Mi
sveglio ogni mattina alle 6:03. Non alle sei, non alle sei e cinque. Alle sei e
tre. È la prima regola. Il mio corpo la conosce, la rispetta. Non ho bisogno di
sveglia. L’orologio da polso, un Omega del ’67 è regolato con precisione
maniacale. Lo controllo comunque, ogni mattina, appena apro gli occhi. Se segna
6:03, posso alzarmi.
Scendo
dal letto con il piede destro. Il sinistro non deve toccare il pavimento finché
non ho indossato la pantofola. Mi muovo verso il bagno seguendo il percorso
stabilito: sei passi in linea retta, svolta a sinistra, tre passi, porta. La
porta si apre con la mano sinistra. Mai con la destra. L’ho scritto nel
quaderno delle regole, volume primo, pagina due.
Ogni
gesto ha una forma. Ogni forma ha una sequenza. Ogni sequenza ha una ragione.
Senza regole, il mondo si frantuma. Senza regole, io vado a pezzi.
La
colazione è alle 6:17. Due fette di pane tostato, spalmate con esattamente
sette grammi di marmellata d’arancia. Il tè deve stare in infusione per tre
minuti e quaranta secondi. Il cucchiaino va posato sul piattino con il manico
rivolto a nord-est. La tazza si solleva con la destra, si poggia con la
sinistra. Se sbaglio, ricomincio.
Lavoro
da casa. Sono contabile. I numeri mi rassicurano. I numeri obbediscono. I
numeri non tradiscono. I numeri sono come me.
I
documenti sono archiviati secondo un sistema che ho inventato nel 1998. Le
cartelle sono etichettate con codici cromatici. Le sottocartelle con date in
formato inverso. I fogli si piegano in tre, mai in due. Le penne blu per le
entrate, nere per le uscite. Le rosse sono proibite. Le rosse sono il caos.
La
mia casa è silenziosa. Ordinata. Immobile. Ogni oggetto ha un posto. Ogni posto
ha un oggetto. Le tende si aprono alle 8:01. Si chiudono alle 18:59. Le luci si
accendono in sequenza: cucina, studio, salotto. Mai il contrario.
All’inizio,
le regole mi proteggevano. Mi davano pace. Mi davano forma. Ma ora, le regole forse
sono troppe.
Ogni
giorno ne aggiungo una. Una nuova norma. Una nuova clausola. Non posso
evitarlo. Se non lo faccio, sento che qualcosa andrà storto. Che il mondo si
spezzerà. Che io andrò a pezzi.
Non
esco più di casa. Il protocollo per uscire è diventato troppo lungo. Devo
controllare quarantasette punti prima di varcare la soglia. Se ne dimentico
uno? Se sbaglio sequenza?
Non
ricevo più visite. Non ho ancora scritto il regolamento per gli ospiti. Senza
regolamento, non c’è sicurezza.
Non
dormo più bene. La posizione del cuscino deve essere verificata ogni ora. La
coperta va piegata in diagonale prima di essere distesa. Il respiro deve
seguire il ritmo 4-7-8. Se sbaglio, ricomincio.
Non
vivo. Mi eseguo.
Il
codice mi ha salvato. Ora mi soffoca.
Stasera,
mentre compilo il registro delle regole, volume dodici, mi accorgo di qualcosa.
La mano trema. Il cuore accelera. Ho dimenticato di numerare la pagina. Una
pagina senza numero. Una falla.
Mi
alzo di scatto. Corro alla libreria. Controllo tutti i volumi. Cerco errori,
omissioni, incongruenze. Trovo una nota scritta a matita. Non in penna. Una
violazione. Una vergogna.
Il
respiro si fa corto. Le regole mi stringono come corde invisibili. Ogni parete
della casa è una clausola. Ogni oggetto è una norma. Ogni pensiero è un dovere.
Mi
siedo. Chiudo gli occhi. Vorrei smettere. Vorrei spegnere tutto.
Ma
non posso.
Non
ho ancora scritto la regola per porre fine a tutto questo.




