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sabato 10 ottobre 2026

LO SPORT NON E' UN'ISOLA

Lo sport non vive in una bolla neutrale. Definirlo una pura parentesi di intrattenimento slegata dalle dinamiche geopolitiche significa ignorarne la storia e la natura fondamentale: l'attività sportiva è, da sempre, uno dei più potenti veicoli culturali, simbolici e diplomatici delle nazioni. Attraverso i successi dei propri atleti, gli Stati proiettano influenza, costruiscono narrazioni di forza e legittimano i propri sistemi politici. Propri per questo motivo, l'impatto tra sport e politica non è solo inevitabile, ma costitutivo.

Quando una nazione calpesta il diritto internazionale, la risposta della comunità sportiva non può limitarsi a timide condanne formali. L'esclusione della Russia dalle principali competizioni internazionali a seguito dell'invasione dell'Ucraina è stata una decisione sacrosanta, ma applicata con un'ipocrisia di fondo. La formula degli "atleti neutrali" senza bandiera e senza inno è un compromesso di facciata che non regge alla prova della realtà. Chi gareggia, anche a titolo personale come i tennisti e le tenniste nei tornei del circuito ATP e WTA, continua a rappresentare il prestigio del proprio Paese d'origine. L'unica misura coerente sarebbe stata un'esclusione totale.

È innegabile che l'estromissione dalle gare penalizzi singoli atleti che non hanno alcuna responsabilità diretta nella guerra. Tuttavia, questo dramma individuale impallidisce di fronte alla tragedia dei loro coetanei mandati a morire al fronte per le mire espansionistiche e ciniche di un dittatore, o delle vittime civili massacrate sotto i bombardamenti. Il rigore etico non può cedere di fronte al talento individuale.

La medesima fermezza deve valere universalmente, senza doppi standard. È il caso d'Israele, Paese che si è trasformato in aggressore e che si trova al centro di pesantissime accuse di violazioni dei diritti umani e genocidio da gran parte della comunità internazionale. Mantenere gli atleti israeliani all'interno del circuito olimpico e globale, mentre si sanzionano altri Paesi, mina alla base la credibilità delle istituzioni sportive. Anche per Israele dovrebbe scattare il bando da ogni competizione.

Si sente spesso ripetere che "lo sport deve unire e gettare ponti". Questa funzione ideale possiede una sua forza reale prima che un conflitto esploda, quando la diplomazia sportiva e l'immagine di concordia possono contribuire ad stemperare le tensioni e prevenire la guerra. Ma una volta che le bombe hanno iniziato a cadere, quella retorica perde ogni efficacia e rischia di trasformarsi in una copertura per i carnefici.

La storia dimostra che le sanzioni sportive funzionano. Il boicottaggio del Sudafrica durante gli anni dell'apartheid, durato per oltre due decenni, fu uno dei fattori decisivi per isolare il regime razzista di Pretoria. Quell'ostracismo globale contribuì in maniera determinante al crollo di un sistema spietato di violazione dei diritti umani.

Il legame tra sport e politica è indissolubile e non deve essere temuto. Riconoscere questo valore significa comprendere che una medaglia o un torneo non possono valere più della dignità umana e della pace. Usare lo sport come leva di pressione politica non è una sconfitta dei valori olimpici, ma l'unico modo per difenderli davvero.

 



 

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