La
sera cala su Città del Messico come un velo denso e caldo. L’aria rarefatta
dell’altopiano trattiene i colori del tramonto, sfumando dal viola al grigio
polvere sopra la calotta dello Stadio Olimpico Universitario, mentre il brusio
di ottantamila spettatori rimbomba ancora lungo i corridoi di cemento.
Negli
spogliatoi, l’atmosfera è carica di un silenzio teso. Stan Wright, il primo
capo allenatore afroamericano di una nazionale di atletica leggera degli Stati
Uniti, fissa negli occhi Tommie Smith. La sua faccia di luna piena è
accigliata, solcata da un’inquietudine profonda.
«È
una pazzia», dice al suo atleta. «Così rischi di rovinare tutto.»
«No»,
risponde Smith con calma glaciale. «Ho fatto quel che ho fatto proprio in
previsione di questo. Altrimenti, lo sai, non avrei neppure gareggiato.»
Wright
scuote il testone scuro, sopraffatto dal peso di quelle parole.
«Chi
altri lo sa?» chiede.
«John,
naturalmente. E Harry.»
Harry
Edwards è il sociologo e attivista afroamericano che ha fondato l’Olympic
Project for Human Rights, un movimento nato per denunciare e combattere la
segregazione razziale negli Stati Uniti e nel mondo.
Tommie
Smith, soprannominato "Jet", in quel 16 ottobre 1968, poco più di
un’ora prima, ha compiuto un’autentica impresa: è diventato campione olimpico
dei 200 metri con lo strabiliante tempo di 19"83. Un primato mondiale
storico, il primo uomo ad abbattere la barriera dei venti secondi. Terzo è
arrivato il suo compagno di squadra, John Carlos.
«Perché
me lo hai detto?» chiede ancora il coach, cercando una via d'uscita.
«So
che sei dei nostri», dice Tommie Smith incrociando il suo sguardo. Poi aggiunge:
«Adesso devo andare». Si volta e si allontana verso il proprio destino. La
premiazione lo aspetta.
Nel
tunnel dello stadio, i tre atleti sono in attesa di essere chiamati per la
cerimonia. Il secondo classificato è un ragazzo australiano di ventisei anni,
bianco: Peter Norman. La sua gara ha sorpreso tutti, capace com'è stato di
infilarsi con un finale prodigioso tra i due colossi americani.
Tommie
Smith e John Carlos parlottano tra loro a bassa voce, visibilmente nervosi.
«Come
sarebbe a dire che li hai dimenticati?» dice Tommie al compagno, trattenendo la
rabbia.
Carlos
è costernato, imbarazzato, scuote il capo: ha lasciato i guanti neri al
villaggio olimpico.
«Perché
non ne indossate uno a testa?» interviene Peter Norman, che ha osservato la
scena a pochi passi di distanza.
Smith,
un po’ stupito dall’intromissione dell'australiano, riflette per un istante,
poi annuisce. Porge a Carlos un guanto e tiene per sé l'altro. «Faremo così: io
indosserò il destro e tu il sinistro.» Carlos approva, sollevato.
Entrambi
gli americani sono scalzi, indossano ai piedi soltanto delle calze nere che
sporgono dalla tuta della divisa ufficiale. Mentre muovono i primi passi per
uscire nello stadio, Peter Norman li avvicina di nuovo.
«Ragazzi,
scusate ma vi ho sentito parlare. Ho capito che cosa volete fare. Ebbene,
sappiate che sono dalla vostra parte.» Norman indica con l'indice, appuntata
sul petto della sua tuta color verde e oro, la spilla del Progetto Olimpico per
i Diritti Umani. È il medesimo stemma di solidarietà globale che anche i due
americani portano sul petto: l'australiano se l'è fatta prestare dal canadese
Paul Hoffman per unirsi alla protesta.
I
tre velocisti salgono sul podio. Per ultimo viene premiato Tommie Smith, che
riceve l'oro. Subito dopo parte l’inno nazionale americano.
A
quel punto, Smith e Carlos abbassano il capo e alzano al cielo il pugno chiuso,
guantato di nero. È il simbolo del Black Power, il movimento per i
diritti civili degli afroamericani, un grido muto contro il razzismo e le
diseguaglianze negli Stati Uniti. Un gesto pazzesco, trasmesso in mondovisione,
che si fissa per sempre nella memoria collettiva.
Un
gesto che Smith e Carlos pagano caro. Vengono immediatamente sospesi dalla
squadra statunitense e cacciati dal villaggio olimpico su pressione del
Comitato Olimpico Internazionale. Al ritorno in patria, i due subiscono gravi
ritorsioni economiche e sociali, affrontando minacce di morte e isolamento,
tanto da fare enorme fatica a sbarcare il lunario per anni. Soltanto con il
passare dei decenni vengono finalmente riabilitati ed eretti a icone della
lotta civile.
Analoghe
persecuzioni patisce il povero Peter Norman in Australia, ritenuto colpevole
dalle autorità sportive del suo Paese per aver solidarizzato apertamente con i
due velocisti afroamericani. L'Australia dell'epoca è una nazione ferocemente
conservatrice. Norman viene ostracizzato: escluso dalle successive Olimpiadi
nonostante i tempi di qualificazione, subisce insulti continui, perde il lavoro
e cade nel tunnel dell'alcolismo.
Muore
nel 2006. Al suo funerale, a sorreggere la bara in un ultimo, commovente
tributo, ci sono Tommie Smith e John Carlos, che non hanno mai dimenticato
l'amico australiano e il suo coraggio.


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