Anche se sono trascorsi tanti anni, ricordo molto bene quel cortile buio nei pressi di casa mia.
Proprio lì viveva una coppia di anziani, Nella e suo marito Pino. Erano figure
quasi spettrali, avvolte in un'atmosfera di mistero e timore.
Pino era un uomo curvo e silenzioso, il risultato di
una vita dura passata nelle miniere all'estero. La sua salute cagionevole lo
costringeva a camminare piegato, e non parlava quasi mai con nessuno. Nonostante
la sua andatura malferma, toccava sempre a lui andare a fare la spesa. La
moglie non metteva mai piede nei negozi. Pure lei camminava storta,
appoggiandosi a un bastone nodoso, quasi un'estensione della sua figura tutta
attorcigliata.
Tutti in paese dicevano che Nella era cattiva. La voce comune attribuiva ciò
al fatto che non avesse avuto figli. Io, però, da ragazzino, non credevo a
quelle voci. Conoscevo altre persone senza figli che erano tutt'altro che
malvagie. Alcuni addirittura la definivano una strega, capace di praticare la magia nera e di lanciare sortilegi
malefici. Ma anche a questo non davo peso, non avendola mai vista fare nulla di
particolare. Una cosa, però, era certa: di lei avevo comunque paura.
Sembrava davvero che Nella odiasse i bambini. Quando
ero in compagnia dei miei genitori, lei mi ignorava del tutto, fingeva di non
vedermi, non salutava mai. Ma se mi trovavo da solo, la situazione cambiava
completamente. Si avvicinava, mi chiedeva il nome, come se non mi avesse mai
visto prima, e poi, con le sue mani
enormi e callose, mi accarezzava la faccia. Un istante dopo, però, il
gesto si trasformava in un pizzicotto doloroso sulla guancia o in un orecchio
afferrato e girato con forza. Riuscivo sempre a divincolarmi e a scappare, e
non raccontavo mai nulla ai miei genitori. La vergogna e lo spavento mi
bloccavano.
Nelle tiepide sere d'estate, quando tutto il vicinato
si riuniva fuori dalle case, le voci si mescolavano in un chiacchiericcio
vivace che si protraeva fino a tardi. Nella non partecipava mai a questi
ritrovi. Aveva il gabinetto vicino al cortile esterno, un cubicolo di cemento
con una minuscola finestrella a forma di quadrifoglio. Era lì che si appostava.
Cercando di non fare rumore, entrava in quel minuscolo spazio e passava tutta
la serata a origliare i discorsi degli
altri.
Dopo usava quelle informazioni per alimentare i suoi pettegolezzi maligni. La megera si
illudeva che la sua presenza furtiva passasse inosservata, ma si sbagliava.
Molti si accorgevano di lei e, per depistarla, iniziavano a discorrere di cose
inesistenti, citando persone e fatti mai accaduti, o addirittura parlando molto
male di lei stessa. Nella assorbiva tutto in
silenzio: ogni accusa nei suoi confronti (vera o inventata che fosse) diventava
nuova linfa per alimentare il suo odio indiscriminato verso tutto e tutti. E quando ne aveva abbastanza, quando la sua frustrazione raggiungeva il
culmine, usciva da quel cubicolo e andava a sfogarsi sul marito, il povero Pino,
picchiandolo con il suo bastone. Un ciclo di solitudine, rancore e violenza che
si ripeteva, sera dopo sera, nell'ombra del cortile buio.






