Quest’anno
è un tormento per tutti. L’estate è un’ossessione di fuoco che picchia sulla
testa, un'aria densa e arroventata che trasforma il cemento e piega l'asfalto
sotto le scarpe. È quasi come se la vita fosse cambiata per sempre. Abbiamo
mutato abitudini, ci siamo confinati in casa come prigionieri volontari,
aggrappati al ronzio dei condizionatori, barricati dietro le tapparelle
abbassate: abbiamo dovuto ricorrere a una climatizzazione continua per poter
semplicemente sopravvivere.
Un
caldo davvero infernale!
Eppure,
non tutti provano lo stesso disagio.
Perché
dico questo? Perché assisto a uno strano fenomeno. Non sono l'unico ad averlo
notato, naturalmente, ma sembra quasi che nessuno ci dia peso, tutti troppo
presi dalle proprie attività, rincorsi dai soliti affanni. Finisce che non si
nota più nulla, neppure le cose vistosamente anomale.
Mi
riferisco a quelle strane persone. Quali? Quelle che a volte si vedono in
strada. In questo tremendo periodo, caratterizzato da un caldo torrido e
insostenibile, esco ben poche volte, ma ogni volta che lo faccio, trascinandomi
a fatica ed esausto dopo pochi minuti, vedo qualcuno di loro.
Sembrano
buffi, in verità, eppure intuisco in loro qualcosa di profondamente
inquietante. Innanzitutto sono sempre in giacca e cravatta. Con quel caldo,
poi! Sembra che loro le alte temperature non le soffrano affatto. Nonostante
l'abbigliamento pesante - giuro, una volta ne ho visto uno persino con il
cappotto! - non sembrano sudare.
E
poi, si somigliano un po' tutti. Hanno la pelle scura, ma di uno scuro mai visto
prima: non ridete, ma sembra quasi che siano stati dentro un forno! Anche il
modo in cui camminano è irreale: sembra che abbiano tutti dei difetti ai piedi,
o dei calli enormi. Avanzano lenti con quelle scarpe lucide e rigide,
ondeggiando a ogni passo, come se fare ogni metro fosse un tormento. E poi
un'altra cosa strana: tutti portano un cappello. Di differenti fogge, ben
calcato sulla testa, ma sembra quasi che vogliano nascondere qualcosa.
Sono
gentili, ma incredibilmente formali. Una mattina ne incontro uno in panetteria.
Io sono un bagno di sudore, lui fresco come una rosa nonostante indossi un
pesante doppiopetto di lana. Quando esce, noto che si fa contare i soldi
direttamente dal panettiere, come fanno certi anziani, anche se lui anziano non
è per niente. Noto che cammina a stento, a un tratto inciampa.
Mi
dirigo subito da lui e lo sorreggo prima che cada. Lui mi guarda. In quel
momento non capisco più nulla: provo una sensazione terribile, come quella di
essere perduto nello spazio vuoto, difficile da descrivere a parole. Dura solo
un attimo. Subito i suoi occhi, neri come il carbone, si addolciscono e mi
ringrazia. La sua voce è roca, profonda, quasi cavernosa.
Da alcuni
giorni ha rinfrescato un po'. Qualche grado in meno, nulla di più, ma si respira.
E loro, quegli individui strani, sono spariti di colpo, da un giorno all'altro.
Resto
un po' sorpreso, ma la vita è tornata quasi subito come prima. Eppure mi è
rimasto un tarlo piantato nel cervello. Finora non ho parlato con nessuno di
queste stranezze, ho tenuto tutto per me. Oggi invece lo dico al mio amico
Clemente.
Con
mia grande sorpresa, me lo sento confermare: lui ha notato esattamente le
stesse cose. A differenza mia, però, Clemente ha anche una spiegazione. Io
resto parecchio perplesso, per questo ve la riporto esattamente come me l'ha
detta.
"Sono
diavoli", dice il mio amico, sicuro. "Sono venuti dall'Inferno.
Finora non lo avevano mai potuto fare, perché per loro il clima qui era
troppo freddo. Adesso invece gli va bene, e per il momento vengono in vacanza,
per prendere un po' di fresco. Dalle loro parti il caldo è decisamente di più.
Però, chissà che prima o poi - se il caldo aumenterà ancora - molti di loro non
possano stabilirsi qui da noi definitivamente. Forse noi ci saremo, forse no.
Gli esseri umani, intendo. In ogni caso, l'Inferno e il pianeta Terra saranno
la stessa cosa. Mai sentito parlare di Inferno in Terra?"
Poi
Clemente sputa a terra e si accende una sigaretta. Scuote il capoccione.
Io
mi metto a ridere, ma la mia è una risata nervosa. Adesso sono giorni che ci
penso, e sempre di più mi convinco che Clemente abbia ragione.


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