Il
sole di metà agosto massacra l'asfalto, trasformando la città in un deserto di
cemento arroventato. Le serrande dei negozi sono calate, le strade svuotate di
ogni anima. Dicono che c'è la crisi, riflette l'uomo mentre trascina le gambe
sul marciapiede, dicono che la benzina costa una fortuna, eppure sono scappati
tutti. Sono tutti in vacanza.
Mario
ha superato i settant'anni. Le vene varicose gli segnano le caviglie come
radici scure, la pelle del collo si è arresa alla gravità e i pochi capelli
bianchi gli aderiscono al cranio, inzuppati di sudore. Arranca su per i quattro
piani di scale, un gradino alla volta, con le dita piegate dal peso delle buste
della spesa che gli tagliano la carne.
Entra
finalmente in casa, sfinito, il respiro un fischio corto nel petto. Appoggia le
buste sul tavolo della cucina e inizia a mettere a posto i prodotti,
accompagnando ogni gesto con un sospiro pesante. L'aria nel corridoio è una
cappa immobile. Sente la maglietta appiccicata alle spalle, una sensazione di
sporco e di umido che gli dà la nausea. Di solito la doccia la fa la sera,
prima di coricarsi, mai al mattino. Ma oggi la regola si può infrangere.
Si
spoglia con lentezza esasperante. Piega i vestiti, li getta nella cesta dello
sporco e prepara sul letto la biancheria pulita. Poi si dirige in bagno ed
entra nella cabina. Il getto d'acqua che lo colpisce è un sollievo istantaneo:
prima quasi fredda, poi lentamente più tiepida, scoglie la tensione lungo la
colonna vertebrale. Mario chiude gli occhi, perde il senso del tempo. Dovrebbe
stare attento a non sprecare troppa acqua, ma per una volta, si dice, chi se ne
importa.
Quando
decide finalmente di uscire, allunga la mano verso la maniglia. La porta
scorrevole non si muove. La spinge con più decisione, ma resta bloccata. È
vecchia, pensa subito, si sarà incastrata nei binari. Aumenta la forza, poi
sferra un pugno contro il bordo di metallo. Nulla. La porta non cede di un
millimetro.
Un'ondata
improvvisa di panico gli prosciuga la gola. È nudo, bagnato, chiuso in una
gabbia di pochi centimetri, con le pareti alte più di due metri. Pensa di
gridare, di chiedere aiuto, ma la voce gli muore in bocca: il palazzo è
completamente vuoto, è la settimana di Ferragosto, e il bagno non ha neanche
una finestra verso l'esterno, è cieco. Nessuno può sentirlo.
Senza
riflettere, spinto dalla disperazione, scaglia tutto il peso della spalla
contro una delle pareti. Non gli importa di tagliarsi o di farsi male, vuole
solo rompere quel cristallo. Ma le pareti sono di un materiale sintetico ultra-resistente,
una specie di spesso plexiglass infrangibile. L'impatto lo fa rimbalzare
indietro; perde l'equilibrio e rischia di spaccarsi la testa sul piatto doccia.
I
goccioloni d'acqua sul corpo iniziano a raffreddarsi. Sulla pelle nuda
compaiono i brividi, un tremore inarrestabile che parte dalle ginocchia e gli
sale fino alla mascella. Mario si accascia sul fondo della cabina, le ginocchia
al petto, sconfitto.
Guarda
attraverso il plexiglass opaco la sagoma sfuocata del suo bagno. Sa che morirà
lì dentro, intrappolato in una stupida scatola di plastica. Morirà, proprio lui
che, per vent'anni, ha fatto le scale a piedi, sputando sangue a ogni gradino,
pur di non prendere l'ascensore per il terrore viscerale di rimanere bloccato
dentro.


Nessun commento:
Posta un commento