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martedì 11 agosto 2026

LA DOCCIA

 

Il sole di metà agosto massacra l'asfalto, trasformando la città in un deserto di cemento arroventato. Le serrande dei negozi sono calate, le strade svuotate di ogni anima. Dicono che c'è la crisi, riflette l'uomo mentre trascina le gambe sul marciapiede, dicono che la benzina costa una fortuna, eppure sono scappati tutti. Sono tutti in vacanza.

Mario ha superato i settant'anni. Le vene varicose gli segnano le caviglie come radici scure, la pelle del collo si è arresa alla gravità e i pochi capelli bianchi gli aderiscono al cranio, inzuppati di sudore. Arranca su per i quattro piani di scale, un gradino alla volta, con le dita piegate dal peso delle buste della spesa che gli tagliano la carne.

Entra finalmente in casa, sfinito, il respiro un fischio corto nel petto. Appoggia le buste sul tavolo della cucina e inizia a mettere a posto i prodotti, accompagnando ogni gesto con un sospiro pesante. L'aria nel corridoio è una cappa immobile. Sente la maglietta appiccicata alle spalle, una sensazione di sporco e di umido che gli dà la nausea. Di solito la doccia la fa la sera, prima di coricarsi, mai al mattino. Ma oggi la regola si può infrangere.

Si spoglia con lentezza esasperante. Piega i vestiti, li getta nella cesta dello sporco e prepara sul letto la biancheria pulita. Poi si dirige in bagno ed entra nella cabina. Il getto d'acqua che lo colpisce è un sollievo istantaneo: prima quasi fredda, poi lentamente più tiepida, scoglie la tensione lungo la colonna vertebrale. Mario chiude gli occhi, perde il senso del tempo. Dovrebbe stare attento a non sprecare troppa acqua, ma per una volta, si dice, chi se ne importa.

Quando decide finalmente di uscire, allunga la mano verso la maniglia. La porta scorrevole non si muove. La spinge con più decisione, ma resta bloccata. È vecchia, pensa subito, si sarà incastrata nei binari. Aumenta la forza, poi sferra un pugno contro il bordo di metallo. Nulla. La porta non cede di un millimetro.

Un'ondata improvvisa di panico gli prosciuga la gola. È nudo, bagnato, chiuso in una gabbia di pochi centimetri, con le pareti alte più di due metri. Pensa di gridare, di chiedere aiuto, ma la voce gli muore in bocca: il palazzo è completamente vuoto, è la settimana di Ferragosto, e il bagno non ha neanche una finestra verso l'esterno, è cieco. Nessuno può sentirlo.

Senza riflettere, spinto dalla disperazione, scaglia tutto il peso della spalla contro una delle pareti. Non gli importa di tagliarsi o di farsi male, vuole solo rompere quel cristallo. Ma le pareti sono di un materiale sintetico ultra-resistente, una specie di spesso plexiglass infrangibile. L'impatto lo fa rimbalzare indietro; perde l'equilibrio e rischia di spaccarsi la testa sul piatto doccia.

I goccioloni d'acqua sul corpo iniziano a raffreddarsi. Sulla pelle nuda compaiono i brividi, un tremore inarrestabile che parte dalle ginocchia e gli sale fino alla mascella. Mario si accascia sul fondo della cabina, le ginocchia al petto, sconfitto.

Guarda attraverso il plexiglass opaco la sagoma sfuocata del suo bagno. Sa che morirà lì dentro, intrappolato in una stupida scatola di plastica. Morirà, proprio lui che, per vent'anni, ha fatto le scale a piedi, sputando sangue a ogni gradino, pur di non prendere l'ascensore per il terrore viscerale di rimanere bloccato dentro.

 


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