Il silenzio non era più d’oro. Era diventato di piombo, e ormai pesava
troppo. E fu così che nacque il Patto
delle Donne, in un pomeriggio di pioggia, tra i vapori di una lavanderia
a gettoni e i sussurri nel mercato rionale. Non ci furono firme, soltanto uno
sguardo d’intesa e una promessa: Se toccano una, rispondiamo tutte. Il
raggio d’azione era semplice: chiunque udisse un grido, vedesse un segnale (un
drappo rosso alla finestra) o ricevesse un messaggio in codice, doveva
accorrere. Subito. L'accordo non fu tenuto segreto. Tutti ne vennero a
conoscenza.
Gli uomini della cittadina accolsero la notizia con fragorose risate al
bar. Lo chiamarono il "Patto dei Grembiuli" o la "Rivolta dei
Mestoli".
Ma il dileggio non si fermò qui. Furono creati meme sui social, dove le
donne erano raffigurate come personaggi di cartoni animati, con il mattarello
in mano. Si pensava che quell'intesa, tutta femminile, fosse soltanto un modo
per socializzare, o una bizzarra terapia di gruppo.
"Che cosa faranno?" sogghignava qualcuno tra una birra e l'altra.
"Ci tireranno i capelli? Ci sgrideranno in coro?". Quegli stolti non
capivano che la rabbia, quando smette di implodere, si trasforma in energia
cinetica.
Daria era una di quelle donne, e viveva nell'ombra. Suo marito, Sergio, era
un uomo che occupava tutto lo spazio, opprimendola totalmente e lasciandole
soltanto i lividi che lei copriva con strati su strati di fondotinta.
Quel martedì, Sergio tornò a casa con il respiro che puzzava di alcol e di
rancore. Per un piatto di pasta troppo cotta, la sua voce divenne un tuono.
Daria vide la sua mano alzarsi e, per la prima volta, non chiuse gli occhi. Il
terrore, invece di paralizzarla, le diede una spinta.
Approfittando di un inciampo dell'uomo, Daria scivolò fuori dalla porta, scalza,
con il telefono in mano. Premette il tasto d'emergenza del Patto.
Sergio uscì in strada urlando minacce, certo di riacciuffarla in pochi
secondi. Ma non trovò una donna sola che scappava. Trovò un vuoto che a poco a poco si riempiva.
Dal portone di fronte uscì la vicina con una torcia elettrica. Da un’auto
accostata scesero tre ragazze. Dalla palestra all'angolo arrivarono donne
ancora in tuta. Non gridavano; si muovevano con una coordinazione silenziosa e
implacabile. In meno di tre minuti, Sergio era circondato da un centinaio di
donne.
Lui provò a colpire la prima che gli giunse a tiro, ma dieci mani lo
bloccarono. Fu travolto. Non si trattò di una rissa, ma di una severa sottomissione.
Ricevette la stessa violenza che aveva dispensato per anni, moltiplicata per
cento.
Mentre Sergio veniva immobilizzato in attesa della polizia, un gruppo di
donne si diresse verso la sua amata auto sportiva. Della benzina, un fiammifero,
un bagliore, e la vettura divenne un falò che illuminò la via.
La casa, quel luogo di torture private che Sergio sbandierava come
"sua proprietà", subì quasi la stessa sorte. Furono distrutti i vetri
di tutte le finestre, presi a mazzate i muri. Qualcuna penetrò all'interno e
buttò in strada tutti i suoi vestiti.
Quando la
polizia arrivò, trovò Sergio malconcio e tremante. L'uomo fu consegnato come un
pacco postale con un biglietto spillato alla camicia: "Questo è il
prezzo". Nessuna testimone aveva visto nulla. O meglio, tutte avevano
visto la stessa cosa: una legittima difesa collettiva (forse eccessiva?
Chissà...). Da quella notte, l'ilarità degli uomini si spense. Così come si
estinse la loro violenza. L’aria in città cambiò. Non ci fu più bisogno di
camminare con le chiavi tra le dita o di guardarsi alle spalle. Il Patto non
era più una barzelletta, era la legge del territorio. I soprusi non
diminuirono: sparirono. Perché ormai ognuno sapeva che, alzando la mano, non avrebbe
solo colpito una vittima, ma segnato il proprio destino.


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