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sabato 29 agosto 2026

LA FINE DEL CALCIO ITALIANO

Si parla da anni, a fasi alterne, di un calcio italiano in profonda crisi. Un declino certificato prima di tutto dai clamorosi insuccessi della Nazionale, capace di collezionare drammatiche mancate qualificazioni ai Mondiali e prestazioni ben lontane dai fasti del passato. Ma la crisi è davvero solo una questione di risultati sul campo? Per rispondere, bisogna prima di tutto sgombrare il campo dagli equivoci, chiedendosi cosa sia oggi il "calcio italiano" e, soprattutto, se esista ancora.

La risposta è tanto semplice quanto spietata: il calcio italiano è morto, e quasi nessuno se ne è accorto. O meglio, molti fanno finta di nulla.

A mantenere viva l'illusione è chi continua a guadagnarci, alimentando un sistema sfilacciato che ha ormai perso ogni connotazione sportiva per trasformarsi in un puro circo commerciale. I beneficiari di questa bolla sono sotto gli occhi di tutti.

Innanzitutto il giro delle scommesse. Si tratta di un indotto gigantesco, legale e illegale, che vive sulla proliferazione di partite e sulla mercificazione di ogni singolo evento di gara.

Le federazioni e le TV: istituzioni che vendono a caro prezzo i diritti televisivi a network privati. Questi ultimi, a loro volta, si fanno strapagare da ingenui abbonati, inondandoli al contempo di pubblicità da cui traggono ulteriori profitti.

Infine, procuratori e tesserati: avidi agenti che muovono commissioni milionarie, insieme a una ristretta élite di allenatori e calciatori riccamente retribuiti per offrire uno spettacolo spesso mediocre.

L'insieme di questi elementi costituisce un meccanismo perverso che finisce per allontanare i veri appassionati, stanchi di costi proibitivi e teatrini mediatici, lasciando gli spalti sempre più in mano alle frange ultrà e al tifo tossico.

La perdita d'identità è anche strutturale. In Serie A dodici società su venti sono ormai di proprietà straniera e le rose sono saturate da atleti esteri, molti dei quali di qualità ampiamente discutibile. Esiste ancora una scuola italiana? La risposta è no, anche perché i talenti nostrani ai massimi livelli semplicemente non giocano, stritolati da logiche di mercato a breve termine.

Si potrebbe obiettare che all'estero la situazione sia analoga, ma è vero solo in parte. Altre nazioni, Spagna in primis, sono riuscite a preservare un'identità e una scuola tecnica nazionale, continuando a investire con coraggio sui vivai e sui giovani. Inoltre, gli stranieri che militano nei principali campionati esteri sono top player nel pieno della carriera, non elementi imbolsiti che arrivano in Italia a svernare negli ultimi anni di attività.

Il calcio italiano, inteso come movimento culturale, sociale e tecnico, non esiste più. Resta solo un guscio vuoto, una bolla finanziaria e mediatica che a molti conviene spacciare per viva, almeno finché non finirà inevitabilmente per scoppiare.

 

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