Lo
sport non vive in una bolla neutrale. Definirlo una pura parentesi di
intrattenimento slegata dalle dinamiche geopolitiche significa ignorarne la
storia e la natura fondamentale: l'attività sportiva è, da sempre, uno dei più
potenti veicoli culturali, simbolici e diplomatici delle nazioni. Attraverso i
successi dei propri atleti, gli Stati proiettano influenza, costruiscono
narrazioni di forza e legittimano i propri sistemi politici. Propri per questo
motivo, l'impatto tra sport e politica non è solo inevitabile, ma costitutivo.
Quando
una nazione calpesta il diritto internazionale, la risposta della comunità
sportiva non può limitarsi a timide condanne formali. L'esclusione della Russia
dalle principali competizioni internazionali a seguito dell'invasione
dell'Ucraina è stata una decisione sacrosanta, ma applicata con un'ipocrisia di
fondo. La formula degli "atleti neutrali" senza bandiera e senza inno
è un compromesso di facciata che non regge alla prova della realtà. Chi
gareggia, anche a titolo personale come i tennisti e le tenniste nei tornei del
circuito ATP e WTA, continua a rappresentare il prestigio del proprio Paese
d'origine. L'unica misura coerente sarebbe stata un'esclusione totale.
È
innegabile che l'estromissione dalle gare penalizzi singoli atleti che non
hanno alcuna responsabilità diretta nella guerra. Tuttavia, questo dramma
individuale impallidisce di fronte alla tragedia dei loro coetanei mandati a
morire al fronte per le mire espansionistiche e ciniche di un dittatore, o
delle vittime civili massacrate sotto i bombardamenti. Il rigore etico non può
cedere di fronte al talento individuale.
La
medesima fermezza deve valere universalmente, senza doppi standard. È il caso
d'Israele, Paese che si è trasformato in aggressore e che si trova al centro di
pesantissime accuse di violazioni dei diritti umani e genocidio da gran parte
della comunità internazionale. Mantenere gli atleti israeliani all'interno del
circuito olimpico e globale, mentre si sanzionano altri Paesi, mina alla base
la credibilità delle istituzioni sportive. Anche per Israele dovrebbe scattare
il bando da ogni competizione.
Si
sente spesso ripetere che "lo sport deve unire e gettare ponti".
Questa funzione ideale possiede una sua forza reale prima che un
conflitto esploda, quando la diplomazia sportiva e l'immagine di concordia
possono contribuire ad stemperare le tensioni e prevenire la guerra. Ma una
volta che le bombe hanno iniziato a cadere, quella retorica perde ogni
efficacia e rischia di trasformarsi in una copertura per i carnefici.
La
storia dimostra che le sanzioni sportive funzionano. Il boicottaggio del
Sudafrica durante gli anni dell'apartheid, durato per oltre due decenni, fu uno
dei fattori decisivi per isolare il regime razzista di Pretoria.
Quell'ostracismo globale contribuì in maniera determinante al crollo di un
sistema spietato di violazione dei diritti umani.
Il
legame tra sport e politica è indissolubile e non deve essere temuto.
Riconoscere questo valore significa comprendere che una medaglia o un torneo non
possono valere più della dignità umana e della pace. Usare lo sport come leva
di pressione politica non è una sconfitta dei valori olimpici, ma l'unico modo
per difenderli davvero.


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