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giovedì 2 luglio 2026

IL FANTASMA DEL MARACANAZO - Quarta parte

L’aria nell'appartamento era diventata irrespirabile, satura di un’elettricità statica che faceva rizzare i peli sulle braccia di Vitor. Lo smartphone del ragazzo, abbandonato sul tavolo, si era spento: lo schermo era nero, come se la batteria fosse stata improvvisamente drenata da quella forza invisibile che governava la stanza.

Dalle casse dell'Ampex non usciva più solo la voce del radiocronista. Ora si percepiva nitido il rumore dei tacchetti sul fango, il fischio d’inizio della ripartenza, le urla disperate dei difensori uruguaiani che perdevano le posizioni. Il passato stava sfondando le pareti del presente.

«...Ottantanovesimo minuto! Ottantanovesimo! Il tempo stringe, il Brasile getta il cuore oltre l'ostacolo. Barbosa è uscito dalla sua porta, è quasi a metà campo, serve Bauer...»

Alcir era scivolato leggermente in avanti sulla poltrona. Il suo volto non aveva più rughe di dolore; era teso nello sforzo supremo di un uomo che sta spingendo un masso enorme su per una montagna con la sola forza del pensiero. Le sue labbra si muovevano in sincrono con la registrazione d'epoca, ripetendo le stesse parole che la sua controparte del 1950 stava urlando al microfono.

«Bauer... dallo a Zizinho...» sussurrò l'anziano con un filo di voce.

E sul nastro: «...Bauer vede Zizinho libero sulla trequarti! Zizinho controlla con il petto, salta Varela con un sombrero pazzesco! Che giocata, signori, che giocata! Il Maracanã è in piedi, duecentomila persone spingono questo pallone verso l'area di rigore!...»

«Ci siamo», mormorò Alcir, e un sorriso quasi infantile gli illuminò per un secondo il viso pallidissimo. «Guarda, Vitor... guarda come corrono.»

Vitor non vedeva nulla se non la polvere che danzava nel fascio di luce della lampada, ma giurò a se stesso che in quel momento sentì l'odore dell'erba calpestata e dei fumogeni. Voleva fermare tutto, voleva salvare quel vecchio che stava svanendo davanti ai suoi occhi, ma si sentiva paralizzato da un rispetto sacro, quasi religioso. Era testimone della riscrittura di un mito.

«...Novantesimo! L'arbitro Reader guarda il cronometro, ha il fischietto in bocca! È l'ultima azione! Zizinho allarga per Friaça... Friaça controlla sulla fascia destra, converge al centro... salta Andrade... salta anche Tejera! Friaça è in area! È solo davanti a Máspoli!...»

La voce del giovane Alcir nel magnetofono raggiunse una nota acuta, disperata, una frequenza che fece vibrare i vetri delle finestre di Rua General Glicério. Era la voce di un intero paese che chiedeva riscatto per una ferita mai rimarginata.

«...Friaça prende la mira... il tiro... IL TIROOOO...»

Alcir si alzò in piedi. Fu un movimento fluido, impossibile per un novantenne malato. Si tese verso il soffitto, stringendo i pugni, con gli occhi spalancati e improvvisamente lucidi, liberi dalla nebbia .

«...GOOOOOOOOOOOOL!!!! GOOOOOOOOOOOOL DEL BRASILE!!! FRIAÇA!!! AL NOVANTESIMO! IL MARACANÃ ESPLODE! IL BRASILE È CAMPIONE DEL MONDO!!!»

Dalle casse dell'Ampex eruppe un boato di proporzioni bibliche. Non era più il silenzio della storia. Era il ruggito di duecentomila anime che celebravano la vittoria più grande di sempre. Un suono così potente da far tremare il pavimento sotto i piedi di Vitor.

Alcir rimase immobile per tre secondi, i pugni al cielo, il petto che si gonfiava di quell'urlo primordiale. Poi, come se una corda tesa da tanti anni si fosse improvvisamente spezzata, le sue forze lo abbandonarono.

Cadette all'indietro sulla poltrona, mentre il nastro continuava a trasmettere la festa immortale di un 1950 che non era mai esistito.  (continua)

 

mercoledì 1 luglio 2026

IL FANTASMA DEL MARACANAZO - Terza parte

Vitor sentiva il sudore colargli lungo la schiena, e non era solo per l'aria condizionata spenta. Forse l'impianto era rotto. Fece un passo indietro, liberandosi finalmente dalla presa di Alcir. Il vecchio lasciò cadere il braccio lungo il fianco della poltrona. Sembrava esausto.

Il nastro continuava a girare con un sibilo costante, ma ora trasmetteva solo un lungo, indistinto mormorio della folla. Eravamo al minuto ottantatre.

«Lei lo sa cosa significa questo, vero?» disse Vitor, la voce che gli tremava. «Se questo nastro è autentico, lei ha tra le mani la prova di... di un'altra linea temporale. Di un miracolo. O di una allucinazione collettiva registrata su nastro.»

Alcir tossì di nuovo, un suono debole, cavernoso. Quando sollevò la testa, Vitor notò con un brivido che il viso del vecchio sembrava più scavato rispetto a dieci minuti prima. Le sue guance erano insolitamente pallide, quasi trasparenti alla luce fievole della lampada.

«Non è un'altra linea temporale, ragazzo», sussurrò Alcir, e la sua voce sembrava aver perso la sua risonanza , era ridotta a un filo di vento. «È il peso del rimpianto. Per tutti questi anni ho rivissuto ogni singolo secondo di quel pomeriggio. Cosa avrei dovuto dire? Come avrei dovuto incoraggiare la squadra anziché arrendermi al silenzio? Ogni notte, quando chiudevo gli occhi, io giocavo quella partita nella mia testa. Modificavo un passaggio, spostavo un difensore, urlavo più forte.»

Il vecchio indicò la bobina che ruotava lentamente.

«Il nastro magnetico è fatto di ossido di ferro, Vitor. Reagisce ai campi magnetici. E la mente umana, quando è consumata da un'ossessione così pura, genera un campo che la fisica non sa ancora spiegare. Ho custodito questa bobina vicino al mio letto per tutta la vita. Ogni mio sogno, ogni mio rimpianto, è colato dentro quella plastica.»

Dalle casse dell'Ampex, la radiocronaca riprese bruscamente. La voce del giovane Alcir era tornata potente, ma c'era qualcosa di strano: il tono del telecronista del 1950 sembrava nutrirsi dell'energia del vecchio seduto sulla poltrona. Più la voce sul nastro diventava squillante e disperata, più l'Alcir del presente sembrava rimpicciolirsi, svuotarsi.

«...minuto ottantacinque! L'Uruguay è arroccato nella propria area, Tejera respinge di testa, ma la palla è ancora nostra! Jair controlla, vede lo scatto di Friaça...»

«Senhor Alcir, la prego, spegniamo questa macchina», disse Vitor, facendo un passo avanti, terrorizzato dallo stato fisico dell'anziano. «Lei sta male. Ha le mani gelate. Chiamo un'ambulanza.»

«No!» Il grido di Alcir, per quanto debole, fu perentorio. «Se spegni adesso, mi lasci nel silenzio del 1950 per l'eternità. Mancano cinque minuti, Vitor. Solo cinque minuti. Voglio sentire se ce la facciamo. Voglio sentire la fine.»

Vitor, sempre più sconcertato,  guardò lo schermo del suo smartphone. Aggiornò in maniera compulsiva la pagina di Wikipedia del match. Niente. Storicamente, il Brasile aveva già perso. Ma in quella stanza, l'ossigeno sembrava bruciare a un ritmo diverso. Il nastro si stava spingendo dove nessun uomo era mai arrivato: stava riscrivendo la disperazione di un intero popolo.

«...Friaça! Entra in area! È solo davanti a Máspoli! Friaça... viene buttato giù! È calcio di rigore? No! L'arbitro fa cenno di proseguire! Il Maracanã urla al complotto!»

Alcir, sulla poltrona, portò una mano al petto, stringendo la camicia logora. Il suo respiro era un rantolo. Il tempo stringeva, per il Brasile e per la sua vita.  (continua)

 

martedì 30 giugno 2026

IL FANTASMA DEL MARACANAZO - Seconda parte

Il fruscio del nastro riempiva l’appartamento come il rumore del mare in una conchiglia. Vitor teneva gli occhi fissi sulle due bobine che giravano ipnotiche. Dalle casse del magnetofono, la voce del giovane Alcir del 1950 era un concentrato di energia nervosa, tesa, quasi elettrica.

«...Ademir scambia con Zizinho, il Maracanã è una polveriera, signori! Mancano poco più di dodici minuti alla fine del match. Uruguay uno, Brasile uno. Ricordiamo che con questo risultato il Brasile è Campione del Mondo per la prima volta nella sua storia!...»

Vitor conosceva quel minuto per minuto a memoria. Aveva letto ogni saggio, visto ogni documentario. Sapeva esattamente cosa stava per succedere: al minuto settantanove, l’uruguaiano Alcides Ghiggia avrebbe ricevuto il pallone sulla fascia destra, avrebbe finto il cross e avrebbe calciato sul primo palo, beffando il portiere brasiliano Moacir Barbosa. Da quel momento, il destino del calcio brasiliano sarebbe cambiato per sempre.

Il vecchio Alcir, sulla sua poltrona, aveva reclinato la testa all'indietro. I suoi occhi spenti erano chiusi, ma le sue palpebre vibravano, come se stesse sognando a occhi aperti.

«...Attenzione a Ghiggia! Ghiggia avanza sulla destra, supera Bigode... Barbosa accenna l'uscita... Ghiggia calcia... RETE! Gol dell'Uruguay. Ghiggia.»

La voce del giovane Alcir nella registrazione si incrinò. E poi, il miracolo al contrario. Il boato immenso del Maracanã crollò all'istante, sostituito da un silenzio così denso che Vitor, nell'appartamento di Rua General Glicério, si sentì mancare l'aria. Era il rumore di duecentomila persone che smettevano di respirare nello stesso momento.

Vitor guardò il vecchio. Una lacrima sottile, trasparente, rigava la guancia rugosa di Alcir.

Il nastro continuò a scorrere. Nella storia ufficiale, dopo quel gol, il Brasile era caduto in uno stato di trance catatonica, incapace di reagire fino al fischio finale. Ma dall'altoparlante dell'Ampex, la voce del giovane Alcir riprese, seppure tremante.

«Il Brasile rimette la palla al centro... i ragazzi sono distrutti, ma il pubblico... no, il pubblico non canta più, ma guardate Danilo! Danilo urla, scuote la squadra. Passaggio arretrato per Bauer. Bauer lancia lungo verso l'area uruguaiana... Obdulio Varela intercetta, ma commette fallo! Calcio di punizione per il Brasile dal limite dell'area!»

Vitor scattò sulla sedia. Allungò la mano verso il magnetofono, ma il vecchio Alcir lo bloccò con uno scatto felino, afferrandogli il polso con una forza insospettabile per la sua età. Le sue dita erano gelide.

«No. Lascialo andare», sussurrò il vecchio.

«Senhor Alcir... questo è impossibile», disse Vitor, con il cuore che gli batteva contro le costole. Estrasse lo smartphone dalla tasca con la mano libera, le dita che tremavano sullo schermo mentre cercava freneticamente i tabellini ufficiali della FIFA sul sito della federazione. «Non c'è mai stata una punizione dal limite al minuto ottantuno. Mai. Il Brasile non ha più superato la metà campo dopo il gol di Ghiggia. Ho visto i filmati restaurati cento volte!»

«I filmati mostrano la realtà di chi ha accettato la sconfitta», rispose Alcir, senza mollare la presa sul polso del ragazzo. La sua voce era inquietantemente calma. «Ma questo nastro... questo nastro è fatto della materia di chi non si è mai arreso. Ascolta.»

Dalle casse, la voce del radiocronista del 1950 saliva di tono, trasportata da un'improvvisa, inspiegabile folata di vento che gracchiava nel microfono d'epoca.

«...Chico sul pallone... la barriera dell'Uruguay è a meno di nove metri, l'arbitro Reader fatica a tenere l'ordine... Chico parte... il tiro! Fuori di un soffio! Signori, il Brasile è vivo! È vivo!»

Vitor fissò lo smartphone. La pagina web di Wikipedia sul Mondiale del 1950 era immobile, fissa sulle parole: Brasile 1, Uruguay 2. Marcatori: Friaça (B), Schiaffino (U), Ghiggia (U).

Eppure, nell'aria pesante di quella stanza, il tempo si stava spaccando in due.  (continua)

 

lunedì 29 giugno 2026

IL FANTASMA DEL MARACANAZO - Prima parte

Il terzo piano di Rua General Glicério puzzava di caffè vecchio e umidità tropicale. Fuori, il pomeriggio di Rio de Janeiro ribolliva a trentotto gradi, ma dentro l’appartamento di Alcir il tempo sembrava essersi fermato.

Vitor spense il registratore digitale che teneva in mano. Il led rosso smise di lampeggiare.

«Quindi lei mi sta dicendo che quella bobina non è nell'archivio della Rádio Nacional

Dall'oscurità della poltrona in velluto logoro, un colpo di tosse secca anticipò la risposta. Alcir non si muoveva molto. Aveva novantadue anni, le mani nodose come radici e due occhi lattiginosi, che fissavano un punto imprecisato della parete, esattamente sopra la testa di Vitor.

«La Rádio Nacional pensava che l'avessi persa nel tragitto tra lo stadio e la redazione, quella notte», disse il vecchio. La sua voce era un sussurro raschiante, ma manteneva ancora quella cadenza ritmica, quasi musicale, tipica dei vecchi cronisti di una volta.

«Dissero che nella confusione del Maracanã qualcuno l'aveva rubata. O che io, nella disperazione, l'avessi gettata nel canale. Hanno scritto persino questo nelle biografie. Idioti.»

Alcir tese un braccio tremante verso il tavolino basso che li separava. Le sue dita, guidate da una memoria cieca e millimetrica, sfiorarono la scocca grigia di un vecchio magnetofono Ampex a valvole. Accanto all'apparecchio, custodita in una scatola di cartone ingiallito dal tempo, c'era una bobina di nastro magnetico da un quarto di pollice. Sul coperchio, una grafia elegante a penna stilografica riportava una data: 16.07.1950.

Vitor sentì il cuore accelerare. Come podcaster indipendente, aveva passato tre anni a scavare negli archivi sportivi sudamericani. Tutti sapevano che i minuti finali della radiocronaca del Maracanazo, il gol di Ghiggia, il fischio finale dell'arbitro Reader, il silenzio tombale dei duecentomila spettatori, erano andati perduti, sostituiti nelle repliche storiche da registrazioni successive o frammenti alterati.

«Perché l'ha tenuta nascosta per tutto questo tempo, senhor Alcir?» chiese Vitor, sporgendosi in avanti.

Il vecchio sorrise, ma fu un movimento amaro, che gli tese la pelle del viso come una pergamena. «Perché il silenzio fa male, ragazzo. Ma quello che c'è dentro questo nastro fa molta più paura.»

Alcir accarezzò il bordo della bobina di plastica, prima di proseguire.

«Tutti ricordano il silenzio del Maracanã dopo il secondo gol dell'Uruguay. Un silenzio che ha ucciso delle persone, che ha stroncato cuori sulle tribune. Io ero lì, con il microfono in mano, e non riuscivo a parlare. Ma la mia mente... la mia mente continuava a trasmettere. E questo nastro ha registrato qualcosa che non era nell'aria, ma che era dentro di me.»

Con un gesto sorprendentemente fermo, il vecchio premette il tasto Play del magnetofono. Le valvole dell'apparecchio si illuminarono di una debole luce calda, arancione. Ci fu uno schiocco secco, poi il fruscio profondo del nastro che cominciava a scorrere sulle testine.

Dalle casse di bachelite dell'Ampex, come un fantasma che si sveglia dopo un sonno durato più sessant'anni, emerse il rumore bianco di una folla oceanica. Centinaia di migliaia di voci umane fuse in un unico, mostruoso battito cardiaco.

E poi, nitida e giovanile, la voce di Alcir del 1950 eruppe nella stanza: «...palla a centrocampo, l'Uruguay stringe le maglie, ma il Brasile non è morto, signori, il Brasile spinge ancora!...»

Vitor trattenne il fiato. L'ossessione stava per cominciare. (continua)

 

sabato 27 giugno 2026

NON E' UN POSTO PER BIPEDI

Il termometro sul balcone segnava quarantatré gradi, ma dentro quel piccolo bilocale al terzo piano sembrava che le pareti trasudassero magma. Quell'estate non era semplicemente calda; era un’anomalia feroce, un blocco d'aria africana che aveva sigillato la città in una morsa di piombo e afa. L’aria era così densa e surriscaldata che respirarla faceva quasi male ai polmoni.

Sergio, pensionato da ormai sette anni, passava le giornate immobile sulla poltrona, con le finestre sbarrate e le tapparelle abbassate, nel vano tentativo di difendersi da quel mostro invisibile.

Quando capì che la sua stessa salute era a rischio, si decise. Con un sospiro pesante sul portafogli, ordinò online un condizionatore portatile, un piccolo cubo bianco su rotelle che prometteva miracoli.

Il pacco (un po' pesante, per la verità) arrivò il giorno successivo. Sergio lo sballò a fatica, collegò il tubo di scarico alla finestra socchiusa come da istruzioni, sigillò la fessura con il nastro adesivo e lo accese. L’apparecchio emise un forte rombo, simile a quello di un vecchio aeroplano, e iniziò a sputare aria.

Tuttavia, fin da subito, Sergio ebbe dei dubbi. L'apparecchio faceva un gran baccano, ma la stanza faticava a rinfrescarsi. Poi, per puro caso, chinandosi a raccogliere il telecomando caduto sul pavimento, notò una cosa strana: laggiù si stava benissimo.

Si alzò in piedi e la cappa di calore lo investì di nuovo, soffocante. Si abbassò di nuovo: fresco. Sperimentando con la mano, scoprì la verità: l'aria era fresca e respirabile, ma soltanto fino a circa un metro e mezzo da terra. Da quell'altezza in su, la stanza rimaneva un inferno torrido.

Sergio si sedette sul pavimento, appoggiando la schiena al divano, e cercò di capire. Facendo ricorso ai suoi ormai lontani ricordi scolastici di fisica, la spiegazione gli apparve chiara. Quel condizionatore, economico e poco potente, non aveva la forza di miscelare l'aria dell'intero ambiente.

Secondo le leggi della termodinamica, l'aria fredda, essendo più densa e pesante, tende a scendere e a stratificarsi verso il basso. Al contrario, l'aria calda, più leggera per via della minore densità delle sue molecole, si espande e occupa la parte alta dell'ambiente.

Il piccolo elettrodomestico creava semplicemente un "laghetto" di aria fresca sul pavimento, lasciando immutata la cappa rovente soprastante.

Non c'era niente da fare, i soldi per un impianto professionale non li aveva. Eppure, in qualche modo, occorreva sopravvivere. Fu così che Sergio, poco alla volta, scelse di adattarsi.

Iniziò a comportarsi come se il suo appartamento avesse un soffitto alto solo un metro e mezzo. All'inizio provò a camminare accovacciato, ma la sua schiena dolente, logorata dagli anni, protestò violentemente dopo appena dieci minuti. C'era un'unica soluzione fattibile: rassegnarsi a muoversi per l'alloggio a quattro zampe.

Nel giro di pochi giorni, Sergio sviluppò una routine perfetta in quella nuova dimensione geometrica.

Dispose i suoi piatti direttamente sul pavimento di ceramica, mangiando carponi come una creatura della foresta.

Guardava la televisione steso a terra sul tappeto, sdraiato su un fianco, sollevando la testa quel tanto che bastava per non superare la linea invisibile del fresco.

Toglieva la polvere e lavava i pavimenti usando uno straccetto corto, muovendosi agilmente sulle ginocchia protette da due vecchie imbottiture per il giardinaggio.

I libri e le parole crociate venivano consumati rigorosamente pancia a terra, con i gomiti puntati sul pavimento.

Quella memorabile estate fu lunga, lunghissima, un susseguirsi di settimane passate a ridosso delle piastrelle. Ma alla fine, come tutte le cose, anche quel caldo infernale finì. A metà settembre una perturbazione atlantica spazzò via l'afa, riportando le temperature a livelli umani.

Sergio, finalmente libero dall'incubo del colpo di calore, poté di nuovo uscire di casa senza temere per la sua salute. Le sue articolazioni si erano ormai abituate a quella bizzarra postura estiva, ma l'aria frizzante dell'autunno in arrivo lo invitava a muoversi. La prima persona alla quale decise di andare a fare visita, naturalmente, fu suo figlio.

Arrivato da lui, prese l'ascensore. Premere il pulsante del terzo piano era stata un'impresa.

Davanti alla porta del figlio, allungò la mano verso il campanello. Anche lì, fare pressione su quel bottone gli costò uno sforzo immenso di coordinazione.

La porta si aprì con un clic.

Suo figlio si stagliò sulla soglia, guardò dritto davanti a sé, non vide nessuno e poi, confuso, abbassò gli occhi verso il basso.

«Papà... ma perché stai in quella posizione?» disse, fissando il padre che lo guardava sorridente, saldamente appoggiato sulle mani e sulle ginocchia sul tappetino dell'ingresso.


giovedì 25 giugno 2026

OMBRE E NEBBIA (3) - I RACCONTI

Un sintetico riassunto dei racconti del libro:

Il cappotto del ladro

Un giovane borsaiolo di Whitechapel trova un cappotto abbandonato, senza sapere a chi era appartenuto...

Ritratto d’artista

Un mercante d’arte acquista un quadro inquietante, il cui soggetto sembra respirare e soffrire.

Il campo dei dannati

Un contadino povero scopre che nel suo campo sono stati sepolti ladri giustiziati.

Il macellaio di Whitechapel

Un apprendista si accorge che il macellaio per cui lavora vende carne molto particolare.

Il piano di sopra

Due uomini passano la notte in una casa di campagna priva di scala per il piano superiore, da cui però provengono passi e voci.

Il doppio di Gutter Lane

Uno scienziato crea un duplicato di sé stesso con una macchina sperimentale.

La bestia di Blackwood

Un giovane poliziotto indaga su una creatura che sbrana animali e uomini nella brughiera.

Il gatto della signora Liddell

Una vedova vive isolata con un misterioso gatto nero.

La scala

Un uomo esplora una casa abbandonata e trova una misteriosa scala che scende in strane stanze.

La lavandaia di Spitalfields

Una lavandaia dalla strana natura, oppressa dalla miseria, decide di vendicarsi delle ingiustizie sociali.

Il pozzo nel cortile

Un giovane conte recupera nel pozzo della sua tenuta oggetti singolari.

La locanda (Hic Est Requies)

Una donna in viaggio trova rifugio dalle intemperie in una locanda dove alloggiano solo donne.

Il sarto di Galloway Lane

Un sarto cieco cuce abiti per i poveri usando stoffe di dubbia provenienza.

Il ladro di cadaveri

Un uomo trafuga cadaveri per venderli a strane persone.

La tomba di Mrs. Penrose

Una giovane governante fa una terribile scoperta.

Il pianoforte di Lady Whitemore

Una pianista viene invitata in una villa per suonare un inquietante pianoforte.

L'uomo nuovo

Un medico, caduto in disgrazia, intende creare un corpo perfetto.

L'ultimo plenilunio del dottor Thorne

Il dottor Elias Thorne, medico solitario di Pennyfields, viene coinvolto in una vicenda misteriosa da una giovane e graziosa donna della quale si innamora.

Disponibile, in versione cartacea e digitale, su Amazon e in tutte le principali librerie online.


martedì 23 giugno 2026

VENDETTA MANCATA

Il sole picchia sulla facciata della Pensione Miramare. È un edificio a tre piani, con l'intonaco giallo sbiadito dal sale e tapparelle verdi che non si chiudono mai bene. La mia stanza ha un letto singolo, un armadio di formica e una finestra che dà sul retro, sopra le cucine. Vengo qui ogni giugno. Costa poco e nessuno mi fa domande.

Il quarto giorno la vedo entrare nella sala da pranzo. È sola.

Si siede al tavolo d'angolo, due file più in là del mio. Ha i capelli neri, tinti, portati lisci e lunghi con la frangia dritta sulla fronte. Lo stesso taglio di trent'anni fa. Porta un abito di lino azzurro, stirato alla perfezione, e scarpe aperte con un tacco alto e sottile. Sembrano costose, chissà come fa a permettersele, con la pensione che ci ritroviamo.

L'ho riconosciuta. È Ornella, la mia ex collega di reparto.

All'epoca eravamo entrambi liberi. Le avevo fatto la corte per mesi. Biglietti sul tavolo, inviti a cena, rose lasciate sul parabrezza della sua auto. Niente da fare. Era una bella donna, Ornella. Aveva la fila fuori dalla porta e me lo faceva pesare con un sorriso distaccato, quasi divertito. Mi diceva sempre di no.

Ora è invecchiata. Le braccia sono un po' molli, la pelle sotto il mento ha ceduto, ma il fascino è rimasto.

Per i primi due giorni facciamo finta di niente. Ci incrociamo nel corridoio e guardiamo altrove. Poi, la terza mattina, vicino alla macchina del caffè, ci guardiamo negli occhi.

«Ma tu sei...» dice lei, stringendo le labbra.

«Ornella? Non ci posso credere», dico io.

Fingiamo. Un tacito accordo per non ammettere che ci stavamo studiando fin dal primo momento.

Io mantengo le mie abitudini. Sveglia alle sei, passeggiata sul bagnasciuga prima che arrivi la calca, pranzo all'una, riposino con il ventilatore acceso, due ore in spiaggia, cena alle otto. Poi un altro giro sul lungomare e a letto presto.

Non controllo cosa fa lei, ma capita di incrociarsi. Ci sediamo sulle poltrone di vimini del giardinetto della pensione.

Rievochiamo i vecchi tempi. Parliamo dei colleghi, dei capi, delle macchinette del caffè sempre guaste. Più passano i giorni, più i nostri incontri diventano regolari.

Un pomeriggio ci troviamo in spiaggia contemporaneamente. Lei indossa un costume intero nero, molto elegante. Io ho i miei soliti calzoncini blu. All'inizio c'è imbarazzo. Ci guardiamo i corpi. Io ho la pancia, le vene varicose sulle gambe. Lei ha i segni del tempo sui fianchi, la pelle del petto rovinata dal sole. Ci vergogniamo della nostra vecchiaia. Poi ci sediamo sulle sdraio e il turbamento passa.

Ricordo com'era da giovane. La pelle tesa, il profumo che usava. Adesso è diversa, certo. Ma sono diverso anch'io. Inutile pensarci.

Al sesto giorno, lei si avvicina al mio tavolo.

 «Senti», dice. «Visto che siamo tutti e due soli, non ha senso mangiare separati. Ti andrebbe di dividere il tavolo?» Ci penso un attimo. Guardo la macchia di sugo sul mio tovagliolo. «Va bene», dico. «Perché no».

Da quel momento pranziamo e ceniamo insieme. La colazione no, Ornella si alza tardi, quando io ho già fatto chilometri sulla sabbia. Il soggiorno passa così, in modo piacevole. Si parla del menu, del tempo, del mare pulito.

Il penultimo giorno, subito dopo pranzo, restiamo un po' a tavola a bere il caffè.

«Ho una richiesta da farti», dice lei. Lo dice con una naturalezza disarmante, come se mi stesse chiedendo di passarle il sale.

«Visto che è l'ultima notte, ti andrebbe di dividere il letto con me?»

Resto immobile. Sento il rumore delle stoviglie che la cameriera sparecchia in cucina. Mi si stringe lo stomaco.

«Ci devo pensare», dico. Lei sorride appena, un cenno leggero della testa.

«Va bene. Fammi sapere».

Si alza, i tacchi battono regolari sul pavimento. Io resto seduto a guardare la tazzina vuota.

Ci penso tutto il giorno.

Perché dovrei accettare? mi chiedo. Mi ha rifiutato per anni. Mi ha trattato come se fossi trasparente quando era giovane e bella, quando aveva l'imbarazzo della scelta. Adesso invece è vecchia. Sì, nella mia testa uso proprio questa parola: vecchia. Anche se è ancora piacente, adesso nessuno la cerca più. E allora usa me come rimpiazzo. Come ruota di scorta.

No, bella mia, penso, guardando le onde. Ti sbagli. Forse non mi conosci bene. Io sono una persona orgogliosa. Ho la mia dignità. Una volta ti sei divertita a fare la preziosa, adesso tocca a me.

A cena sono nervoso. Taglio la carne con troppa forza. Non parlo. Ornella mi guarda. Mi studia per tutto il tempo, in silenzio, mentre beve il suo mezzo bicchiere di vino bianco.

Alla fine del pasto, la cameriera porta via i piatti. Ornella appoggia i gomiti sul tavolo e mi fissa.

«Allora», dice. «Che cosa hai deciso per stanotte?»

Prendo un respiro profondo. Ho la risposta pronta sulla lingua. Un "no" secco, pulito, per restituirle tutto l'orgoglio che mi aveva tolto trent'anni fa. Per vendicarmi. Sto per dirlo.

Poi la guardo. La luce gialla della sala da pranzo taglia di sbieco il suo viso. La frangia le copre la fronte allo stesso modo. Nei suoi occhi c'è una sfumatura che conosco, una solitudine che è identica alla mia. Di colpo, non vedo più la donna anziana che ho davanti. Vedo la donna di tanti anni prima, quella che mi faceva battere il cuore nei corridoi dell'ufficio. È la stessa. Siamo gli stessi.

«Sì», dico.