Lo
aveva comprato a un'asta dell’Esercito. La modernità avanzava, lasciando
indietro quelle bestie muscolose che per decenni avevano arrampicato la roccia
con i pezzi d’artiglieria sulle groppe. Dismesse perché non più operative,
liberate da un servizio diventato anacronistico.
Il
mulo era alto, possente, con una struttura toracica profonda e la groppa
squadrata tipica degli animali selezionati per le truppe alpine. Un esemplare
ancora giovane, pieno di forza. Sarà perfetto per tirare il carretto,
aveva pensato comprandolo per pochi soldi. Con una stazza del genere non
farà nessuna fatica.
All’asta
gli avevano rifilato un foglio di matricola con un nome: Scipio. Lui l’aveva
piegato e infilato in tasca quasi senza guardarlo. Aveva posseduto altri muli
in passato, ma non si era mai sognato di battezzare una bestia da carico. Un
mulo era un mulo, e tale sarebbe rimasto.
Il
primo vero problema si era presentato davanti al portone della stalla.
Aveva
allungato la mano, afferrando con decisione la cavezza di cuoio per spingerlo
verso l’ingresso. L’animale non aveva mosso una zampa. Aveva ruotato soltanto
il muso, scoccandogli un’occhiata torva da sotto la frangia ruvida. Poi, con
una rapidità fulminea che smentiva la sua stazza, aveva spalancato le fauci e
gli aveva affondato i denti nel dorso della mano.
Un
urlo secco aveva squarciato l'aria del cortile.
L’uomo
s’era tirato indietro di scatto, stringendosi il polso. Il sangue caldo colava
già lungo le dita, gocciolando nella polvere.
«Dieci
punti. Ci sono voluti dieci punti per ricucirti» brontolava il medico qualche
ora dopo, facendo passare l'ago curvo tra i bordi sfilacciati della ferita,
mentre la stanza puzzava d'alcool e iodio. Il vecchio dottore scuoteva la testa
con un ritmo monotono. Guardava la mano maciullata di quell'uomo ostinato e
pensava a quanti trattori si vedevano nei campi attorno al paese. Perché
questo vecchio si ostina a usare uno stupido mulo?
I
giorni seguenti avevano confermato il pessimo carattere di Scipio.
Quando
la bestia decideva di piantarsi, s'inchiodava in mezzo al cortile come un
pilastro di granito. Zampe anteriori rigide, muso teso, gli occhi fissi sul
vuoto. Niente frusta, né imprecazioni o spintoni servivano a smuoverlo. L'unico
modo per farlo fare un passo era cedere, girargli la testa e riaccompagnarlo
dolcemente verso l'ingresso della stalla.
Attaccarlo
al carretto, poi, era una vera e propria guerra. Il mulo scartava, puntava le
zampe, soffiava dalle narici. Poi, improvvisamente, quando l'uomo era sul punto
di rinunciare, cedeva con indifferenza e si lasciava infilare i finimenti.
I
guai seri arrivavano una volta in strada.
L'uomo
se ne stava seduto a cassetta sulla stanga di legno, le briglie in mano,
tentando di dettare un ritmo con colpi di voce e richiami. Scipio gli prestava
la stessa attenzione che si dà al ronzio di una mosca. Decideva lui. A volte
procedeva a passo di lumaca, girando il capoccione a destra e a manca per
osservare le siepi e i fossi come un turista a spasso, del tutto sordo alle
sollecitazioni. Altre volte, senza alcun preavviso, partiva in una trottata
sfrenata e rabbiosa, desideroso solo di sgranchirsi le zampe.
Il
carro saltava sui solchi. L'uomo subiva uno scossone dietro l'altro, i denti
che battevano a ogni buca, finché un giorno una curva presa troppo stretta lo
aveva sbalzato direttamente nel fosso.
Il
mulo s’era fermato due metri più avanti. L'uomo s’era rialzato a fatica,
sputando terra e indirizzandogli uno sguardo carico di minaccia e livore. La bestia,
dalla sua altezza, lo fissava con le orecchie leggermente piegate all'indietro
e il labbro superiore sollevato. Sembrava quasi che gli stesse sogghignando in
faccia.
La
goccia che aveva fatto traboccare il vaso era arrivata a fine vendemmia.
L'uomo,
distratto dal lavoro di una giornata intera, gli si era avvicinato da dietro
per staccare le stanghe senza farsi notare. Scipio non aveva nemmeno girato il
capoccione: aveva semplicemente piantato gli zoccoli anteriori e sganciato una
doppietta posteriore.
Una
botta tremenda, sorda, un colpo da spaccare le ossa. Era volato a due metri di
distanza, finendo a pancia in giù con la faccia nella polvere.
La
sera, nella penombra della stanza da letto, s'era esaminato allo specchio. Il
fondoschiena era una mappa di lividi viola e neri, dolente al solo sfiorarla.
Andare di nuovo dal dottore era l'ultima cosa che avrebbe voluto fare, ma la
mattina dopo camminava piegato in due.
«Dieci
centimetri più in alto e ti spappolava un rene» gli disse l'anziano medico
applicando una pomata fredda sull'ematoma gigantesco. «Quella bestia finirà per
ammazzarti.»
A
casa, l'uomo trascorse la serata seduto di sbieco su una sedia impagliata,
incapace di trovare una posizione sopportabile. Che cosa posso farne?
rimuginava. Venderlo? E chi se lo prende un mulo assassino? Darlo al
macellaio e farla finita una volta per tutte?
La
notte fu priva di sonno. Il dolore alle terga lo teneva sveglio, ma insieme al
dolore c'era un pensiero che continuava a tormentarlo, a incastrarsi tra i
ricordi della sua giovinezza e le storie sentite all'osteria sui reparti
alpini.
Il
mattino seguente, zoppicante ma deciso, andò in paese e tornò con un basto in
cuoio e legno, capiente, strutturato per bilanciare il carico.
Si
avvicinò a Scipio nella stalla con estrema prudenza, tenendo le mani bene in
vista e muovendosi senza fretta. Gli appoggiò il pesante finimento sulla
schiena.
Il
mulo non scartò. Non mosse un muscolo della groppa. Rimase immobile, piegando
leggermente il collo come per facilitare il passaggio delle cinghie sotto il
torace. Accettava l'operazione con una condiscendenza tranquilla, quasi
provasse un sollievo familiare nell'avvertire quella struttura rigida serrarsi
attorno al corpo.
«Bravo
Scipio...» gli scappò detto a mezza voce, colto di sorpresa da tanta docilità.
A
quel suono, la bestia rizzò le orecchie. Girò il muso verso di lui e lo guardò
negli occhi. Per la prima volta da quando era arrivato, la cupa malignità che
gli velava le pupille era scomparsa, sostituita da una calma profonda, limpida
e severa.
«Andiamo»
disse l'uomo, prendendo la cavezza.
Scipio
mosse il primo passo, seguendolo con andatura cadenzata.
«Ferma.»
Il
mulo s'arrestò all'istante, le zampe perfettamente allineate, la testa alta.
L'uomo
rimase a fissarlo per un lungo istante, mentre la luce del mattino filtrava tra
le assi del fienile. Finalmente aveva capito.
L'orgoglio.
Era un animale che aveva portato i carichi di una batteria alpina sulle creste
delle montagne, che aveva condiviso la fatica e la disciplina con uomini in
divisa. Non avrebbe mai accettato di farsi sminuire, aggiogato alle stanghe
d'un carretto di legno come una bestia da soma qualunque.
Da
quel giorno, Scipio diventò la sua ombra e il suo compagno più fedele. E
l'uomo, che non aveva mai dato un nome a nessun animale in vita sua, gli diede
qualcosa di più: lo promosse caporale.


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