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sabato 1 agosto 2026

L'ARTE DI STRUMENTALIZZARE

Negli ultimi giorni, le immagini di migliaia di migranti diretti verso Ceuta hanno riempito i notiziari, riportando il tema dei confini europei al centro del dibattito politico. Tuttavia, la narrazione geografica e mediatica di questo evento risulta spesso confusa e richiede di essere chiarita per comprendere a fondo le dinamiche in gioco.

Ceuta non è una città situata sulla penisola iberica, ma un'enclave autonoma spagnola che si trova nel Nord Africa, circondata dal territorio del Marocco. Chi riesce a varcare i suoi confini si trova, giuridicamente e politicamente, in Spagna e di conseguenza nell'Unione Europea; tuttavia, a livello puramente territoriale, i suoi piedi poggiano ancora saldamente sul continente africano.

Un dettaglio cruciale che spesso sfugge nel dibattito pubblico è la rotta seguita dai migranti. Queste persone non attraversano a nuoto l'immenso Stretto di Gibilterra. La loro traversata consiste nell'aggirare la diga frangiflutti che separa il Marocco dal territorio spagnolo, nuotando rasente la costa marocchina per poco più di un chilometro. Nonostante la distanza sia breve, si tratta di una via estremamente infida e pericolosa: le correnti improvvise e lo sfinimento fisico rendono questo tratto di mare una trappola mortale, che purtroppo continua a mietere numerose vittime.

Di fronte alla complessità di questa emergenza umanitaria, la reazione del governo italiano è stata immediata, trasformando la crisi in un'arma di pressione politica. L'esecutivo italiano ha sospeso lo spazio Schengen con la Spagna, innescando immediate tensioni diplomatiche tra Roma e Madrid.

L'obiettivo di questa narrazione è evidente: strumentalizzare la pressione al confine africano per diffamare e sminuire la figura del Primo Ministro spagnolo Pedro Sánchez e le sue politiche migratorie. Il tentativo è quello di dipingere la Spagna come un Paese al collasso, incapace di gestire i propri confini sotto l'attuale guida governativa.

Tuttavia, il tentativo di screditare l'esecutivo iberico si scontra con una realtà macroeconomica in cui le politiche di Sánchez (incluse le riforme sull'immigrazione e sull'integrazione) stanno portando risultati straordinari, surclassando i numeri dell'Italia.

Mentre il governo italiano cerca di esportare i propri modelli in tema di immigrazione, l'economia spagnola viaggia a velocità doppia rispetto alla media europea. Nel 2025, il Prodotto Interno Lordo (PIL) della Spagna ha registrato una crescita eccezionale, trainata anche dagli investimenti e dalla stabilità sociale, attestandosi tra il 2,8% e il 2,9%. Le prospettive rimangono eccellenti anche a lungo termine: per il 2026, il Fondo Monetario Internazionale stima per la Spagna un'ulteriore espansione del 2,3%, confermando il Paese come l'indiscussa locomotiva economica dell'Eurozona.

La crisi di Ceuta rappresenta un dramma umano e una sfida logistica reale, che richiede soluzioni strutturali e non slogan elettorali. Usare la disperazione di chi muore a pochi metri dalla costa per attaccare politicamente l'esecutivo iberico si rivela un'operazione di distrazione di massa. Al di là della propaganda sui confini, infatti, i numeri restituiscono la fotografia di una Spagna economicamente solida e in forte crescita, che sta raccogliendo i frutti di politiche di sviluppo diametralmente opposte a quelle adottate dall'attuale governo italiano.

P. S. Nelle ultime ore, l'emergenza migratoria a Ceuta è praticamente rientrata: quasi tutti i migranti, circa 48.000 sulle decine di migliaia di persone entrate inizialmente, sono già stati rimpatriati in Marocco, con operazioni che hanno proceduto a ritmi serrati.

Questa rapida risoluzione conferma che a monte non c'è stato un flusso migratorio spontaneo, ma un evento orchestrato. Tuttavia, più che a una complessa congiura internazionale che coinvolge potenze come Stati Uniti o Israele, i fatti puntano a una precisa e già nota tattica geopolitica di Rabat. Come evidenziato dagli esperti di relazioni internazionali, si è trattato di un allentamento intenzionale dei controlli da parte delle autorità marocchine, le quali usano ciclicamente la leva migratoria per esercitare pressione sulla Spagna e sul governo di Pedro Sánchez. Dinamiche quasi identiche si erano infatti già verificate durante la crisi del maggio 2021, sempre per tensioni diplomatiche tra Madrid e il Marocco.

Alla luce di questo epilogo, che ha visto la crisi esaurirsi nel giro di 24-48 ore, la reazione del governo italiano appare ancora più sproporzionata. La decisione di sospendere precipitosamente l'accordo di Schengen con la Spagna si è rivelata una mossa puramente propagandistica e a uso elettorale interno. Sarebbe bastato attendere pochissimo tempo per capire che l'emergenza si sarebbe risolta rapidamente grazie agli accordi di rimpatrio. L'essersi lanciati in una forzatura diplomatica così estrema e ostile nei confronti di un partner europeo, per un'emergenza rivelatasi fulminea, rende l'imbarazzo e la pessima figura dell'esecutivo italiano ancora più rimarchevoli.

 

 

 



 

giovedì 30 luglio 2026

L'ULTIMO GIRO DI PISTA

Il vecchio campo era sempre lì, incastonato tra i palazzi. La pista di atletica, un tempo rossa e brillante, ora mostrava crepe e macchie di polvere. Ettore vi tornava dopo decenni: non era stato un campionissimo, ma un atleta di buon livello, uno di quelli che avevano avuto l’onore di partecipare alle Olimpiadi. Poi, un infortunio crudele lo aveva costretto a ritirarsi troppo presto, lasciandolo nell’ombra e nel dimenticatoio.

Camminava lentamente lungo il bordo della pista, respirando l’odore di erba umida del prato. Ogni passo era un lontano ricordo: il boato del pubblico, il sudore, la tensione prima dello sparo. Ma ora c’era solo silenzio.

In mezzo alla pista, c'era un ragazzo che correva, tutto solo. Si chiamava Roberto. Era un giovane di talento, una promessa, aveva gambe veloci e cuore giovane, ma il suo volto era contratto, segnato da una fatica che non era solo fisica. Ettore lo osservò: i suoi movimenti erano buoni, ma privi di gioia.

Quando Roberto si fermò, ansimante dopo alcuni scatti, il vecchio si avvicinò. "Bel passo, giovane" disse Ettore con voce calma. Il ragazzo lo guardò, un po’ infastidito. "Chi è lei?" domandò. "Uno che qui ha corso tanti anni fa" rispose Ettore, che poi pronunciò il suo nome.

Roberto spalancò gli occhi. "Oh! Quello delle Olimpiadi? Ho letto di lei, in un libro di atletica. Non avrei mai pensato di poterla incontrare".

Il vecchio sorrise, quasi sorpreso che qualcuno ricordasse ancora il suo nome. "La mia carriera è finita presto. Un infortunio, e poi l'oblio. Tu invece hai ancora tutto davanti".

Roberto abbassò lo sguardo. "Non lo so. I miei genitori non mi capiscono, la mia ragazza mi ha lasciato perché passo troppo tempo qui, e a scuola vado male. Mi sento bloccato".

Ettore lo fissò con dolcezza. "Vedi, ragazzo, correre non è solo vincere. È capire chi sei. Io ho perso molte gare, ma ho imparato che la vita non si misura in medaglie. Si misura in quanto riesci a restare fedele a te stesso".

Il giovane rimase in silenzio, colpito da quelle parole. Non erano consigli tecnici, ma qualcosa di più profondo. Ettore continuò: "Non correre per dimostrare qualcosa agli altri. Corri per ricordarti chi sei. Il resto verrà da solo".

Roberto annuì, con un nuovo lampo negli occhi. "Non so come ringraziarla".

Il vecchio sorrise. "Una maniera ci sarebbe. Accompagnami in un ultimo giro di pista".

Roberto esitò, poi si mise accanto a lui. Partirono piano, quasi camminando, a piccoli passi. Poi aumentarono un po' l'andatura, con cautela. Ettore sentiva le gambe pesanti, ma il cuore leggero. Roberto, al suo fianco, percepiva la solennità di quel momento. Non era una gara, non c’era cronometro. Era un giro per ricordare: il passato di Ettore, il presente di Roberto, e la promessa che la corsa, in fondo, è sempre un dialogo tra generazioni.

Quando arrivarono al traguardo, Ettore si fermò, ansimante ma sereno. "Ecco" disse. "Questo era il mio ultimo giro. Ma tu, ragazzo, ne hai ancora tanti davanti".

Roberto lo guardò con rispetto. "E li correrò anche per lei".

Il vecchio annuì. La pista, sgretolata e silenziosa, sembrava improvvisamente più viva. Pareva tornata rossa e brillante come ai vecchi tempi.

 

 


martedì 28 luglio 2026

INCRESPATURE

Se ne era accorta già da bambina, durante l’ora di ginnastica, in quella palestra che sapeva di gomma e di sudore. Guardando le gambe delle altre compagne, aveva notato una differenza. Prima non ci aveva mai fatto caso più di tanto; non aveva mai avuto la possibilità di un vero confronto, perciò aveva sempre considerato la propria pelle come l'unica pelle possibile. Normale, come il ritmo di un orologio a muro.

Quel giorno, invece, notò che la guardavano. Le sue piccole compagne fissavano il retro della sua coscia destra, vicino alla piega del ginocchio, e la parte alta del polpaccio. La guardavano in silenzio, finché una bambina di nome Dora le si avvicinò. "Che cosa ti sei fatto?" chiese Dora. Lei non seppe cosa rispondere. Rimase ferma e muta, un personaggio di un film a cui hanno tagliato l'audio.

Quando tornò a casa, lo disse a sua madre. La donna si abbassò alla sua altezza, le prese le mani e le spiegò che quella cosa non era niente. L'aveva sempre avuta. "Ogni persona è diversa dalle altre," le disse.

Era una spiegazione ragionevole, e lei si sentì abbastanza convinta. Eppure, da quel momento, accadde qualcosa di irreversibile. Non riusciva più a distogliere lo sguardo dalla propria gamba. Quando i genitori non c'erano, toccava quelle increspature della pelle che la accompagnavano dalla nascita. Sembravano mappe di un territorio che non riusciva più a comprendere.

Non parlò più dell'argomento con i genitori, ma pretese di non indossare più i calzoncini per la ginnastica. Voleva una tuta lunga. Sua madre comprese e l'accontentò. Una volta coperta l'imperfezione, le compagne smisero di fare domande.

Crescendo, le gonne sparirono dal suo armadio. Solo una volta ne indossò una molto lunga, per una particolare occasione (una serata elegante!) che ormai faticava quasi a ricordare. Mentre le sue amiche facevano a gara a mostrare gambe abbronzate e lisce, lei restava chiusa nei suoi pantaloni, come un segreto ben custodito.

Il vero problema arrivò con il primo ragazzo. Come dirglielo? Non trovò le parole. Quando il loro rapporto divenne più intimo, lei lo lasciò. Dall'oggi al domani, senza una spiegazione. Sparì e basta. Per molti anni non frequentò più nessuno. Quel difetto era diventato come un muro alto e liscio, impossibile da affrontare.

Poi incontrò un gran bravo ragazzo. Se ne innamorò e, sentendosi al sicuro, trovò il coraggio di rivelare il suo segreto. Lui non fece una piega. "Amo tutto di te," le disse. "Anzi, questo piccolo difetto ti rende ancora più speciale". Lei fu felice per un po'. Sembrava che l'incantesimo si fosse rotto. Ma una sera, dopo aver fatto l'amore, mentre erano nudi sotto le coperte, lui le chiese con una noncuranza che le fece male: "Hai mai pensato di fare una plastica?" Il suo dito scorreva proprio quelle increspature. Dopo poco tempo, dopo avere riflettuto bene, lei lo lasciò.

Seguì un periodo di crisi, che durò parecchio, poi incontrò un uomo più anziano. Era divorziato e premuroso. Sembrava che a lui non importasse nulla di quella sua imperfezione. Anzi, accarezzava e baciava quella pelle irregolare con una sorta di strana devozione. Eppure, dopo qualche mese, lui la lasciò per una ventenne dal corpo statuario e la pelle levigata.

Smise di cercare. Era convinta di suscitare repulsione. Forse era la pelle, o forse era qualcos'altro. Chissà qual era la vera ragione della sua solitudine. Non lo sapeva lei, e non c'è motivo per cui dovremmo saperlo noi.

Ora era anziana. Le increspature non erano più un pensiero fisso. Che senso avrebbe avuto? Seduta in veranda, guardava le proprie gambe. Le imperfezioni originarie si erano mescolate a quelle nuove, portate dal tempo. Erano diventate un'unica trama complessa e indistinguibile.

A volte la vita è così: si passa così tanto tempo a preoccuparsi di un graffio sul disco, che non ci si accorge che la musica, nel frattempo, è ormai finita.

 

 

giovedì 23 luglio 2026

OLTRAGGIO ELETTORALE

In democrazia, la legge elettorale rappresenta l'architettura portante dell'intero sistema: è il meccanismo cruciale che trasforma il voto dei cittadini in rappresentanza parlamentare. Proprio per questa sua natura costitutiva, toccare le "regole del gioco" richiede una cura istituzionale straordinaria, un dibattito sereno e, soprattutto, una condivisione ampia che vada oltre i confini della maggioranza di turno.

Modificare il sistema elettorale a un anno, o forse meno, dalle prossime consultazioni politiche appare invece come un’operazione del tutto inopportuna, sia nei tempi sia nei modi.

Cambiare la norma elettorale alla vigilia del voto trasmette un messaggio istituzionale devastante: quello di una forza di governo che adatta le regole della competizione per garantire la propria sopravvivenza ed evitare una sconfitta alle urne.

Quando un esecutivo riscrive il sistema di voto a ridosso delle elezioni senza l'accordo delle opposizioni, non sta facendo una riforma: sta compiendo una sorta di colpo di mano istituzionale.

I sistemi elettorali non dovrebbero mai essere utilizzati come uno strumento di autoconservazione del potere. Ciononostante, il testo ha appena completato il suo primo passaggio, incassando il via libera della Camera dei Deputati, pur tra clamorosi incidenti di percorso e forti tensioni in aula, e si appresta ora a passare all'esame del Senato.

Al di là del metodo, sono i contenuti stessi della riforma ad allarmare giuristi e costituzionalisti. Il testo approvato a Montecitorio presenta diversi aspetti che rischiano di infrangere i principi sanciti dalla nostra Costituzione.

Le Liste sono completamente bloccate. Il cittadino si trova nell'impossibilità di scegliere direttamente i propri rappresentanti (tramite le preferenze o collegi uninominali trasparenti). I parlamentari vengono di fatto "nominati" dai segretari di partito, privando gli elettori di quel rapporto diretto con l'eletto che garantisce un'effettiva rappresentanza (un principio già sanzionato in passato dalla Corte Costituzionale con la sentenza sul Porcellum).

Il Premio di maggioranza è abnorme. L'assegnazione di un bonus di seggi sproporzionato alla coalizione vincente, senza la previsione di una soglia minima di voti ragionevole, crea una grave distorsione del voto. Si rischia di trasformare una maggioranza relativa nel Paese in una maggioranza schiacciante in Parlamento, violando l'uguaglianza del voto dei cittadini.

Infine, è evidente la compressione delle prerogative del Capo dello Stato. Il testo prevede l'indicazione formale sulla scheda del "capo della coalizione" e quindi del candidato Premier. Questa previsione intacca direttamente la Costituzione, che attribuisce al Presidente della Repubblica la facoltà esclusiva di nominare il Presidente del Consiglio. Se il Colle, a seguito delle consultazioni o di stalli politici, dovesse individuare una figura diversa, si innescherebbe un pericoloso corto circuito istituzionale tra la volontà popolare "incapsulata" sulla scheda e il ruolo di garanzia del Capo dello Stato.

Riscrivere le norme elettorali per calcolo di bottega è un errore politico che l'Italia ha già commesso fin troppo spesso in passato. Un testo che svuota la libertà di scelta dell'elettore, altera la rappresentanza con premi spropositati e mette a rischio gli equilibri costituzionali tra le cariche dello Stato non fa il bene del Paese. L'augurio è che l'imminente passaggio al Senato serva a fermare una riforma spinta dalla sola frenesia di mantenere le poltrone, prima che a giudicarla debba essere, ancora una volta, la Corte Costituzionale.


martedì 21 luglio 2026

IL GUANTO NERO

Era estate e faceva molto caldo. Un mattino dove l'aria stessa sembrava tremare sotto il peso di un calore incombente. Le prime luci dell'alba cercavano di farsi strada tra le fronde degli alberi, eppure la temperatura era già soffocante. La giornata si preannunciava torrida. Come di solito, mi ero avviato per la mia passeggiata nel parco, un rituale metodico, scandito dalle mie abitudini ferree: un'ora di passo svelto, un giorno sì e uno no.

Stavo marciando da circa quindici minuti, il ritmo cadenzato dei miei passi l'unica compagnia in quel silenzio un po' opprimente, quando, appena oltrepassato il ponticello sul torrente, qualcosa catturò la mia attenzione. Sul bordo del sentiero giaceva un oggetto. Sebbene a malincuore - la mia consuetudine non prevedeva soste - mi arrestai e mi avvicinai.

Si trattava di un guanto. Un banale guanto di pelle nera. La sua presenza, tuttavia, rappresentava un'anomalia stridente in quella calura estiva. Nessuno indossava guanti a luglio, e di sicuro non lo aveva smarrito un motociclista, dato che il sentiero era percorribile soltanto a piedi. Fu un dettaglio singolare a suscitare un brivido che non aveva nulla a che fare con la temperatura. Il dito indice del guanto era proteso in avanti, rigido, mentre tutti gli altri erano ripiegati. L'immagine di una mano, gelida e inanimata, imprigionata in quel cuoio, si affacciò alla mia mente con una lucidità agghiacciante.

Avvicinai il piede, tastando con cautela. Con un sospiro di sollievo, lo sentii affondare: nessuna mano, solo l'illusione di una forma. Rassicurato, tornai a osservarlo con attenzione. Quell'indice, puntato con ostinazione, sembrava indicare una direzione, una via che però non era la mia. Giunto in quel tratto, d'abitudine svoltavo sempre a destra, in direzione un boschetto davvero delizioso, lontano dai rumori sordi del traffico che costeggiava il parco. Fino a quel giorno non avevo mai derogato a quella regola che mi ero imposto. Mai. La mia sistematicità mi rassicurava.

Quella volta, invece, qualche strano impulso mi spinse a cambiare. Contro ogni ragione, seguii l'indicazione muta del guanto. Il pentimento fu quasi immediato, accompagnato dalla consapevolezza della mia stupidità. Ma ormai era cosa fatta, l'orgoglio mi impediva di tornare sui miei passi, così avevo proseguito.

Dopo altri dieci minuti di cammino, la mia mente aveva già scacciato il pensiero del guanto, assorta nell'osservazione di un albero magnifico, uno dei pochi giganti solitari in quella parte altrimenti piuttosto brulla del parco. Rallentai, cercando di identificarlo, esaminando con attenzione tronco e foglie. All'improvviso un suono secco, seguito da uno schianto improvviso, mi fece alzare il capo. Un'enorme ramo, spesso quasi come un tronco, si era staccato. Non ebbi il tempo di reagire, né di comprendere in pieno. La sua ombra mi avvolse un istante prima che il buio mi inghiottisse.

Mentre il mio corpo veniva schiacciato, ebbi il tempo di un unico, fugace pensiero: quel giorno, il destino aveva assunto la forma di un guanto nero.

 

sabato 18 luglio 2026

IL SACRIFICIO DEL PESISTA

Il gessetto bianco sulle mani enormi di Adolfo Forzati sembrava farina su due pagnotte pronte per il forno. Con i suoi centoventi chili distribuiti su una corporatura imponente, Adolfo dominava la massima categoria (+110 kg) del sollevamento pesi nazionale. Era un atleta formidabile, uno di quelli che vedevano il sogno delle Olimpiadi a portata di mano. Eppure, dietro quella montagna di muscoli e lo sguardo mite, si nascondeva un uomo molto semplice, paralizzato da una timidezza cronica, soprattutto con le donne. La sua stessa stazza e una naturale goffaggine lo facevano sentire perennemente fuori posto, un elefante in un negozio di cristalli ogni volta che incrociava lo sguardo di qualche esponente del gentil sesso.

Quel giorno, la pedana della gara più importante dell'anno lo aspettava, ma Adolfo si sentiva spento. Il ferro dei bilancieri pesava più del solito. Certo, la vita sportiva andava a gonfie vele, ma tutto il resto era un deserto di solitudine. Una sottile depressione gli opprimeva il petto.

Mentre si concentrava per l’inizio della competizione, un brusio insolito scosse le tribune. C'era un'agitazione frenetica nel settore d'onore.

«Ma che succede lassù?» chiese Adolfo al suo allenatore, indicando con un cenno del capo la folla in movimento.

L'allenatore si voltò, sgranando gli occhi. «Non la riconosci?» esclamò tutto entusiasta, dandogli una pacca sulla spalla. «È la Presidente del Consiglio!»

Adolfo sollevò lo sguardo verso la tribuna autorità. Vide una donnetta minuta dai capelli biondi, quasi inghiottita e sovrastata da un cordone di uomini in giacca scura, massicci e guardinghi, che le stavano attorno. Adolfo non seguiva molto la politica, preferendo i fatti alle parole, ma dopo qualche istante la riconobbe. Negli spogliatoi, aveva sentito alcuni colleghi parlare molto bene di lei. Se la memoria non lo ingannava, dicevano che a quella donna stava immensamente a cuore la patria.

La patria, pensò Adolfo, sentendo una corda vibrare nel cuore. Anche a lui stava a cuore il proprio Paese; non perdeva mai occasione di ripetere a chiunque che si considerava un vero, autentico patriota.

D'un tratto, la figura bionda si mosse. Accompagnata dalla scorta, iniziò a scendere i gradini della tribuna, dirigendosi proprio verso la zona della pedana.

«Vuole salutare gli atleti!» annunciò l'allenatore, visibilmente emozionato.

A quelle parole, Adolfo sentì lo stomaco aggrovigliarsi. L'agitazione lo assalì all'improvviso: una donna, e per giunta così importante, stava per parlargli. La Presidente arrivò a passo sicuro. L'allenatore di Adolfo si fece avanti per primo, la salutò con un profondo inchino e le sussurrò qualcosa a bassa voce, indicando il suo campione.

Quando la donna giunse finalmente di fronte ad Adolfo, l'atleta si irrigidì come una statua di sale. Lei gli rivolse un primo, fugace sorriso, ma poi il suo volto divenne improvvisamente molto serio. Lo fissò negli occhi e, con tono solenne, gli disse: «Non manchi di onorare la patria!»

Adolfo sentì il sangue pompare violentemente al viso. Arrossì fino alla radice dei capelli e riuscì solo ad annuire goffamente. Che bella donna!, pensò, folgorato da quel carisma così minuto eppure così potente.

La gara ebbe finalmente inizio. Nonostante la tensione, Adolfo si comportò magnificamente. Alzata dopo alzata, la concorrenza si scremò fino a quando non rimasero in corsa per la vittoria soltanto lui e un fortissimo atleta kazako. Quest'ultimo, tuttavia, fallì le sue ultime alzate decisive, lasciando la strada spianata all'azzurro.

L'allenatore corse verso Adolfo, trionfante. «Puoi stare anche sotto il tuo primato personale e vincerai lo stesso! Gestiamo la misura, l'oro è tuo!»

Ma Adolfo non sentiva ragioni. Nella sua mente risuonavano solo quelle parole: Non manchi di onorare la patria. Lui non aveva fatto un semplice calcolo sportivo; aveva fatto una promessa. E un vero patriota non si accontentava di vincere per il rotto della cuffia. Voleva trionfare, voleva compiere un'impresa leggendaria per quella donna e per il suo Paese.

Rimaneva da fare la prova di slancio. Adolfo guardò i giudici del tavolo tecnico e ordinò la misura: duecentottanta chili. Un peso mostruoso, molto superiore al primato mondiale assoluto.

L'allenatore sbiancò. «No!» riuscì solo a gridare, stringendogli il braccio nel tentativo disperato di fermarlo.

Ma Adolfo non sentiva ragione. Il suo sguardo era fisso sul bilanciere. Non poteva deludere la Presidente.

Si avvicinò alla pedana. Il silenzio nel palazzetto divenne smisurato, carico di una tensione insostenibile. Adolfo si piegò, afferrò il bilanciere zigrinato e, con un ruggito primordiale, sollevò l'acciaio portandoselo al petto. Il carico era immenso. Il suo viso divenne immediatamente congestionato, paonazzo, le vene del collo gonfie come corde, mentre gocce di sudore copioso rigavano il pavimento.

Con un ultimo, disperato sforzo, Adolfo cercò di spingere il bilanciere sopra la testa. Ma la fisica fu più forte della volontà. L'alzata risultò sbilenca, asimmetrica. Un braccio cedette di colpo sotto quel peso disumano; immediatamente dopo, le gambe si piegarono all'indietro.

Il bilanciere lo travolse con tutta la sua furia distruttiva. La sbarra di ferro crollò rovinosamente, andandosi ad appoggiare con violenza inaudita direttamente sul collo dell'atleta, schiacciandolo contro la pedana. Il peso lo soffocò all'istante, spezzando ogni respiro prima ancora che i soccorritori e l'allenatore potessero intervenire per sollevare quel macigno.

Tra il silenzio attonito e l'orrore del palazzetto, il dramma si era consumato. La patria aveva un nuovo martire.

 

giovedì 16 luglio 2026

LA GRANDE IPOCRISIA LIBERALE

Nel dibattito pubblico contemporaneo, la parola "liberale" è diventata una sorta di espediente etico. Viene esibita come una patente di modernità, un distintivo da sfoggiare nei salotti televisivi e nei comizi elettorali per accreditarsi come moderati, aperti al futuro e difensori delle libertà individuali. Eppure, basta graffiare la superficie delle dichiarazioni di molti esponenti politici per far emergere una profonda e sconcertante ipocrisia.

Si assiste sempre più spesso allo spettacolo di politici che si autoproclamano "liberali puri", ma che alla prova dei fatti difendono posture etiche rigide, dogmatiche e violentemente ingenerose verso l'autonomia individuale. Ma cosa significa davvero essere liberali? E perché l'attuale narrazione politica ne rappresenta, quasi sempre, la caricatura?

Per comprendere l'entità della contraddizione odierna, è necessario fare un passo indietro e definire il liberalismo sul piano storico e concettuale.

Nato tra il XVII e il XVIII secolo, e legato al pensiero di filosofi come Locke, Montesquieu e John Stuart Mill, il liberalismo emerge come reazione all'assolutismo monarchico. La sua tesi di fondo è rivoluzionaria per l'epoca: l'individuo possiede diritti naturali e inalienabili (la vita, la libertà, la proprietà) antecedenti alla nascita degli stati.

Il compito fondamentale dello Stato non è quello di educare e dominare l'individuo, ma esclusivamente quello di garantire e tutelare i diritti fondamentali, ponendo limiti severi al proprio stesso potere (attraverso la divisione dei poteri). Nel suo senso più autentico, il liberalismo politico mette al centro la sovranità della persona: ognuno deve essere libero di perseguire la propria idea di felicità, purché non danneggi quella altrui.

All'estremo opposto del liberalismo si colloca lo statalismo.

Storicamente e concettualmente, lo statalismo è quella dottrina che considera lo Stato come l'attore primario, etico e centrale della società, superiore ai singoli individui che la compongono. Nelle sue forme più estreme (i totalitarismi del '900), lo Stato non si limita a governare, ma pretende di plasmare la morale pubblica, dirigere l'economia e stabilire cosa sia "giusto" o "naturale" per i cittadini.

Nello statalismo, l'individuo non ha diritti in quanto persona, ma riceve concessioni in quanto suddito o cittadino sottoposto all'autorità statale. Lo Stato diventa una figura paterna (o padrona) che sa meglio del singolo ciò che è bene per lui.

È proprio nel confronto tra liberalismo e statalismo che l'ipocrisia di certa politica viene a galla. Molti leader si dicono liberali, ma quando il dibattito si sposta sul terreno dei diritti civili ed etici, si trasformano nei più feroci sostenitori dell'ingerenza statale.

Prendiamo due temi cruciali della modernità, iniziando dai diritti delle famiglie omogenitoriali. Un vero liberale ritiene che lo Stato debba rimanere neutrale di fronte alle scelte affettive e familiari dei cittadini, limitandosi a tutelare i diritti dei singoli e, soprattutto, dei minori. Al contrario, la sedicente politica liberale pretende che lo Stato intervenga per stabilire quale formato familiare sia "accettabile" e quale no, negando il riconoscimento giuridico a legami affettivi consolidati e discriminando i bambini in base alla nascita.

Poi, il fine vita e l'eutanasia. Non c'è nulla di più intimo e personale della gestione della propria sofferenza e della propria morte. Eppure, chi si dice liberale spesso invoca leggi statali proibitive per imporre l'obbligo biologico di soffrire, pretendendo che sia la burocrazia o la morale di Stato a decidere come e quando una persona possa porre fine alle proprie pene.

In questi ambiti, la maschera cade: chi si professa liberale agisce da statalista, chiedendo alle istituzioni di dettare regole morali su come si deve vivere, amare e morire.

Se questi politici rifiutano il liberalismo sul piano dei diritti e della libertà individuale, perché continuano a definirsi tali? La risposta risiede in un equivoco fondamentale (spesso voluto) tra due termini: liberalismo e liberismo.

Mentre il liberalismo è una dottrina ad ampio spettro che riguarda la tutela delle libertà civili, politiche e umane, il liberismo riguarda unicamente la sfera economica e la deregolamentazione dei mercati.

La verità è che un'ampia classe politica "pseudo-liberale" ha spogliato il liberalismo di tutto il suo valore etico e civile, riducendolo a mero liberismo economico d'interesse.

Per questi esponenti, la libertà non è il diritto dell'individuo di autodeterminarsi, ma la pretesa di fare gli affari propri senza alcuna regola, controllo o dovere sociale.

Si pretende uno "Stato minimo" o assente quando si tratta di pagare le tasse, rispettare le normative ambientali o garantire i diritti dei lavoratori.

Si invoca invece uno "Stato massimo" e poliziesco quando si tratta di controllare i corpi, giudicare gli orientamenti sessuali, vietare l'autodeterminazione medica o limitare il dissenso.

Si tratta di una visione opportunistica: anarchia e nessuna regola per i propri profitti e per i propri privilegi, statalismo prescrittivo e repressivo per la vita personale e i diritti degli altri.

Essere liberali è una responsabilità complessa e coerente. Non si può essere liberali a intermittenza: non si può chiedere la deregolamentazione del mercato finanziario la mattina e invocare l'intervento dello Stato per vietare il matrimonio egalitario o il testamento biologico il pomeriggio.

La politica che oggi si autodefinisce liberale, ma che usa lo Stato per limitare le libertà civili ed evitare i doveri fiscali, ha tradito la grande lezione dell'Illuminismo e del pensiero moderno. Non sono liberali: sono semplicemente conservatori sui diritti ed egoisti sull'economia. Ed è tempo che il dibattito pubblico inizi a chiamarli con il loro vero nome.