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giovedì 27 agosto 2026

L'OMBRA DI BORGHETTI

Borghetti non c’è più. È andato via per sempre, svanito come un’annotazione a matita cancellata dal tempo. Adesso che i mesi hanno depositato un velo di polvere sulla sua scrivania vuota, sento il dovere di raccontare la sua vicenda. O meglio, quella che credo sia stata la sua storia, al di là dei dubbi che ancora mi assillano.

Non ero un suo parente, né un amico intimo. Per lui ero solo il collega della scrivania accanto, quello che lo accolse quando il suo vecchio ente fu sciolto. Borghetti arrivò da noi come un naufrago: alto, esile, con il viso scavato da rughe troppo profonde per i suoi quarant’anni e abiti dal taglio antico, sempre troppo larghi, come se appartenessero a un uomo che non esisteva più.

Era un uomo di una riservatezza estrema. Gli insegnai il mestiere e lui imparò subito, ma senza mai manifestare un brivido di interesse. C’era in lui solo una stanchezza atavica. Quando provavamo a fargli domande personali, si rifugiava tra le pratiche o mostrava quel suo sorriso triste, che era più un congedo che un’apertura.

Tutto cambiò il giorno della telefonata. Quella voce di donna, imperiosa e tagliente: "Sono la moglie".

Scoprimmo così che non era lo scapolo che credevamo.

"Non mi sembrava importante", disse stringendosi nelle spalle. Da quel giorno, però, qualcosa si incrinò nella sua corazza. Iniziò ad accettare i miei inviti al bar, anche se restava sempre sul chi vive, l’occhio fisso all’orologio.

Col tempo, i nostri aperitivi divennero una strana confessione muta. Borghetti beveva un amaro in due sorsi e guardava la porta.

"Perché hai sempre tanta fretta, Borghetti?" gli chiesi una sera di pioggia.

"Devo andare a casa," rispose con la solita formula.

"A fare cosa? Tua moglie ti aspetta con la cena pronta?" Lui ebbe un sussulto. Mi guardò con occhi che sembravano vetri appannati.

"Mia moglie... mia moglie mi aspetta per il resoconto," sussurrò. "Ogni minuto fuori da quell'ufficio deve essere giustificato. Ogni centesimo speso, ogni parola detta. Casa mia non è una casa, è un tribunale permanente."

Capii allora che la sua riservatezza non era carattere, era sopravvivenza. Aveva imparato il silenzio in ufficio perché in casa le parole erano armi usate contro di lui. La borsa che afferrava con tanta fretta non era il bagaglio di un uomo che torna al suo rifugio, ma le catene di un prigioniero che rientra in cella per evitare una punizione peggiore.

L’ultima volta che lo vidi fu un martedì di novembre. Borghetti era apparso più trasparente del solito, quasi diafano. Aveva commesso un piccolo errore in una pratica, una distrazione da nulla, e lo vidi sbiancare, tremare come se avesse commesso un crimine capitale.

"Non è niente, Borghetti, si sistema," provai a rassicurarlo. Lui scosse il capo.

"Lei lo verrà a sapere"disse.

Quella sera non volle venire al bar. Lo vidi uscire dal portone, le spalle curve sotto il peso di quella borsa troppo grande. Non si voltò.

Il giorno dopo la scrivania rimase vuota. E quello dopo ancora. La moglie non chiamò per avvertire della malattia; fummo noi a dover rintracciare l'abitazione. Quando finalmente la polizia entrò, su segnalazione dei vicini che non vedevano movimento, trovarono una casa con un ordine maniacale, gelida, priva di un solo oggetto fuori posto.

Borghetti non era lì. Di lui trovarono solo i vestiti, piegati con cura millimetrica sul letto matrimoniale, e le scarpe lucide allineate verso la porta. La moglie, con una freddezza che raggelò persino gli inquirenti, dichiarò che se n'era andato di casa, "senza permesso", precisò.

Ma Borghetti non era scappato ai Caraibi, né aveva iniziato una nuova vita. Lo ritrovarono una settimana dopo nel fiume, pochi chilometri fuori città. Non aveva lasciato biglietti. In tasca aveva solo il cartellino dell'ufficio e un vecchio scontrino del bar dove andavamo insieme.

La cosa più atroce, però, non fu la sua morte. Fu il funerale. Eravamo presenti solo io e pochi altri colleghi. La moglie stava in prima fila, avvolta in un cappotto nero impeccabile, senza versare una lacrima. Non sembrava addolorata; sembrava offesa. Offesa che lui avesse trovato, finalmente, l'unico modo possibile per non darle più il resoconto della sua giornata.

Borghetti non c'è più. È andato via per sempre, portando con sé il segreto di quegli anni di silenzio. E ogni volta che passo davanti alla sua scrivania, non posso fare a meno di pensare che la sua non è stata una vita, ma una lenta, educata e ininterrotta sparizione.

 

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