrambi confusi. Il respiro è affannato.

"Ti devo confessare una cosa," dice finalmente lei, con uno sguardo che non riesco a decifrare. "Dimmi," rispondo io, con la voce che mi trema in gola.

Lorella si sistema il caschetto spettinato e mi guarda dritto negli occhi.

"Erano anni che non baciavo uno sconosciuto. O qualcuno di conosciuto che, comunque, non avevo mai baciato prima".

Sorrido, sentendomi parte di un segreto condiviso.

"Ti è piaciuto farlo?" le chiedo, sperando in una conferma del nostro legame ritrovato. Confidando in qualcosa che potrebbe nascere.

Lei sorride a sua volta, ma è un sorriso diverso. Più libero, quasi predatore.

"Sì, mi è piaciuto molto," risponde con una leggerezza che mi gela il sangue.

"Credo proprio che lo farò di nuovo. Con tanti altri uomini".

Mi fa un cenno con la mano, un saluto rapido e informale, e si incammina verso la piazza, lasciandomi lì, immobile, con il sapore del suo bacio sulle labbra e l'improvvisa certezza che la primavera, a volte, sa essere molto più crudele dell'inverno.

 

sabato 4 aprile 2026

CANZONI DELLA GIOVINEZZA (8) - "HOURS OF DARKNESS HAVE CHANGED MY MIND" - FELT

(Quindici canzoni che mi hanno fatto amare la musica pop/rock)

I Felt (spesso indicati semplicemente senza l'articolo "The") rappresentano una delle entità più enigmatiche, raffinate e ambiziose del pop indipendente britannico degli anni '80. Guidati dalla figura carismatica e ossessiva di Lawrence (Hayward), la band ha seguito un percorso artistico unico, pubblicando esattamente dieci album e dieci singoli in dieci anni.

Formatisi a Birmingham nel 1979, i Felt sono stati i paladini di un pop minimalista, colto e fortemente influenzato dall'estetica dei Television e dal chitarrismo cristallino di Tom Verlaine. La storia artistica della band si divide idealmente in due fasi.

La fase chitarristica, dominata dall'interazione tra la voce sussurrata di Lawrence e la chitarra funambolica di Maurice Deebank, e la fase organistica, caratterizzata dall'ingresso di Martin Duffy (poi nei Primal Scream) e da un suono più pastorale e influenzato dagli anni '60.

I Felt non cercavano il successo di massa, ma la perfezione estetica, curando in modo maniacale ogni dettaglio, dalle copertine dei dischi ai titoli dei brani.

Hours of darkness have changed my mind,  brano incluso nel mini-album The Splendour of Fear (1984), è un esempio magistrale di come la band riuscisse a creare mondi sonori partendo da pochissimi elementi.

Il pezzo è un esercizio di tensione e rilascio. Non segue la classica struttura strofa-ritornello, ma si sviluppa come un flusso di coscienza musicale.

La chitarra di Maurice Deebank è la vera protagonista. Le note sono pulite, quasi gelide, e si intrecciano in arpeggi complessi che ricordano la musica barocca trasportata nel post-punk.

 Lawrence canta con un tono distaccato e quasi spettrale. Il titolo stesso suggerisce una trasformazione interiore avvenuta nell'isolamento notturno, un tema caro alla poetica del gruppo, fatta di solitudine e visione artistica.

È un brano che non aggredisce l'ascoltatore, ma lo avvolge in un'atmosfera di magica malinconia.

Questo brano è da ritenersi fondamentale per diverse ragioni sia storiche che stilistiche.

Mentre molte band dell'epoca usavano distorsione e aggressività, i Felt dimostrarono che si poteva essere "alternativi" e intensi attraverso la pulizia sonora e la precisione tecnica, stabilendo così nuovi standard per il chitarrismo indie. Senza questo approccio, difficilmente avremmo avuto il suono di band come gli Smiths (Johnny Marr è un grande estimatore di Deebank).

Un brano che rappresenta perfettamente la filosofia di Lawrence: la musica come arte pura, slegata dalle mode del momento e focalizzata sulla creazione di un'eleganza senza tempo.