L'aria
è un blocco solido di calore viscido, denso di vapore umano e umidità
invivibile. Ormai esistono soltanto due stagioni: l'estate, che brucia i
polmoni, e un inverno strano, appena meno soffocante. La primavera e l'autunno
sono svaniti anni fa, inghiottiti dal calore cumulativo di miliardi di corpi.
Mi
muovo di pochi centimetri, strofinando la mia pelle profusa di sudore contro la
schiena di qualcun altro. Nel nostro appartamento, sessanta metri quadrati al
quinto piano di un alveare di cemento, viviamo in più di quaranta persone. E
non siamo un'eccezione: ogni singolo alloggio dell'edificio, della città, del
mondo intero è abitato con questa folle densità.
Siamo
tutti completamente nudi. Coprirsi non avrebbe alcun senso con questa
temperatura, e comunque nessuno fabbrica più abiti da un tempo che non riesco a
ricordare. La produzione industriale è crollata insieme a tutto il resto.
Camminare
è un'illusione. Ci si aggira per lo spazio disponibile oscillando sul posto,
facendo un passo solo se qualcun altro si sposta di un millimetro. Sedersi è un
lusso raro, quasi sempre per terra, incastrando le gambe tra quelle degli
altri. Sdraiarsi per dormire richiede un accordo silenzioso: spesso lo si fa a
strati, un corpo sopra l'altro, respirando il fiato caldo di chi ti sta a pochi
centimetri dal viso.
Lavarsi
è un ricordo sbiadito. L'acqua potabile è poca, razionata dal caos, e viene
utilizzata esclusivamente per bere. Il bagno dell'appartamento ha smesso di
funzionare anni fa e, anche se funzionasse, non potrebbe mai reggere il carico
di quaranta persone. Il pavimento è lordato di escrementi. A turno, chi ha
abbastanza forza spala il materiale e lo getta fuori dalla finestra, giù nella
strada dove si accumulano montagne di rifiuti. Ormai non sentiamo quasi più gli
odori; il nostro olfatto si è arreso tempo fa.
Nessuno
lavora più. La società si è dissolta. Passiamo le giornate in casa, appiccicati
gli uni agli altri, sospesi in un silenzio quasi totale. C'è poco da dirsi. Le
città sono diventate invivibili, i servizi sono scomparsi, non esiste più alcun
governo o autorità. Molti sono scappati verso la campagna o le aree meno
abitate sperando di respirare; lì c'è ancora un po' di spazio, è vero, ma non
ci sono ripari sufficienti e la gente muore esposta alla furia degli agenti
atmosferici.
Anni
fa, quando la crisi demografica ha toccato i primi livelli d'allarme, i governi
hanno tentato di imporre politiche severe per limitare le nascite. È stato il
catalizzatore del disastro. Le persone hanno percepito la minaccia a quello che
ritenevano il diritto più naturale e fondamentale di tutti: fare figli. Di
colpo, per reazione, la natalità è schizzata alle stelle. Tutto è andato fuori
controllo.
I
demografi e i sociologi hanno sbagliato ogni singola previsione. Nei vecchi
libri sostenevano che a un certo punto la crescita si sarebbe fermata per
forza, che la carenza di risorse e la fame avrebbero stabilizzato la
popolazione. Quanto si sbagliavano.
Continuiamo
invece a riprodurci. È un impulso cieco, incontrollabile, a cui nessuno riesce
più a rinunciare. Nessuno sa quanti esseri umani popolino davvero il pianeta in
questo momento. Miliardi, decine di miliardi. Ma tanto, ormai, a chi importa?
I
saggi del passato dicevano che saremmo morti tutti di fame perché la terra non
avrebbe più prodotto abbastanza alimenti. Ma si sbagliavano anche su questo.
Con una densità di popolazione simile, il cibo non mancherà mai. La risorsa si
rinnova da sola, continuamente, proprio accanto a noi.
Nessuno
soffre la fame.







