Se ne era accorta già da bambina, durante l’ora di ginnastica, in quella
palestra che sapeva di gomma e di sudore. Guardando le gambe delle altre
compagne, aveva notato una differenza. Prima non ci aveva mai fatto caso più di
tanto; non aveva mai avuto la possibilità di un vero confronto, perciò aveva
sempre considerato la propria pelle come l'unica pelle possibile. Normale, come
il ritmo di un orologio a muro.
Quel giorno, invece, notò che la guardavano. Le sue piccole compagne
fissavano il retro della sua coscia destra, vicino alla piega del ginocchio, e
la parte alta del polpaccio. La guardavano in silenzio, finché una bambina di
nome Dora le si avvicinò. "Che cosa ti sei fatto?" chiese Dora. Lei
non seppe cosa rispondere. Rimase ferma e muta, un personaggio di un film a cui
hanno tagliato l'audio.
Quando tornò a casa, lo disse a sua madre. La donna si abbassò alla sua
altezza, le prese le mani e le spiegò che quella cosa non era niente. L'aveva
sempre avuta. "Ogni persona è diversa dalle altre," le disse.
Era una spiegazione ragionevole, e lei si sentì abbastanza convinta.
Eppure, da quel momento, accadde qualcosa di irreversibile. Non riusciva più a
distogliere lo sguardo dalla propria gamba. Quando i genitori non c'erano,
toccava quelle increspature della pelle che la accompagnavano dalla nascita.
Sembravano mappe di un territorio che non riusciva più a comprendere.
Non parlò più dell'argomento con i genitori, ma pretese di non indossare
più i calzoncini per la ginnastica. Voleva una tuta lunga. Sua madre comprese e
l'accontentò. Una volta coperta l'imperfezione, le compagne smisero di fare
domande.
Crescendo, le gonne sparirono dal suo armadio. Solo una volta ne indossò
una molto lunga, per una particolare occasione (una serata elegante!) che ormai
faticava quasi a ricordare. Mentre le sue amiche facevano a gara a mostrare
gambe abbronzate e lisce, lei restava chiusa nei suoi pantaloni, come un
segreto ben custodito.
Il vero problema arrivò con il primo ragazzo. Come dirglielo? Non trovò le
parole. Quando il loro rapporto divenne più intimo, lei lo lasciò. Dall'oggi al
domani, senza una spiegazione. Sparì e basta. Per molti anni non frequentò più
nessuno. Quel difetto era diventato come un muro alto e liscio, impossibile da
affrontare.
Poi incontrò un gran bravo ragazzo. Se ne innamorò e, sentendosi al sicuro,
trovò il coraggio di rivelare il suo segreto. Lui non fece una piega. "Amo
tutto di te," le disse. "Anzi, questo piccolo difetto ti rende ancora
più speciale". Lei fu felice per un po'. Sembrava che l'incantesimo si
fosse rotto. Ma una sera, dopo aver fatto l'amore, mentre erano nudi sotto le
coperte, lui le chiese con una noncuranza che le fece male: "Hai mai
pensato di fare una plastica?" Il suo dito scorreva proprio quelle increspature.
Dopo poco tempo, dopo avere riflettuto bene, lei lo lasciò.
Seguì un periodo di crisi, che durò parecchio, poi incontrò un uomo più
anziano. Era divorziato e premuroso. Sembrava che a lui non importasse nulla di
quella sua imperfezione. Anzi, accarezzava e baciava quella pelle irregolare
con una sorta di strana devozione. Eppure, dopo qualche mese, lui la lasciò per
una ventenne dal corpo statuario e la pelle levigata.
Smise di cercare. Era convinta di suscitare repulsione. Forse era la pelle,
o forse era qualcos'altro. Chissà qual era la vera ragione della sua
solitudine. Non lo sapeva lei, e non c'è motivo per cui dovremmo saperlo noi.
Ora era anziana. Le increspature non erano più un pensiero fisso. Che senso
avrebbe avuto? Seduta in veranda, guardava le proprie gambe. Le imperfezioni originarie si erano mescolate a quelle nuove, portate dal tempo. Erano
diventate un'unica trama complessa e indistinguibile.
A volte la vita è così: si passa così tanto tempo a preoccuparsi di un
graffio sul disco, che non ci si accorge che la musica, nel frattempo, è ormai
finita.


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