Un
martedì pomeriggio erano seduti al tavolino di un bar all'aperto. Elena si era
alzata un momento per andare in bagno, lasciandolo solo con i due caffè. Marco
osservò il viavai della strada, finché non notò due ragazzi a un tavolo poco
distante. Stavano guardando prima Elena che rientrava, poi avevano girato lo
sguardo su di lui, scambiandosi un'occhiata perplessa e una mezza risata
trattenuta.
Elena
tornò, si sedette di fronte a lui e gli sorrise, prendendo un sorso di caffè.
«Tutto
bene? Sei strano oggi.»
Marco
la guardò. I suoi occhi neri caddero sul viso perfetto di lei, sulla pelle
liscia, su quel sorriso da copertina. Poi si rispecchiò per un istante nel
vetro della vetrina del bar: la sua sagoma sproporzionata, il mento sporgente,
i capelli che apparivano ancora più diradati sotto la luce del sole.
L'interrogativo
che cercava di soffocare da settimane tornò a galla con la violenza di un'onda.
«Elena...»
esitò lui, abbassando lo sguardo sulla tazzina.
«Dimmi.»
«Ma tu...»
Marco deglutì a vuoto, cercando le parole senza sembrare insicuro, fallendo
miseramente. «Tu perché stai con me?»
Il
silenzio tra loro sembrò durare un'eternità. Poi, Elena gli prese il viso tra
le mani, costringendolo a non distogliere lo sguardo.
«Marco,
ascoltami bene» disse, con una dolcezza che nascondeva una ferma
determinazione. «Io non mi innamoro di un catalogo di moda. Mi sono innamorata
del ragazzo che mi ha fatto ridere fino alle lacrime, di quello che mi ascolta
per ore senza giudicarmi. A me non importa cosa pensa la gente, e non dovrebbe
importare nemmeno a te. Io ho scelto te.»
Marco
annuì, le baciò la fronte e si sforzò di sorridere. Ma le parole di Elena,
invece di spegnere il dubbio, lo sigillarono dentro di lui, dove cominciò a nutrirsi
delle sue insicurezze.
Nelle
settimane successive, il tarlo si trasformò in un mostro affamato. Il Marco
dolce, impacciato ma solare, che aveva conquistato Elena, iniziò a svanire,
sostituito da una versione cupa e tormentata di se stesso. L'idea che lei fosse
troppo bella per lui divenne un'ossessione vera e propria, una lente distorta
attraverso cui decifrava ogni gesto della ragazza.
Se
Elena si truccava per uscire, Marco si incupiva: Per chi vuole farsi bella?
Se il cameriere al ristorante le sorrideva troppo a lungo, la serata era
rovinata da silenzi ostili. Se il telefono di lei vibrava, lo sguardo di Marco
scattava sullo schermo con l'intensità di un inquisitore.
«Perché
ti sei messa quel vestito per andare in università?» le chiese un pomeriggio,
con una freddezza che non gli apparteneva.
«Fa
caldo, Marco. E mi piace» rispose lei, sorpresa. «Che problema c'è?»
«Niente.
È solo che... attiri l'attenzione. E a te piace, ammettilo.»
Elena
resistette. Lo amava e capiva da dove nascesse quella fragilità. Cercò di
rassicurarlo in ogni modo possibile: smise di truccarsi quando uscivano da
soli, iniziò a giustificare ogni suo ritardo, gli diede libero accesso al suo
telefono. Ma l'abisso di Marco era incolmabile. Più lei si annullava per
dimostrargli il suo amore, più lui si convinceva che fosse tutta una
messinscena, un castello di carte pronto a crollare non appena si fosse
presentato un ragazzo all'altezza della sua bellezza.
Divenne
sempre più geloso, asfissiante. Le scenate iniziarono a esplodere per le
ragioni più futili: un complimento ricevuto sui social, un saluto di troppo a
un vecchio compagno di classe.
Il
punto di rottura arrivò in una piovosa sera di novembre.
Erano
in macchina, di ritorno dal cinema. Marco aveva passato le ultime due ore a rimuginare
sul fatto che, durante la fila per i biglietti, un ragazzo aveva guardato con insistenza
Elena, e lei non aveva reagito "in modo abbastanza infastidito".
«Non
puoi negarlo, gli stavi sorridendo!» sbottò lui, colpendo il volante con il
palmo della mano. «Marco, stavo sorridendo a te per una battuta che avevi
appena fatto!» urlò lei, le lacrime che ormai le rigavano il viso. «Non ce la
faccio più. Mi stai soffocando!»
«Certo
che ti sto soffocando! Perché sai benissimo che prima o poi ti stancherai di
me! Guardami, Elena! Guardami!» gridò lui, indicandosi il viso squadrato.
«Perché dovresti stare con uno così quando puoi avere chiunque?»
Elena
lo guardò, e per la prima volta, nei suoi meravigliosi occhi ambrati, Marco non
vide più compassione o amore. Vide rassegnazione.
«Io
volevo stare con te, Marco. Ma tu non ci sei più» sussurrò lei, la voce rotta.
«Hai lasciato che la tua insicurezza ci divorasse. Non sei diventato brutto
fuori... sei diventato impossibile dentro. È finita.»
Scese
dall'auto sotto la pioggia, e quella fu l'ultima volta che si parlarono.
I
primi giorni furono un inferno di pianti e rimorsi, ma poi, lentamente,
qualcosa in Marco si assestò. Un meccanismo di difesa, perverso ma infallibile,
scattò nella sua mente, riscrivendo la storia per renderla sopportabile.
Si
guardò nello specchio del bagno. Fissò la sua magrezza spigolosa, il viso
cavallino, i denti troppo grandi.
Era
inevitabile, pensò.
Cancellò
dalla memoria le proprie scenate di gelosia, le parole cattive, l'ossessione che
aveva prosciugato Elena. Ricondusse tutto a una semplice, ineluttabile
equazione matematica che il mondo gli aveva sempre insegnato: i brutti non
stanno con le belle. La storia non aveva funzionato non perché lui fosse
diventato possessivo e tossico, ma semplicemente perché lei era una principessa
e lui non sarebbe mai stato il principe azzurro. Le fiabe non esistono, si
disse.
E in
quella tragica autoassoluzione, Marco ritrovò la pace. Tornò alla sua
solitudine, ai suoi pomeriggi solitari al supermercato, crogiolandosi in una
malinconica tranquillità. Si sentiva al sicuro, ora. Niente più ansie, niente
più paure di non essere all'altezza. Aveva avuto la sua risposta, sbagliata ma
rassicurante: non c'era nulla che lui potesse fare per cambiare il proprio destino,
bastava solo non provare mai più a volare troppo vicino al sole.
FINE


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