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martedì 1 settembre 2026

FATE LARGO!

L'aria è un blocco solido di calore viscido, denso di vapore umano e umidità invivibile. Ormai esistono soltanto due stagioni: l'estate, che brucia i polmoni, e un inverno strano, appena meno soffocante. La primavera e l'autunno sono svaniti anni fa, inghiottiti dal calore cumulativo di miliardi di corpi.

Mi muovo di pochi centimetri, strofinando la mia pelle profusa di sudore contro la schiena di qualcun altro. Nel nostro appartamento, sessanta metri quadrati al quinto piano di un alveare di cemento, viviamo in più di quaranta persone. E non siamo un'eccezione: ogni singolo alloggio dell'edificio, della città, del mondo intero è abitato con questa folle densità.

Siamo tutti completamente nudi. Coprirsi non avrebbe alcun senso con questa temperatura, e comunque nessuno fabbrica più abiti da un tempo che non riesco a ricordare. La produzione industriale è crollata insieme a tutto il resto.

Camminare è un'illusione. Ci si aggira per lo spazio disponibile oscillando sul posto, facendo un passo solo se qualcun altro si sposta di un millimetro. Sedersi è un lusso raro, quasi sempre per terra, incastrando le gambe tra quelle degli altri. Sdraiarsi per dormire richiede un accordo silenzioso: spesso lo si fa a strati, un corpo sopra l'altro, respirando il fiato caldo di chi ti sta a pochi centimetri dal viso.

Lavarsi è un ricordo sbiadito. L'acqua potabile è poca, razionata dal caos, e viene utilizzata esclusivamente per bere. Il bagno dell'appartamento ha smesso di funzionare anni fa e, anche se funzionasse, non potrebbe mai reggere il carico di quaranta persone. Il pavimento è lordato di escrementi. A turno, chi ha abbastanza forza spala il materiale e lo getta fuori dalla finestra, giù nella strada dove si accumulano montagne di rifiuti. Ormai non sentiamo quasi più gli odori; il nostro olfatto si è arreso tempo fa.

Nessuno lavora più. La società si è dissolta. Passiamo le giornate in casa, appiccicati gli uni agli altri, sospesi in un silenzio quasi totale. C'è poco da dirsi. Le città sono diventate invivibili, i servizi sono scomparsi, non esiste più alcun governo o autorità. Molti sono scappati verso la campagna o le aree meno abitate sperando di respirare; lì c'è ancora un po' di spazio, è vero, ma non ci sono ripari sufficienti e la gente muore esposta alla furia degli agenti atmosferici.

Anni fa, quando la crisi demografica ha toccato i primi livelli d'allarme, i governi hanno tentato di imporre politiche severe per limitare le nascite. È stato il catalizzatore del disastro. Le persone hanno percepito la minaccia a quello che ritenevano il diritto più naturale e fondamentale di tutti: fare figli. Di colpo, per reazione, la natalità è schizzata alle stelle. Tutto è andato fuori controllo.

I demografi e i sociologi hanno sbagliato ogni singola previsione. Nei vecchi libri sostenevano che a un certo punto la crescita si sarebbe fermata per forza, che la carenza di risorse e la fame avrebbero stabilizzato la popolazione. Quanto si sbagliavano.

Continuiamo invece a riprodurci. È un impulso cieco, incontrollabile, a cui nessuno riesce più a rinunciare. Nessuno sa quanti esseri umani popolino davvero il pianeta in questo momento. Miliardi, decine di miliardi. Ma tanto, ormai, a chi importa?

I saggi del passato dicevano che saremmo morti tutti di fame perché la terra non avrebbe più prodotto abbastanza alimenti. Ma si sbagliavano anche su questo. Con una densità di popolazione simile, il cibo non mancherà mai. La risorsa si rinnova da sola, continuamente, proprio accanto a noi.

Nessuno soffre la fame.