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giovedì 13 agosto 2026

TOMMIE, JOHN E L'AMICO AUSTRALIANO

La sera cala su Città del Messico come un velo denso e caldo. L’aria rarefatta dell’altopiano trattiene i colori del tramonto, sfumando dal viola al grigio polvere sopra la calotta dello Stadio Olimpico Universitario, mentre il brusio di ottantamila spettatori rimbomba ancora lungo i corridoi di cemento.

Negli spogliatoi, l’atmosfera è carica di un silenzio teso. Stan Wright, il primo capo allenatore afroamericano di una nazionale di atletica leggera degli Stati Uniti, fissa negli occhi Tommie Smith. La sua faccia di luna piena è accigliata, solcata da un’inquietudine profonda.

«È una pazzia», dice al suo atleta. «Così rischi di rovinare tutto.»

«No», risponde Smith con calma glaciale. «Ho fatto quel che ho fatto proprio in previsione di questo. Altrimenti, lo sai, non avrei neppure gareggiato.»

Wright scuote il testone scuro, sopraffatto dal peso di quelle parole.

«Chi altri lo sa?» chiede.

«John, naturalmente. E Harry.»

Harry Edwards è il sociologo e attivista afroamericano che ha fondato l’Olympic Project for Human Rights, un movimento nato per denunciare e combattere la segregazione razziale negli Stati Uniti e nel mondo.

Tommie Smith, soprannominato "Jet", in quel 16 ottobre 1968, poco più di un’ora prima, ha compiuto un’autentica impresa: è diventato campione olimpico dei 200 metri con lo strabiliante tempo di 19"83. Un primato mondiale storico, il primo uomo ad abbattere la barriera dei venti secondi. Terzo è arrivato il suo compagno di squadra, John Carlos.

«Perché me lo hai detto?» chiede ancora il coach, cercando una via d'uscita.

«So che sei dei nostri», dice Tommie Smith incrociando il suo sguardo. Poi aggiunge: «Adesso devo andare». Si volta e si allontana verso il proprio destino. La premiazione lo aspetta.

Nel tunnel dello stadio, i tre atleti sono in attesa di essere chiamati per la cerimonia. Il secondo classificato è un ragazzo australiano di ventisei anni, bianco: Peter Norman. La sua gara ha sorpreso tutti, capace com'è stato di infilarsi con un finale prodigioso tra i due colossi americani.

Tommie Smith e John Carlos parlottano tra loro a bassa voce, visibilmente nervosi.

«Come sarebbe a dire che li hai dimenticati?» dice Tommie al compagno, trattenendo la rabbia.

Carlos è costernato, imbarazzato, scuote il capo: ha lasciato i guanti neri al villaggio olimpico.

«Perché non ne indossate uno a testa?» interviene Peter Norman, che ha osservato la scena a pochi passi di distanza.

Smith, un po’ stupito dall’intromissione dell'australiano, riflette per un istante, poi annuisce. Porge a Carlos un guanto e tiene per sé l'altro. «Faremo così: io indosserò il destro e tu il sinistro.» Carlos approva, sollevato.

Entrambi gli americani sono scalzi, indossano ai piedi soltanto delle calze nere che sporgono dalla tuta della divisa ufficiale. Mentre muovono i primi passi per uscire nello stadio, Peter Norman li avvicina di nuovo.

«Ragazzi, scusate ma vi ho sentito parlare. Ho capito che cosa volete fare. Ebbene, sappiate che sono dalla vostra parte.» Norman indica con l'indice, appuntata sul petto della sua tuta color verde e oro, la spilla del Progetto Olimpico per i Diritti Umani. È il medesimo stemma di solidarietà globale che anche i due americani portano sul petto: l'australiano se l'è fatta prestare dal canadese Paul Hoffman per unirsi alla protesta.

I tre velocisti salgono sul podio. Per ultimo viene premiato Tommie Smith, che riceve l'oro. Subito dopo parte l’inno nazionale americano.

A quel punto, Smith e Carlos abbassano il capo e alzano al cielo il pugno chiuso, guantato di nero. È il simbolo del Black Power, il movimento per i diritti civili degli afroamericani, un grido muto contro il razzismo e le diseguaglianze negli Stati Uniti. Un gesto pazzesco, trasmesso in mondovisione, che si fissa per sempre nella memoria collettiva.

Un gesto che Smith e Carlos pagano caro. Vengono immediatamente sospesi dalla squadra statunitense e cacciati dal villaggio olimpico su pressione del Comitato Olimpico Internazionale. Al ritorno in patria, i due subiscono gravi ritorsioni economiche e sociali, affrontando minacce di morte e isolamento, tanto da fare enorme fatica a sbarcare il lunario per anni. Soltanto con il passare dei decenni vengono finalmente riabilitati ed eretti a icone della lotta civile.

Analoghe persecuzioni patisce il povero Peter Norman in Australia, ritenuto colpevole dalle autorità sportive del suo Paese per aver solidarizzato apertamente con i due velocisti afroamericani. L'Australia dell'epoca è una nazione ferocemente conservatrice. Norman viene ostracizzato: escluso dalle successive Olimpiadi nonostante i tempi di qualificazione, subisce insulti continui, perde il lavoro e cade nel tunnel dell'alcolismo.

Muore nel 2006. Al suo funerale, a sorreggere la bara in un ultimo, commovente tributo, ci sono Tommie Smith e John Carlos, che non hanno mai dimenticato l'amico australiano e il suo coraggio.

 

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