L'atletica leggera è da sempre considerata la pietra angolare di tutto il
movimento sportivo. Con i suoi gesti essenziali, correre, saltare, lanciare,
sintetizza le capacità motorie fondamentali dell'essere umano, combinando
tradizione e costante ricerca della prestazione.
L'atletica moderna nasce e si struttura nella prima metà dell'Ottocento nel
Regno Unito, dove vengono codificate le prime regole all'interno dei college
inglesi. La sua vera consacrazione su scala globale avviene nel 1896, quando
Atene ospita i primi Giochi Olimpici dell'era moderna voluti da Pierre de
Coubertin. In quella prima edizione, l'atletica diventa fin da subito il cuore
pulsante della manifestazione, restituendo al mondo la continuità ideale con la
tradizione dell'antica Grecia.
Oltre al valore agonistico, l'atletica leggera ricopre un ruolo cruciale
nello sviluppo fisico e nella formazione dei giovani. Trattandosi di uno sport
multidisciplinare e completo, promuove uno sviluppo armonico della muscolatura,
della coordinazione e della capacità cardio-respiratoria. Dal punto di vista
educativo e caratteriale, insegna la disciplina, la costanza e il rispetto
delle proprie capacità e dei propri limiti, abituando i giovani a misurarsi in
primo luogo contro il cronometro o il metro, prima ancora che contro un
avversario.
L'espressione "regina degli sport" non è un semplice titolo
d'onore. L'atletica merita questa definizione perché racchiude i gesti
primordiali dell'uomo: la velocità, la resistenza, la forza e la trasmissione
dell'impulso. Nessuna disciplina sportiva può prescindere dai principi
biomeccanici e atletici sviluppati in questa pratica; qualunque atleta, dal
calciatore al tennista, attinge ai metodi di preparazione dell'atletica per
migliorare la propria performance.
Nei decenni, il rendimento degli atleti è stato fortemente incrementato da
fattori esterni al solo gesto tecnico.
Dalla cenere e dalla terra battuta di piste e pedane si è passati negli
anni '60 alle superfici sintetiche come il tartan e i moderni manti poliuretanici
e in gomma vulcanizzata, capaci di restituire massima energia elastica ad ogni
appoggio.
Si è passati dalle pesanti calzature in pelle con chiodi fissi a scarpe
ultraleggere dotate di piastre in fibra di carbonio e schiume ad alto ritorno
di energia, affiancate da abbigliamento aerodinamico e traspirante.
Infine, metodologie empiriche hanno lasciato il posto a un approccio più
scientifico, con l'analisi biomeccanica dei carichi e lo studio dei dati della
fisiologia dello sforzo. A ciò si unisce una nutrizione personalizzata,
calibrata sul metabolismo del singolo atleta.
Se i materiali e la preparazione hanno compiuto balzi da gigante,
l'evoluzione del gesto tecnico è stata più circoscritta ma ha vissuto alcuni
momenti di vera rottura. Le modifiche biomeccaniche più significative della
storia dell'atletica si concentrano in tre discipline specifiche.
La ritmica nei 400 metri ostacoli.
Negli anni '50 e '60 la corsa tra gli ostacoli si basava su un numero
elevato e spesso irregolare di passi. La vera svolta tecnica è arrivata con
l'introduzione di una ritmica programmata e rigorosa (passando da 15 a 14, fino
ai 13 passi tra le barriere dei campioni contemporanei), resa possibile dallo
sviluppo di una tecnica di scavalcamento fluida con entrambi gli arti (ambidestrismo
di attacco).
Anche il getto del peso ha visto una trasformazione radicale della tecnica.
Si è passati dall'approccio più primitivo utilizzato fino agli inizi del
Novecento, con scarsa accelerazione dell'attrezzo (da fermo o da lato) alla traslocazione.
Negli anni '50, infatti, Parry O'Brien rivoluziona la specialità partendo
di schiena alla pedana e compiendo una scivolata all'indietro, sfruttando tutta
la lunghezza della stessa.
Infine si arriva alla rotazione,
introdotta negli anni '70. Si tratta di
un movimento rotatorio simile a quello del lancio del disco, che permette di
accumulare maggiore velocità angolare e che oggi domina la specialità.
Il salto in alto rappresenta il caso più eclatante di evoluzione
biomeccanica.
Il progresso del gesto passa dalla sforbiciata, la prima tecnica intuitiva, con il tronco eretto e il superamento dell'asticella
una gamba alla volta, allo stile ventrale,
che si diffonde a metà del Novecento, e che consiste nel valicare l'asticella a
pancia in giù, avvolgendola con il corpo.
Nel 1968 si arriva a Dick Fosbury, che stravolge la disciplina saltando di
schiena. Sfruttando la deformazione e la morbidezza dei nuovi materassini di
caduta, questa tecnica permette al centro di gravità dell'atleta di passare al di sotto dell'asticella stessa,
diventando lo standard assoluto.
In conclusione, si nota come il gesto atletico in sé, salvo i rari casi di
rottura epocale come il salto di Fosbury o la rotazione nel peso, tende a
evolversi molto meno rispetto a tutti gli altri aspetti strategici, tecnologici
e scientifici. Correre i 100 metri, scagliare un giavellotto o saltare in lungo
richiede oggi una biomeccanica di base quasi identica a quella di un secolo fa:
l'essenza dell'atletica leggera rimane saldamente ancorata alla natura e alla
fisiologia del corpo umano.


Nessun commento:
Posta un commento