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martedì 3 febbraio 2026

SCUOLA OCCUPATA

Otto meno un quarto del mattino. Sono di fronte alla scuola. Non è ancora entrato nessuno; gli studenti sono tutti ammassati all'esterno, una parte davanti al cancello dell’istituto, gli altri vicino al bar-cartoleria.

Mi raggiunge Giuliano, in ritardo come sempre.

"Che succede?" chiede.

"Non lo so. Forse non si entra" dico.

"Perché?" Scrollo le spalle. Non ne ho idea. Poi scorgo Nina e Floriana, due compagne di classe. La prima è una delle responsabili del collettivo degli studenti: lei saprà di certo qualcosa.

"Vieni" dico a Giuliano. Lui mi segue come un cagnolino.

Ci avviciniamo alle ragazze. Nina, nonostante il freddo, indossa solo il solito maglione senza nient'altro sopra. Sembra addirittura accaldata, ha le maniche rimboccate. Anche i jeans sono quelli di sempre, quelli che si vanta di lavare una volta al mese.

"C'è sciopero?" le chiedo. Lei annuisce. "Per la faccenda di Lama?" domando ancora. Nina scuote il capo.

"E chi se ne fotte di quel porco di Lama. C'è stato un caso di epatite virale. Il preside, quello stronzo, si rifiuta di far sanificare le aule".

"Ah! Quindi non si entra?" Lei non risponde neppure, mi rivolge solo un'occhiataccia. Abbasso lo sguardo e noto i suoi avambracci color bronzo, coperti da lunghi peli neri. Nina dice sempre che depilarsi è da borghesi, e ci tiene a precisare che lei non lo fa da nessuna parte. Proprio da nessuna, ripete maliziosa. Quando fa quei discorsi mi mette sempre in imbarazzo.

Torno al presente e noto Floriana che, accanto a lei, mi sorride e scuote la testa: no, non si deve entrare. "Va bene, ho capito" dico. "Voi che fate adesso?"

"Devo vedere Antonio, tornerò nel pomeriggio per l'occupazione" mi liquida Nina. Antonio è uno dei suoi tanti fidanzati, un universitario alto e barbuto, sempre troppo serio. Secondo Giuliano è un terrorista, ma il mio amico non fa testo, ha paura pure della propria ombra. Dice anche che secondo lui Antonio si droga, e su questo potrebbe anche aver ragione.

"E tu?" domando a Floriana. Lei mormora qualcosa a bassa voce che non riesco a sentire. Forse tornerà a casa, abita a quasi un'ora di treno.

Ci congediamo da loro e ci avviciniamo al cancello. È aperto, presidiato ai lati da qualche studente: il picchetto. Alcuni portano la kefiah sulle spalle. A mezza altezza hanno teso uno striscione; chi vuole passare deve chinarsi. Proprio in quel momento arriva un professore.

"Guarda, c'è Giordani" dice Giuliano. Insegna nell'altro corso, è piuttosto anziano e claudicante per via di una gamba offesa. Vuole entrare a tutti i costi. Si abbassa con fatica, appoggia un ginocchio a terra, poi in qualche modo si rialza e prosegue.

"Fascista!" gli grida dietro una ragazza.

"Andiamocene" dico a Giuliano.

"Dove?" domanda lui, allarmato.

"A casa".

"Se torno a casa mio padre mi ammazza".

"Ma tuo padre non c’è, lavora".

"Mia madre e mia nonna glielo diranno".

"Torniamo da Floriana allora" propongo. Giuliano scuote le spalle.

"A lei piaci. Ho visto come ti guardava prima".

"Che dici?" Invece so che ha un debole per me, ma a me lei non piace. È piccola di statura, anche se ben fatta, ma ha il viso pallido e spigoloso. Le labbra troppo sottili.

"Non è niente di che" ribadisco. Giuliano mi guarda a lungo, serio.

"Anche tu non sei niente di che". Poi chiude gli occhi, aspettandosi il solito ceffone sulla collottola. Ma io non reagisco: forse il mio compagno non ha tutti i torti. Sospiro, rassegnato. In ogni caso ho capito che a lui Floriana piace, anche se sa di non avere speranze.

"Che faccio? Dove vado?" si chiede Giuliano. Poi, da solo, trova la soluzione: "Andrò in chiesa".

"In chiesa? Per cinque ore? Se ti vede il prete, e ti noterà di sicuro, domani lo sapranno tutti. Compresa tua nonna". Giuliano cade nello sconforto. Non sa che pesci pigliare.

"Perché non vai in biblioteca?" gli propongo. Il suo faccione congestionato si illumina.

"In biblioteca? Dici?" Mi guarda.

"Certo. Fa caldo, puoi stare quanto vuoi e magari leggi qualcosa, che male non ti fa". Mi ringrazia per la splendida pensata e si avvia. Penso che la biblioteca sarà parecchio affollata oggi...

Ora davanti alla scuola c'è meno gente. Attraverso la strada ed entro nel bar. Credo che passerò lì l'intera mattinata, ordinando un caffè e un bicchiere d'acqua. Ho fatto lo spavaldo con Giuliano, ma neppure per me sarebbe salutare tornare a casa. In un angolo, seduta da sola a un tavolino, vedo Floriana.

"Posso?" domando, quando sono ormai già seduto. Lei annuisce e sorride. Un sorriso tutto per me. Osservo la mia compagna con attenzione. In fondo, non è poi così male.

 

venerdì 30 gennaio 2026

L'UOMO DEI DENTI

La campagna, in ottobre, aveva un odore particolare: foglie marce, pioggia imminente e il fumo acre delle stufe a legna che si alzava dai camini. Fabio, sei anni e una salopette di velluto a coste ormai troppo corta, si guardava allo specchio del bagno. Il vuoto nelle gengive inferiori era un vallone rosa e umido. I primi due denti da latte erano caduti.

"Ne cresceranno altri, campione. Più bianchi, più forti. Come zanne di lupo" aveva detto suo padre poco prima, senza alzare lo sguardo dal giornale.

Ma la nonna, con quel suo inconfondibile odore di lavanda,  gli aveva fatto cenno di avvicinarsi. Gli aveva preso il mento con le sue dita nodose. "Metti i denti sotto il cuscino, Fabio. L’Uomo dei Denti paga bene. Due monete per i tuoi piccoli tesori. Però ricorda: devi dormire sodo. Lui non ama essere guardato".

Quella notte, il buio nella cameretta sembrava più denso del solito, un fluido nero che premeva contro le pareti. Fabio sentiva i due dentini sotto il cotone del cuscino: erano piccoli, duri, simili a grani di riso. Il bambino era molto eccitato, non riusciva a dormire. Poi il sonno lo afferrò e lo trascinò giù, in un pozzo senza fondo.

Il sogno arrivò quasi subito. Fabio si vide nel letto, immobile. Qualcosa grattava contro il vetro della finestra. Tic. Tic. Tic. Come l’unghia di un morto su una lapide. Lì, contro il blu elettrico della notte, svettava una sagoma. Era un uomo immenso, avvolto in un cappotto grigio che pareva fatto di nebbia e polvere. Il viso era una tabula rasa di pelle pallida e tesa: niente naso, niente bocca. Solo due occhi, gialli e infossati.

"I denti" gracchiò una voce. Non veniva dall'aria, ma riverberava direttamente nelle ossa del cranio di Fabio. "Dammi i tuoi denti, bambino".

Nel sogno, Fabio allungò la mano tremante sotto il cuscino e offrì i due incisivi. L'Uomo senza Bocca li prese. Le sue dita erano lunghe, gelide, e terminavano con unghie grigiastre. "Soltanto due?" La voce era una vibrazione di delusione che fece tremare i vetri. "Così pochi, e così piccoli?".

Fabio scrollò le spalle, il cuore che batteva forte. "Perché non me li dai tutti? Adesso. Perché aspettare?" L'Uomo allungò una mano verso il viso di Fabio, le dita che cercavano il calore della sua bocca chiusa.

Fabio si svegliò con un urlo strozzato in gola. Era inzuppato di sudore, le lenzuola attorcigliate intorno alle gambe come serpenti. I suoi genitori non accorsero. Nella casa regnava un silenzio di tomba. Con il cuore in gola, il bambino infilò la mano sotto il cuscino. I denti erano spariti. Al loro posto, due monete luccicanti, fredde e pesanti.

"Allora è tutto vero" sussurrò tra sé, e per un istante l'avidità infantile scacciò il terrore. "L'Uomo dei Denti esiste davvero".

Si mise a sedere, rigirando il metallo tra le dita. Ma poi, un riflesso lo gelò. Uno sguardo alla finestra. L’Uomo era ancora lì. Non era più un sogno. La sua mole oscurava le stelle. Teneva le mani a coppa contro il vetro, piene, colme fino a traboccare di monete che brillavano di una luce malvagia.

"Non voglio soltanto i denti". La voce, che adesso era cavernosa, gli vibrò nel petto. "Voglio tutto. Voglio te".

L'uomo sollevò un mucchio di monete, facendole tintinnare contro il vetro con un suono metallico e ipnotico. Fabio era paralizzato, una statua di sale. Voleva gridare "Mamma!", voleva correre, ma i suoi muscoli erano diventati di piombo.

Poi, con un cigolio lento e tormentato, la chiusura della finestra cedette. Il gancio di sicurezza saltò come un bottone troppo teso. Il vetro scivolò verso l'alto e l'aria gelida della notte invase la stanza, portando con sé l'odore di terra smossa.

L'Uomo senza Bocca si sporse all'interno, le sue dita lunghe già protese verso il bambino.

Il mattino dopo, Fabio era sparito. Al suo posto, sul letto sfatto, un mucchio di monete.

 

giovedì 29 gennaio 2026

VETRINA (3) - UN TEMPO ORMAI LONTANO


Ripropongo i miei ultimi quattro libri, raggruppando i commenti critici di alcuni lettori.

L'opera Un tempo ormai lontano (2024) è un romanzo introspettivo e malinconico che affronta il tema del declino, della memoria e della ricerca della verità attraverso la lente dello sport e del giornalismo.

Il romanzo ruota attorno alla figura del "Campione", un atleta un tempo glorioso ora caduto in disgrazia. La narrazione non celebra il trionfo, ma esplora la fase successiva: l'oblio, l'istituzionalizzazione  e l'impatto che questo declino ha su chi lo osserva. È una riflessione sulla caducità del successo e sulla fragilità dell'essere umano.

Il protagonista narratore è un giornalista di provincia la cui missione professionale si trasforma in un'ossessione personale. Questo espediente narrativo permette di esplorare il passato non come un dato di fatto, ma come un puzzle da ricomporre. Il tempo è il vero antagonista: "ormai lontano", inafferrabile e spesso distorto dai ricordi.

Il finale del testo è particolarmente potente: mette in scena uno scontro emotivo tra il narratore e l'amico Antonio. Il romanzo non parla solo di un atleta, ma funge da specchio per le "occasioni perdute" che segnano la vita di ognuno di noi.

L'autore utilizza una prosa evocativa (efficace la citazione iniziale di Rimbaud sul profumo dei tigli) che contrasta con la durezza della realtà presente. Lo stile è asciutto nei dialoghi, ma capace di grandi picchi emotivi nelle riflessioni interiori.

Un tempo ormai lontano è un'opera struggente che scava nelle pieghe dei ricordi per riportare a galla verità dolorose. L'autore conferma la sua capacità di trattare temi complessi con una sensibilità rara, evitando i cliché della narrazione sportiva per concentrarsi sull'aspetto puramente umano.

Il libro scava nel senso di colpa e nel fallimento personale in modo onesto e brutale.

L'espediente della ricerca giornalistica tiene alta l'attenzione, trasformando una riflessione filosofica in una sorta di "indagine dell'anima".

Il finale è di rara potenza, capace di commuovere il lettore senza ricorrere a facili sentimentalismi.

È un libro consigliato a chi ama le storie che interrogano il passato e a chi non ha paura di guardare in faccia i propri errori. L'autore ci ricorda che, anche quando tutto sembra perduto nel tempo, il confronto con la verità rimane l'unico atto di coraggio possibile.

Insomma, una riflessione universale sullo scorrere del tempo e sulla ricerca di redenzione. Un viaggio emozionante che lascia il segno, invitando il lettore a guardare al proprio passato con uno sguardo nuovo.

Antonella è cambiata, come d'altra parte sono cambiato anch'io. Non si sfugge al trascorrere del tempo, e si paga dazio. A differenza di una volta, i suoi capelli sono crespi e vaporosi, sempre neri, di sicuro tinti. Indossa un vestito leggero, che arriva alle ginocchia e che lascia scoperte le spalle lievemente abbronzate. È sempre bella.

Il libro è disponibile, in versione digitale e cartacea, su Amazon o principali librerie online.


martedì 27 gennaio 2026

IL COMPAGNO INVISIBILE


 

Mirko cammina piano lungo il corridoio della scuola, stringendo lo zainetto contro il petto. I suoi capelli rossi brillano sotto le luci al neon, e la sua figura un po’ rotonda attira gli sguardi di chi lo incrocia. Alcuni ridacchiano, altri lo ignorano. Lui abbassa gli occhi, come sempre.

È timido, Mirko. Molto sensibile. Non parla mai troppo, non alza la voce, non si difende. Da quando ha iniziato la scuola, è diventato il bersaglio preferito di chi ha bisogno di sentirsi forte. Gli insegnanti non sanno nulla. I genitori neppure. Mirko preferisce subire in silenzio. Non vuole disturbare. Non vuole pesare sugli altri.

Per sentirsi meno solo, ha inventato Enea. Un amico immaginario. Forte, coraggioso, leale. Gli confida tutto: le paure, le umiliazioni, i sogni. Scrive a lui nel diario, con frasi brevi, intime. "Oggi Massimo mi ha insultato. Enea, aiutami tu". Oppure: "Vorrei essere invisibile. Soltanto tu mi dovresti vedere."

Quel pomeriggio, all’uscita da scuola, succede di nuovo. Mirko è appena fuori dal cancello quando Massimo e gli altri lo circondano.

"Ehi, testa rossa!" grida uno.

"Perché non ci hai consegnato il tuo panino? Lo sai che lo devi fare. Tu sei grasso come un maiale, non hai bisogno di mangiare".

Qualcuno lo spintona. Un altro gli strappa lo zainetto. Mirko cerca di riprenderlo, ma non ci riesce. Dopo qualche minuto, glielo restituiscono. Lui lo afferra e scappa a casa, il cuore in gola. Non si accorge che manca qualcosa. Il diario.

Quella sera, tutti i bulli lo leggono. Ridono. Si divertono. Le frasi rivolte a Enea diventano battute. "Aiutami, Enea!" imitano, tra schiamazzi. Ma Alessandro, uno di loro, non ride. Non sempre ha condiviso ciò che facevano, ma ha sempre partecipato. Ora, però, qualcosa lo colpisce. Quelle parole non sono ridicole. Sono vere. Esprimono vero dolore, autentica sofferenza.

Il giorno dopo, Alessandro si avvicina a Mirko prima dell’ingresso.

"Ieri avevi perso questo" dice, porgendogli il diario.

Mirko lo prende a occhi bassi. Sa che lo hanno letto. Sa che hanno riso di lui. Vorrebbe scomparire. Vorrebbe non esistere. Si sente piccolo, sporco, esposto.

La campanella suona. È l’intervallo. Come spesso accade, Mirko viene affrontato di nuovo dai bulli.

"Perché durante la lezione di italiano mi guardavi?» dice Massimo, provocandolo.

"Hai qualcosa da dirmi?" aggiunge.

Poi lo schiaffeggia. Lo spintona appoggiandogli le mani sul petto. Mirko è accerchiato. Sta per mettersi a piangere.

Ma, all’improvviso, Alessandro interviene.

Con passo deciso, si sistema tra Mirko e gli altri. Allontana Massimo con forza. Gli altri si bloccano. Alessandro è il più robusto tra tutti loro. Pratica arti marziali. Nessuno osa reagire.

"Da oggi in poi guai a chi molesterà Mirko!" grida, con voce ferma.

I prepotenti si guardano tra loro, confusi, spaventati. Poi se ne vanno, uno dopo l’altro. In fondo, sono dei codardi.

Mirko rimane solo con Alessandro. Lo guarda. Non sa cosa dire. Nessuno lo aveva mai difeso.

"Grazie, Alessandro" mormora infine, con voce tremante.

Alessandro sorride. "Alessandro? No. Da oggi in poi chiamami Enea".

Mirko lo guarda, gli occhi lucidi. Non è più solo.

venerdì 23 gennaio 2026

VETRINA (2) - CINQUE CERCHI MAGICI (STORIE BIZZARRE DI ATLETI OLIMPICI)


 

Ripropongo i miei ultimi quattro libri, raggruppando i commenti critici di alcuni lettori.

L'opera Cinque cerchi magici (Storie bizzarre di atleti olimpici) pubblicato nel 2017, è un'antologia narrativa che esplora il lato più umano, insolito e talvolta grottesco dei Giochi Olimpici. Attraverso una serie di racconti, l'autore si allontana dalla cronaca sportiva tradizionale per focalizzarsi sull'epica degli "ultimi", dei visionari o di chi ha vissuto l'Olimpiade in modo del tutto fuori dagli schemi.

Il libro è introdotto da citazioni celebri (Aristotele, De Coubertin) che pongono l'accento sul valore intrinseco del partecipare rispetto a quello del vincere. L'autore sposa questa filosofia celebrando non tanto i record mondiali, quanto la "bizzarria" del gesto atletico e l'anima che risiede dietro lo sforzo fisico. Il titolo stesso, "Cerchi magici", suggerisce una visione quasi esoterica o fiabesca dello sport, dove l'evento olimpico diventa un palcoscenico di destini eccezionali.

Nei racconti (come si evince dai frammenti su Gordin e il maratoneta Bekele), lo sport è un mezzo per indagare la psicologia dell'individuo. Il dialogo finale tra Gordin e Bedozzi sul "non pensare a niente" durante la corsa rivela una ricerca di assoluto e di vuoto mentale che eleva la prestazione atletica a una forma di meditazione o di fuga dalla realtà.

 Lo stile dell'autore è narrativo e colloquiale, capace di mescolare il gergo sportivo con riflessioni esistenziali. La struttura a episodi permette di spaziare tra epoche e discipline diverse, mantenendo però un filo conduttore: l'unicità dell'esperienza olimpica. L'uso di termini informali, nei dialoghi, ("non me ne importa un cazzo") serve a umanizzare gli atleti, spogliandoli della divisa da eroi per restituirli alla loro dimensione di uomini comuni.

Cinque cerchi magici è un omaggio sentito e originale al mito delle Olimpiadi. L'autore riesce a guardare "dietro le quinte" della gloria, andando a scovare storie che spesso sfuggono agli annali ufficiali ma che incarnano il vero spirito dei giochi.

Invece di concentrarsi sui soliti trionfi, l'autore cerca il lato "bizzarro" e poetico dello sport, rendendo la lettura sempre interessante.

Gli atleti protagonisti sono fragili ma determinati, testardi e profondamente umani. La loro lotta non è solo contro il cronometro, ma contro i propri limiti e le proprie ossessioni.

La brevità dei racconti e l'efficacia dei dialoghi rendono il libro scorrevole e avvincente, quasi come una serie di istantanee scattate a bordo pista.

L'opera è utile per riscoprire il senso dello sport oltre il business e il successo a ogni costo. È un libro che parla di sogni, di fallimenti gloriosi e di quella strana magia che accade quando il mondo intero si ferma a guardare un uomo correre, saltare o nuotare.

Una lettura piacevole e illuminante che trasforma la storia dello sport in letteratura. L'autore ci ricorda che, sebbene le medaglie siano fatte di metallo, le storie olimpiche sono fatte della stessa sostanza dei sogni.

No, non era come negli sport di squadra. Quando saltava, tutti gli sguardi erano concentrati su di lei, soltanto sul suo corpo. Gli occhi attenti degli spettatori presenti allo stadio, ma anche l'occhio freddo della telecamera, e soprattutto gli sguardi di milioni di persone davanti ai teleschermi.

Il libro è disponibile, in versione digitale e cartacea, su Amazon o principali librerie online.

MOMENTI DI GRANDE STORIA NELLA VITA DI UNA PERSONA QUALUNQUE

Sono le ultime settimane di vacanza, quel tempo sospeso e dorato prima di iniziare la terza media. Sei appena tornato da un giro in bicicletta con gli amici, hai ancora il fiato corto e la pelle scaldata dal sole. Hai una fame da lupi. Quando oltrepassi il cancello di casa, compi il solito gesto automatico: recuperi il giornale dalla cassetta delle lettere.

Oltrepassi la porta della cucina mentre tua mamma sta terminando di preparare il pranzo; senti il rumore dei piatti e il profumo del sugo che riempie l'ambiente. Ti sdrai a terra, sei abituato così, è il tuo angolo di mondo, e ti appresti a sfogliare il giornale partendo dal fondo. Cerchi le pagine dello sport, le uniche che di solito catturano la tua attenzione di ragazzino.

Tuttavia, questa volta, le dita si fermano prima. Rimani colpito dai grossi titoli neri in prima pagina. Allora inizi a leggere. Leggi di quel presidente socialista morto in Cile, di quell'ometto con gli occhiali che, vedendo il palazzo presidenziale assaltato dai militari, ha scelto di non fuggire. Ha imbracciato un mitra, ha indossato un elmetto e ha cercato di difendere se stesso e la democrazia del suo Paese fino all'ultimo respiro, prima di togliersi la vita. Prosegui nella lettura e ne sei sempre più scosso. Non senti neppure tua madre che ti chiama, che ti dice che è pronto, che il cibo si raffredda. Da quel giorno, qualcosa in te si rompe e si ricompone: non smetterai più di informarti e i giornali, d'ora in poi, inizierai a leggerli sempre dalla prima pagina.

Non sono trascorsi molti anni da quell'undici settembre cileno, ma tu sei cresciuto. Frequenti il quarto anno delle superiori e la tua coscienza politica ormai si è formata, forgiata tra i banchi e le piazze. Partecipi alle discussioni con i compagni, alle assemblee, leggi libri carichi di ideali in anni che senti pesanti, difficili, elettrici.

È primavera, e il risveglio della natura sembra contrastare con il grigiore della cronaca. È una giornata scolastica sonnolenta: niente interrogazioni, niente compiti in classe. Il professore di matematica sta tentando di spiegare qualche astrusa formula alla lavagna quando, all'improvviso, un gruppo di studenti irrompe nell'aula senza bussare.

"Hanno rapito Moro!" gridano. "Tutti fuori!".

Il professore, un uomo severo che mai avrebbe tollerato un'interruzione simile, rimane invece muto, la mano col gesso a mezz'aria, immobile. Nessuno bada più a lui. Vi alzate tutti in piedi ed uscite in corridoio. Alla fine, quasi con mestizia, si accoda pure lui. Scendete, l'atrio è già gremito; qualcuno imbraccia un megafono e la voce gracchia riflessioni rabbiose. Vedi altri professori con le facce stranite, seduti per terra insieme agli studenti.

Vorresti non aver sentito alcune frasi troppo violente pronunciate quel giorno in quell'improvvisata assemblea. Non ci sono scuse per certe affermazioni, ma siete ragazzi giovani, sotto shock, ancora non sapete che cinque uomini della scorta di Moro sono stati trucidati. Non vedi l'ora di tornare a casa. Sei confuso, hai bisogno di silenzio per dare una risposta alla domanda che ti tormenta: e adesso, cosa succederà al Paese? È difficile nascondere a te stesso che, per la prima volta, provi una paura vera, adulta.

Adesso di anni ne sono trascorsi tanti, anche se sul calendario è di nuovo l'undici settembre. Il tempo della scuola è un ricordo lontano e piacevole, sostituito dalla "vita vera", fatta di scadenze, ufficio e obblighi familiari. È un pomeriggio caldo. Sei uscito per un servizio esterno e, quando rientri nel grande open-space, noti qualcosa di insolito.

Tutti i tuoi colleghi sono ammassati intorno a un unico computer. Il silenzio è irreale. Ti avvicini, ma nessuno di loro si volta. Domandi cosa stia succedendo, ma nessuno risponde. Allora ti fai largo, spingendo con delicatezza, finché non arrivi vicino al piccolo schermo.

Scorgi un grattacielo. Stati Uniti d'America, la città è New York. Un'alta torre di vetro è avvolta dalle fiamme e dal fumo nero. Poi vedi dei minuscoli puntini scuri che cadono dalla sommità. Ti ci vuole qualche secondo perché il cervello accetti l'orrore: sono persone che si lanciano nel vuoto. Poco alla volta, mentre le immagini si susseguono e anche la seconda torre viene colpita, capisci che il mondo è cambiato di nuovo. E ancora una volta, come quel giorno a terra in cucina o in quell'atrio di scuola, l'angosciosa domanda ritorna a farti visita: che cosa accadrà adesso? E ancora una volta hai paura.

 

 

martedì 20 gennaio 2026

CACCIA

 

"Mancano soltanto tre giorni". La voce roca di Riccardo riecheggiò nel bunker umido, un miscuglio di eccitazione e cinismo. "Tre giorni all'apertura della caccia".

Eleonora annuì, e un brivido le corse lungo la schiena.

Ogni anno era la stessa storia. La caccia ai buoni. Un’aberrazione nata decenni prima, quando la crudeltà aveva divorato l'anima dell'umanità. Essere buoni era diventato un crimine, un'anomalia da estirpare. I pochi rimasti vivevano nell'ombra, compiendo atti di gentilezza e di bontà di nascosto, sempre con il fiato sospeso. Chi veniva scoperto, entrava nella lista.

Due giorni dopo, la lista fu affissa nella piazza. Una folla silenziosa si accalcava, i volti illuminati da una curiosità morbosa. Eleonora si fece strada, il cuore che le martellava nel petto. I suoi occhi scorsero i nomi, uno dopo l'altro, fino a che un'onda di gelo la investì.

Eleonora Rossi.

Il suo nome era lì, nero su bianco. Era stata scoperta. Forse quella volta che aveva lasciato cibo per il bambino affamato nel vicolo, o quando aveva curato di nascosto le ferite di un anziano. Ogni piccolo gesto, ogni sussurro di compassione, era stato un rischio calcolato, e ora il conto era arrivato.

Andò a cercare Riccardo. Lo trovò intento a lucidare il suo fucile, gli occhi brillanti di eccitazione.

"Hanno affisso la lista" disse Eleonora, la voce ridotta a un sussurro.

Lui alzò lo sguardo, un sorriso soddisfatto. "C'è qualcuno che conosciamo?"

Eleonora esitò, la verità che le bruciava in gola. "Ci sono io, Riccardo".

Il silenzio piombò nell'ambiente, denso e pesante. Il sorriso di Riccardo svanì, sostituito da una maschera di incredulità e poi, lentamente, di orrore. Il fucile gli scivolò di mano, cadendo a terra con un tonfo sordo.

"Cosa... cosa stai dicendo?" La sua voce era strozzata.

Eleonora alzò le spalle, un gesto di rassegnazione. "Ho... ho provato a fare del bene, Riccardo. Non ce la facevo a vivere così, a vedere tutta questa crudeltà e non fare nulla".

Gli occhi del compagno si riempirono di un tormento che non gli aveva mai visto. La mente schematica di Riccardo, abituata a categorie nette  - buoni da cacciare, cattivi da sopravvivere -  era in frantumi. La donna che amava, la sua compagna, era una di loro, una "buona".

"Non è possibile. Tu non puoi essere..." disse Riccardo, incredulo.

"Invece sì," disse Eleonora. "E tu sai che cosa significa".

Il volto di Riccardo si scurì. La caccia non era solo un rituale, era la linfa vitale del loro mondo. Non ci si poteva sottrarre

"Eleonora..." La sua voce divenne un lamento.

Lei si avvicinò.

"Non c'è scelta, Riccardo. Se non lo farai tu, lo farà qualcun altro. E preferirei che fossi tu".

Lui la guardò, i suoi occhi che supplicavano una via d'uscita, una speranza. Ma non poteva esserci alcuna aspettativa in quel mondo. Non per i buoni, e forse, nemmeno per i cacciatori.

Il giorno dell'apertura della caccia, il cielo era grigio. Riccardo, con il fucile in spalla, si unì agli altri cacciatori. Il suo cuore era addolorato, ma il suo volto era determinato.

La caccia iniziò. Le urla si levarono, seguite da spari secchi.

Poi finalmente la vide. Eleonora era nascosta dietro un muro crollato. Il suo sguardo si posava su di lui. Non c'era paura nei suoi occhi, soltanto una profonda tristezza.

Marco alzò il fucile, le mani che tremavano. L'immagine di Eleonora, il suo sorriso, le loro notti nel bunker, tutto gli balenò nella mente. Ma non esitò e premette il grilletto.

Il rumore dello sparo echeggiò nel silenzio cupo. Riccardo rimase immobile, il fumo che usciva dalla canna del fucile si confondeva con le lacrime che gli rigavano il viso. Aveva ucciso la sua compagna. Ma, in un modo ancora più crudele, aveva ucciso anche l'ultima scintilla di umanità che resisteva in lui.