Il fruscio del nastro riempiva l’appartamento come il rumore del mare in
una conchiglia. Vitor teneva gli occhi fissi sulle due bobine che giravano
ipnotiche. Dalle casse del magnetofono, la voce del giovane Alcir del 1950 era
un concentrato di energia nervosa, tesa, quasi elettrica.
«...Ademir scambia con Zizinho, il Maracanã è una polveriera, signori!
Mancano poco più di dodici minuti alla fine del match. Uruguay uno, Brasile
uno. Ricordiamo che con questo risultato il Brasile è Campione del Mondo per la
prima volta nella sua storia!...»
Vitor conosceva quel minuto per minuto a memoria. Aveva letto ogni saggio,
visto ogni documentario. Sapeva esattamente cosa stava per succedere: al minuto
settantanove, l’uruguaiano Alcides Ghiggia avrebbe ricevuto il pallone sulla
fascia destra, avrebbe finto il cross e avrebbe calciato sul primo palo,
beffando il portiere brasiliano Moacir Barbosa. Da quel momento, il destino del
calcio brasiliano sarebbe cambiato per sempre.
Il vecchio Alcir, sulla sua poltrona, aveva reclinato la testa
all'indietro. I suoi occhi spenti erano chiusi, ma le sue palpebre vibravano,
come se stesse sognando a occhi aperti.
«...Attenzione a Ghiggia! Ghiggia avanza sulla destra, supera Bigode...
Barbosa accenna l'uscita... Ghiggia calcia... RETE! Gol dell'Uruguay. Ghiggia.»
La voce del giovane Alcir nella registrazione si incrinò. E poi, il
miracolo al contrario. Il boato immenso del Maracanã crollò all'istante,
sostituito da un silenzio così denso che Vitor, nell'appartamento di Rua
General Glicério, si sentì mancare l'aria. Era il rumore di duecentomila
persone che smettevano di respirare nello stesso momento.
Vitor guardò il vecchio. Una lacrima sottile, trasparente, rigava la
guancia rugosa di Alcir.
Il nastro continuò a scorrere. Nella storia ufficiale, dopo quel gol, il
Brasile era caduto in uno stato di trance catatonica, incapace di reagire fino
al fischio finale. Ma dall'altoparlante dell'Ampex, la voce del giovane Alcir
riprese, seppure tremante.
«Il Brasile rimette la palla al centro... i ragazzi sono distrutti, ma il
pubblico... no, il pubblico non canta più, ma guardate Danilo! Danilo urla,
scuote la squadra. Passaggio arretrato per Bauer. Bauer lancia lungo verso
l'area uruguaiana... Obdulio Varela intercetta, ma commette fallo! Calcio di
punizione per il Brasile dal limite dell'area!»
Vitor scattò sulla sedia. Allungò la mano verso il magnetofono, ma il
vecchio Alcir lo bloccò con uno scatto felino, afferrandogli il polso con una
forza insospettabile per la sua età. Le sue dita erano gelide.
«No. Lascialo andare», sussurrò il vecchio.
«Senhor Alcir... questo è impossibile», disse Vitor, con il cuore che gli
batteva contro le costole. Estrasse lo smartphone dalla tasca con la mano
libera, le dita che tremavano sullo schermo mentre cercava freneticamente i
tabellini ufficiali della FIFA sul sito della federazione. «Non c'è mai stata
una punizione dal limite al minuto ottantuno. Mai. Il Brasile non ha più
superato la metà campo dopo il gol di Ghiggia. Ho visto i filmati restaurati
cento volte!»
«I filmati mostrano la realtà di chi ha accettato la sconfitta», rispose
Alcir, senza mollare la presa sul polso del ragazzo. La sua voce era
inquietantemente calma. «Ma questo nastro... questo nastro è fatto della
materia di chi non si è mai arreso. Ascolta.»
Dalle casse, la voce del radiocronista del 1950 saliva di tono, trasportata
da un'improvvisa, inspiegabile folata di vento che gracchiava nel microfono
d'epoca.
«...Chico sul pallone... la barriera dell'Uruguay è a meno di nove metri,
l'arbitro Reader fatica a tenere l'ordine... Chico parte... il tiro! Fuori di
un soffio! Signori, il Brasile è vivo! È vivo!»
Vitor fissò lo smartphone. La pagina web di Wikipedia sul Mondiale del 1950
era immobile, fissa sulle parole: Brasile 1, Uruguay 2. Marcatori: Friaça
(B), Schiaffino (U), Ghiggia (U).
Eppure, nell'aria pesante di quella stanza, il tempo si stava spaccando in
due. (continua)


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