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sabato 12 settembre 2026

LO SCHIAVO

Cammino a passo lento tra le erbacce alte che hanno divorato l'asfalto di questa zona industriale abbandonata. È domenica, il cielo è grigio e il silenzio fa quasi paura. Al mio fianco c'è Fabio, che stringe tra le mani un fucile dall'aria decisamente inquietante. Parliamo delle solite cose.

La questione dell'immigrazione è stata finalmente risolta: niente più emergenza, niente più invasione. Però, quanta fatica per arrivarci. All'inizio ci ha provato la destra, ma sono state solo tante promesse e molta propaganda, buona unicamente per raccogliere voti e senza alcun risultato concreto. Delusi, ci siamo affidati alla destra-destra. Quello della remigrazione sembrava davvero un buon progetto, ci abbiamo creduto in molti, ma alla fine si è rivelato del tutto inattuabile e quelli che lo avevano proposto si sono rivelati degli incapaci totali. È stata una grande delusione.

Poi, disperati e senza ormai più nulla da perdere, ci siamo affidati all'ultra-destra. All'inizio sembrava la solita storia, parole al vento e pochissimi fatti. Poi però c'è stata quell'idea illuminante: il decreto. Da un giorno all'altro, tramite un provvedimento governativo entrato immediatamente in vigore, tutti gli stranieri presenti sul territorio, regolari e non, sono stati dichiarati schiavi. È stato concesso a tutti i cittadini di catturarli e di adibirli a qualsiasi attività, previa semplice registrazione di proprietà e l'obbligo di fornire loro vitto e alloggio.

C'è stato un fuggi-fuggi generale, ovvio, ma ormai era troppo tardi. Le frontiere erano state non soltanto chiuse, ma totalmente sigillate. Quasi nessuno è riuscito a scappare e quasi nessuno è sfuggito alla condizione di schiavitù. È vero, sul piano internazionale ci sono state pesanti ripercussioni, ma tanto che cosa ce ne importa? Dall'Europa eravamo già usciti e l'ONU ci ha espulsi, ma quella stupida organizzazione era da tanto che non contava più nulla. Abbiamo subito sanzioni pesanti da quasi tutti gli stati e la nostra economia è andata un po' in crisi, ma ci siamo rimboccati le maniche e siamo riusciti comunque a tirare avanti, rinunciando soltanto a qualcosa di superfluo.

Lo ammetto, io non sono stato abbastanza pronto. Mia moglie mi dice sempre che mi capita spesso, ma in quei giorni avevo un sacco di problemi per la testa. Così non ho catturato nessun schiavo, non ci ho neppure provato. Lei non me lo ha mai perdonato. Dice che ormai tutti ne hanno almeno uno, so che non è del tutto vero, ma non mi azzardo a contraddirla, e che anche lei ne ha assolutamente bisogno. Meglio se è un uomo, sostiene, così può fare anche i lavori più pesanti in casa e in giardino.

E adesso che sto un po' meglio con la testa, ho deciso di cercare di rimediare. Devo ringraziare il mio amico Fabio, che sta cercando in tutti i modi di aiutarmi. Mi ha segnalato che qui in periferia, non posso dire esattamente dove, nei pressi di questo stabilimento dismesso, è stato visto aggirarsi un immigrato ancora in libertà. Siamo qui per lui: voglio catturarlo, rendere finalmente felice mia moglie, godere della sua considerazione ed evitare che continui a darmi dello smidollato.

I vecchi capannoni attorno a noi sono pericolanti. Ci aggiriamo per gli ampi cortili, vigili, cercando di fare meno rumore possibile. A un certo punto notiamo un movimento. Sembra che ci sia qualcuno all'interno della vecchia guardiola!

Ci avviciniamo con estrema prudenza. Fabio ora imbraccia il fucile, pronto a sparare.

«Fermo!» grida all'improvviso puntando l'arma.

Vedo un uomo uscire lentamente dalla guardiola con le mani alzate. «Non sparate!» urla agitato. «Sono uno di voi!»

In effetti, appena gli sono più vicino, noto subito che non è un immigrato. Ha più o meno la mia età, è biondo, robusto e alla cintola porta un grosso coltello da caccia.

«Se cercate l'immigrato mi spiace per voi» dice l'uomo, rilassando le spalle. «L'ho catturato io due giorni fa. In ogni caso non era granché» aggiunge con una smorfia. «Vecchio e quasi di sicuro malato, tossiva di continuo ed era magro come un chiodo. L'ho preso lo stesso, cercherò di rimetterlo un po' in sesto, ma non nutro grandi speranze.»

Sconfortati e delusi, salutiamo l'uomo e ce ne andiamo a mani vuote. Sono completamente abbacchiato, temo già la reazione di mia moglie quando tornerò a casa. Fabio si accorge subito del mio stato d'animo.

«Ti ricordi di Marcello Prandi?» mi chiede d'un tratto mentre camminiamo verso la macchina.

«Certo che mi ricordo» rispondo.» Era un nostro compagno di scuola.

«Ha messo su un allevamento di schiavi» dice Fabio mettendomi una mano sulla spalla. «Io sono rimasto in buoni rapporti con lui. Se vuoi gli parlo: oltre agli schiavi nuovi ne ha anche qualcuno ricondizionato. Sono sicuro che ti farà un buon prezzo. Vedrai, ti consentirà pure di pagarlo a rate...»

 

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