(Quindici canzoni che mi hanno fatto amare la musica pop/rock)
The Waterboys rappresentano l'anima spirituale e
letteraria del rock degli anni '80. Guidati dalla visione del musicista
scozzese Mike Scott, la band ha
attraversato diverse incarnazioni, passando da un suono maestoso ed epico alla
riscoperta delle radici folk celtiche.
Nati nel 1983, i Waterboys sono essenzialmente il veicolo espressivo di
Mike Scott. Il loro stile iniziale è stato etichettato dalla stampa dell'epoca
come "The Big Music",
un termine coniato da Scott stesso per descrivere un suono ampio, celestiale e
carico di riverbero, influenzato tanto dal rock di Bruce Springsteen e Patti
Smith quanto dalla poesia di W.B.
Yeats.
La band è famosa per aver rifiutato le logiche commerciali proprio nel
momento di massimo successo, trasferendosi in Irlanda alla fine degli anni '80
per registrare Fisherman's Blues, un album che abbandonava l'elettricità
per abbracciare violini e mandolini.
Tratto dall'album capolavoro del 1985 This Is the Sea, il brano The Whole of the Moon è il punto di
contatto perfetto tra l'ambizione rock e la sensibilità poetica.
È un trionfo di stratificazioni. La canzone inizia con un piano incalzante
e si arricchisce gradualmente di ottoni trionfanti, sintetizzatori scintillanti
e un coro finale quasi gospel. La dinamica è un crescendo costante che
simboleggia l'espansione della coscienza.
Un omaggio a una figura ispiratrice (molti ipotizzano fosse dedicata a Prince o allo scrittore C.S. Lewis). Scott contrappone la sua
visione limitata ("I saw the crescent") alla visione totale
del suo mentore ("You saw the whole of the moon"). È una delle
descrizioni più belle del genio e della meraviglia mai messe in musica.
Mike Scott canta con un'intensità quasi devozionale. La sua voce si incrina
e si eleva, trasmettendo un senso di urgenza e di sincera ammirazione.
The Whole of the Moon è un tassello fondamentale della storia del rock per diverse ragioni. Innanzitutto
perché è la canzone che meglio definisce quel suono immenso e riverberato che
ha influenzato gran parte del rock da stadio dell'epoca (inclusi gli U2 di The Joshua Tree).
Rappresenta inoltre un ponte tra pop e poesia dimostrando che una canzone poteva avere un testo colto e complesso, pieno
di metafore spirituali e letterarie, senza perdere la capacità di scalare le
classifiche e far cantare migliaia di persone.
A differenza di molte hit degli anni '80 che oggi suonano datate, "The Whole of the Moon" ha
mantenuto una freschezza senza tempo. È diventata un inno universale alla
curiosità intellettuale e alla capacità umana di meravigliarsi davanti
all'infinito.




