Non sono mai stato un bambino troppo pauroso. L'uomo nero, il lupo, le
streghe, gli orchi: tutte fantasie che non scalfivano per nulla il mio sonno.
Dormivo da solo fin dalla più tenera età, nella mia cameretta buia, senza mai
sbirciare sotto il letto o dentro l'armadio prima di coricarmi. I cigolii e gli
scricchiolii della casa erano semplice parte della colonna sonora della notte.
Spegnevo la luce, mi rannicchiavo e mi addormentavo all'istante, senza incubi.
Eppure, a quell'età, c'era una cosa che mi suscitava un terrore
primordiale: andare in cantina.
Ero piccolo, ma già orgoglioso, e mai avrei ammesso con i miei genitori questa
mia debolezza. Così, quando mi ordinavano: "Vai a prendere una bottiglia
di vino!" o "Vai a prendere delle patate!" un tuffo al cuore era
inevitabile. Ma non battevo ciglio, ubbidivo e scendevo.
Per accedere alla cantina c'era una porta di legno, pesante e massiccia,
che conduceva a una scala di pietra lunga e ripida. Per me era come scendere
all'Inferno. Sapevo che sotto non c'era nessuno, che non dovevo temere nulla,
eppure ogni volta ero terrorizzato. Accendevo la luce, una lampadina nuda in
cima alla scala che emanava un debole chiarore giallo, e iniziavo la discesa.
Con impaccio, tenendo una mano sul muro per non inciampare, tanto mi tremavano
le gambe. Giunto in fondo, mi ritrovavo in uno stretto corridoio.
Ai lati, altre porte. Una conduceva al locale caldaia, accanto al quale c'era una sorta di legnaia, con fascine accatastate. Da
sotto quell'ammasso di legno provenivano sempre rumori sinistri. Forse tarli, o
magari un topolino. Io, però, ero convinto che sotto a quei rami secchi si
nascondessero ragni enormi,
pelosi, pronti a balzarmi addosso. Cercavo in tutti i modi di evitare quella
stanza. Proseguendo, c'era il garage,
dove riposava placida l'automobile di mio padre. Subito dietro, un'altra
porticina conduceva alla dispensa.
Un locale piccolo e buio, che odorava di muffa, circondato da scaffali carichi
di bottiglie di vino e barattoli di conserve. Afferravo in fretta ciò che
dovevo, a volte senza nemmeno accendere la luce, sempre guardandomi alle
spalle. Poi scappavo, verso la salvezza. Quando ero di nuovo in cima alla
scala, mi chiudevo la porta alle spalle con un sospiro di sollievo. A volte,
senza pensarci, davo un giro di chiave, chiudendo dentro i mostri.
Una sera d'inverno, scesi in cantina. Ero più rilassato del solito. Stavo
crescendo, e i miei timori stavano poco alla volta svanendo. Ero quasi
baldanzoso. Mentre passavo accanto alla legnaia, udii un rumore abbastanza
forte, un rumore di zampe, zampe dotate di unghie. Fui assalito dal terrore e
tornai sui miei passi di corsa, con il cuore in gola. Fu uno spavento tremendo.
Per molto tempo non tornai in cantina. Con grande vergogna, dovetti confessare
ai miei la verità: avevo paura. Loro mi guardavano con compatimento, scuotevano
la testa. Poi, sebbene lentamente, la paura passò. Riuscii anche a dare una
spiegazione razionale a ciò che era accaduto quella sera. Forse un gatto era
riuscito a intrufolarsi nella legnaia attraverso una finestrella lasciata
aperta e, quando mi aveva sentito, era scappato spaventato. Forse.


Nessun commento:
Posta un commento