Due fatti di cronaca, entrambi provenienti dagli Stati Uniti, riaprono in
maniera drammatica il dibattito sulla pena capitale, mostrando il volto più cupo
di una giustizia punitiva che scivola pericolosamente verso il supplizio
mediatico.
Da un lato vi è il caso di Christa
Pike, condannata a morte in Tennessee per un omicidio commesso quando
era appena diciottenne. La sua esecuzione mediante iniezione letale (dopo
un'attesa di oltre trent'anni) si è trasformata in un fallimento sistemico: la
procedura è stata sospesa dopo due ore di strazianti tentativi falliti,
lasciando la donna gravemente lesa e ricoverata in ospedale tra atroci
sofferenze.
Dall'altro lato risuona l'annuncio governativo sulla condanna di Nidal Hasan, il militare autore della
strage di Fort Hood del 2009: la sua esecuzione per fucilazione non solo segna
un ritorno a metodi arcaici, ma verrà trasmessa in diretta televisiva e in
streaming. Una vera e propria gogna moderna, dove la pena di morte dismette
ogni residua parvenza di atto giudiziario per trasformarsi in uno spettacolo
truculento per le masse.
In questo scenario, risuonano con forza immutata le parole del Papa, che ha
più volte ribadito come la pena di morte sia «mai ammissibile», in quanto
pregiudica l'inviolabile dignità della persona umana. La Chiesa ha chiarito a
più riprese che non esiste una modalità "umanamente accettabile" di
uccidere un uomo in nome della legge.
Guardando alla mappa geopolitica mondiale, la pena di morte resta oggi una
pratica diffusa prevalentemente nelle
dittature e nei regimi autoritari (come Cina, Iran e Arabia Saudita).
Che la principale democrazia dell'emisfero occidentale continui a condividere
questo strumento punitivo con regimi dispotici rappresenta una profonda e
dolorosa contraddizione istituzionale.
Di fronte ai crimini più atroci, l'impulso emotivo della società è
comprensibile. È indiscutibile che chiunque
sarebbe favorevole alla pena capitale se questa avesse il potere di riportare
in vita le vittime. Ma la realtà è ben diversa: la morte del colpevole
non cancella il lutto né restituisce le vite spezzate.
All'accesso di rabbia, lo Stato ha il dovere morale e legale di non
rispondere con la medesima violenza. Lo Stato non deve vendicare, ma punire.
La vendetta appartiene all'istinto
primordiale e non fa altro che replicare
il male.
La giustizia, al contrario, riafferma la legalità, protegge la collettività e priva il reo della
libertà, senza cedere alla barbarie.
La deriva americana ha poco o nulla a che vedere con i veri valori su cui
si fonda la civiltà occidentale. Allo stesso modo, non rispecchia l'Occidente
l'escalation e la condotta attuata da Israele contro la popolazione palestinese
a Gaza. Di fronte all'orribile e gravissimo massacro del 7 ottobre, un'aggressione
da condannare senza riserve, la risposta non ha cercato la giustizia
commisurata e il rispetto del diritto internazionale, bensì una forma di
punizione collettiva che si è trasformata in pura vendetta.
Quei valori fondamentali di umanità,
proporzionalità e civiltà giuridica sembrano oggi difesi soltanto da
un'esigua parte del mondo: una parte d'Europa e pochi paesi isolati come ad
esempio il Canada. Se continueremo a scambiare la vendetta per giustizia e la
spettacolarizzazione del dolore per rigore statale, questi principi fondanti
rischiano di scomparire del tutto, lasciando il posto a un nuovo oscurantismo
globale.


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