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martedì 12 luglio 2016

LA SCOMPARSA - 2° PUNTATA


Tom Pozzo paga ed esce dal bar. Fuori, la pioggia è ancora più torrenziale. Quando il detective arriva all'agenzia è completamente zuppo. Irrompe in ufficio bestemmiando.
"Salve, capo" lo accoglie il suo collaboratore, Frank Saturnio, seduto con i piedi sulla scrivania.
"Tempo di merda, Frank"
"Questa mattina alle otto, quando sono arrivato, pioveva di meno".
"Vaffanculo Frank. Novità? Credo proprio di no, con questo tempaccio non si muove nessuno".
"Ti sbagli, capo".
"Eh?"
"Ho ricevuto ben due visite. Per fortuna che sono arrivato presto altrimenti le avremmo perse".
"Frank, dacci un taglio, stai diventando stucchevole. Di cosa si tratta?"
"Dopo, capo. Prima dobbiamo affrontare un problema piuttosto urgente".
"Sarebbe?" domanda Tom Pozzo, dai cui abiti ancora cola acqua.
"Si tratta di Lola".
"Lola?"
L'altro annuisce, poi si accende una sigaretta.
"Dice che se ne vuole andare".
"Perché?"
"Tu che cosa faresti se non ti pagassero lo stipendio da tre mesi?"
"Niente, aspetterei fiducioso".
"Col cavolo, scateneresti il finimondo".
"Lasciamola andare, che ci importa? Il suo lavoro lo puoi fare benissimo tu".
Frank Saturnio si drizza in piedi di colpo e si avvicina al suo capo.
"Lo sai che puzzi di cane bagnato? Io non so battere a macchina!"
"Le macchine per scrivere non si usano più da almeno vent'anni. Non te ne eri accorto?"
"No, e non so fare il caffè!"
"Sul serio? Neppure io. Questo è davvero un problema".
Tom Pozzo medita in silenzio per un paio di minuti.
"Ho un'idea. Lola! Lola!"
Dalla stanzetta attigua, dopo qualche tramestio, si affaccia la segretaria. È una donna sulla quarantina, piuttosto in carne, e il vestito attillato che indossa mette ancora più in risalto il fisico prosperoso.
"Oh, buongiorno signor Tommaso. Desidera?"
"Frank mi ha detto che te ne vuoi andare. È vero?"
"Certo che è vero. Ho diritto ad avere il mio stipendio!"
"Non c'è dubbio, e lo avrai. Abbiamo un paio di grossi casi tra le mani. Non soltanto avrai lo stipendio, compresi tutti gli arretrati, ma otterrai pure un cospicuo aumento".
Frank Saturnio, alle parole del suo capo, rimane a bocca aperta. La sigaretta gli cade di mano.
"Davvero?" esclama Lola. "È magnifico! Vado subito a preparare il caffè!"
"Un po' ingenua la ragazza" dice Tom Pozzo.
"E tu sei un gran bastardo" risponde Saturnio.
"Siediti e parlami delle visite di questa mattina".
"D'accordo. La donna è arrivata poco dopo le otto. Per fortuna che..."
"Frank!"
"Ok, capo. Beh, è presto detto, si tratta di un caso di corna".
"Ottimo, non dovremo sbatterci troppo e sarà di sicuro un caso redditizio. Ti occuperai tu di pedinare l'uomo, intesi?"
"Sì capo".
"Ehi, perché quella faccia da funerale? Ti è sempre piaciuto seguire i mariti infedeli."
"Mmm... il fatto è che quella infedele è lei".
"La donna? Che cazzo dici?"
"Vuole che pediniamo il marito e, se necessario, che gli impediamo di interferire con i suoi programmi scoperecci".
"Questa è buona, Frank! In ogni modo, a noi che interessa? L'importante è che paghi. Ti è sembrata ricca?"
"Pare che quello ricco sia lui".
Tom Pozzo scoppia in una gran risata.
"Poveraccio! Cornuto e spennato! Bene, comincerai domani. E l'altro caso?"
Frank Saturnio fa una smorfia.
"Oh, da quello non ricaveremo nulla. Il mio parere è quello di rifiutare".
"Del tuo parere non mi frega un cazzo. Sono io che decido. Allora?"
"Si tratta di un politico piuttosto noto".
"Chi?" Saturnio abbassa la voce e poi dice il nome.
"Accidenti! Che cosa vuole? Che sorvegliamo qualche suo rivale e lo sputtaniamo? So che quel tipo ambisce alla segreteria del partito".
"Niente di tutto questo, capo. Dobbiamo trovare qualcuno, o qualcosa, che è scomparso".
"Cerca di essere più chiaro, Frank. Qualcuno o qualcosa?"
"Non ho capito bene. Quell'uomo era agitato, e con il suo gran parlare mi ha un po' confuso. Sai come sono i politici, non si capisce mai ciò che dicono."
"Dimmi che cosa ti ha detto".
Saturnio sporge al suo principale un blocco di appunti.
"Ho scritto tutto qui".
Tom pozzo finalmente si siede e inizia a leggere con attenzione.
"Frank, questa è una cosa grossa. Me ne occuperò io. Se il tuo cornutone non ti impegnerà troppo mi darai una mano".
"Capo, sei davvero convinto che questa storia ci possa rendere qualcosa?"
"Frank, stai al tuo posto. So io che cosa fare. A proposito, sono stati lasciati degli anticipi?"
"La donna ha sganciato mentre il politico ha tergiversato. Ha detto che agiva in nome del partito e che all'acconto provvederà il tesoriere. Quando, non lo ha detto."
"Eh, la politica ha i suoi tempi! Frank, sai che ti dico? Io inizio subito, è meglio portarsi avanti con il lavoro".
"Capo, hai già pranzato?"
"Pranzato? Tu pensi soltanto a mangiare, per questo l'agenzia sta andando in malora! Mettiti subito sulle piste del cornuto!"
"Avevi detto domani".
"Ho cambiato idea, Frank".
Tom Pozzo si alza e si dirige verso la porta.
"Che fai, capo? Esci già?"
"Non ho intenzione di perdere tempo, ho detto".
"Piove sempre più forte".  (continua)

lunedì 11 luglio 2016

LA SCOMPARSA - 1° PUNTATA


Quando la pioggia fa sul serio, tutto è diverso. Il cielo è plumbeo e del sole non c'è più traccia, come se non esistesse più, come se fosse scomparso. Le grosse gocce d'acqua si schiantano a terra con violenza, allagano le strade della città, rendono caotico il traffico, costringono i pedoni a camminare appiccicati ai muri dei palazzi, a ripararsi sotto fragili ombrelli spesso rovesciati e abbattuti dal vento. L'acqua sporca filtra attraverso la fragile barriera delle eleganti e inadatte calzature alle quali nessuno rinuncia, inzuppa calze e piedi, l'umidità a poco a poco si propaga in tutto il corpo e provoca brividi di freddo.
Quando la pioggia è battente e incessante è meglio stare a letto, al caldo, perché nulla come la pioggia facilita il sonno. Un riposo sereno, popolato da sogni beati, che soltanto l'insistente ronzio del telefono può disturbare e interrompere.
L'uomo si sveglia all'improvviso, allunga il braccio ancora intorpidito sul comodino e afferra l'infernale aggeggio.
"Agenzia investigativa Tom Pozzo" dice con voce impastata. Dall'altra parte tutto tace. L'uomo mette a fuoco il display del telefono e si rende conto che: si trova a casa nel suo letto, nessuno lo ha chiamato perché il suono ostinato che lo ha destato era quello dell'allarme che lui stesso aveva impostato la sera prima. Si sveglia del tutto e mette i piedi a terra. Il pavimento è gelido e umido. Nello stesso momento il campanile del vicino duomo batte dodici rintocchi.
"Cazzo" dice Tom Pozzo. Si fionda alla finestra e ciò che vede non gli piace per niente.
"Ancora tempo di merda" esclama ad alta voce.
È tardi per fare colazione, allora Tom Pozzo si veste in fretta, rinuncia al rasoio, tenta senza successo di sistemare i suoi capelli ribelli, afferra il vecchio ombrello ed esce. Appena in strada un autobus dai vetri appannati gli sfreccia accanto a tutta velocità, solleva un immenso spruzzo d'acqua e lo inzuppa completamente.
"Merda! Brutto stronzo figlio di puttana!" Tom Pozzo butta l'ombrello in un cestino di rifiuti e, imperturbabile, prosegue senza alcun riparo il cammino sotto la pioggia.
D'accordo, è tardi, considera tra sé l'investigatore, in ogni caso lui è il capo e in agenzia di sicuro ci sono il suo collaboratore e la segretaria, quindi c'è tutto il tempo per bere un buon caffè.
Entra nel solito bar. All'interno del locale tutto è umidiccio: il pavimento, sul quale le suole delle scarpe rimangono incollate, la superficie del bancone, sulla quale bicchieri e tazzine non scorrono, così come gli abiti dei numerosi avventori, dai quali sembra sprigionarsi vapore.
"Ehi, Tommaso! Già in piena attività?" domanda il barista.
"Sì e no" risponde Tom Pozzo, pensieroso. "Fammi un caffè doppio, per favore".
Poi l'attenzione dell'investigatore si rivolge a un gruppo di clienti impegnati in una vivace disputa.
"Stanno discutendo di calcio? Oppure di donne?" chiede.
Il barista scuote il testone e sorride divertito.
"Ti sbagli, stanno parlando della Merkel".
"Della Merkel? E che cosa stanno dicendo di quella buona donna? Che ha il culo grosso?" Nel frattempo le voci si alzano di tono.
"Oh, c'è chi dice che dobbiamo smetterla di farci strangolare dall'austerità imposta dai tedeschi, altri dicono che dobbiamo mandarli al diavolo e riprenderci la nostra vecchia moneta, altri ancora che dobbiamo uscire dall'Unione Europea. Tutti, comunque, sono concordi nell'affermare che la crucca ha un posteriore enorme". Il barista conclude sghignazzando.
Tom Pozzo sorseggia lentamente il suo caffè.
"Discorsi da bar" dice. "Senza offesa, naturalmente".
Il barista si fa serio.
"Sarà, tuttavia sento questi discorsi sempre più spesso. Dell'Europa non frega più niente a nessuno".
"Paolo, questo è un microcosmo che non rispecchia affatto l'opinione generale".
"Lo spero".
"Stai allegro, ci vediamo domani". (continua)

domenica 26 giugno 2016

BRRR...EXIT


Si incontrano nella piazza del paese. Uno è piuttosto anziano, con pochi capelli grigi, il volto solcato di rughe. L'altro è piuttosto anziano, con pochi capelli grigi, il volto solcato di rughe. Si guardano.
"Chi sei?" domanda il primo.
"Non mi riconosci? Sono l'uomo della strada".
"Ah, ecco! Andiamo a bere qualcosa?"
"Va bene. Ma tu..."
"Sono proprio io, l'uomo del bar".
"Quello che fa discorsi da bar".
"Esatto. Su, andiamo".
I due percorrono alcuni metri, poi entrano nel caffè della piazza. Salutano il barista.
"Un bicchiere di bianco..." dice il primo.
"...e un caffè mezzo lungo" conclude l'altro.
"Allora, qual è l'argomento del giorno? Gli europei di calcio?"
"Sei matto?" risponde il barista. "Oggi niente pallone, si parla soltanto di cosa hanno combinato i britannici".
"Brexit" dice il primo.
"Brexit" risponde l'altro.
"Avrei preferito il pallone, in ogni caso".
"Anch'io. Tuttavia, se ci tocca ci tocca".
"Da domani il mondo non sarà più lo stesso".
"Non dire cazzate, non cambierà nulla. Per noi, dico".
"I titoli bancari sono andati a picco".
"Che cosa sono i titoli bancari?"
"Hai ragione, non ce ne fotte nulla. Però quel Cameron è peggio di Tafazzi. Te lo ricordi Tafazzi?"
"Altroché. Cameron prima ha cercato di martellarsi i coglioni con il referendum sull'indipendenza della Scozia, ma li ha mancati. Non pago, ci ha riprovato e questa volta il colpo è andato a segno. Scommetto che sta ancora urlando".
"Ha fatto arrabbiare pure la regina".
"La regina! Ma ti rendi conto? In fondo che cosa potevamo avere in comune, noi dico, con un popolo che ha una regina di novant'anni e un principe ereditario che di anni ne ha quasi settanta e che è sposato con una vecchia cavalla?"
"Quelli nell'Unione Europea non ci sono mai voluti stare, dico io".
"Però c'erano".
"Non hanno voluto adottare l'euro, e questa cosa mi ha sempre fatto incazzare. Loro no e noi sì".
"Volevano distinguersi".
"Per distinguersi non era già sufficiente il fatto che sulle strade camminano a sinistra? A sinistra! È da imbecilli camminare a sinistra".
"Scozia e Irlanda del Nord non l'hanno presa bene. Minacciano di uscire dal Regno Unito. E ci sono fibrillazioni nell'intero Commonwealth".
"Guarda, il Commonwealth nessuno sa che cos'è, e per quanto riguarda la Scozia, dove tra l'altro gli uomini portano la gonna e niente mutande, e l'Irlanda del Nord, dove fino a poco tempo fa cattolici e protestanti si scannavano, ormai l'hanno preso in quel posto. C'è niente da fare".
"Anche Londra voleva rimanere".
"Certo, Londra Città Aperta!"
"Ah! Ah! Ah!"
"Ah! Ah! Ah!"
"I vecchi"
"Come dici?"
"Sono stati i vecchi, quelli come noi, a volere uscire dall'Europa".
"Vero. In fondo a noi interessa soltanto l'oggi. Del domani ce ne fottiamo. Esiste per noi un domani?"
"È probabile che schiattiamo entrambi prima che sia domani".
"Appunto".
"Che vuoi farci, ormai è andata così. Questi sono gli effetti di quando decide il popolo. Bisogna accettare le conseguenze della democrazia diretta".
"Che cosa hai detto?"
"Ho detto democrazia diretta".
"Ripetilo".
"Democrazia diretta".
"Ah! Ah! Ah!"


sabato 11 giugno 2016

DOPO DI NOI



È una calda sera estiva. Tutte le finestre del mio appartamento sono spalancate. Tutte le luci sono spente, tranne una, quella che illumina il libro che sto leggendo. A un tratto sento un rumore. Un frullare vorticoso di piccole ali pesanti. In casa è entrato un insetto.
La fastidiosa interferenza mi fa perdere la concentrazione. I miei occhi scorrono sempre la stessa riga.
Indispettito, chiudo il libro di scatto. Silenzio. Dopo pochi istanti, il disturbo riprende.
Mi alzo dalla poltrona e vado alla ricerca del seccatore. Spengo la lampada da lettura, mi muovo al buio attraverso il salotto, urtando mobili, inciampando nel tappeto. Per poco non cado. L'insetto prosegue i suoi voli: sbatte contro il soffitto, contro le pareti, poi riprende le sue folli acrobazie. La porta-finestra è aperta, ma lui non ha nessuna intenzione di approfittare di quella facile via di fuga.
Decido di cambiare strategia. Non posso affrontare il mio avversario avvolto dalle tenebre, quindi accendo tutte le luci. L'appartamento è illuminato a giorno. Mi immobilizzo e cerco di individuare l'insetto. Lo scorgo mentre sta svolazzando intorno al lampadario: è bruno a abbastanza grosso. Rabbrividisco. Gli insetti provocano in me un certo ribrezzo, anche se non li so riconoscere. Di sicuro non si tratta di una falena, perché le sue ali sono minuscole, il corpo vagamente trapezoidale, ben differente da quello delle disgustose farfalle notturne. Il rumore cessa all'improvviso. Stupito, mi guardo attorno, e poi lo scorgo. È appoggiato sul tavolo, immobile. Mi avvicino, timoroso, e lui non scappa. Quasi ipnotizzato da quella inquietante presenza, accosto il mio viso al suo corpo. Lo scruto. Vedo le sue antenne sottili e frementi, la sua piccola testa che si alza e si abbassa. Sembra annuire. Mi sfida. Vuole che lo uccida, che lo schiacci, che faccia di lui poltiglia, che sparga la sua broda (gialla? arancione?) sul piano di cristallo. Potrei farlo facilmente, ho ancora tra le mani il pesante volume, ma non mi decido ad agire. Non sarò io il suo boia. Non sarò io l'artefice del suo martirio. Perché è proprio ciò che vuole: diventare un eroe, essere ricordato per il suo ardimento. Mi faccio forza, vinco la ripugnanza, e lo afferro con delicatezza tra le dita della mano libera. Lo schifoso contatto con le sue zampette mi fa rizzare tutti i peli del corpo. Dall'insetto si diffonde un odore nauseante che mi dà il voltastomaco. Resisto e, quasi di corsa, mi precipito sul balcone. Allargo il pugno e libero il corpicino imprigionato, lanciandolo nell'aria. Dopo una breve caduta libera prende a volare e si allontana nel buio della notte.
Sono esausto, fradicio di sudore. Rientro in casa e sigillo tutte le finestre. Non ho nessuna intenzione di ripetere a breve una simile spaventosa esperienza. Appena i battiti del mio cuore si sono calmati rifletto e ripenso a ciò che è appena accaduto, al mio gesto di generosità. Un atto di bontà che non servirà a nulla, che non mi assicurerà nessun sconto quando saranno loro, gli insetti, i padroni del pianeta. Sì, perché sarà questo che avverrà, tra non molto tempo. Loro sono tanti, sono ovunque, sono robusti, sono adattabili. Domineranno il mondo, e di noi non avranno alcuna pietà.

martedì 7 giugno 2016

QUELLA, LA BELLA


"Eccolo, il balcone è quello in alto" dice il marito indicando con il dito.
"E tu come lo sai?" domanda la moglie.
"Oh, lo sanno tutti".
"Io non lo sapevo".
"Intendevo dire che lo sanno tutti gli uomini".
La coppia, di mezz'età, è ferma sul marciapiede. La casa di fronte a loro è una modesta abitazione di quattro piani, un po' malandata. I due sono appena usciti dalla vicina chiesa, dove hanno assistito alla messa della domenica.
"Ma questa non è la casa dei Giorgis?" chiede la moglie.
"Sì" risponde il marito. "All'ultimo piano abitava la figlia, ma adesso è andata via e tutti gli appartamenti sono affittati".
"I muri sono tutti scrostati".
"Avrebbe bisogno di un po' di manutenzione, ma a quelli interessa soltanto prendere i soldi".
"Non capisco perché abbiano affittato a quella".
"Si vede che paga" dice l'uomo ridacchiando.
"Non c'è niente da ridere" ribatte la moglie. "Lo sai anche tu da dove arrivano i soldi".
"Sono cose che si dicono in paese. Come facciamo a sapere se è vero?"
"Altroché se è vero! Me l'ha detto Clelia".
"Eh, buona quella!"
"Guarda che suo nipote va a scuola con il figlio di quella, e poi Clelia è sempre bene informata".
"Lo credo, passa tutto il tempo a spettegolare".
"Povero bambino!"
"Eh?"
"Il figlio, dico. Pensa, senza padre e con una madre come quella!"
"Oh, ce l'avrà un padre".
"Sicuro che ce l'avrà, ma neppure la madre saprà chi è!"
"Ma smettila!"
"Non la smetto no. Appena crescerà chissà quanto si vergognerà, povera creatura".
"Non sono affari nostri".
"Sai, gli volevano fare cambiare classe".
"A chi?"
"Al nipote di Clelia!"
"Perché?"
"Eh, per via del figlio di quella".
"E che cosa c'entra il bambino?"
"Niente. Però, con una madre così, non si sa mai..."
"Dai, andiamo via".
"Aspetta ancora un momento. Tu l'hai mai vista?"
"Chi?"
"Quella, la bella".
L'uomo si stringe nelle spalle.
"Una volta soltanto" dice.
"Quando?"
"Oh, qualche mese fa, quando faceva ancora freddo. Pensa, aveva un cappotto lungo fino ai piedi".
"Fino ai piedi?"
"Sì, non si vedevano neppure le scarpe".
"È vero che porta sempre i tacchi?"
"Ah, non lo so. Ti ho detto che quell'unica volta le scarpe non si vedevano. Anche se, pensandoci bene, doveva avere dei tacchi molto alti".
"E come fai a saperlo?"
L'uomo si imbarazza.
"Era alta" risponde, dopo una lunga esitazione.
"Dicono che non va mai a fare spesa in paese, che non si vuole far vedere".
L'uomo non risponde.
"E che quando va a fare spesa ha sempre le unghie dipinte di rosso. E lunghe" prosegue la moglie.
"Mica se le può togliere" ribatte il marito.
La donna si accosta all'uomo.
"Riceve in casa" dice, quasi bisbigliando.
"A casa sua è padrona, può ricevere chi vuole".
"Sì, ma in quell'appartamento entrano solo uomini".
"E speriamo che ne escano soddisfatti".
"Non fare il maiale anche te".
"A proposito" dice l'uomo. "Che ne pensa il tuo amico?"
"Eh?"
"Di tutte queste faccende, che ne dice don Giulio?"
"Oh, lascia perdere, quel prete mi fa venire un nervoso!"
"Perché?"
"Perché dice che non va bene spettegolare. Che anche se quella fosse una peccatrice è comunque una figlia del Signore e che merita tutta la misericordia di questo mondo. Bella roba! Scommetto che ci va pure lui!"
"Ma smettila!"
"E la sai l'ultima? Sembra che qualche sera fa, di notte, abbiano visto salire su il marito di Clelia".
"Giovanni? Ma figurati, con la sua gamba rigida, che cosa vuoi che faccia?"
"Quello è un filibustiere. E poi, vuoi uomini, siete tutti uguali. Con la mogli non fate niente e poi appena arriva una di quelle c'è la coda. Porci!"
"Su, adesso andiamo a casa".
"A proposito, te dove sei andato l'altra sera?"
"Eh?"
"Quando sei uscito dopo cena. Non ti ricordi più?"
"Te l'ho detto! Alla riunione della bocciofila. Non mi credi? Chiedi a Gigi o a Valter".
"Non chiedo un bel niente, tanto lo so come fate, vi coprite a vicenda".
"Forza, andiamo" dice l'uomo, che sembra impaziente.
Proprio in quel momento la porta d'ingresso della casa scatta, e poi si apre. Ne esce una donna ancora giovane. Si guarda un attimo intorno, poi marcia decisa verso la strada. È di corporatura minuta, con i capelli lunghi e neri. Indossa una camicetta attillata con una profonda scollatura che evidenzia l'attaccatura del seno prosperoso, una corta gonna di pelle, calze a rete con maglie molto larghe e scarpe dal tacco vertiginoso. Ha le unghie delle mani dipinte di rosso vermiglio.
Marito e moglie si scostano per lasciarla passare, lo sguardo basso. Lei incede sicura e, quando li incrocia, fa l'occhiolino all'uomo.

sabato 28 maggio 2016

RITORNO A SCUOLA


Il ragazzo ha trascorso l'intera estate correndo tra i campi, da solo o in compagnia dei suoi cani. Ha visto trebbiare il grano e ha preso parte all'ultima fienagione. Adesso è tutto finito, è arrivato il momento del ritorno a scuola.
Quel mattino si desta a fatica. Con gli occhi ancora cisposi siede al tavolo per la colazione. A differenza dei giorni precedenti, non ha fame. Manda giù qualche biscotto, beve un po' di latte, poi si veste. Indossa una maglietta a righe orizzontali un po' fuori moda, con le punte del colletto troppo lunghe, poi infila i calzoni di cotone leggero stirati alla perfezione. I capelli, che non ha lavato, avrebbero bisogno di una aggiustata.
"Vai dal barbiere!" Sua madre ha trascorso l'intera ultima settimana a pronunciare quell'esortazione ma lui non ne ha voluto sapere. Adesso, mentre si osserva allo specchio, è pentito. Ma è troppo tardi.
"Vuoi che ti accompagni?" domanda suo padre, premuroso. Lui rifiuta. Preferisce camminare, per cercare di alleviare quella strana tensione nervosa che lo sta assalendo. Sta per iniziare il secondo anno delle superiori, non il primo. Non dovrebbe sentirsi così in apprensione.
Quando arriva nel piazzale della scuola tutta quella folla lo confonde. Il rumore delle voci è assordante. Le risate e gli schiamazzi lo stordiscono. Scorge Giulio, che l'anno prima è stato suo compagno di banco, e si avvicina a lui. Gli sembra più alto, più grosso, più uomo. Giulio quasi non gli dà retta, impegnato com'è a guardarsi attorno, a salutare altri ragazzi.
"Avremo dei compagni nuovi" dice all'improvviso, poi si distrae di nuovo.
Inizia l'appello delle classi. Il ragazzo sente pronunciare il numero e la lettera che corrispondono alla sua e si avvia su per lo scalone, entra nell'atrio. Nessuno dei suoi vecchi compagni, a parte Giulio, lo ha salutato.
Entra in classe, la stessa vecchia aula, e si accomoda allo stesso banco. Giulio invece si siede in un altro banco, giù in fondo. Il ragazzo osserva i suoi compagni, quasi non li riconosce. Quando vede Giuseppe rimane meravigliato. Lo zimbello della classe sembra un'altra persona. È più alto di almeno dieci centimetri, o quasi, e non è più grasso. Anche il suo viso si è trasformato. Le sue gote non sono più paffute bensì affilate e ricoperte da una lieve peluria. Non indossa più il solito maglione informe ma una camicia portata fuori dai pantaloni e dei jeans sbiaditi. Subito alcune ragazze gli si avvicinano. Lo toccano, lo baciano, scherzano con lui. Le ragazze! Le ragazze, le sue vecchie compagne, fanno paura per come sono abbigliate e truccate e per come si muovono sicure. Il ragazzo vede alcune facce nuove, i nuovi compagni di cui parlava Giulio. Sono nuovi perché l'anno precedente sono stati bocciati. I loro volti tuttavia non sono contriti come dovrebbero essere ma allegri. Tutti si affollano intorno a loro, li vogliono conoscere. Sono trattati come degli eroi. Nota in particolare una ragazza un po' robusta, con la pelle scura e lunghi capelli neri. Parla e parla e gesticola, sembra impegnata in un comizio. Cazzo, sembra mia madre, pensa il ragazzo.
Alla fine nessuno dei compagni si è seduto accanto a lui. Nemmeno uno di loro è venuto a parlare con lui, a chiedergli come aveva trascorso l'estate.
Suona la campanella, la prima ora di scuola del secondo anno sta per iniziare. Sarà un anno lungo, pensa il ragazzo, sarà un anno lungo e pieno di sofferenza. Durante quell'estate che a lui è sembrata così meravigliosa e spensierata si è prodotto un danno. Lui ha perso qualcosa, è rimasto indietro rispetto a tutti gli altri. E recuperare è sempre difficile.

domenica 15 maggio 2016

I GIUSTI


Ogni giorno, al risveglio, il suo primo pensiero è sempre lo stesso: la fine del mondo. L'uomo, dopo avere aperto gli occhi, si domanda mattino dopo mattino perché l'umanità, a dispetto della sua natura corrotta e malvagia, continui a esistere. La risposta è sempre la stessa: il merito è dei giusti, una esigua minoranza di esseri illuminati i quali, con i loro piccoli e in apparenza insignificanti atti quotidiani, rallentano e impediscono la folle corsa del genere umano verso l'autodistruzione.
L'uomo si alza e apre la finestra. Osserva le persone che camminano per la strada, si chiede se fra loro ci sia qualche giusto. Forse sì, oppure no. Loro sono così pochi. Non ne hai mai incontrato uno, o non è stato in grado di riconoscerlo.
L'uomo si avvia in bagno e, mentre si rade, guarda la propria immagine riflessa nello specchio. Il volto che vede, stanco e sofferente, con gli occhi ancora gonfi di sonno, è quello di un giusto? Non sa rispondere con esattezza, ma pensa di no.
Poi afferra la borsa ed esce per andare al lavoro. Durante il tragitto verso l'ufficio si ferma in un bar per fare colazione. Le persone che lo circondano sembrano tutte avere fretta. Ognuna di loro non bada agli altri. Tutti guardano senza vedere, concentrati soltanto sui propri impegni, chiusi nel proprio  egoismo, prigionieri della loro indifferenza. No, tra di loro non c'è nessun giusto, ne è sicuro.
Quando l'uomo arriva in ufficio si sente già stanco. L'umanità, da un po' di tempo, lo affatica. Si domanda se tra i suoi colleghi di lavoro possa esserci qualche giusto. Frequenta quegli uomini e quelle donne da tanto tempo, ne conosce i pregi e soprattutto i difetti. Nessuno di loro si distingue per bontà o generosità o per qualche altra rimarchevole qualità. In apparenza, comunque, sembrano essere tutti brave persone. Invece, appena offre loro la schiena, l'uomo viene pugnalato senza pietà. Nessuno di loro è un giusto. E neppure lo è il suo capo, un uomo che pensa soltanto a se stesso, al suo gretto tornaconto, che non perde occasione di umiliare i suoi collaboratori, di sopraffarli, di farli sentire inadeguati.
La giornata di lavoro trascorre lenta, vuota e triste. Finalmente giunge l'ora di scappare da quella prigione, la pena è sospesa fino all'indomani.
L'uomo si ritrova di nuovo per strada, tra le gente che cammina intorno a lui, fredda e distaccata. Cerca di incrociare gli sguardi delle persone, di cogliere in quella moltitudine di occhi indizi di amabilità, scintille di nobiltà umana, schegge di integrità. Invano. Rassegnato e sconfortato, l'uomo si dirige mesto verso casa. Un altro giorno è trascorso, un altro giorno inutile. Non ha incontrato nessun giusto. Si augura che non siano tutti scomparsi, che qualcuno di loro ci sia ancora, che continui ad agire per il bene dell'umanità. In caso contrario, la fine del mondo sarà prossima e inevitabile.