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domenica 22 ottobre 2017

LA CINA E' VICINA


Negli ultimi tempi il tema dell'immigrazione è stato di grande attualità, e lo sarà per molto tempo ancora. Si parla del problema degli sbarchi nel sud del nostro paese, e delle altre rotte via terra attraverso le quali i migranti cercano di entrare in Italia e in Europa, mentre si accenna ben poco, se non per nulla, a un genere di migrazione che tuttavia ha assunto un carattere sistematico: quella dei cinesi.
La comunità cinese è la quarta, per consistenza numerica, in Italia. Si tratta di quasi 350.000 persone, metà delle quali sono donne.
Per quale motivo si accenna così poco a questa pur importante migrazione, tra l'altro da un paese così lontano dai nostri confini?
Le ragioni, a mio avviso, sono più di una. Passiamo a esaminarle in maniera sintetica.
Innanzitutto i cinesi non arrivano mai in massa, ma con un flusso costante e continuo, attraverso canali quasi misteriosi. Ciò fa sì che il fenomeno non sia avvertito con evidenza, che passi quasi inosservato, che non sia percepito come una specie di invasione, a differenza di quanto avvenga nei confronti di chi giunge nel nostro paese, ad esempio, dall'Africa.
La comunità cinese è una comunità estremamente chiusa, autonoma e quasi del tutto autosufficiente. I cinesi che si trovano nel nostro paese non accampano richieste di diritti, sembrano essere poco interessati all'integrazione, per nulla attirati dall'ottenimento della cittadinanza del paese che li ospita.
I cinesi arrivati in Italia assumono un basso profilo. Raramente sono coinvolti in episodi di criminalità, anche se di sicuro non mancano i regolamenti di conti all'interno della comunità, ma ciò avviene senza clamore, senza creare e alimentare allarme sociale.
L'autosufficienza, economica e sociale della comunità cinese, è dovuta soprattutto al fatto che insieme alle persone arrivano anche capitali. Esistono, in Cina, società che investono e ricavano profitto dai migranti. Gli immigrati si ritrovano a gestire, per conto di tali società, numerose e varie attività commerciali: ristoranti, bar, sartorie, lavanderie. Il loro lavoro serve per ripagare la possibilità di migrare che hanno avuto. Diversamente da ciò che si crede, soltanto una metà degli immigrati cinesi è impegnato in una qualche attività commerciale. Gli altri risultano occupati, e spesso sfruttati, come operai nelle numerose piccole fabbriche di confezionamento di abiti. Insomma, come si può dedurre, si tratta di un fenomeno migratorio guidato dall'alto, rivolto a un preciso tornaconto, allo stesso modo in cui avviene, sempre da parte della Cina, in Africa, sebbene con modalità alquanto differenti (acquisto di grandi estensioni terriere da destinare a coltivazioni intensive).
I cinesi, una volta conclusa la loro attività lavorativa, immancabilmente fanno ritorno al loro paese di origine. É assai raro scorgere anziani cinesi nelle nostre città.
Un altro aspetto importante, che fa sì che l'immigrazione dalla Cina non sia colta nella sua reale dimensione, è quello religioso. La religione dei cinesi (qual è?) non disturba, non provoca la minima apprensione, è ridotta a forma del tutto irrilevante.
Da tutto quanto esposto si può dedurre che l'immigrazione cinese rappresenta un qualcosa di particolare, di unico, all'interno di un fenomeno che invece riproduce caratteristiche più comuni e condivise.


L'ALBERO DELLA CUCCAGNA



Anteprima tratta dal libro "Le storie di Magnìn", di Enzo Sopegno (Youcanprint Edizioni) in uscita a novembre 2017.


Un lungo palo era stato issato proprio nel mezzo della piazzetta. Sergio e Giors, con l'aiuto di una scala a pioli, avevano provveduto a ingrassare per bene l'asta e a sistemare sulla sua sommità i premi. I due compari avevano fatto un ottimo lavoro: il palo era più scivoloso di un'anguilla appena pescata.
Come di consueto, i primi a cimentarsi nell'ardua impresa furono i giovani. Ci provarono a lungo, prima uno poi l'altro poi un altro ancora. Non ci fu nulla da fare. Quei giovanotti ben vestiti riuscivano a salire sull'albero viscido per non più di un paio di metri, per poi ricadere a terra come sacchi tra le risate generali.
Magnìn gettò a terra il mozzicone tutto insalivato, poi lo schiacciò bene facendo ruotare su di esso lo scarpone.
"Non hanno energia" commentò.
"Per forza, non bevono" rispose Luigino. L'altro approvò convinto.
L'albero della cuccagna era ancora inviolato. Lo sguardo dei presenti, a quel punto, si spostò verso un angolino appartato della piazza.
"Ci deve provare Gelu! Lui ci può riuscire!" urlò Costantino, il calzolaio.
Gelu era una persona mite e schiva, che preferiva sempre stare in disparte. In quel momento era seduto su una panchetta, in grembo aveva un bottiglione di vino quasi vuoto e stava ascoltando la musica. Gli piacevano molto i valzer e le mazurke, e non si stancava mai di starle a sentire, tuttavia non aveva mai avuto il coraggio di cimentarsi nel ballo. Era troppo timido, e poi le donne gli facevano paura. Gelu portava, ben calcato, il solito cappellino di paglia. Del suo viso si intravedevano soltanto le guance non rasate, dalla pelle dura come il cuoio non conciato, e il grosso naso. Sentendo pronunciare il suo nome, Gelu si alzò in piedi. L'uomo era alto e smilzo, tuttavia aveva delle braccia molto muscolose e smisuratamente lunghe, che gli arrivavano fin sotto le ginocchia.
"Gelu, provaci tu!"
"Se non ci riesci tu non ci riesce nessuno!"
"Dai che ce la fai!"
La folla ormai lo acclamava. Gelu, che non era abituato a essere al centro dell'attenzione, si emozionò. Iniziò a correre verso l'albero della cuccagna, pronto a scalarlo ma, anche a causa del troppo vino bevuto, calcolò male la distanza e cozzò con violenza, di testa, contro il palo. Stramazzò al suolo, intontito. Alcuni volenterosi lo portarono via.
Dolfo, il camionista, diede una robusta spinta a Luigino e lo scaraventò al centro della piazza.
"Ci prova lui!" disse.
Luigino, sebbene un po' disorientato, annuì. Da quando sua madre e la scopa erano finalmente andate a dormire aveva potuto rilassarsi e bere in pace. In più, con un'abile e furtiva mossa, era riuscito a sottrarre la fiaschetta di liquore di prugna dal seno di Michelina. L'aveva scolata tutta, l'equivalente di cinque sei cicchetti. Provò per quasi mezz'ora ad avvicinarsi al palo, tra l'incitamento del pubblico, ma non ci riuscì. Il fatto è che di alberi della cuccagna ne vedeva almeno una decina, invece di uno, e non riusciva mai ad azzeccare quello vero. Ogni volta abbracciava il vuoto e piombava rovinosamente a terra. Alla fine dovette rinunciare.
"Eh! Per salire lì sopra ci vogliono delle braccia d'acciaio" sentenziò Giovannino, un anziano contadino con una pancia enorme.
"Braccia? Bastano le gambe" disse Magnìn.
"Che cosa? Vorresti farmi credere che tu riesci a salire senza usare le braccia?" ribattè l'altro.
Magnìn lo guardò torvo.
"Ho detto che salgo senza usare le braccia e lo faccio!"
L'intera piazza ammutolì.
Magnìn, a grandi passi, si avvicinò all'albero della cuccagna. In una mano aveva una sigaretta, nell'altra una bottiglia di vino da un litro. Rifletté un attimo, poi attorcigliò le gambe attorno al palo e, senza apparente sforzo, iniziò a sollevarsi. Dopo pochi istanti era in cima. Tirò un paio di boccate dalla cicca e bevve un sorso di vino, poi iniziò a staccare i premi e a buttarli di sotto. Centrò in pieno il suo amico Romualdo con un grosso salame e lo mise fuori combattimento. Almeno la moglie non potrà dire che è svenuto perché ha alzato troppo il gomito, considerò tra sé il figlio dello stagnino.

sabato 14 ottobre 2017

IL MAESTRO


Quando lo vedemmo la prima volta, ne fummo tutti intimoriti. Non che fossimo dei novellini, quello era già il nostro quinto anno di scuola e, negli anni trascorsi, avevamo avuto quattro diversi insegnanti. Cambiare maestro era divenuta di conseguenza per noi faccenda assai consueta. Al di fuori di qualche piccolo contrattempo nel corso del primo anno (la maestra assegnata per il nostro esordio scolastico era persona con evidenti e manifesti problemi di equilibrio psichico), gli anni successivi erano filati lisci, allietati da maestre serene e pacifiche e con spiccate doti materne. Adesso, invece, ci trovavamo di fronte quell'uomo dall'aria severa e provvisto di minacciosa barba nera. In realtà il Maestro era un ragazzo di poco più di venticinque anni, impegnato in una delle sue prime esperienze di insegnamento; ma noi lo percepimmo, da subito, come persona molto adulta. In fondo noi non eravamo che bambini.
La nostra era una piccola scuola di campagna, frequentata per lo più da figli di contadini e operai. Cinque classi e cinque aule in un grazioso edificio di inizio secolo. Non c'era la palestra, naturalmente, ma soltanto un minuscolo cortile ricoperto di ghiaia, utilizzato per la ricreazione.
Il Maestro vestiva maglie dolcevita, pantaloni dal taglio antico, grosse scarpe, e sfoggiava una inusitata risolutezza, rara in una persona così giovane. La sua voce, dal timbro grave e sicuro, riusciva nello stesso tempo a mettere soggezione e a calamitare all'estremo la nostra attenzione. Era ipnotica. Il suo metodo di insegnamento era moderno e innovativo. Rispettava i programmi scolastici desueti del tempo, insistendo molto sull'apprendimento dell'aritmetica e della buona e corretta scrittura, tuttavia dedicava quantità rilevanti di tempo anche ad altri aspetti della nostra educazione didattica. Il suo scopo principale era quello di allargare la nostra conoscenza del mondo. A tale proposito ogni giorno si presentava in classe con almeno due quotidiani, uno dei quali era sempre la sua prediletta Unità. Intendiamoci, all'epoca il giornale fondato da Antonio Gramsci era un quotidiano con i fiocchi, che dedicava ampio spazio, oltre che alla politica interna, agli avvenimenti internazionali. D'accordo, era pure un foglio di partito, ma a noi quell'aspetto interessava poco. Non così fu per alcuni dei nostri genitori. Alcuni di loro protestarono. Non ritenevano giusto che tali letture venissero sottoposte a ragazzini. Il Maestro, di fronte a tali rimostranze, non batté ciglio. Non si scompose neppure quando qualcuno minacciò di rivolgersi alle autorità scolastiche. Non se ne fece nulla e fu una fortuna. Continuammo a sfogliare e leggere i giornali che ci proponeva il Maestro, compresa la discussa Unità, e tale attività rivestì un ruolo di rilievo nella nostra preparazione, e ci consentì di frequentare le scuole medie senza il minimo affanno. Era pure interessante e sorprendente, ai nostri occhi di bamboccetti, l'atteggiamento del Maestro nei confronti dell'insegnamento della religione. Quando, una volta la settimana, veniva in classe il vecchio don Felice per la sua lezione di religione, il Maestro lo salutava con gentilezza e rispetto e poi usciva dall'aula, per tornare soltanto quando il prevosto aveva terminato.
Quelli erano gli anni della guerra del Vietnam, e in quel bellissimo e appagante anno scolastico noi, attraverso le notizie dei giornali, ne avevamo seguito il tragico svolgimento in maniera scrupolosa. Un giorno di primavera il Maestro richiamò la nostra attenzione. Disse che aveva per noi una sorpresa: l'indomani avrebbe portato in classe una sua amica, una famosa giornalista che era stata inviata di guerra per un giornale milanese che ben conoscevamo. Poi, serissimo come sapeva essere lui, aggiunse che avremmo dovuto preparare delle domande da rivolgere alla giornalista, e il tema era proprio il Vietnam, perché quella donna la guerra l'aveva seguita proprio sul campo, e sarebbe stata in grado di soddisfare tutte le nostre curiosità. Ma che le domande fossero precise, interessanti e ben pertinenti, disse ancora, altrimenti gli avremmo fatto fare brutta figura. Concluse dicendo che aveva parlato molto bene di noi alla sua amica. Il giorno successivo tutti noi eravamo molto emozionati. Il Maestro arrivò in classe accompagnato da una donna molto bella, che dimostrava meno dei suoi quarant'anni, vestita in maniera sportiva, con la fronte spaziosa e capelli lunghi e lisci. La giornalista ci donò, per la biblioteca di classe, alcune copie di due suoi libri. Uno parlava del periodo di tempo che lei aveva trascorso alla base americana di Cape Canaveral, insieme agli astronauti che in quel periodo si preparavano a dare l'assalto alla Luna. L'altro era il resoconto della sua esperienza in Vietnam. E fu di questo che ci parlò, sollecitata dalle nostre domande e dai puntuali interventi del Maestro. In conclusione ci raccontò anche di quando era stata ferita, un paio di anni prima, in una sparatoria avvenuta a Città del Messico, (e non in Vietnam!) quando la polizia aveva aperto il fuoco contro gli studenti che manifestavano. Insomma, quella fu per noi una giornata memorabile. Quella giornalista, a noi allora sconosciuta, era Oriana Fallaci.
Il Maestro, nel seguito della sua vita, ha fatto una meritata carriera. Già l'anno successivo all'esperienza con la nostra classe, ottenne una cattedra alla scuola media. Nel corso degli anni è diventato docente universitario, importante filologo e critico letterario, nonché apprezzabile storico della lingua italiana, collaboratore di diverse riviste e quotidiani, curatore di progetti editoriali.
Qualche anno fa gli ho scritto una mail, alla quale lui ha prontamente risposto. Si ricordava perfettamente l'esperienza giovanile nella piccola scuola di campagna. Rammentava ancora i nomi di alcuni miei compagni di classe, in particolare quelli dei ragazzi più problematici, dei quali mi ha chiesto notizie.
È raro che un semplice insegnante elementare rivesta un ruolo così fondamentale nella formazione educativa e culturale di una persona, di un ragazzino. Per me è stato così e ancora oggi ringrazio il mio Maestro dalla barba nera.

domenica 8 ottobre 2017

FINE PENA MAI


In quel freddo giorno di dicembre gli consegnarono una penna, una matita e una gomma, poi lo condussero in cella. Prima gli avevano detto che poteva tenere i suoi abiti. Con sua sorpresa, l'ambiente in cui lo lasciarono era molto spazioso. Comprese che avrebbe trascorso il lungo periodo di detenzione con alcuni compagni. Lo stanzone aveva i muri, un po' scrostati, dipinti di color giallo carico, una tinta opprimente, che sconfortava. Prima di lasciarlo gli indicarono il suo posto, in un angolo: una scrivania e una sedia. La sua carcerazione ebbe così inizio. Era stato condannato a una pena di trentacinque anni. Il regime, fin dall'inizio, sarebbe stato quello di semilibertà. Avrebbe trascorso l'intera giornata in carcere poi, ogni giorno, sarebbe tornato a casa per dormire. Trentacinque anni! Eppure, ripensandoci, aveva fatto di tutto per essere condannato. Nel periodo immediatamente precedente l'arresto si era sbattuto in tutti i modi, aveva percorso tutte le strade, cercato ogni complicità, impiegato tutte le sue energie e le sue risorse per essere preso. Quando ciò era finalmente avvenuto era stato contento. Soltanto quando si accomodò sulla sedia cigolante, e appoggiò le braccia sul piano della scrivania tutto graffiata, si rese conto di avere perso la sua libertà. I giorni, in cella, si susseguirono tutti uguali. Gli fu assegnato un lavoro. Nulla di complicato, nulla che non fosse in grado di svolgere. Si impegnò molto, in quella mansione, anche perché quello era l'unico modo per far sì che il tempo trascorresse più in fretta. Nel frattempo, quasi senza accorgersene, invecchiava. Riuscì a stringere qualche amicizia con i compagni di sventura. Alcuni erano suoi coetanei, anche loro condannati a pene analoghe alla sua, altri di mezza età, altri ancora erano più anziani e avevano già scontato la condanna quasi per intero. Invece di essere i più felici, questi ultimi erano i più tristi. Trascorsero gli anni, tanti e tutti uguali. Gli fu cambiata la cella, conobbe nuovi compagni, ma tutto il resto non mutò. Si comportò sempre in maniera ineccepibile: rispettava l'autorità, eseguiva i suoi semplici incarichi, non litigava con i compagni. Mai fu coinvolto in risse, e dire che in quell'ambiente claustrofobico, sovente malevolo, le zuffe erano all'ordine del giorno. Quando si avvicinava la fine della carcerazione, e lui era ormai un vecchio, gli fu comunicato che la sua condanna era stata prolungata. Altri dieci anni. Non gli fu data alcuna spiegazione. Era così e basta. Si sentì come un recluso, innocente, di un gulag sovietico, finito in un incomprensibile tritacarne, dove la liberazione finale era sempre dettata dall'incertezza, dal caso quando non dal capriccio dei persecutori. Si consolò pensando che nella sua cella almeno non pativa il freddo, la fame né altre privazioni. Rassegnato, vinto, ricominciò il suo movimento ritmico, apatico e noioso di tutti giorni. Ormai era tra i detenuti più anziani. I giovani erano pochi, negli ultimi anni evidentemente gli arresti erano diminuiti. Alla fine della giornata, come sempre, si recò stancamente a timbrare il cartellino, operazione che gli consentiva di uscire all'aria aperta. Si trascinò in strada, il passo lento e strascicato, e si rese conto che non avrebbe mai riottenuto la libertà. E se anche ciò fosse accaduto, non avrebbe saputo che farsene. No, il tempo della pensione non sarebbe mai arrivato, e comunque non gli interessava più.

domenica 24 settembre 2017

IL CANDIDATO


Luigi Di Maio. Osservatelo con attenzione. Guardate il suo perfetto taglio di capelli, la sua perpetua abbronzatura, l'abito impeccabile, da rappresentante di aspirapolvere, da agente di assicurazioni, da impresario di pompe funebri. Soffermate lo sguardo su questo bel giovanotto dalla faccia pulita, sul candidato pentastellato che ha avuto più di trentamila voti alle primarie, mentre il suo partito conta centoquarantamila iscritti, più di ottomilioni di voti ottenuti alla Camera alle ultime elezioni politiche, più di settemilioni al Senato. Trentamila! Un'enormità. Più di trentamila cittadini, tra una faccenda e l'altra, ancora in pigiama o tra una portata e l'altra della cena, hanno trovato il tempo di cliccare sul suo nome. Ispezionate con cura la figura di questo giovane uomo baciato dal successo. Cercate di intravedere quei fili quasi invisibili che si dipartono dalle sue braccia, dalle sue gambe, dalla sommità del suo capo, che lo rendono bella marionetta, splendido pupo. Scrutate questo ragazzo in divisa, perfetto soldatino sempre obbediente, sempre ligio agli ordini. Ammirate la sua unicità, la sua perfetta mediocrità, la sua assoluta dedizione alla causa, la sua malcelata sfrontatezza, la sua immensa ambizione. Il suo sorriso splendente e falso. Scrutate il candidato con ancora più impegno, non stancatevi di farlo. Guardatelo ma impedite che egli parli: il ragazzotto è dotato di buona, anzi ottima favella; ma la sua è favella storpia, da massacratore di congiuntivi, da dispensatore di luoghi comuni e aria fritta, da frequentatore di bar eleganti.
Scrutate per un'ultima volta Luigi Di Maio, il candidato, il politico rampante, il disoccupato eccellente, l'analfabeta di ritorno, il piacione, poi rispondete a questa domanda: comprereste un'auto usata da quest'uomo?

sabato 23 settembre 2017

INTERVISTA CON IL MOSTRO


The shape of water (La forma dell'acqua) è il film del regista messicano Guillermo Del Toro che ha vinto la 74° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Siamo riusciti a parlare con il protagonista del film, il Mostro, che ci ha rilasciato questa breve ma significativa intervista.

Il Mostro ci riceve nella sua lussuosa suite d'albergo, in una città che ci è stato chiesto di non indicare. È seduto su un divanetto. Indossa grandi occhiali scuri, ha il cappuccio dell'abbagliante accappatoio bianco calcato sul capo. I piedi (piedi?) calzano morbide pantofole di spugna. Il Mostro spegne il sigaro, beve un sorso di scotch, incrocia le braccia sul petto e si accinge a rispondere alle nostre domande.

Signor Mostro, si aspettava questo successo?
Ci speravo, anche se le cose sono andate oltre le mie migliori aspettative. Gran parte del merito comunque spetta a Guillermo, che ha perseguito con ostinazione il suo progetto, e che soprattutto ha creduto in me.
Presumo che tale ringraziamento non possa essere esteso alla produzione.
(si rabbuia). No, direi proprio di no.
Il suo nome non appare nei titoli di coda.
No. I produttori hanno preferito far intendere che a interpretare la mia parte sia stato un attore. Naturalmente il bluff è durato poco.
Si è trattato di un'operazione pubblicitaria?
Assolutamente no! È stata una scelta precisa. Ero considerato adatto per il film, ma scomodo e ingombrante per la promozione dello stesso. Sono pur sempre un Mostro, no?
Lei proviene da una famiglia di attori.
Non proprio. Mio padre era un operatore finanziario. Un essere schivo, riluttante a mostrarsi in pubblico, neppure camuffato. È morto ancora giovane, a causa di una ictioftiriasi mal curata.
Suo nonno?
Sì, lui era un attore. Fu il protagonista de Il mostro della laguna nera, un film di grande successo, considerato un autentico capolavoro, una pellicola di culto. Mio nonno visse un breve momento di fama. Recitò ancora in altri due film, La vendetta del mostro e Terrore sul mondo, che non ebbero però la fortuna del primo. Dopo, nessun regista lo chiamò più e lui cadde in un profondo stato di depressione. Iniziò a bere. Soltanto l'alcol e lo stordimento che gli provocava riuscivano a fargli dimenticare quel periodo di grande popolarità che non sarebbe ritornato più. Fu trovato morto nella vasca da bagno, affogato. Una fine molto amara, quasi beffarda per un uomo-pesce.
Nel film sono presenti delle scene d'amore. Ha provato imbarazzo nel girarle?
(ride) Vuole la verità? Più che imbarazzo ho provato ribrezzo. Mi spiego: Sally Hawkins è una bravissima attrice, ma è piuttosto bruttina. La sua pelle troppo bianca, troppo liscia, mi provocava una certa ripugnanza, che comunque sono riuscito a superare anche grazie all'aiuto di Guillermo. Vede, quando accarezzo una femmina preferisco sentire sotto i polpastrelli la ruvidità delle squame (ride di nuovo).
Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Mi piacerebbe non rimanere confinato nelle consuete parti da mostro. Il mio sogno sarebbe quello di interpretare un commissario di polizia. Oppure quello di lavorare con qualcuno dei giovani registi emergenti. Che so, Wes Anderson, Xavier Dolan e, perché no? Alejandro Inàrritu.
Adesso però mi deve scusare, ma devo proprio andare (il mostro si agita sul divano). Ho bisogno di sottopormi a spugnature, la mia pelle si sta asciugando troppo.

domenica 10 settembre 2017

MENTE IN BOCCA


Odio i ricevimenti e le feste in genere, detesto in particolare quelli in cui sono costretto a fare da tappezzeria. Eppure non ho potuto fare a meno di accettare l'invito del mio amico Bill. La schiena addossata a una parete, in mano un bicchiere, il terzo o il quarto drink, osservo Bill impegnato in una animata conversazione, attorniato da un capannello di persone adoranti. Bill è un autentico cervellone. Ci siamo conosciuti all'Università (che io naturalmente non ho ultimato) e la nostra amicizia è durata nel tempo. Lui è una specie di scienziato, si occupa di linguistica, ma ha esteso il suo campo di ricerca anche alla medicina. Il suo ultimo articolo, dove è esposta una stravagante ma innovativa speculazione, è stato pubblicato da una autorevole rivista scientifica e ha suscitato un certo clamore. Il party è in suo onore, e io quel famoso articolo non l'ho neppure letto. Leggere è impegnativo, e poi stanca.
Un'ultima risata generale, poi Bill riesce a staccarsi dai suoi fan (nonché finanziatori) e finalmente mi raggiunge. Sorride, io lo squadro dall'alto verso il basso (il mio amico è un nanerottolo grasso), poi sollevo un sopracciglio.
"Stavi raccontando barzellette?" gli chiedo.
"Che dici? Lo sai che disprezzo le barzellette!" Bill è del tutto privo del senso dell'umorismo.
"Dunque?"
"Stavo esponendo la mia teoria. Sono convinto che non abbiano capito nulla. Non importa, l'importante è che continuino ad aprire i portafogli".
"Già". Finisco di scolare lo scotch, quindi afferro un altro bicchiere da un cameriere di passaggio.
"E tu, che ne dici della mia teoria?" domanda il mio amico.
"Oh, non ho ancora avuto modo di approfondire... Sai, il mio lavoro..."
"Quale lavoro?"
"Falla finita, Bill. Esponimi le tue conclusioni. In parole semplici, per favore".
Lui sorride, poi mi strappa il bicchiere dalla mano e ingolla un robusto sorso. Me lo restituisce.
"Hai presente un computer?"
"Certo che ce l'ho presente".
"Un computer possiede una memoria molto capace, in grado di immagazzinare una quantità di dati che noi non riusciamo neppure ad immaginare".
"Uh, uh".
"Le persone comuni utilizzano i computer, e le loro memorie, all'uno per cento. Non di più".
"Bene".
"Che cosa può essere comparato a un computer?"
"Non lo so, Bill".
Il mio amico sospira.
"Il cervello umano" dice.
"Anche il cervello umano viene utilizzato non più che all'uno per cento della sua capacità" aggiunge.
"Sul serio?"
"Certamente. È come se noi disponessimo di una immensa memoria e ci limitassimo a utilizzarne una parte che può benissimo essere contenuta in una pen drive".
"Eh? Pen drive? Che dici, Bill?"
Un altro sospiro. Di impazienza ma, mi accorgo, anche di compatimento.
"Una chiavetta".
"Ah!".
"Ma il problema non è questo" riprende Bill.
"No?"
"No. Il problema non è il minimo utilizzo del cervello. Il fatto è che la maggior parte degli individui il cervello non lo utilizza affatto".
"Chi lo dice?" domando.
"Lo dicono i miei studi, le mie ricerche".
"Però!"
"Queste persone si servono soltanto di una piccola memoria aggiuntiva, uno strumento periferico, del tutto slegato dall'attività del cervello, che nel loro caso è nulla".
"Non ti seguo, Bill".
"Come sai, i miei studi si limitano soprattutto al linguaggio. Dopo anni di ricerche ho scoperto che la generalità delle persone adopera una quantità di vocaboli che va da trecento a quattrocento. E queste informazioni, utilizzate per comunicare, non provengono dal cervello, bensì dalla bocca".
"Eh?"
"È così. Non più di quattrocento vocaboli, che vengono di continuo rimescolati e ricombinati a formare delle frasi che, come puoi immaginare, consentono di esprimere soltanto pensieri elementari e superficiali. Negli ultimi tempi la situazione è ancora peggiorata. La frenesia della vita attuale, l'esigenza di sintesi, la nascita di strumenti di comunicazione quali i messaggi brevi, l'imposizione al compendio dovuto all'espansione delle reti sociali virtuali, tutto ciò contribuisce sempre di più alla riduzione di numero e alla semplificazione dei vocaboli impiegati. Anche nelle poche occasioni in cui capita di parlare a quattr'occhi bisogna dire tutto in fretta. L'interlocutore sente ma non ascolta, non vede l'ora di dire la sua, di sovrastarti. La conseguenza è che tra qualche tempo impareremo a dire tutto utilizzando non più di duecento parole. Ma questa è soltanto la premessa della mia teoria. Io mi sono concentrato anche sugli aspetti fisiologici della questione e mi sono domandato dove può risiedere questa piccola memoria aggiuntiva, l'unica adoperata da quasi tutti gli individui."
"La risposta?" Ormai sono un po' confuso.
"Nella bocca, si trova nella bocca. La maggior parte delle persone non soltanto parla con la bocca, ma pensa anche con la bocca!"
"Ma..."
"So che cosa stai per chiedermi. La mia ipotesi principale prevede che - nella lingua, nella laringe oppure in un altro organo della fonazione - si siano sviluppate oltre misura delle terminazioni nervose in grado di archiviare una seppur minima quantità di informazioni, le famose quattrocento parole. La risposta definitiva la dovrà dare il team di fisiologi che collabora alle mie ricerche".
"Ma..."
"Lo so che cosa stai pensando, e credo tu abbia ragione. La maggior parte degli esseri umani vive con il cervello spento, non lo usa, ha imparato a farne a meno".
"Però!" La mia confusione ormai è totale.
"Allora? Che ne dici della mia teoria?"
"Come?"
"Ti sto chiedendo che cosa pensi dei miei studi".
"Eh? Non lo so, proprio non lo so".
Il viso di Bill si accende all'improvviso.
"Non lo so! Non lo so! Non sai dire altro! Non puoi esprimere i tuoi pensieri in maniera un po' più complessa? Non dirmi che sei diventato uno di quelli!"
"Eh? Uno di quelli? Dici?"
Poi Bill si calma e inizia a osservarmi con un certo interesse.
"Senti, perché domani non passi a trovarmi in laboratorio?" dice.