Si
parla da anni, a fasi alterne, di un calcio italiano in profonda crisi. Un
declino certificato prima di tutto dai clamorosi insuccessi della Nazionale,
capace di collezionare drammatiche mancate qualificazioni ai Mondiali e
prestazioni ben lontane dai fasti del passato. Ma la crisi è davvero solo una
questione di risultati sul campo? Per rispondere, bisogna prima di tutto
sgombrare il campo dagli equivoci, chiedendosi cosa sia oggi il "calcio
italiano" e, soprattutto, se esista ancora.
La
risposta è tanto semplice quanto spietata: il calcio italiano è morto, e quasi
nessuno se ne è accorto. O meglio, molti fanno finta di nulla.
A
mantenere viva l'illusione è chi continua a guadagnarci, alimentando un sistema
sfilacciato che ha ormai perso ogni connotazione sportiva per trasformarsi in
un puro circo commerciale. I beneficiari di questa bolla sono sotto gli occhi
di tutti.
Innanzitutto il giro delle scommesse. Si tratta di un indotto gigantesco,
legale e illegale, che vive sulla proliferazione di partite e sulla
mercificazione di ogni singolo evento di gara.
Le federazioni e le TV: istituzioni che vendono a caro prezzo i
diritti televisivi a network privati. Questi ultimi, a loro volta, si fanno
strapagare da ingenui abbonati, inondandoli al contempo di pubblicità da cui
traggono ulteriori profitti.
Infine,
procuratori e tesserati: avidi
agenti che muovono commissioni milionarie, insieme a una ristretta élite di allenatori
e calciatori riccamente retribuiti per offrire uno spettacolo spesso mediocre.
L'insieme
di questi elementi costituisce un meccanismo perverso che finisce per
allontanare i veri appassionati, stanchi di costi proibitivi e teatrini
mediatici, lasciando gli spalti sempre più in mano alle frange ultrà e al tifo
tossico.
La
perdita d'identità è anche strutturale. In Serie A dodici società su venti sono
ormai di proprietà straniera e le rose sono saturate da atleti esteri, molti
dei quali di qualità ampiamente discutibile. Esiste ancora una scuola italiana?
La risposta è no, anche perché i talenti nostrani ai massimi livelli
semplicemente non giocano, stritolati da logiche di mercato a breve termine.
Si
potrebbe obiettare che all'estero la situazione sia analoga, ma è vero solo in
parte. Altre nazioni, Spagna in primis, sono riuscite a preservare un'identità
e una scuola tecnica nazionale, continuando a investire con coraggio sui vivai
e sui giovani. Inoltre, gli stranieri che militano nei principali campionati esteri
sono top player nel pieno della carriera, non elementi imbolsiti che arrivano
in Italia a svernare negli ultimi anni di attività.
Il
calcio italiano, inteso come movimento culturale, sociale e tecnico, non esiste
più. Resta solo un guscio vuoto, una bolla finanziaria e mediatica che a molti
conviene spacciare per viva, almeno finché non finirà inevitabilmente per
scoppiare.


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