«Non li sopporto più!»
Il giovane conte Valentinus sbatte il calice sul tavolo di pietra, e la
cera delle candele sussulta. Nel salone umido del castello l'eco rimbalza tra
le travi, torna indietro, si spegne in un angolo dove qualcosa si muove.
«Uh? Chi?» risponde una voce cavernosa, a metà tra un brontolio e uno
sbadiglio.
«Gli umani! E quella loro stupida festa! Come la chiamano?»
«Halloween.» Dall'ombra emerge Lupus, curvo, le spalle larghe che sfiorano
lo stipite. Si gratta il fianco con un artiglio e tira su col naso. «Quella
delle zucche.»
«Quella, sì.» Valentinus si alza e comincia a camminare avanti e indietro,
il mantello che striscia sul pavimento. «Sai che faccio? Quest'anno vado di
persona a dare un'occhiata. Voglio capire che gusto ci provano a
scimmiottarci!»
«Ci andrai sul serio?»
«Ci puoi scommettere.»
Lupus fa un passo avanti, e il pavimento scricchiola. «Vengo anch'io!»
«Scordatelo.»
«Perché?»
Valentinus si ferma. Lo squadra da capo a piedi, con lentezza, come si
guarda un mobile troppo grande per una stanza piccola. «C'è la luna piena, e
poi... non ti vedi?»
Lupus abbassa gli occhi. La folta pelliccia che gli copre il petto, gli
artigli lunghi come coltelli da macellaio, le zanne che sporgono dal labbro e
luccicano di bava. Si tocca un canino con la punta del dito. Non trova niente
di strano: quando arriva il plenilunio è sempre così.
«Saresti troppo appariscente», dice Valentinus. «Scapperebbero tutti. Tu e
il tuo dannato vizio di sbranare e lacerare!»
«Va bene», mugola Lupus, offeso, trascinando le parole. «Come vuoi tu.»
La sera di Halloween Valentinus esce dal castello e scende verso la città.
In centro non ci va mai: troppa confusione, troppe luci, troppo odore di
fritto e di plastica. Eppure stasera è lì, alto e solenne, avvolto nel suo
mantello, mentre intorno a lui il mondo si agita come una pentola in
ebollizione. Le vie sono affollate. Bambini, soprattutto: streghe di tre anni
con il cappello che cade di lato, scheletri di cartone, un minuscolo fantasma
che inciampa nel lenzuolo. E poi adulti, ridicolmente mascherati, con orecchie
finte e dentiere di gomma.
I bambini, Valentinus li odia. Ma si fa forza e prosegue, scansando gomiti,
sacchetti di caramelle e una ragazza che gli sorride sotto un velo da sposa
insanguinato.
All'angolo di una piazzetta nota un bambino da solo. Giacchetta e pantaloni
neri, un mantello più corto del suo, e sul viso un trucco accurato: pallore da
gesso, due righe rosse agli angoli della bocca, due canini di plastica.
Valentinus si pianta davanti a lui.
«Tu», dice. «Spiegami come funziona questa faccenda di Halloween.»
Il bambino lo guarda dal basso, poi risponde con la serietà di chi parla di
cose importanti. «Si va di casa in casa. Si suona il campanello, e quando
aprono si dice dolcetto o scherzetto. Se ti danno un dolcetto, bene. Se
no, gli fai uno scherzetto.»
«Dolcetto o scherzetto», ripete Valentinus, assaggiando le parole. «Ah!»
Il bambino annuisce, soddisfatto.
«Vuoi sapere un segreto?» dice allora il conte.
Si china. Il mantello gli si apre ai lati come un paio d'ali, e quando le
sue labbra sono vicine all'orecchio del piccolo, bisbiglia: «Io sono un vero
vampiro.»
Mentre si rialza, quasi per gioco, appoggia appena i denti sul collo del
bambino. Poco più di un pizzicotto, ma sufficiente: la pelle è tenera.
«Ahi!» dice il bambino. Poi gli occhi gli scivolano via, attirati da una
bancarella di mele caramellate, e un secondo dopo ha già dimenticato. Si
raddrizza, tronfio, il mento in fuori. «Anch'io sono un vero vampiro!»
Valentinus si allontana in fretta.
Povero moccioso, pensa. Domani chiederà alla madre un bel
bicchiere di sangue, invece della Coca-Cola.
(Continua)


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