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martedì 14 aprile 2026

VETRI ROTTI

Non avrei mai pensato che Elena potesse farmi una cosa simile. Non si trattava di un tradimento, almeno non nel senso fisico e carnale che tutti immaginano. Insomma, non c'era di mezzo un altro uomo. C’era, invece, un silenzio durato due anni, costruito su una bugia che ha divorato le fondamenta di quello che eravamo.

Tutto è iniziato con i debiti che suo fratello aveva accumulato. Elena, per aiutarlo, aveva prosciugato il nostro conto cointestato, quello destinato alla caparra per la casa che sognavamo. Aveva falsificato firme, nascosto lettere della banca, mentito ogni singola sera guardandomi negli occhi mentre progettavamo il colore delle pareti della nostra futura camera da letto.

Quando l'ho scoperto, non è stato il denaro perduto a farmi male. È stato realizzare che la donna con cui dormivo era un’estranea capace di recitare una parte per settecento giorni di fila.

Quel giorno, l'appartamento sembrava di colpo troppo piccolo. L'aria era densa, quasi irrespirabile.

"Perché, Elena?" le chiesi. La mia voce era un sussurro.

Lei mi guardò con gli occhi gonfi, le mani che tremavano in maniera convulsa.

"Intendevo sistemare tutto prima che tu te ne accorgessi. Pensavo di poter rimediare. Volevo proteggerti dallo stress, dalla delusione per il comportamento di mio fratello..."

"Proteggermi?" scattai, e il dolore mi bruciò la gola. "Mi hai tolto il diritto di scegliere. Mi hai trattato come un estraneo. Mi hai guardato sorridere davanti ai cataloghi dei mobili sapendo che quei soldi non esistevano più. Come hai fatto a baciarmi ogni sera con questo peso nel cuore senza dire nulla?"

Iniziò a singhiozzare, cercando di prendermi la mano.

"L’ho fatto per noi, per non farti soffrire".

Mi ritrassi come se il suo tocco scottasse.

"Non si ama qualcuno togliendogli la terra sotto i piedi, Elena".

Abbiamo provato. Eccome, se abbiamo provato. Abbiamo intrapreso una terapia, abbiamo parlato fino all'alba, giorno dopo giorno. Lei ha fatto di tutto: era presente, premurosa, trasparente fino all'ossessione. Mi mostrava ogni scontrino, ogni messaggio, cercava di anticipare ogni mio dubbio.

Ma il problema non era quello che faceva lei. Era quello che succedeva dentro di me.

Una sera, eravamo a cena. Era tutto perfetto. Lei mi sorrideva e, per un istante, mi sembrò di vedere la "vecchia" Elena. Poi, un pensiero mi attraversò la mente: E se fosse un'altra recita? Se fosse solo un'altra versione della sua capacità di nascondere le cose?

Il cibo mi diventò cenere in bocca. Mi resi conto che non stavo più amando lei; stavo amando il ricordo di chi pensavo che fosse.

L'ultima sera fu la più silenziosa. Ormai non c'erano più discussioni, solo una stanchezza infinita che mi schiacciava il petto. Stavo chiudendo la valigia.

"Non puoi farlo davvero," disse lei dalla soglia della camera. La sua voce era piatta, priva di speranza. "Mi sono pentita in ogni modo possibile. Ho fatto tutto quello che mi hai chiesto".

Mi fermai, fissando un punto vuoto sul muro.

"Lo so, Elena. Ed è questo che mi uccide. Tu hai fatto tutto bene dopo, ma io non sono più quello di prima. Ogni volta che mi dici 'fidati di me', io sento un rumore di vetri rotti nel cervello".

"Passerà," sussurrò lei, avvicinandosi. "Il tempo guarisce, no?"

Mi girai a guardarla. Il dolore nel suo sguardo era speculare al mio, una sofferenza pura che mi straziava.

"No. Il tempo copre, ma non guarisce se l'osso è cresciuto storto. Non riesco più a guardarti senza cercare la bugia. Non riesco a sentire il tuo amore senza sentire il peso del tuo silenzio. Ti perdono per quello che hai fatto, ma non riesco a perdonare me stesso per aver perso la capacità di crederti".

"Ti prego," disse lei, e quella parola si spezzò a metà. "Non lasciarmi in questo vuoto".

"Io ci sono già, nel vuoto. Ci sono da quando ho capito che la nostra vita era costruita sulla sabbia. Restare qui sarebbe solo un tormento per entrambi. Mi dispiace... mi dispiace così tanto".

Uscii di casa mentre i suoi singhiozzi si trasformavano in lamenti soffocati dietro la porta chiusa. Camminai verso la macchina sotto una pioggia sottile, sentendo il cuore pesante come piombo. 

 

sabato 11 aprile 2026

CANZONI DELLA GIOVINEZZA (9) - "GET BACK TO RUSSIA" - EASTERHOUSE

(Quindici canzoni che mi hanno fatto amare la musica pop/rock)

Gli Easterhouse sono stati una band britannica che, pur condividendo le radici "jangle" (suono chitarristico brillante, cristallino e spesso arpeggiato) e post-punk di altri gruppi degli Anni Ottanta, si distinguevano per una militanza politica feroce e un suono più robusto.

Formati a Stretford, Manchester, nel 1982 dai fratelli Andy e Ivor Perry, gli Easterhouse prendono il nome da un quartiere popolare di Glasgow, simbolo all'epoca delle difficoltà sociali della classe operaia.

Mentre i loro contemporanei esploravano introspezione e psichedelia, gli Easterhouse erano mossi da un'ideologia marxista-leninista esplicita. Firmarono per la Rough Trade (l'etichetta degli Smiths), ma il loro sound era una miscela unica: le chitarre "scampanellanti" tipiche di Manchester unite a una potenza ritmica quasi da stadio, che anticipava in parte la spinta dei primi U2.

Inclusa nel loro acclamato album di debutto Contenders (1984), Get Back to Russia è una traccia epica che supera i sei minuti, un tempo insolito per l'indie-rock dell'epoca.

Il brano è guidato da una linea di basso pulsante e dal lavoro magistrale di Ivor Perry alla chitarra, che crea un muro di suono squillante e cristallino. Nonostante la durata, la tensione non cala mai, sostenuta da una batteria martellante.

Andy Perry canta con un'urgenza febbrile. La sua interpretazione non è quella di un sognatore, ma di un agitatore politico che usa la melodia come un'arma di persuasione.

C'è una atmosfera di grandiosità quasi cinematografica nel pezzo. Sebbene sia una canzone di protesta, possiede una bellezza formale e una pulizia sonora che la rendono accessibile e coinvolgente anche a un primo ascolto.

Get Back to Russia è un pilastro del rock alternativo degli anni '80 perché esprime una militanza senza compromessi.

In un periodo di forte polarizzazione politica (l'era Thatcher), il brano non usava metafore: era un attacco frontale e una dichiarazione di intenti rivoluzionari, elevando l'indie-pop a strumento di propaganda politica seria.

Il brano riusciva a fondere il "jangle pop" degli Smiths con l'enfasi del rock più epico. È una delle canzoni che meglio spiega come l'indie britannico abbia cercato di uscire dai piccoli club per parlare alle masse.

Il titolo del pezzo, spesso frainteso come un inno filo-sovietico acritico, era in realtà una provocazione intellettuale legata alle posizioni trotzkiste della band e alla loro critica verso il sistema laburista britannico dell'epoca.

 

martedì 7 aprile 2026

BACIARE UNA SCONOSCIUTA

Il sole di questa mattina di primavera ha una luce spietata. Riflette sulle vetrine e sulle carrozzerie delle auto, mi costringe a socchiudere gli occhi mentre cammino a zonzo senza una meta precisa. È una di quelle giornate in cui l’aria tiepida, invece di darti sollievo, ti scava dentro, lasciando spazio a un’invasione di pensieri. Pensieri buoni, che sanno di erba appena tagliata e caffè, e pensieri cattivi, che hanno il sapore metallico della polvere.

Mi porto dietro una vita intera, un fardello che sento gravare sulle spalle a ogni passo. Il mio corpo, a guardarlo da fuori, sembra ancora reggere l’urto del tempo, ma io lo so che dentro sta andando a pezzi, come un vecchio ingranaggio che gira per pura inerzia. E la mia interiorità? Quella è andata in frantumi già da un pezzo, lasciando solo frammenti taglienti che fatico a rimettere insieme.

Mentre cammino, la mente scivola indietro di vent’anni, forse qualcuno di più. Mi rivedo giovane, sicuro di me, un autentico playboy di provincia. Ricordo quella stagione assurda in cui frequentavo quattro donne contemporaneamente. Era un gioco di incastri, di agende mentali, di bugie eleganti e messaggi cancellati in fretta.

Era estenuante, certo, più a livello mentale che fisico. Eppure, mi sentivo vivo, al centro di un universo che ruotava intorno al mio desiderio.

Oggi sono soltanto un uomo che si accinge a diventare un vecchio e che vive di nostalgie. Non lo sono ancora, vecchio, ma il confine è lì, a pochi passi, e io ci sto camminando sopra. Guardo le donne che incrocio sul marciapiede: ragazze veloci con le cuffie, signore eleganti, donne in carriera. Noto, con una punta di amarezza, che nessuna di loro guarda me. Sono diventato trasparente.

“È da tanto tempo che non bacio una sconosciuta,” penso, quasi vergognandomi. “O qualcuna che, pur conoscendola, non ho mai accostato alle mie labbra.”

È un pensiero infantile, stupido, lo so. Tuttavia, sarebbe un tuffo in un'epoca che non mi appartiene più.

Poi, all'improvviso, la vedo. È ferma davanti a una vetrina di abbigliamento, la borsa a tracolla e lo sguardo assorto. Non ci sono dubbi: è Lorella.

Sono passati quasi trent’anni, ma il cuore dà un colpo secco, riconoscendola prima degli occhi. Mi avvicino, il respiro leggermente corto. "Lorella?" chiamo, con un filo di incertezza.

Lei si volta lentamente. I suoi occhi scuri e profondi mi frugano il viso per un secondo infinito, poi si illuminano. "Ma non ci credo... Marco!" esclama, sorridendo.

Mi ha riconosciuto subito. Allora non sono poi così cambiato, dopotutto. Forse il mio pessimismo è solo una crosta che mi sono costruito per protezione. Iniziamo a parlare subito, con una naturalezza disarmante, come se l’ufficio condiviso fosse stato lasciato ieri sera e non tre decenni fa.

Eravamo colleghi, c’era sintonia, ma niente di più. Mentre mi parla, io la studio. Il tempo ha lavorato su di lei, ma io la vedo ancora come allora: il caschetto di capelli neri sempre ribelli, la pelle chiarissima con quella spruzzata di lentiggini minuscole sul naso che sembra polvere di stelle. E le tette... mi sembrano addirittura più floride di quanto ricordassi!

Camminiamo insieme per il centro, ridendo delle vecchie beghe d'ufficio e dei capi tiranni che abbiamo avuto. Mi racconta della pensione, del suo impegno nel volontariato. Non parla mai di mariti, figli o compagni. Io non chiedo. Mi crogiolo nell'idea che anche lei sia sola, un’isola che ha trovato un’altra isola in mezzo al mare di cemento.

Senza quasi accorgermene, le poggio una mano sulla spalla. Lei non si scosta, anzi, sembra accogliere quel contatto. Continuiamo a camminare, vicini, finché la conversazione si spegne naturalmente. Ci fermiamo davanti a un portone antico, in un vicolo riparato dal caos.

Rimaniamo in silenzio. Ci guardiamo negli occhi in un modo strano, un modo che non appartiene alla nostra età anagrafica, ma a quella del desiderio. Ci avviciniamo. I visi, le labbra... e poi accade.

È un bacio vero. Prolungato, intenso, che sa di riscoperta e di urgenza. Per un istante, il tempo si ferma e io non sono più il vecchio che va a pezzi, ma l'uomo di un'epoca precedente.

Quando ci stacchiamo, siamo entrambi confusi. Il respiro è affannato.

"Ti devo confessare una cosa," dice finalmente lei, con uno sguardo che non riesco a decifrare. "Dimmi," rispondo io, con la voce che mi trema in gola.

Lorella si sistema il caschetto spettinato e mi guarda dritto negli occhi.

"Erano anni che non baciavo uno sconosciuto. O qualcuno di conosciuto che, comunque, non avevo mai baciato prima".

Sorrido, sentendomi parte di un segreto condiviso.

"Ti è piaciuto farlo?" le chiedo, sperando in una conferma del nostro legame ritrovato. Confidando in qualcosa che potrebbe nascere.

Lei sorride a sua volta, ma è un sorriso diverso. Più libero, quasi predatore.

"Sì, mi è piaciuto molto," risponde con una leggerezza che mi gela il sangue.

"Credo proprio che lo farò di nuovo. Con tanti altri uomini".

Mi fa un cenno con la mano, un saluto rapido e informale, e si incammina verso la piazza, lasciandomi lì, immobile, con il sapore del suo bacio sulle labbra e l'improvvisa certezza che la primavera, a volte, sa essere molto più crudele dell'inverno.

 

sabato 4 aprile 2026

CANZONI DELLA GIOVINEZZA (8) - "HOURS OF DARKNESS HAVE CHANGED MY MIND" - FELT

(Quindici canzoni che mi hanno fatto amare la musica pop/rock)

I Felt (spesso indicati semplicemente senza l'articolo "The") rappresentano una delle entità più enigmatiche, raffinate e ambiziose del pop indipendente britannico degli anni '80. Guidati dalla figura carismatica e ossessiva di Lawrence (Hayward), la band ha seguito un percorso artistico unico, pubblicando esattamente dieci album e dieci singoli in dieci anni.

Formatisi a Birmingham nel 1979, i Felt sono stati i paladini di un pop minimalista, colto e fortemente influenzato dall'estetica dei Television e dal chitarrismo cristallino di Tom Verlaine. La storia artistica della band si divide idealmente in due fasi.

La fase chitarristica, dominata dall'interazione tra la voce sussurrata di Lawrence e la chitarra funambolica di Maurice Deebank, e la fase organistica, caratterizzata dall'ingresso di Martin Duffy (poi nei Primal Scream) e da un suono più pastorale e influenzato dagli anni '60.

I Felt non cercavano il successo di massa, ma la perfezione estetica, curando in modo maniacale ogni dettaglio, dalle copertine dei dischi ai titoli dei brani.

Hours of darkness have changed my mind,  brano incluso nel mini-album The Splendour of Fear (1984), è un esempio magistrale di come la band riuscisse a creare mondi sonori partendo da pochissimi elementi.

Il pezzo è un esercizio di tensione e rilascio. Non segue la classica struttura strofa-ritornello, ma si sviluppa come un flusso di coscienza musicale.

La chitarra di Maurice Deebank è la vera protagonista. Le note sono pulite, quasi gelide, e si intrecciano in arpeggi complessi che ricordano la musica barocca trasportata nel post-punk.

 Lawrence canta con un tono distaccato e quasi spettrale. Il titolo stesso suggerisce una trasformazione interiore avvenuta nell'isolamento notturno, un tema caro alla poetica del gruppo, fatta di solitudine e visione artistica.

È un brano che non aggredisce l'ascoltatore, ma lo avvolge in un'atmosfera di magica malinconia.

Questo brano è da ritenersi fondamentale per diverse ragioni sia storiche che stilistiche.

Mentre molte band dell'epoca usavano distorsione e aggressività, i Felt dimostrarono che si poteva essere "alternativi" e intensi attraverso la pulizia sonora e la precisione tecnica, stabilendo così nuovi standard per il chitarrismo indie. Senza questo approccio, difficilmente avremmo avuto il suono di band come gli Smiths (Johnny Marr è un grande estimatore di Deebank).

Un brano che rappresenta perfettamente la filosofia di Lawrence: la musica come arte pura, slegata dalle mode del momento e focalizzata sulla creazione di un'eleganza senza tempo.

 

giovedì 2 aprile 2026

RITO DI PASQUA

"Insomma, vai tu o vado io?" La donna era inquieta. Non riusciva a stare ferma e continuava a fare la spola tra una stanza e l’altra della grande casa. L’uomo la osservò per qualche istante, quasi divertito dal suo nervosismo, ma alla fine sbottò.

"Devo uscire tra pochi minuti e mi aspetta una giornata d’inferno. Ho una sfilza di riunioni e tornerò tardi. Perciò, se ci tieni davvero, te ne dovrai occupare tu". Lei si bloccò all'istante, mettendo il muso. "Non mi aiuti?" domandò con un filo di voce.

"No, perché non posso proprio. E poi la cosa interessa soprattutto a te. Ricorda che l’anno scorso, ed era la prima volta, hai fatto tutto da sola ed è andata benissimo". "Ma l’avevo preso sul catalogo!" si lamentò lei.

"Che importa? Questa volta andrai di persona. Vai al negozio, scegli quello che vuoi senza badare a spese e fatti consegnare tutto a casa. Mi raccomando: verifica che l’installazione sia inclusa. L’anno scorso ho dovuto montare tutto io e non mi è piaciuto affatto. Tra l’altro, quella croce l’abbiamo dovuta buttare: era troppo sporca per essere conservata".

"Uff!" esclamò lei, fingendosi offesa. "Che c’è ancora? Devo scappare..." "Quello dell’anno scorso non ti convinceva.". "Be’? Mica era colpa tua. D’accordo, non era molto somigliante, ma ha svolto la sua funzione egregiamente. È stata una bella Pasqua, no?" "Era piccolo e magro..." mormorò la donna. "Ed era asiatico!" esclamò il marito, scoppiando a ridere. "Sì, era di sicuro un cinese, e non aveva neppure la barba!"

L'uomo controllò l'ora. "Senti, sono in ritardo. Scommetto che stasera, al mio ritorno, sarà tutto pronto. Ti ricordo che oggi è giovedì: quelli scadono alla mezzanotte di domani, quindi non potremo godercelo a lungo. Chiedi un po’ di sconto, sono certo che te lo faranno. Se serve, fai pure il mio nome".

La baciò, afferrò la valigetta e fece per uscire, ma lei lo fermò di nuovo. "Cosa c’è ancora?" ringhiò lui, perdendo la pazienza. "Posso farlo installare in giardino?" "No!" urlò l'uomo. Lei sobbalzò, spaventata da quella reazione spropositata. "E perché?" osò chiedere. "Ma non capisci? Voglio godermi lo spettacolo da solo con te. Non voglio vicini curiosi che sbircino dalle finestre senza aver speso un soldo". "D’accordo, come vuoi tu" rispose lei rassegnata. Finalmente, lui uscì.

Tornò che erano passate le venti. Era esausto. Trovò la moglie ad aspettarlo sulla soglia, radiosa e soddisfatta. "Ciao! Vieni, corri in salone!" esclamò entusiasta. "L’ho preso! Devi vederlo!" "Un attimo, lasciami respirare. Sono a pezzi". "Ti riposerai dopo. Dai, andiamo!" Lo prese per mano e lo trascinò nel grande salone.

Al centro della stanza era stata innalzata una croce. Sopra, era inchiodato un uomo. I due si avvicinarono in silenzio, osservando la scena. Fu la donna a parlare per prima. "Ti piace? Ho scelto bene?" "Sì" rispose lui distratto, scrutando lo sconosciuto sofferente. L'uomo era quasi nudo, con un lembo di stoffa ruvida a cingergli i fianchi. Il corpo, bruno e muscoloso, era segnato dal dolore. Il volto dai lineamenti fini era rigato di sangue, incorniciato da capelli scuri e una folta barba. Una corona di spine gli cingeva il capo. Respirava a fatica, emettendo gemiti soffocati e colpi di tosse. Era vivo.

"Sembra proprio lui!" mormorò la donna. "Eh?" "Forse è davvero lui!" Il marito si riscosse. "Ma che stai dicendo?" "Sì, ne sono convinta: è lui, l’unico vero!" ribadì lei con gli occhi sbarrati, in preda a un’esaltazione mistica. "Sei impazzita? Sai bene che non è così. È solo un volontario, o qualcosa del genere..." "Gesù! Parla!" gridò lei verso la croce. "Dimostragli chi sei!"

"Adesso basta!" L’uomo corse in cucina e tornò dopo un istante con un lungo coltello affilato. "Cosa vuoi fare?" urlò la donna. Senza rispondere, lui si avventò sul malcapitato. Lo colpì con violenza cieca al torace, all’addome, alle gambe. Il sangue inondò il pavimento di marmo. L’uomo sulla croce emise un unico, debole lamento prima di spirare.

"Lo hai ucciso! Hai ucciso Cristo! Fariseo!" La donna era fuori di sé. Saltellava per la stanza piangendo e urlando. Il marito la bloccò a forza, costringendola a sedersi sul divano. "Quel disgraziato non è Cristo, è solo un figurante, un para-Cristo! Ma cosa ti è preso?" "Sono rimasta tutto il giorno accanto a lui..." piagnucolò lei. "Tanto sarebbe morto comunque domani a mezzanotte" ribatté l'uomo, pulendosi le mani sporche di sangue sul vestito.

Lei continuò a singhiozzare. "Non lo dovevi fare..." Lui cercò di calmarla, riprendendo il tono pragmatico di sempre. "Senti, forse ti sei lasciata coinvolgere troppo. Sai che facciamo? Domani chiamo il negozio e dico che ci pensiamo noi a smaltire la... struttura". "E poi?" chiese lei tra i sospiri. "E poi ce ne staremo qui tranquilli, seduti su questo divano per tre giorni". "Perché?" "Semplice. Passato il terzo giorno, quando vedrai che questo tizio non risorge, ti convincerai finalmente che non era il vero Cristo. Allora, ci stai?" La donna si asciugò gli occhi e si acciambellò accanto a lui. "Sì, l’idea mi piace. Mi piace proprio".

 

martedì 31 marzo 2026

IL RIFLESSO DELL' ALTRO

Mi chiamo Elia Ricci e sono un archivista. Ho cinquant'anni tondi, una statura media e capelli brizzolati.

Sono sposato da vent'anni con Agnese. Vent'anni di rituali immutabili. Mia moglie è una donna abitudinaria, che non ama gli eccessi, con un gusto impeccabile per l'eleganza sobria.   

Le stranezze sono iniziate circa due mesi fa. Quasi impercettibili, che un uomo meno abituato all'osservazione meticolosa avrebbe liquidato come affaticamento da troppo lavoro.

Agnese ha sempre detestato avere i capelli sciolti. Ritiene siano "disordinati". Un martedì sera, l'ho trovata a preparare la cena con la sua folta chioma corvina che le ricadeva sulle spalle. Non solo: quando le ho chiesto come fosse andata la giornata, ha risposto con una risata. Non il suo flebile, controllato sorriso, ma una risata piena, quasi sguaiata.

L'armadio di Agnese è sempre stato un insieme di beige, grigio perla e nero. Ora, in mezzo ai suoi tailleur, sono apparsi capi mai visti prima. Un maglione giallo acceso, una giacca color smeraldo.

La sera, durante la cena, lei ha fatto un gesto nuovo e incomprensibile. Dopo aver bevuto un sorso di vino rosso, si è pulito l'angolo della bocca con il dorso della mano destra. Mia moglie è sempre stata una maniaca dell'etichetta. Le ho chiesto: "Cara, cos'è quel gesto?" Lei ha alzato le spalle e ha risposto: "Quale gesto, Elia? Smettila di fissarmi".

Ciò che mi inquieta di più è una frase che ripete ogni volta che rientra in casa: "L'aria è diversa, ma il cielo è lo stesso." Parole prive di senso. Le ho chiesto una spiegazione. Mi ha guardato con gli occhi spalancati, come se avessi detto una volgarità. "Non ho detto nulla, Elia".

Tutte queste anomalie si sono accumulate, hanno accresciuto il mio turbamento. Ho iniziato a osservare Agnese con una attenzione ancora maggiore.

Una sera, mentre lei leggeva in salotto, ho spento la televisione e l'ho fissata. L'ho guardata davvero, non con l'occhio pigro di chi è sposato da vent'anni. Alla fine l'ho notato.

Il suo viso era leggermente diverso.

Non stravolto, ma era evidente un sottile, agghiacciante cambiamento: le fossette ai lati della bocca erano meno profonde. Il taglio degli occhi sembrava diverso, e l'iride di un marrone che mi sembrava più caldo.

Ho avuto il dubbio che non fosse più lei. Che fosse un'altra donna.

La paranoia mi ha stretto in una morsa di gelo. Non osavo più toccarla, non osavo parlarle di questo mio sospetto.

Un sabato mattina, dovevo andare a prendere dei vecchi atti notarili in un deposito fuori città. Ero in ritardo e mi sono affrettato. Ho afferrato la chiave dell'auto, ho salutato quella che forse non era più la "mia Agnese" con un cenno, e sono uscito.

Sono arrivato all'auto, ho messo la mano in tasca e ho realizzato: avevo dimenticato gli occhiali da sole.

Sono tornato indietro. Agnese era in piedi, di fronte al grande specchio a muro nell'ingresso.

Mi ha sentito entrare e si è voltata di scatto.

"Elia! Sei già tornato..."

Non ho badato a lei. Il mio sguardo era inchiodato allo specchio. E a ciò che vi era riflesso.

L'immagine riflessa mostrava Agnese, identica, con quel maglione giallo zafferano. Ma accanto a lei, c'era un uomo: alto, con capelli scuri e folti, una barba curata e un sorriso giovane e rilassato.

Non ero io.

Mi sono guardato le mani. Ho toccato il mio volto. Ho guardato di nuovo lo specchio, e solo allora ho capito. Agnese non era cambiata.  Lo ero io. Non ero chi avevo sempre creduto di essere.

"Agnese" ho mormorato. "Sono io quello diverso".

Lei non ha capito, ed è scoppiata in una risata fragorosa.

 

sabato 28 marzo 2026

CANZONI DELLA GIOVINEZZA (7) - "AND THEN THE RAIN" - TRUE WEST

 

(Quindici canzoni che mi hanno fatto amare la musica pop/rock)

I True West sono una di quelle "gemme nascoste" del rock americano degli anni '80, fondamentali per capire l'evoluzione della scena psichedelica moderna.

Originari di Davis, California, sono stati tra i protagonisti del movimento Paisley Underground (insieme a band come Dream Syndicate e Rain Parade). Costituiti nei primi anni '80, la mente creativa del gruppo è il chitarrista Russ Tolman (con lui Gavin Blair e Richard McGrath). Il sound della band era caratterizzato da un intreccio chitarristico ipnotico e nervoso, influenzato dai Television di Tom Verlaine e dal rock psichedelico dei Quicksilver Messenger Service.

Sebbene non abbiano mai raggiunto il successo commerciale globale, i True West sono diventati un punto di riferimento per il rock alternativo grazie alla loro capacità di unire l'urgenza del punk alla complessità del rock progressivo e psichedelico.

Contenuta nell'album di debutto Drifters (1984), And Then the Rain rappresenta forse il vertice creativo della band.

Il brano si apre con un arpeggio di chitarra circolare e malinconico che evoca immediatamente un senso di attesa e tensione. La sezione ritmica è solida ma elastica, e permette alle chitarre di intrecciarsi in modo quasi matematico.

La voce di Gavin Blair è intensa e sofferta, perfettamente bilanciata dal lavoro magistrale di Russ Tolman alla chitarra. Il brano non "esplode" in modo scontato, ma cresce attraverso melodie che sembrano inseguirsi.

È un pezzo che cattura perfettamente quel senso di "nuvoloso" tipico del college rock dell'epoca: una miscela di introspezione e potenza sonora.

And Then the Rain non è soltanto una bella canzone, ma rappresenta uno snodo cruciale.

Contribuisce a codificare il suono del Paisley Underground (scena musicale di rock alternativo sviluppatasi a Los Angeles nella prima metà degli Anni Ottanta, caratterizzata dal recupero e dalla rielaborazione del sound psichedelico classico con un piglio più asciutto e sintetico). La psichedelia non doveva essere per forza un revival nostalgico degli anni '60, ma poteva essere moderna, cupa e affilata.

L'interazione tra le due chitarre nel brano è diventata un modello per molte band indie e post-punk successive. Il "duello" tra chitarre si trasforma in un dialogo tra atmosfere.

Sebbene i True West siano rimasti in prevalenza una band di culto, non molto nota, brani come questo hanno influenzato generazioni di musicisti, dai primi R.E.M. a molte band del neo-psichedelismo attuale.

Sono la prova che il rock americano degli anni '80 non era solo synth-pop o hair metal, ma possedeva una profondità intellettuale e sonora straordinaria.