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martedì 1 settembre 2026

FATE LARGO!

L'aria è un blocco solido di calore viscido, denso di vapore umano e umidità invivibile. Ormai esistono soltanto due stagioni: l'estate, che brucia i polmoni, e un inverno strano, appena meno soffocante. La primavera e l'autunno sono svaniti anni fa, inghiottiti dal calore cumulativo di miliardi di corpi.

Mi muovo di pochi centimetri, strofinando la mia pelle profusa di sudore contro la schiena di qualcun altro. Nel nostro appartamento, sessanta metri quadrati al quinto piano di un alveare di cemento, viviamo in più di quaranta persone. E non siamo un'eccezione: ogni singolo alloggio dell'edificio, della città, del mondo intero è abitato con questa folle densità.

Siamo tutti completamente nudi. Coprirsi non avrebbe alcun senso con questa temperatura, e comunque nessuno fabbrica più abiti da un tempo che non riesco a ricordare. La produzione industriale è crollata insieme a tutto il resto.

Camminare è un'illusione. Ci si aggira per lo spazio disponibile oscillando sul posto, facendo un passo solo se qualcun altro si sposta di un millimetro. Sedersi è un lusso raro, quasi sempre per terra, incastrando le gambe tra quelle degli altri. Sdraiarsi per dormire richiede un accordo silenzioso: spesso lo si fa a strati, un corpo sopra l'altro, respirando il fiato caldo di chi ti sta a pochi centimetri dal viso.

Lavarsi è un ricordo sbiadito. L'acqua potabile è poca, razionata dal caos, e viene utilizzata esclusivamente per bere. Il bagno dell'appartamento ha smesso di funzionare anni fa e, anche se funzionasse, non potrebbe mai reggere il carico di quaranta persone. Il pavimento è lordato di escrementi. A turno, chi ha abbastanza forza spala il materiale e lo getta fuori dalla finestra, giù nella strada dove si accumulano montagne di rifiuti. Ormai non sentiamo quasi più gli odori; il nostro olfatto si è arreso tempo fa.

Nessuno lavora più. La società si è dissolta. Passiamo le giornate in casa, appiccicati gli uni agli altri, sospesi in un silenzio quasi totale. C'è poco da dirsi. Le città sono diventate invivibili, i servizi sono scomparsi, non esiste più alcun governo o autorità. Molti sono scappati verso la campagna o le aree meno abitate sperando di respirare; lì c'è ancora un po' di spazio, è vero, ma non ci sono ripari sufficienti e la gente muore esposta alla furia degli agenti atmosferici.

Anni fa, quando la crisi demografica ha toccato i primi livelli d'allarme, i governi hanno tentato di imporre politiche severe per limitare le nascite. È stato il catalizzatore del disastro. Le persone hanno percepito la minaccia a quello che ritenevano il diritto più naturale e fondamentale di tutti: fare figli. Di colpo, per reazione, la natalità è schizzata alle stelle. Tutto è andato fuori controllo.

I demografi e i sociologi hanno sbagliato ogni singola previsione. Nei vecchi libri sostenevano che a un certo punto la crescita si sarebbe fermata per forza, che la carenza di risorse e la fame avrebbero stabilizzato la popolazione. Quanto si sbagliavano.

Continuiamo invece a riprodurci. È un impulso cieco, incontrollabile, a cui nessuno riesce più a rinunciare. Nessuno sa quanti esseri umani popolino davvero il pianeta in questo momento. Miliardi, decine di miliardi. Ma tanto, ormai, a chi importa?

I saggi del passato dicevano che saremmo morti tutti di fame perché la terra non avrebbe più prodotto abbastanza alimenti. Ma si sbagliavano anche su questo. Con una densità di popolazione simile, il cibo non mancherà mai. La risorsa si rinnova da sola, continuamente, proprio accanto a noi.

Nessuno soffre la fame.


sabato 29 agosto 2026

LA FINE DEL CALCIO ITALIANO

Si parla da anni, a fasi alterne, di un calcio italiano in profonda crisi. Un declino certificato prima di tutto dai clamorosi insuccessi della Nazionale, capace di collezionare drammatiche mancate qualificazioni ai Mondiali e prestazioni ben lontane dai fasti del passato. Ma la crisi è davvero solo una questione di risultati sul campo? Per rispondere, bisogna prima di tutto sgombrare il campo dagli equivoci, chiedendosi cosa sia oggi il "calcio italiano" e, soprattutto, se esista ancora.

La risposta è tanto semplice quanto spietata: il calcio italiano è morto, e quasi nessuno se ne è accorto. O meglio, molti fanno finta di nulla.

A mantenere viva l'illusione è chi continua a guadagnarci, alimentando un sistema sfilacciato che ha ormai perso ogni connotazione sportiva per trasformarsi in un puro circo commerciale. I beneficiari di questa bolla sono sotto gli occhi di tutti.

Innanzitutto il giro delle scommesse. Si tratta di un indotto gigantesco, legale e illegale, che vive sulla proliferazione di partite e sulla mercificazione di ogni singolo evento di gara.

Le federazioni e le TV: istituzioni che vendono a caro prezzo i diritti televisivi a network privati. Questi ultimi, a loro volta, si fanno strapagare da ingenui abbonati, inondandoli al contempo di pubblicità da cui traggono ulteriori profitti.

Infine, procuratori e tesserati: avidi agenti che muovono commissioni milionarie, insieme a una ristretta élite di allenatori e calciatori riccamente retribuiti per offrire uno spettacolo spesso mediocre.

L'insieme di questi elementi costituisce un meccanismo perverso che finisce per allontanare i veri appassionati, stanchi di costi proibitivi e teatrini mediatici, lasciando gli spalti sempre più in mano alle frange ultrà e al tifo tossico.

La perdita d'identità è anche strutturale. In Serie A dodici società su venti sono ormai di proprietà straniera e le rose sono saturate da atleti esteri, molti dei quali di qualità ampiamente discutibile. Esiste ancora una scuola italiana? La risposta è no, anche perché i talenti nostrani ai massimi livelli semplicemente non giocano, stritolati da logiche di mercato a breve termine.

Si potrebbe obiettare che all'estero la situazione sia analoga, ma è vero solo in parte. Altre nazioni, Spagna in primis, sono riuscite a preservare un'identità e una scuola tecnica nazionale, continuando a investire con coraggio sui vivai e sui giovani. Inoltre, gli stranieri che militano nei principali campionati esteri sono top player nel pieno della carriera, non elementi imbolsiti che arrivano in Italia a svernare negli ultimi anni di attività.

Il calcio italiano, inteso come movimento culturale, sociale e tecnico, non esiste più. Resta solo un guscio vuoto, una bolla finanziaria e mediatica che a molti conviene spacciare per viva, almeno finché non finirà inevitabilmente per scoppiare.

 

giovedì 27 agosto 2026

L'OMBRA DI BORGHETTI

Borghetti non c’è più. È andato via per sempre, svanito come un’annotazione a matita cancellata dal tempo. Adesso che i mesi hanno depositato un velo di polvere sulla sua scrivania vuota, sento il dovere di raccontare la sua vicenda. O meglio, quella che credo sia stata la sua storia, al di là dei dubbi che ancora mi assillano.

Non ero un suo parente, né un amico intimo. Per lui ero solo il collega della scrivania accanto, quello che lo accolse quando il suo vecchio ente fu sciolto. Borghetti arrivò da noi come un naufrago: alto, esile, con il viso scavato da rughe troppo profonde per i suoi quarant’anni e abiti dal taglio antico, sempre troppo larghi, come se appartenessero a un uomo che non esisteva più.

Era un uomo di una riservatezza estrema. Gli insegnai il mestiere e lui imparò subito, ma senza mai manifestare un brivido di interesse. C’era in lui solo una stanchezza atavica. Quando provavamo a fargli domande personali, si rifugiava tra le pratiche o mostrava quel suo sorriso triste, che era più un congedo che un’apertura.

Tutto cambiò il giorno della telefonata. Quella voce di donna, imperiosa e tagliente: "Sono la moglie".

Scoprimmo così che non era lo scapolo che credevamo.

"Non mi sembrava importante", disse stringendosi nelle spalle. Da quel giorno, però, qualcosa si incrinò nella sua corazza. Iniziò ad accettare i miei inviti al bar, anche se restava sempre sul chi vive, l’occhio fisso all’orologio.

Col tempo, i nostri aperitivi divennero una strana confessione muta. Borghetti beveva un amaro in due sorsi e guardava la porta.

"Perché hai sempre tanta fretta, Borghetti?" gli chiesi una sera di pioggia.

"Devo andare a casa," rispose con la solita formula.

"A fare cosa? Tua moglie ti aspetta con la cena pronta?" Lui ebbe un sussulto. Mi guardò con occhi che sembravano vetri appannati.

"Mia moglie... mia moglie mi aspetta per il resoconto," sussurrò. "Ogni minuto fuori da quell'ufficio deve essere giustificato. Ogni centesimo speso, ogni parola detta. Casa mia non è una casa, è un tribunale permanente."

Capii allora che la sua riservatezza non era carattere, era sopravvivenza. Aveva imparato il silenzio in ufficio perché in casa le parole erano armi usate contro di lui. La borsa che afferrava con tanta fretta non era il bagaglio di un uomo che torna al suo rifugio, ma le catene di un prigioniero che rientra in cella per evitare una punizione peggiore.

L’ultima volta che lo vidi fu un martedì di novembre. Borghetti era apparso più trasparente del solito, quasi diafano. Aveva commesso un piccolo errore in una pratica, una distrazione da nulla, e lo vidi sbiancare, tremare come se avesse commesso un crimine capitale.

"Non è niente, Borghetti, si sistema," provai a rassicurarlo. Lui scosse il capo.

"Lei lo verrà a sapere"disse.

Quella sera non volle venire al bar. Lo vidi uscire dal portone, le spalle curve sotto il peso di quella borsa troppo grande. Non si voltò.

Il giorno dopo la scrivania rimase vuota. E quello dopo ancora. La moglie non chiamò per avvertire della malattia; fummo noi a dover rintracciare l'abitazione. Quando finalmente la polizia entrò, su segnalazione dei vicini che non vedevano movimento, trovarono una casa con un ordine maniacale, gelida, priva di un solo oggetto fuori posto.

Borghetti non era lì. Di lui trovarono solo i vestiti, piegati con cura millimetrica sul letto matrimoniale, e le scarpe lucide allineate verso la porta. La moglie, con una freddezza che raggelò persino gli inquirenti, dichiarò che se n'era andato di casa, "senza permesso", precisò.

Ma Borghetti non era scappato ai Caraibi, né aveva iniziato una nuova vita. Lo ritrovarono una settimana dopo nel fiume, pochi chilometri fuori città. Non aveva lasciato biglietti. In tasca aveva solo il cartellino dell'ufficio e un vecchio scontrino del bar dove andavamo insieme.

La cosa più atroce, però, non fu la sua morte. Fu il funerale. Eravamo presenti solo io e pochi altri colleghi. La moglie stava in prima fila, avvolta in un cappotto nero impeccabile, senza versare una lacrima. Non sembrava addolorata; sembrava offesa. Offesa che lui avesse trovato, finalmente, l'unico modo possibile per non darle più il resoconto della sua giornata.

Borghetti non c'è più. È andato via per sempre, portando con sé il segreto di quegli anni di silenzio. E ogni volta che passo davanti alla sua scrivania, non posso fare a meno di pensare che la sua non è stata una vita, ma una lenta, educata e ininterrotta sparizione.

 

martedì 25 agosto 2026

LA SCELTA DI MARA

Mara osserva il proprio riflesso nella vetrina della panetteria, mentre aspetta l'autobus. Ha sedici anni e un viso che non attira gli sguardi per strada, ma che sa trattenerli se qualcuno si ferma a guardarla. I suoi capelli biondo cenere le ricadono dritti sulle spalle, la corporatura è snella, il naso ha una spruzzata di lentiggini quasi impercettibili. Non è né bella né brutta, Mara. Eppure, in lei c'è un guizzo di curiosità, un'espressione sempre in bilico tra lo stupore e l'attenzione che la rende, a suo modo, interessante.

In questo momento della sua vita, si trova in una situazione che fatica a gestire. È convinta di essere innamorata di due persone.

Il primo ragazzo si chiama Emanuele. È il classico ragazzo che passa le ore di educazione fisica a fingere malanni per poter leggere un libro sugli spalti. Magro fino a sembrare fragile, con un paio di occhiali dalla montatura di tartaruga che gli scivolano perennemente sul naso. Emanuele la invita a casa sua a studiare filosofia, oppure la porta nei cinema di periferia a vedere retrospettive in bianco e nero sottotitolate in francese.

«Hai notato come l'uso sapiente delle ombre rifletta la disgregazione morale del protagonista?» le domanda un giovedì sera, uscendo dal cinema d'essai. «Sì, è stato... intenso. Ti lascia un senso di vuoto addosso,» risponde Mara, e in quel momento si sente profonda, matura, perfettamente in sintonia con l'animo tormentato del ragazzo.

Il secondo si chiama Paolo, ed è l'esatto opposto. Paolo ha spalle larghe scolpite da ore di nuoto, un sorriso sfrontato e un'abbronzatura che sembra resistere anche in pieno inverno. Non apre un libro se non sotto minaccia. Con lui, le serate di Mara sono un turbine di musica assordante, luci stroboscopiche, aperitivi in centro e domeniche trascorse a fare il tifo sulle gradinate di qualche piscina o campo sportivo.

«Hai visto la mia partenza dal blocco oggi? Ho bruciato tutti!» le urla Paolo un sabato sera, sovrastando il frastuono della discoteca con un cocktail in mano. «Sei stato fantastico! Nessuno aveva la tua energia!» gli risponde lei, ridendo, sentendosi viva, frizzante, parte di un mondo dorato ed effimero.

Mara dice sempre di sì a entrambi. Accetta l'invito a teatro per il venerdì e quello per la gara della domenica mattina. Lo fa perché le piacciono davvero tutte le cose che le vengono proposte. Ama il silenzio pensieroso che divide con Emanuele tanto quanto ama il caos superficiale in cui la trascina Paolo.

I due ragazzi, compagni di scuola ma appartenenti a microcosmi distanti anni luce, sono del tutto ignari l'uno dell'altro. Finché, inevitabilmente, i mondi collidono.

Succede in corridoio, durante l'intervallo. Qualche voce di troppo, un amico di Paolo che l'ha vista entrare al cinema con Emanuele, un compagno di studi di Emanuele che l'ha taggata in una foto in discoteca con Paolo.

La affrontano insieme, dopo, nel cortile della scuola.

«Mi spieghi cosa significa?» sbotta Paolo, con le braccia conserte e la mascella contratta. «Stai uscendo con me o con... questo qui?» Emanuele si sistema gli occhiali, visibilmente a disagio ma altrettanto ferito. «Mara, credevo che tra noi ci fosse un'affinità intellettuale rara. Mi sbagliavo? Sei davvero il tipo di ragazza che perde tempo in discoteca?»

Mara li guarda, il cuore le batte all'impazzata. «Io... non sto prendendo in giro nessuno,» balbetta. «Mi piacete entrambi. E mi piace fare le cose che facciamo. Tutte.»

«Non puoi tenere il piede in due scarpe,» sentenzia Paolo, pratico. «Devi scegliere. O me, o lui.»

«Esigo chiarezza,» fa eco Emanuele. «Scegli chi vuoi essere.»

Mara chiede tempo. Torna a casa con un peso sullo stomaco. Si butta sul letto e fissa il soffitto. Scegli chi vuoi essere. La frase di Emanuele le rimbomba in testa.

Inizia a riflettere. Com'è possibile che le piaccia il cinema d'autore bulgaro e contemporaneamente la musica commerciale? Come fa ad adorare i discorsi sui massimi sistemi e, il giorno dopo, esaltarsi per i pettorali sudati e i gossip del sabato sera? La risposta la colpisce con la violenza di uno schiaffo: non ha una sua identità.

Mara realizza che non le piace davvero il cinema muto, le piace come Emanuele la guarda quando finge di capirlo. Non le piace davvero il chiasso dei locali, le piace sentirsi desiderata dal ragazzo più bello della scuola. Lei è solo un contenitore vuoto, un camaleonte che si adatta ai colori di chi le sta vicino per sentirsi speciale. Se le piace tutto, e il contrario di tutto, allora lei non è niente.

La crisi d'identità la travolge. Passa una notte insonne, piangendo, cercando di capire quali siano i suoi veri gusti, senza trovarne nessuno che non sia stato indotto da altri.

Il giorno seguente, a scuola, si prepara al difficile momento della scelta, pronta ad ammettere il suo vuoto interiore. Ma non ne ha l'occasione.

Emanuele la ferma per primo, al suono della campanella.

«Ho riflettuto, Mara,» le dice, freddo. «Il fatto che tu non sappia decidere dimostra che non hai alcuno spessore critico. Sei una ragazza intellettualmente insignificante. Non ho tempo da perdere con chi non ha profondità d'animo.» E se ne va.

Mara incassa il colpo, ammutolita. Durante la ricreazione, è il turno di Paolo. La prende da parte vicino alle macchinette.

«Senti, c'ho pensato su,» esordisce lui, scrollando le spalle larghe. «Una che frequenta uno sfigato del genere non ha il mood giusto per stare con me. In discoteca in fondo sei sempre un po' moscia, non ti lasci mai andare del tutto. Sei, come dire... un po' insignificante per il mio giro. Senza rancore, eh.»

Entrambi se ne vanno. Ognuno fiero del proprio mondo, ognuno convinto della pochezza di lei.

Mara rimane sola in corridoio, il rumore degli altri studenti che le vortica intorno. Non ha dovuto scegliere, ci hanno pensato loro. E mentre una parte di lei brucia per il rifiuto, un'altra, nel profondo, sa che le hanno fatto l'unico regalo di cui aveva bisogno: lo spazio vuoto, e doloroso, da cui iniziare a scoprire chi è davvero.

 

sabato 22 agosto 2026

CALDO DI CLASSE

L’ennesima estate con caldo record trascina con sé un copione ormai noto e drammatico: asfalto rovente, temperature ben oltre le medie stagionali e un senso diffuso di oppressione fisica. Il riscaldamento globale, guidato dall'accumulo inesorabile di gas serra e dalla progressiva rottura degli equilibri eco-sistemici, non è più un'ipotesi astratta da convegno scientifico o un timore proiettato verso un futuro lontano. È il dato materiale, visibile e soffocante con cui dobbiamo fare i conti ogni singolo giorno.

Eppure, a fronte della palese urgenza dei fatti, il dibattito pubblico e politico continua a impantanarsi nelle solite, snervanti contrapposizioni ideologiche. Da una parte sopravvive il fronte dei negazionisti puri: una fascia quantitativamente in calo, ma estremamente rumorosa e dotata di un enorme peso politico, capace di influenzare le decisioni globali grazie alla guida di figure di primo piano come Donald Trump, che continuano a liquidare il collasso climatico come una bufala o un complotto per frenare la crescita economica. Subito accanto si posiziona la vasta galassia degli scettici "moderati", coloro che concedono l'esistenza del problema ma ne ridimensionano la gravità, ripetendo il mantra paralizzante secondo cui "non c'è poi tutta questa fretta" e che le transizioni ecologiche rischiano di danneggiare l'economia se affrontate con troppa foga. Infine, c'è la maggioranza silenziosa dei cittadini: persone pienamente consapevoli della catastrofe in corso che tuttavia, smarrite di fronte alla portata monumentale dell'emergenza, finiscono per arrendersi a un senso di impotenza, non sapendo concretamente cosa fare nel proprio quotidiano per invertire la rotta, supponendo che ciò sia ancora possibile.

In questo scenario di disorientamento generale, la politica si distingue ancora una volta per la sua assenza. L'attuale governo latita, preferendo impiegare il proprio tempo in sterile propaganda o nel puntare l'indice contro le opposizioni. In risposta alle critiche sulla gestione del caldo e della crisi ambientale, si ricorre spesso alla battuta banale per cui "il caldo torrido non dipende certo dal governo". Un'ovvietà disarmante, che però elude scientificamente il vero nodo della questione: se è vero che un esecutivo non controlla il meteo, è altrettanto vero che ha il dovere politico e morale di attuare misure strutturali per mitigare il disagio, se non l'autentica sofferenza, a cui la popolazione è esposta durante le frequenti ondate di calore.

L'aspetto più crudele del cambiamento climatico è proprio questo: la sua capacità di agire come un gigantesco amplificatore delle disuguaglianze sociali. Il caldo estremo non colpisce tutti allo stesso modo e la possibilità di proteggersi da esso è strettamente legata al reddito. Chi possiede risorse economiche abbondanti sopravvive senza problemi all'interno di abitazioni efficienti, dotate di impianti di condizionamento di ultima generazione, ed è in grado di assorbire senza drammi il cospicuo rincaro delle bollette energetiche. Chi invece vive in condizioni di fragilità o al limite del bilancio familiare non può permettersi i condizionatori, né tantomeno i costi del loro utilizzo continuativo, trovandosi costretto a soffrire in case-forno e ad arrangiarsi come può. Il clima, con le sue distorsioni, diventa così l'ennesima linea di frattura tra chi ha i mezzi per mettersi al riparo e chi viene abbandonato a se stesso.

È proprio su questo piano che un governo responsabile dovrebbe intervenire con decisione: istituire sussidi per il caro-energia rivolti alle fasce deboli, investire in piani di condizionamento per gli ambienti pubblici e la sanità, creare spazi di ristoro termico nelle città e ripensare l'urbanistica per ridurre le "isole di calore" nei quartieri popolari.

Invece, nulla di tutto ciò figura nell'agenda istituzionale. La protezione delle persone più vulnerabili di fronte alle emergenze climatiche viene sistematicamente rimandata, lasciata in fondo alla lista delle priorità per fare spazio alle solite manovre di palazzo: d'altronde, la discussione sulla nuova legge elettorale e la conservazione del potere sono questioni ben più importanti che garantire un riparo dal caldo a chi non ha mezzi per difendersi...

 

giovedì 20 agosto 2026

METAMORFOSI

Il cucchiaino da caffè si contorse all'improvviso, trasformandosi in una spirale di metallo informe. Non era la prima volta. Da mesi, il mondo inorganico subiva una riorganizzazione molecolare inspiegabile. Una tazza poteva liquefarsi in una pozza multicolore sul tavolo, un libro tramutarsi in un groviglio di fili sottili e vibranti, una sedia fondersi col pavimento in un'unica, inquietante scultura di legno e ceramica.

All'inizio fu il caos. Incidenti domestici banali si trasformarono in trappole mortali. Un manico di scopa diventava un frusta acuminata, le scale si ondulavano, le chiavi di casa si fondevano in un blocco indistinguibile. Si diffuse il panico, alimentato da video amatoriali di rubinetti che germogliavano in fragili rami di vetro o di automobili che si scomponevano in mucchi di bulloni e lamiere danzanti.

Poi arrivò la fase della "riappropriazione creativa", un termine coniato per descrivere il tentativo disperato della materia di adattarsi. I coltelli da cucina si trasformavano in improbabili strumenti musicali, i televisori in specchi, i computer in sculture geometriche. In queste metamorfosi non c'era alcuna logica, tutto era casuale ed effimero. Un ombrello poteva diventare una rete da pesca per qualche minuto, per poi ritornare alla sua forma originale o, peggio, solidificarsi in un blocco di cemento.

Le conseguenze per il genere umano furono impensabili. Le infrastrutture collassarono. Ponti si contorcevano come serpenti di metallo, le linee elettriche si trasformavano in intricate ragnatele scintillanti, rendendo impossibile la distribuzione di energia. La comunicazione divenne un lusso intermittente, affidata a vecchi apparecchi analogici che, per qualche capriccio molecolare, sembravano più stabili.

La dipendenza delle persone dal mondo materiale si rivelò una grande debolezza. Le fabbriche si fermarono, incapaci di produrre alcunché di stabile. L'economia si sgretolò, sostituita da un baratto incerto di oggetti che potevano mutare forma da un momento all'altro.

Le forme chiamate "aliene" erano le più inquietanti. Oggetti comuni si trasformavano in entità geometriche impossibili, con angoli che sfidavano la fisica.

A volte emettevano vibrazioni sottili che facevano risuonare il cranio. Non si capiva se fossero pericolose, se avessero uno scopo. Si cercava di evitarle.

La scienza brancolava nel buio. Nessuna legge fisica conosciuta poteva spiegare la "riorganizzazione". Si teorizzava un'interferenza cosmica, oppure un'anomalia quantistica su scala macroscopica.

Fu smarrita la fiducia nel mondo. Ogni oggetto era un potenziale traditore, pronto a mutare e a rendere la vita difficile e pericolosa. Si viveva in un limbo di incertezza, aggrappati a ciò che rimaneva stabile: la natura, i corpi. Tutto ciò che era organico.

Il mondo stava cambiando, pezzo dopo pezzo, molecola dopo molecola, in qualcosa di estraneo, di incomprensibile. Il genere umano, un tempo padrone del suo ambiente, era ora un ospite spaventato in una realtà che aveva perso ogni logica, aggrappato alla speranza che, un giorno, il ticchettio dell'orologio avrebbe di nuovo significato solo il passare del tempo, e non l'annuncio di un'altra, inspiegabile, metamorfosi.

 

 

 

 

 

 

 

 

martedì 18 agosto 2026

L'ILLUSIONE DELLA FARFALLA

L'aria all’interno del palazzetto è satura di tensione ed elettricità. Potenti riflettori illuminano a giorno la pedana dell'incontro internazionale di ginnastica ritmica.

Tra le atlete della Nazionale spicca Tania. Ha sedici anni ed è uno spettacolo per gli occhi: una chioma di capelli neri come la notte che le incornicia il viso, due occhi verdi penetranti e una figura slanciata, plasmata da anni di allenamenti durissimi. Tania sa di essere bellissima. Conosce il potere del suo sguardo e la grazia di ogni suo movimento, ed è animata da un'ambizione sfrenata: per lei esiste solo la vittoria.

Oggi, però, vincere è un’impresa quasi impossibile. Le avversarie sono al picco della forma, in particolare la ginnasta polacca, che ha appena completato un esercizio impeccabile.

Tania osserva il tabellone con gli occhi socchiusi. Poi, il suo sguardo si sposta poco più in là, verso il tavolo della giuria, e sosta su un dettaglio preciso. Il Presidente della giuria è un uomo affascinante: ha circa quarant'anni, capelli scuri curati nei minimi dettagli, una carnagione dorata dall'abbronzatura e un'eleganza naturale che spicca.

L'idea balena nella mente di Tania in un frazione di secondo. Se non posso vincere solo con i punteggi tecnici,  farò innamorare di me quell'uomo. Mi favorirà.

Si volta verso Monica, la sua compagna di squadra, sfoggiando un sorriso pieno di sicurezza.

«Vedi quel giudice al centro? Il Presidente?» mormora Tania, indicandolo appena con il mento. «Prima che io salga su quella pedana, sarà completamente perso di me. E i suoi voti decideranno la mia vittoria.»

Monica la guarda ad occhi sgranati, incredula. «Sei pazza?» dice scettica, scuotendo la testa. «E comunque hai pochissimo tempo, ti esibisci tra cinque minuti!»

«Guarda e impara,» ribatte Tania.

La ragazza entra in azione. Mentre riscalda i muscoli a bordo pedana, comincia a lanciare al Presidente sguardi intensi, infuocati. L'uomo se ne accorge, la fissa per un istante e tradisce un velo di imbarazzo. Tania accentua i movimenti: ogni allungamento, ogni piegamento diventa una danza sensuale e provocante, studiata per attirare la sua attenzione. Dopo qualche secondo, l'uomo distoglie lo sguardo, sistemandosi la cravatta, a disagio.

Ci siamo! pensa Tania con entusiasmo. È già cotto.

Per dare il colpo di grazia, decide di rischiare il tutto per tutto. Con addosso il succinto costumino da gara tutto luccicante, cammina con finta indifferenza proprio davanti al tavolo dei giudici. A pochi passi dal Presidente, si gira di scatto e finge che le scivoli di mano un fermacapelli. Con estrema lentezza si china a raccoglierlo, proprio di fronte a lui, offrendo alla giuria una vista decisamente strategica del suo posteriore.

Si rialza, lancia un ultimo sguardo ammiccante e cammina verso la pedana. È fatta.

L'esibizione di Tania è fantastica. Il nastro vola leggero, le difficoltà corporee sono eseguite con precisione ed eleganza. Quando termina la prova, il palazzetto esplode in un boato. Tania è soddisfatta, ma l'ansia rimane: basterà per superare la fortissima rivale polacca?

Raggiunge di nuovo Monica nella zona d'attesa, entrambe con il fiato sospeso verso il tabellone luminoso. Dopo minuti che sembrano secoli, i numeri compaiono sul display.

Mezzo punto in più della polacca! Tania ha vinto!

Andando a controllare la scomposizione dei voti sul monitor, il quadro è chiarissimo: quel mezzo punto decisivo le è stato attribuito proprio dal Presidente della giuria.

Monica è visibilmente stupita, a bocca aperta. «Ce l'hai fatta...» bisbiglia la compagna. «Sei riuscita a fargli perdere la testa in pochissimi minuti!»

Tania sorride con compiacimento, gustandosi il momento. Il suo potere di seduzione è enorme, infallibile. Monica accenna un sorriso e continua a fare complimenti, ma è divorata dall'invidia; è una bella ragazza anche lei, ma sa di non possedere quell'ascendente sugli uomini.

Proprio in quel momento, Francesca, l'altra compagna di squadra, arriva di corsa verso di loro.

«Tania! Fantastica! Che gara!» esclama subito la ragazza, abbracciandola. Poi però cambia espressione, abbassa la voce e si avvicina a loro con fare cospirativo. «Ragazze, dovete sapere cosa ho appena scoperto...»

Le due atlete si sporgono verso di lei, incuriosite. «Cosa?» chiede Monica.

«Ho saputo che il Presidente della giuria, quel bell'uomo... è gay dichiarato!» bisbiglia Francesca, prima di non riuscire più a trattenersi e scoppiare in una risata a crepapelle. «Che spreco, ragazze! Che spreco!»

Monica spalanca gli occhi per un secondo prima di lasciarsi andare a una risata sollevata, mentre Tania resta immobile. Provando a salvarsi la faccia, forza le labbra in un accenno di risata, ma il suono che le esce dalla gola è freddo e tirato.

In un secondo, tutta la soddisfazione svanisce. La vittoria è sua, certo, ed è arrivata solo ed esclusivamente per le sue straordinarie capacità atletiche e non per un gioco di seduzione, ma per Tania, in quel momento, la medaglia d'oro ha perso improvvisamente tutto il suo brillante valore.