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giovedì 9 febbraio 2012

LA PIAZZA



Ho sempre prediletto le piazze. Quelle minuscole, dove non circolano le automobili. Si tratta di luoghi che trasmettono pace, posti nei quali è possibile provare una sensazione di sospensione da tutto. Dalla confusione, dalla frenesia, e dove i pensieri assumono una dimensione di maggiore concretezza, perché scorrono più liberi e più limpidi. Il posto ideale per riposare e per riflettere. Per stare soli in mezzo alla gente. Mi piace fermarmi e stazionare per un po’ di tempo, soltanto così si riesce ad assaporare in pieno lo spirito del luogo, a immergersi in esso. Può essere una piazza di Firenze o un campo di Venezia, oppure di un qualsiasi paesino umbro, o ancora un grazioso slargo di Siviglia o di Granada. Non c’è differenza, la percezione è la stessa.
Proprio al centro c’è una fontana. Mi siedo sui gradini, appoggiando la schiena alla cancellata che la racchiude. È il tardo pomeriggio di un caldo giorno d’estate. Non può essere altrimenti, poiché le piazze rappresentano l’estate, sono l’estate. Le antiche pietre, lisce e impolverate, restituiscono al mio corpo il calore accumulato fin dal mattino. Il tepore è piacevole, rilassante. Potrei dormire, potrei volare.
Appoggio lo zaino al mio fianco ed estraggo il libro che sto leggendo. È un romanzo di Carlos Fuentes, il grande scrittore messicano. Proseguo il viaggio attraverso i segreti dell’anima femminile, penetro l’intimo di Laura Dìaz.
Senza pensare, in maniera automatica, con riflesso quasi pavloviano, infilo gli auricolari. Mentre proseguo nella lettura, ascolto per tre volte consecutive In perfetta solitudine dei Diaframma. Le parole della canzone si fondono con quelle di Fuentes, ma le une e le altre non si confondono, al contrario scorgano cristalline e colpiscono differenti strati di coscienza. Tutto mi è chiaro.
“Non è che tu non mi piaccia, Alberto, ma non sei alla mia altezza. Puoi baciarmi, se vuoi. Ma è un bacio d’addio” dice Laura Dìaz, sconfortata.
“Amore che non perdoni/inventati ali per volare oltre questi tetti/e fuggi via da qui…” ribatte una voce spezzata e affranta  in musica, con uno spiccato accento toscano.
“Con chi hai voluto far bella figura, Juan Francisco? Con me hai fatto brutta figura per sempre” taglia corto Laura, spietata.
“Questa è la faccia che troverai/questo è il corpo che aspetta/queste le carte che gioco/in perfetta solitudine… dice il ragazzo fiorentino.
Poi mi distraggo. Alzo gli occhi e la vedo. La ragazza è seduta di fronte a me, sull’altro lato della piazza, sui gradini di un vecchio palazzo. È sola e tra le mani regge un libro. Nascosto dietro al mio, di libro, non riesco a fare a meno di guardarla. I suoi capelli sono color castano chiaro, lunghi e sottili. La pelle del suo viso è trasparente, gli occhi sono grandi. Riesco soltanto a immaginare la forma e la consistenza delle sue labbra. Indossa una leggera maglietta blu, senza maniche. Le sue braccia magre sono abbronzate, come le gambe che spuntano dai corti pantaloncini. La osservo meglio, e con stupore mi accorgo che non è bella. Eppure non riesco a distogliere lo sguardo dalla sua persona. Lei non si accorge di nulla. A un tratto alza la testa, scuote la chioma, poi indossa gli occhiali da sole e si immerge di nuovo nella lettura.
Potrei cercare di vincere la mia abituale ritrosia, la mia consueta e pesante riservatezza. La mia grande timidezza. Siamo soli, entrambi. Potrei andare a sedermi accanto a lei, chiederle che libro sta leggendo, fingermi interessato. Potrei dirle il mio nome, e conoscere il suo. Potremmo parlare.
No, non intendo ridurmi come l’infelice Alberto, né fare la fine del povero Juan Francisco, tantomeno ritrovarmi a giocare le mie carte in perfetta solitudine… Rinuncio.
Tuttavia mi concedo una piccola, incredibile trasgressione. Indosso lo zaino e mi alzo. La magia della piazza non c’è più, l’incanto è finito. Le passo accanto e le rivolgo un ultimo disperato sguardo. Noto che ha un ginocchio sbucciato. Lei solleva gli occhi dal libro, accenna un sorriso. Poi riprende a leggere. Per un breve istante ho fatto parte della sua esistenza. Mi deve bastare. 

domenica 5 febbraio 2012

RICORDI ROCK



Ostaggio di ricordi pervasi da nostalgia ripenso, non per caso, alla scena musicale italiana dell’inizio degli Anni Ottanta che, in quel tempo ormai lontano, seguivo con vivo interesse, con genuina passione. Erano altri tempi, e questa non appaia come affermazione retorica, bensì come affermazione di verità. Allora era difficile procurarsi musica, buona musica, per chi come me era giovane e squattrinato. Le radio, tranne qualche rara eccezione (Radio Flash o Radio Popolare) diffondevano – come adesso – soltanto immondizia e chiacchiere vuote. I vinili erano costosi, ogni loro acquisto doveva essere a lungo ponderato. Per buona sorte esisteva lo scambio degli stessi, tra amici e compagni di scuola. Si trascorrevano ore – bellissime e non dimenticate – a produrre copie su copie di musicassette e a parlare di musica. In quell’epoca per me dorata era abbastanza semplice riuscire a padroneggiare un intero genere musicale. Non esisteva l’attuale bulimia di gruppi e proposte che, prive di una vera selezione, vengono buttate quotidianamente sulla rete. You Tube può essere uno strumento straordinario per un appassionato di musica, ma se si è privi di bussola, se si naviga a vista, è facile smarrirsi in quel mare di immagini e suoni. In apparenza, tutto può apparire uguale e nulla alla fine è autenticamente apprezzato.
Abbandonato nell’abbraccio della memoria, ricordo con immutato piacere l’intero panorama rock italiano di quegli anni. Una manciata di gruppi di rilievo, più qualche buon comprimario. Come detto, era piuttosto difficile rendersi visibili, e pochi artisti riuscivano ad andare oltre il concerto nel piccolo club, solo alcuni di loro riuscivano a pubblicare e, quando ciò avveniva, si trattava di produzioni con piccole etichette indipendenti. La diffusione di questi seppur pregevoli lavori era, di conseguenza, limitata. Tra i pochi eletti, e grazie soprattutto al passaparola.
Come non citare quindi i bolognesi CCCP, il vero, autentico gruppo punk-rock italiano? Giovanni Lindo Ferretti è un artista a tutto tondo, musicista, scrittore, attore e, già negli anni giovanili, in grado di esprimere con forza e qualità queste sue pregevoli doti.
La mente va poi con rimpianto ai catanesi Denovo di Mario Venuti e dei fratelli Madonia, alla loro freschezza in grado di stupire. Alcuni anni fa ho rivisto proprio Venuti esibirsi, a sorpresa, sul palco di Sanremo. La qualità del brano presentato era buona, ma il contesto era molto triste.
Mi piace ricordare il rock di lotta di The Gang, dei marchigiani fratelli Severini, che ancora oggi sono rimasti loro stessi, schietti e genuini, anche se si tratta ormai di combattere contro i mulini a vento.
Parole di plauso doveroso è giusto che vadano ai milanesi Afterhours di Manuel Agnelli, impegnati da sempre in un loro percorso del tutto personale e singolare. Impossibile non apprezzarli.
E ancora i torinesi Franti, la cui avventura musicale è ormai giunta al termine ma che hanno lasciato un segno tangibile, soprattutto nel periodo legato alla collaborazione con Lalli, tuttora una delle migliori espressioni della canzone d’autore al femminile.
Ho lasciato per ultimi, in questa teoria di ricordi, gli artisti che più profondamente mi hanno segnato. Innanzitutto i Litfiba, lo storico gruppo di Piero Pelù e di Ghigo Renzulli fresco di riunione. Le loro canzoni hanno contrassegnato la mia giovinezza e, dopo il periodo buio seguito al loro divorzio artistico, i due artisti fiorentini sembra abbiano ritrovato l’antica ispirazione. Il loro ultimo e recente lavoro Grande Nazione è un’opera pregevole. Pelù, nonostante le riconosciute qualità istrionesche (e i discutibili atteggiamenti da divo) non può proprio fare a meno del suo grande chitarrista. È come dire Morissey senza Johnny Marr, tanto per ricorrere a un’analogia d’Oltremanica.
Per concludere, il gruppo da me preferito: i Diaframma. Federico Fiumani, fiorentino d’origine marchigiana, è un personaggio complesso nella sua semplicità, se mi è permesso l’ossimoro. Lui non ha mai rincorso il successo, e infatti non l’ha mai raggiunto. È rimasto un ragazzone puro, incontaminato, anche adesso che ha ormai superato i cinquanta. Alto, dinoccolato, con l’eterno ciuffo ora ingrigito. Con la sua voce in apparenza squinternata, a volte dolce e a volte rabbiosa ma sempre in grado di trasmettere profonde emozioni. L’ultimo album dei Diaframma (uscito a quasi trent’anni dal primo) è bellissimo. A chi è interessato consiglio l’ascolto – attento – di canzoni quali Grande come l’oceano e Madre superiora, autentici gioielli. Fatelo, mi raccomando. Tanto adesso è semplice e gratuito, è sufficiente ricorrere a Internet.
Nel caso in cui questi pezzi proprio non vi piacessero… be’… per voi c’è sempre la pesca…
La buona musica non può essere di tutti, ed è giusto che sia così. Fa parte del suo fascino.

sabato 4 febbraio 2012

IL PASTO FISSO



“Che monotonia avere un posto fisso per tutta la vita!”. Così  si è espresso il Presidente del Consiglio alcuni giorni fa durante una trasmissione televisiva. Tali parole, come prevedibile, hanno suscitato vasta risonanza. Le forze politiche, il sindacato e l’intero mondo del lavoro (con la scontata eccezione della Confindustria) hanno reagito manifestando sorpresa, stupore e, in alcuni casi, addirittura sdegno. L’affermazione di Mario Monti è stata, senza dubbio, alquanto infelice, anche se in fondo esprime, sebbene in maniera incompleta causa l’eccessiva sintesi, il suo pensiero. Concetti che il professore della Bocconi non hai mai, tra l’altro, nascosto. Certamente meraviglia un po’ questo inedito aspetto “battutistico” da parte del compassato Monti, anche se occorre dire che la televisione spesso induce in errore chi è più inesperto nell’utilizzo del potente e implacabile strumento. I destinatari dell’osservazione del Presidente del Consiglio erano i giovani e l’intenzione era quella di stimolare la loro propensione al cambiamento, un invito a non fossilizzare la loro vita professionale. Intento apprezzabile, dunque, ma piuttosto inopportuno fino a che il livello di disoccupazione nel nostro Paese non calerà in misura significativa. In ordine nazionale i giovani privi di occupazione ammontano al trenta per cento mentre ancora peggiore è la situazione nel Meridione, dove un giovane su due è senza lavoro. Questi dati impietosi, di conseguenza, rendono le considerazioni sul posto fisso del tutto prive di rilievo, le riconducono a un ambito teorico, puramente accademico. Nessuno, in linea di principio, è contrario alla flessibilità del mercato del lavoro. Da sempre il lavoratore che intravede la possibilità di migliorare il suo stato approfitta senza indugio delle opportunità che eventualmente incontra. La duttilità si sposa perfettamente con un mercato del lavoro che insegue la piena occupazione. Nel nostro Paese, tuttavia, per tanti anni si è venuto a creare un pericoloso equivoco. La flessibilità è stata confusa con la precarietà, e spesso ciò è avvenuto in colpevole malafede. Proprio chi era preposto a formulare e ad attuare proposte per fronteggiare la grave crisi occupazionale ha presentato il lavoro precario, a termine, e tutta la babele di tipologie contrattuali che lo accompagna, quale soluzione. Gli esiti di tale politica sono stati disastrosi. Si è creata un’intera generazione di precari, giovani sforniti di aspettative sicure di lavoro e, cosa ancor più deplorevole, senza prospettive solide di vita personale.
È assolutamente indispensabile creare lavoro. Ciò si può fare soltanto inducendo una crescita economica. In una congiuntura critica come quella attuale è però possibile produrre sviluppo? Questa è la grande sfida in cui è impegnato il governo. Anche nell'evenienza di uno sbocco positivo, in ogni caso, i risultati potranno essere evidenti e significativi soltanto nel medio e nel lungo periodo. Come è possibile invece fornire risultati immediati? Innanzitutto con la rapida chiusura del negoziato sulla riforma del mercato del lavoro. Le tipologie contrattuali devono essere ridotte, meglio ancora se si potesse giungere all’adozione di un contratto unico, prevalente. È doveroso introdurre nuove tutele, un salario di cittadinanza, pesanti disincentivi per chi assume a tempo determinato e, viceversa, benefici fiscali per le imprese che investono sui contratti a tempo indeterminato e sulla formazione. Tutto questo a costo di rinunciare, almeno in parte, a feticci normativi come l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, carico di enorme valore simbolico ma un po’ fuori dal tempo. Lo scambio, in ogni modo, dovrà alla fine risultare fruttuoso per i lavoratori affinché il sacrificio sia giustificato.
Dove si possono trovare, in un bilancio soffocato dalla furia rigoristica, in parte imposta in maniera cieca dall’Europa, le risorse indispensabili per l’attuazione di tali importanti e decisive riforme? Si deve agire su quell’elemento che, pur essendo stato indicato dal governo come prioritario (insieme a rigore e sviluppo), è stato finora troppo trascurato: l’equità sociale. La redistribuzione del reddito tra le diverse fasce sociali deve essere, per lo stato di necessità, più robusta. Occorre maggiore coraggio, più determinazione. In attesa di tempi migliori, oltretutto, ci si chiede quanto sia davvero essenziale inseguire la crescita a tutti i costi (al momento appare come un’illusione) e non piuttosto ripensare l’intero sistema economico – le crisi a volte offrono tali occasioni – e indirizzarsi invece verso una decrescita controllata. Un’inversione di tendenza rispetto ai modelli prevalenti di crescita e sviluppo illimitati in questo momento non realizzabili né sostenibili. Un’economia utopica che ha per obiettivo pace e felicità, anche fatalmente se più sobria, più povera e che implica rinunce.
In attesa che vengano ben ponderate tali fondamentali risoluzioni, gli italiani sono interessati, più che alle discussioni sterili sul posto fisso - che in verità non esiste più da tempo - al pasto fisso quotidiano.

giovedì 2 febbraio 2012

ESISTENZIALISMO



“Chi siamo? Perché esistiamo?”
Marco è disteso sul suo letto, nella piccola camera, con lo sguardo perso nel vuoto. Il suo amico Luca è in piedi, con le braccia conserte e una smorfia stampata sul viso ampio, dai tratti marcati. A differenza di Luca, Marco è etereo, possiede un corpo minuto che ama ricoprire con vestiti abbondanti.
“Quanto sei noioso! Ti sarai mica infatuato della prof di filosofia?” Luca, beffardo.
“Come sei stronzo tu, piuttosto. Mi sono innamorato della materia.”
“Uff! Falla finita!”
“Perché? L’essere umano, da sempre, si è posto queste domande. Continuerà a farlo.”
“E non è mai riuscito a fornire una risposta. Se devo essere sincero, questa mattina la lezione non l’ho proprio seguita. Ho trascorso l’ora a messaggiare. Ti assicuro, è molto più divertente che stare ad ascoltare quella pazza fanatica.”
“Non si può usare il cellulare a scuola. È proibito” dice Marco.
“Che fai? Sfotti?”
“Stavo parlando sul serio.”
“Peggio ancora. Io passo a trovarti e tu non sai fare altro che parlare di filosofia!”
“Per quale motivo sei venuto da me?”
“Come? Per quale motivo? Perché siamo amici, cazzo! Ci conosciamo da quando eravamo bambini! Sarai pure uno sfigato che ama trascorrere i pomeriggi recluso in casa ma ti sono affezionato. Ti sembra sufficiente come spiegazione?”
Marco annuisce.
“Siamo diversi” dice.
“Che importa? Tutti gli esseri umani sono tra loro differenti! È un problema? Hai forse deciso di farmi incazzare? Vuoi che me ne vada?”
Marco sorride.
“No, rimani pure.”
“Grazie!”
“Scusa, non volevo farti adirare.”
“Adirare! Ma senti come parla questo! Senti, scrivi ancora poesie?”
L’amico arrossisce lievemente e distoglie lo sguardo.
“No, non ne scrivo più…” farfuglia imbarazzato.
“Perché te ne stai sempre qui dentro? Perché non esci mai?” domanda Luca cambiando argomento. Ha notato il disagio dell’amico.
“Esco già per andare a scuola. Mi basta. E non ho paura della solitudine, della mia perfetta solitudine.”
“Perfetta?”
Marco ignora la domanda.
“Ci sono tante cose da fare. Studio, leggo e…”
“…e poi?”
“Be’… studio e leggo. Queste due attività mi impegnano moltissimo. Non ho tempo per fare altro.”
Il volto di Luca si distende. Il ragazzo si abbandona ai ricordi dell’infanzia.
“Ti ricordi quando andavamo a giocare a pallone? In quel campetto spelacchiato?”
Marco lo guarda, serio.
“Mi costringevi ad andare. Io a calcio non ero bravo, finivo sempre a giocare in porta. E avevo paura delle pallonate.”
“E non ti buttavi mai!”
“No, non mi buttavo perché temevo di farmi male, di sbucciarmi le ginocchia.”
“Già, e guarda che fisico ti ritrovi, una vera mezza…” Luca si blocca appena in tempo.
Marco ha compreso ciò che l’amico intendeva dire, ma non sembra particolarmente turbato. Scrolla le spalle.
“Ascolta, ci verresti domani sera al cinema con me?”
“A vedere quale film?” domanda Marco. Appare interessato.
“Eh? Quale film? E che ne so! Lo decideremo sul momento. Guardiamo le locandine e i titoli e…”
“Preferirei stabilirlo prima.”
“Quanto sei pesante! Vuoi per caso studiarti le recensioni?” Il tono di Luca è sarcastico. Marco non coglie.
“Sì, certo.”
“D’accordo, come vuoi tu. Ti spiace se c’è anche Valentina?”
Marco, di colpo, si irrigidisce.
“Valentina? Chi è?” domanda. La sua voce è tremolante, insicura.
“Oh, una mia amica. Comunque, non preoccuparti. Le dirò di portare un’amica. Per te.”
“Che cosa ti fa pensare che io gradisca? Guarda che possiedo una mia individualità! Ho anch’io il diritto di essere selettivo!” ribatte Marco in tono stridulo.
“Ehi! Non te la prendere… Non ti piacciono le ragazze? Sarai mica diventato fr.. hai per caso maturato diverse preferenze sessuali?”
“Non credo che mi interessi andare al cinema con te…” Marco ora è pallido e sudato. Si vergogna per la reazione eccessiva.
“In quanto a isteria sei peggio di Morena!” dice Luca. Marco si allarma di nuovo.
“Chi è Morena?” domanda.
“Morena! Quella del Grande Fratello! Ieri sera quando quel coglione di Gualtiero le ha detto che…”
Luca si interrompe, colto da un dubbio atroce.
“Non lo guardi?” chiede.
Marco non risponde ma il suo sguardo è eloquente. Luca si imbarazza.
“Va bene, risparmiami il pistolotto che per te il Grande Fratello è  soltanto un libro e…”
“Se ti riferisci a ciò che penso ti avviso che il titolo è un altro. E poi si tratta di un romanzo. Un libro è semplicemente un oggetto. Tra l’altro, lo hai letto?”
“No, non l’ho letto! E non ho assolutamente intenzione di leggerlo! Marco, vaffanculo! Intellettuale del cazzo!”
“Luca, non…”
“Stai tranquillo, non mi adiro! No, non mi adiro. Sai che ti dico? Per calmarmi i nervi mi ci vorrebbe una bella canna!”
“Ce l’ho.”
“Uh? Come? Ce l’hai?”
“La vuoi?” domanda Marco.
“Ma… dicevo così per dire… in realtà non ho mai fumato…” Adesso è il turno di Luca di essere madido di sudore.
Marco scuote il capo.
“Che hai da guardarmi? Perché mi fissi in quel modo?” chiede Luca all’amico. E lui risponde con delle domande.
“Chi sei? Perché esisti?” 

mercoledì 1 febbraio 2012

LA FORNACE



“Maestro! Maestro! Dove siete?”
Un essere etereo si aggirava in quel luogo indefinito. Ovunque serpeggiava il caos. Una confusione immensa, indescrivibile. Tutto era disordine, eppure lui non ci badava. Avanzava circospetto e lanciava, a intervalli regolari, il suo monotono richiamo. Infine si avvicinò alla fornace ed entrò. Nell’ambiente c’era odore di carne, di carne appena plasmata.
“Ah! Siete qui!” esclamò, anche se non appariva affatto sorpreso.
“Maestro, voi lavorate troppo. Avreste bisogno di un po’ di riposo” aggiunse.
L’altro gli fece cenno di tacere, poi si voltò. Si trattava di un individuo imponente, dalla grande barba bianca. Indossava una veste chiara, informe, e ai piedi calzava dei semplici sandali.
“Ho quasi finito” disse.
“Siete ancora impegnato con quel mondo? Credevo fosse ormai terminato.”  
Il Maestro non rispose, ma indicò qualcosa che era ai suoi piedi e che aveva appena estratto dalla fornace. Si trattava, a prima vista, di un grumo di carne appena cotta. Osservando con più attenzione, il discepolo notò in esso una forma nota, riconoscibile.
“Che cos’è?” domandò.
“Non lo vedi? È un nuovo essere, l’ultimo” rispose il Maestro. Aveva un’aria soddisfatta, compiaciuta.
“Un altro ancora? Quanti ne avete già forgiati?”
L’altro schioccò le labbra.
“Tanti” disse. “Ma l’opera non mi sembrava ancora completa. Gli altri sono belli e variopinti, hanno forme aggraziate, tuttavia questo possiede qualcosa in più!”
Il discepolo si avvicinò di più e scrutò meglio quell’ammasso di carne.
Il maestro rise. Una risata profonda.
“È inutile che ti sforzi, mio caro! Ciò che lui possiede in più rispetto alle altre creature non è visibile perché si trova dentro. Gli ho infuso una piccola dose del mio soffio. Molto piccola, bada bene, ma sufficiente a far sì che possa imporre il suo predominio su tutte le altre creature.”
“Le sue sembianze sono simili alle nostre…”
“Simili, ma non uguali. Un attimo, che manca l’ultimo tocco, finché è ancora malleabile.”
Il Maestro si avvicinò al suo golem, si chinò e iniziò a rimodellarlo con abili tocchi delle dita robuste.
“Vedi? È ancora fresco” disse rivolto al giovane discepolo.
Allungò quella strana creatura, rimpicciolì i suoi fianchi poi, finalmente pago, si rialzò.
“Lo chiamerò scimmia!” dichiarò con solennità.
“Ma… Maestro! Avete già creato un essere con quel nome!” esclamò il discepolo.
“Sul serio? Allora lo chiamerò… uomo!”
“Per…”
“Non lo so il perché! È inutile che tu me lo domandi! Un nome vale l’altro!”
“Non si arrabbi Maestro, non intendevo mancare di rispetto…”
Il Creatore rivolse di nuovo l’attenzione al fagotto di carne fresca.
“Apri gli occhi!” gli ordinò con tono imperioso. La creatura ubbidì.
“Guarda! Che ne dici?”
Il discepolo considerò per alcuni istanti, serio.
“Posso esprimere una valutazione?” chiese, titubante.
“Certo!”
“Il suo sguardo non mi pare molto intelligente” disse infine.
Si udì un ruggito di rabbia. Il discepolo, spaventato, fece due passi indietro.
“Non temere! Non ce l’ho con te!” disse il Maestro. “Hai ragione! I suoi occhi esprimono solo ottusità! Ora però vattene. Devo subito rimettermi al lavoro. Ho sbagliato qualcosa.”
“Ma…”
“Via, ho detto! E torna tra un po’ di tempo.”
Il discepolo, sollevato, uscì dalla calda fornace.
Dopo un periodo di tempo che gli parve ragionevole, tornò. Si affacciò, esitante.
“Posso?” domandò, timoroso. Sapeva che l’ira del maestro poteva essere terribile e ne aveva paura.
“Vieni” disse l’altro. La sua voce era calma, quasi suadente.
“Ecco il mio capolavoro” annunciò in maniera trionfale.
Un altro cumulo di carne, posto accanto all’altro.
“Ma è uguale!” Il discepolo non era riuscito a trattenersi, e immediatamente si pentì per la sua mancanza di tatto. Ne temeva le inevitabili conseguenze, ma ormai era troppo tardi. Con sua grande sorpresa invece il Maestro sorrise.
“Ti sbagli, mio caro. È quasi la stessa cosa! Ho tolto e aggiunto e adesso lei è perfetta!”
“Lei?”
“Sì, perché chiamerò questa creatura donna! E non chiedermi il perché!”
“Non avevo intenzione di farlo…”
“Bene, meglio così!”
“E adesso il nuovo mondo è davvero ultimato?” azzardò il discepolo.
“Lo è!” confermò il Maestro.
“Ne farete un altro?”
“Sì, ne farò un altro. Questo mi sta già annoiando. E poi sono stufo di acque, montagne e pianure. E di tutti questi esseri brulicanti! Sarà qualcosa di completamente nuovo!”
“Posso domandare…”
“No! Non puoi! Ripassa tra qualche tempo e vedrai… ti stupirò!” 

lunedì 30 gennaio 2012

LA STREGA



Hai atteso, con trepidazione, per l’intera giornata. Non vedi l’ora di incontrarla. Finalmente sei fuori, in un tiepido pomeriggio di primavera. Percorri la strada che ti separa da lei immerso in pensieri che non riesci a definire. Non noti nulla attorno a te, né la gente frettolosa che incroci, né i luoghi che pure ti sono ben noti. Procedi in linea retta, come un automa, sprofondato nell’ottusità, nella tua nitida follia. La scorgi, da lontano, mentre percorri il viale del parco. È seduta su una panchina di pietra e sta leggendo un libro. Così sembra. Non te ne curi, non ti importa. Se anche stesse fingendo, se il suo fosse un soltanto un inviso atteggiamento, ciò non avrebbe comunque alcuna rilevanza. Ti avvicini e il respiro si mozza. Combatti contro quell’improvvisa apnea del corpo e dello spirito. La superi. Lei ti vede e si alza. Un corpo sodo ed esuberante. Sorride. Un abbraccio, poi un rapido scambio di fiati caldi. Mano nella mano violate le profondità di quel verde polmone. Sempre più in fondo, camminando finché non siete i soli, gli unici. Il tempo trascorre in fretta, parlando di tutto, discorrendo di nulla. Un saluto frettoloso, carico di colpa, e ciò che è stato unito fino a pochi attimi prima si separa. Su entrambi cala un sentimento di angoscia, un’afflizione che durerà lo spazio di un giorno. Perché gli incontri quotidiani si susseguono, durante tutta la calda estate, nel periodo in cui si uniscono i sudori; in autunno, quando i brividi climatici si legano ai fremiti di un animo sempre più in subbuglio. L’inverno, invece, quell’anno non arriva. Tutto finisce, all’improvviso, così come era iniziato. Il vuoto ti travolge, ti annulla i sensi. Comincia il tempo della riflessione. Amara e dolorosa. Tutto è cambiato, nulla è più come prima. Né lo sarà mai più. Te ne rendi conto e questa nuova condizione ti provoca angoscia, ti precipita in un abisso. Hai imparato a conoscerti, e ciò che hai scoperto ti sconcerta. Sei stato smascherato. Sono affiorati i tuoi limiti e le tue debolezze, la tua impensabile doppiezza. Vivi, ma in un altro modo. Lasci che il tempo scorra. In apparenza, tutto sembra immutato. Viceversa tutto è crollato, dentro di te percepisci solo macerie, infiniti frammenti che non è possibile ricomporre.
E poi la vedi, dopo tanto tempo. Le tue cicatrici si sono ormai indurite. Sei seduto su una panchina e stai leggendo un libro. Sul serio. Un altro parco, un altro viale. Lei si avvicina ma non si siede accanto a te. Tu non l’hai invitata a farlo. L’imbarazzo è fuggevole, subito spunta un sorriso. Quel sorriso che non mi ammalia più. I suoi capelli sono sempre lunghi e crespi, ma con qualche filo bianco. Quei capelli che amavo intrecciare tra le dita. Distolgo lo sguardo da quelle pupille verdi.
“Come va?” dice, arrotando la erre. Che voce sgraziata, penso. Non lo avevo mai notato.
Annuisco ma non rispondo.
“Non è ancora arrivato il tempo per parlare?” insiste lei.
Scuoto il capo e rituffo gli occhi sulle pagine del libro.
Lei sorride. Sorride sempre, lei. Come se tutto fosse divertente, come se tutto fosse soltanto un gioco. Forse ha ragione, forse la vita è davvero un gioco, e nulla di più. Ma io ho perso. Lei, all’opposto, vince sempre.
Ormai rassegnata, incapace di schiodarmi  dal mio ostinato mutismo, dal mio atteggiamento indifferente e ostile, si allontana. Se ne va, la mia strega cattiva se ne va.

sabato 28 gennaio 2012

SFIGATI



Nei giorni scorsi ha suscitato clamore (e provocato cori di indignazione e protesta da parte degli studenti) l’affermazione del vice-ministro Martone secondo la quale “i giovani che conseguono la laurea dopo i 28 anni sono degli sfigati”. Dove con l’espressione sfigati, naturalmente, si intende meschini, tapini, poveretti.
Dal punto di vista del politicamente corretto una dichiarazione di tale tenore può essere considerata senza dubbio infelice, oltre che inopportuna, provenendo tra l’altro da un uomo delle istituzioni che le criticità le dovrebbe affrontare e risolvere. Martone, nei giorni successivi, si è comunque premurato di precisare che il suo appunto era rivolto esclusivamente a quei giovani che si dedicano allo studio a tempo pieno, e non agli studenti che affiancano tale attività a un’esperienza lavorativa.
Tuttavia la provocazione  - poiché di ciò si tratta – del giovane e rampante (e raccomandato?) vice-ministro impone alcune riflessioni in quanto esprime, nella sua essenza, una scomoda verità con la quale è necessario confrontarsi.
L’oggetto di queste considerazioni non può che essere lo stato di salute della nostra Università.
Sgombriamo subito il campo dal dualismo tra le università private e quelle pubbliche. Le prime (ben poche sono, in realtà, quelle veramente prestigiose) indirizzano la loro offerta formativa a un’utenza, più che di studenti, di veri e propri clienti. I costi di frequenza sono spesso esosi, ed è chiaro il loro interesse nel “portare avanti” il maggior numero possibile di studenti. Più iscritti equivale a maggiori risorse disponibili. Non sempre, invece, la qualità dell’insegnamento in tali atenei è rapportata ai costi in maniera proporzionale, con alcune eccezioni rappresentate dai pochi istituti di eccellenza.
Ben diversa è l’analisi che riguarda l’università statale. In questo caso la carenza di risorse e di strutture è preoccupante; la mancanza di tali indispensabili elementi incide in maniera rilevante sull’attività di studio, la compromette in misura ragguardevole. L’ultima ed ennesima riforma attuata presenta gravi limiti – messi a nudo dalle rimostranze di studenti e docenti in tempi non lontani - e non pare essere in grado, in alcun modo, di condurre a un miglioramento della situazione.
L’università pubblica costringe gli studenti ad adattarsi alla propria configurazione imponendo limiti all’ingresso mentre, al contrario, dovrebbe modellarsi sulle esigenze degli stessi. Si potrebbe ottenere lo stesso esito – senza intaccare il diritto all’uguaglianza e la parità di opportunità iniziali  – operando una più rigorosa selezione non prima bensì durante il corso di studi. Tutti devono avere la possibilità di accedere, soltanto i più meritevoli devono avere la possibilità di proseguire gli studi e di ultimarne il percorso. Gli atenei pubblici sono finanziati sì con le tasse (troppo elevate) delle famiglie degli studenti, ma anche con il denaro di tutti i contribuenti. Di conseguenza non è immaginabile – non più – consentire che giovani poco motivati rimangano parcheggiati presso le università pubbliche per un numero di anni doppi rispetto alla durata del corso di studi.
I tempi sono mutati, le nuove e impegnative sfide (legate alla sopravvivenza stessa del Paese) impongono rinunce che, se anche possono apparire dolorose e ingiuste, sono però inevitabili.
Ben vengano, dunque, pungoli e incitamenti come quelli del vice-ministro Martone, al di là della forma con la quale sono espressi.