L'idea gli viene davanti a un portone, con un campanello d'ottone e un
cartello scritto a pennarello: Tutti benvenuti. Valentinus decide di
provare lo scherzo. Suona a caso.
«Chi è?» gracchia il citofono.
«Dolcetto o scherzetto.»
«Salite pure!»
Il portone scatta. Pare che quella sera funzioni così.
Al terzo piano la porta si apre su un uomo corpulento, la faccia rubizza
come un'aragosta, la camicia sbottonata sulla pancia. Osserva Valentinus dalla
testa ai piedi.
«Sei un bambino un po' cresciuto, eh?»
«Dolcetto o scherzetto», dice Valentinus, imbarazzato, ma deciso a portare
fino in fondo la parte.
L'uomo scuote la testa, sparisce in casa e riappare poco dopo con un
bicchiere in mano. Il liquido dentro è di un rosso profondo, quasi nero.
Valentinus sente la bocca riempirsi di saliva. «Sangue?» domanda, e un filo
di bava gli scende all'angolo del labbro.
«Che dici?» L'uomo sbuffa una risata. «È vino.»
«Vino?»
«Sì. Un ottimo dolcetto!»
Valentinus si riprende, si asciuga il mento con il dorso della mano. «No»,
dice. «Meglio lo scherzetto.»
L'uomo allarga le braccia, tracanna il vino in un solo sorso e posa il
bicchiere sul mobile dell'ingresso. «Vada per lo scherzetto!»
Valentinus si sporge, lo abbraccia con un gesto quasi fraterno e affonda i
denti nella giugulare.
«Ahi!» urla l'uomo, che odora di vino da capo a piedi. «Che stai facendo?»
«Era lo scherzetto», risponde Valentinus, già sulle scale. «Un
morsichetto.»
«Alla faccia del morsichetto!» L'uomo si tiene il collo con una mano, le
dita rosse. «Ma che razza di scherzi sono?»
Valentinus scende in strada e si ferma a metà dell'ultimo rampa, con le
labbra ancora impastate di sangue. Riflette che avrebbe anche potuto farne a
meno. Non c'era nessun bisogno di mordere quell'uomo, né di ritrovarsi con un
sapore così acido in bocca. Un vampiro avvinazzato: ci mancava solo questo.
Riprende a camminare lungo i marciapiedi, le mani incrociate dietro la
schiena, guardandosi attorno con un'aria sempre più stanca. Davanti a lui sfila
una carovana di zucche di plastica, di zombie con le scarpe da ginnastica, di
bambini che litigano per una barretta di cioccolato.
In realtà si sta annoiando. Bella festa del cavolo, pensa. Nemmeno l'ombra
di un'atmosfera.
«Eccolo! Finalmente l'abbiamo trovato!»
Due uomini gli si piantano davanti, sorridenti, con un cartellino appeso al
petto. Il più alto gli stringe la mano con entusiasmo.
«Siamo del comitato festeggiamenti di Halloween», dice. «Diamo dei premi ai
travestimenti più riusciti, e il suo è stupendo. Il pallore, il portamento...
Davvero un lavoro eccezionale. Ecco a lei.»
E senza lasciargli il tempo di replicare gli appunta qualcosa al bavero
della giacca di raso nero.
Valentinus abbassa lo sguardo. Un lampo di luce. Una piccola cosa tonda,
metallica, che brilla sotto i lampioni.
La nausea lo prende di colpo, dallo stomaco alla gola, come una mano che
stringe.
«Cos'è?» riesce a domandare.
«Oh, nulla di che.» Il secondo uomo agita una mano, con modestia. «Un
premio simbolico. Una medaglietta d'argento.»
Valentinus strabuzza gli occhi. Le gambe non lo reggono più, la strada si
inclina, e il suo corpo si abbatte sull'asfalto con un rumore sordo di stoffa e
ossa.
«Aiuto!» urlano i due uomini quasi in coro. «Si sente male!»
In un attimo si forma un capannello. Facce curiose, telefoni sollevati, un
bambino vestito da zucca che si arrampica sulla spalla del padre per vedere
meglio.
Valentinus non si muove.
«Accidenti!» esclama una donna, portandosi una mano alla bocca. «Guardate
com'è pallido!»
Un uomo si fa largo tra la folla, si accovaccia accanto al corpo e gli appoggia
due dita sul collo. Aspetta. Niente.
«Non respira!» dice. E senza perdere altro tempo comincia la respirazione
artificiale: si china, inclina la testa del conte all'indietro, e gli soffia in
bocca con tutto il fiato che ha.
Un fiato vigoroso. Potente. Odoroso di aglio, per via di una pietanza
mangiata a cena.
Valentinus, già quasi in coma, riceve il soffio tossico fino in fondo ai
polmoni. Le palpebre gli tremano una volta. Poi più nulla.
Il mattino dopo, nel castello, la bara rimarrà vuota.
(FINE)







