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giovedì 22 ottobre 2026

LA BELLA E LA BESTIA (Seconda e ultima parte)

Un martedì pomeriggio erano seduti al tavolino di un bar all'aperto. Elena si era alzata un momento per andare in bagno, lasciandolo solo con i due caffè. Marco osservò il viavai della strada, finché non notò due ragazzi a un tavolo poco distante. Stavano guardando prima Elena che rientrava, poi avevano girato lo sguardo su di lui, scambiandosi un'occhiata perplessa e una mezza risata trattenuta.

Elena tornò, si sedette di fronte a lui e gli sorrise, prendendo un sorso di caffè.

«Tutto bene? Sei strano oggi.»

Marco la guardò. I suoi occhi neri caddero sul viso perfetto di lei, sulla pelle liscia, su quel sorriso da copertina. Poi si rispecchiò per un istante nel vetro della vetrina del bar: la sua sagoma sproporzionata, il mento sporgente, i capelli che apparivano ancora più diradati sotto la luce del sole.

L'interrogativo che cercava di soffocare da settimane tornò a galla con la violenza di un'onda.

«Elena...» esitò lui, abbassando lo sguardo sulla tazzina.

«Dimmi.»

«Ma tu...» Marco deglutì a vuoto, cercando le parole senza sembrare insicuro, fallendo miseramente. «Tu perché stai con me?»

Il silenzio tra loro sembrò durare un'eternità. Poi, Elena gli prese il viso tra le mani, costringendolo a non distogliere lo sguardo.

«Marco, ascoltami bene» disse, con una dolcezza che nascondeva una ferma determinazione. «Io non mi innamoro di un catalogo di moda. Mi sono innamorata del ragazzo che mi ha fatto ridere fino alle lacrime, di quello che mi ascolta per ore senza giudicarmi. A me non importa cosa pensa la gente, e non dovrebbe importare nemmeno a te. Io ho scelto te.»

Marco annuì, le baciò la fronte e si sforzò di sorridere. Ma le parole di Elena, invece di spegnere il dubbio, lo sigillarono dentro di lui, dove cominciò a nutrirsi delle sue insicurezze.

Nelle settimane successive, il tarlo si trasformò in un mostro affamato. Il Marco dolce, impacciato ma solare, che aveva conquistato Elena, iniziò a svanire, sostituito da una versione cupa e tormentata di se stesso. L'idea che lei fosse troppo bella per lui divenne un'ossessione vera e propria, una lente distorta attraverso cui decifrava ogni gesto della ragazza.

Se Elena si truccava per uscire, Marco si incupiva: Per chi vuole farsi bella? Se il cameriere al ristorante le sorrideva troppo a lungo, la serata era rovinata da silenzi ostili. Se il telefono di lei vibrava, lo sguardo di Marco scattava sullo schermo con l'intensità di un inquisitore.

«Perché ti sei messa quel vestito per andare in università?» le chiese un pomeriggio, con una freddezza che non gli apparteneva.

«Fa caldo, Marco. E mi piace» rispose lei, sorpresa. «Che problema c'è?»

«Niente. È solo che... attiri l'attenzione. E a te piace, ammettilo.»

Elena resistette. Lo amava e capiva da dove nascesse quella fragilità. Cercò di rassicurarlo in ogni modo possibile: smise di truccarsi quando uscivano da soli, iniziò a giustificare ogni suo ritardo, gli diede libero accesso al suo telefono. Ma l'abisso di Marco era incolmabile. Più lei si annullava per dimostrargli il suo amore, più lui si convinceva che fosse tutta una messinscena, un castello di carte pronto a crollare non appena si fosse presentato un ragazzo all'altezza della sua bellezza.

Divenne sempre più geloso, asfissiante. Le scenate iniziarono a esplodere per le ragioni più futili: un complimento ricevuto sui social, un saluto di troppo a un vecchio compagno di classe.

Il punto di rottura arrivò in una piovosa sera di novembre.

Erano in macchina, di ritorno dal cinema. Marco aveva passato le ultime due ore a rimuginare sul fatto che, durante la fila per i biglietti, un ragazzo aveva guardato con insistenza Elena, e lei non aveva reagito "in modo abbastanza infastidito".

«Non puoi negarlo, gli stavi sorridendo!» sbottò lui, colpendo il volante con il palmo della mano. «Marco, stavo sorridendo a te per una battuta che avevi appena fatto!» urlò lei, le lacrime che ormai le rigavano il viso. «Non ce la faccio più. Mi stai soffocando!»

«Certo che ti sto soffocando! Perché sai benissimo che prima o poi ti stancherai di me! Guardami, Elena! Guardami!» gridò lui, indicandosi il viso squadrato. «Perché dovresti stare con uno così quando puoi avere chiunque?»

Elena lo guardò, e per la prima volta, nei suoi meravigliosi occhi ambrati, Marco non vide più compassione o amore. Vide rassegnazione.

«Io volevo stare con te, Marco. Ma tu non ci sei più» sussurrò lei, la voce rotta. «Hai lasciato che la tua insicurezza ci divorasse. Non sei diventato brutto fuori... sei diventato impossibile dentro. È finita.»

Scese dall'auto sotto la pioggia, e quella fu l'ultima volta che si parlarono.

I primi giorni furono un inferno di pianti e rimorsi, ma poi, lentamente, qualcosa in Marco si assestò. Un meccanismo di difesa, perverso ma infallibile, scattò nella sua mente, riscrivendo la storia per renderla sopportabile.

Si guardò nello specchio del bagno. Fissò la sua magrezza spigolosa, il viso cavallino, i denti troppo grandi.

Era inevitabile, pensò.

Cancellò dalla memoria le proprie scenate di gelosia, le parole cattive, l'ossessione che aveva prosciugato Elena. Ricondusse tutto a una semplice, ineluttabile equazione matematica che il mondo gli aveva sempre insegnato: i brutti non stanno con le belle. La storia non aveva funzionato non perché lui fosse diventato possessivo e tossico, ma semplicemente perché lei era una principessa e lui non sarebbe mai stato il principe azzurro. Le fiabe non esistono, si disse.

E in quella tragica autoassoluzione, Marco ritrovò la pace. Tornò alla sua solitudine, ai suoi pomeriggi solitari al supermercato, crogiolandosi in una malinconica tranquillità. Si sentiva al sicuro, ora. Niente più ansie, niente più paure di non essere all'altezza. Aveva avuto la sua risposta, sbagliata ma rassicurante: non c'era nulla che lui potesse fare per cambiare il proprio destino, bastava solo non provare mai più a volare troppo vicino al sole.

                                                                    FINE

 

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