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martedì 22 settembre 2026

I BAMBINI SONO BUONI

Aldo Ferri siede sul bordo di una sedia cigolante, il blocco di carta stretto tra le dita un po' tremanti. In quarant’anni di carriera ha intervistato capi di stato, latitanti e mercenari, firmando i reportage più clamorosi del giornalismo contemporaneo. Ma questa volta è diverso. Nessuna risorsa d'archivio, nessun fotografo al seguito e nessun registratore in tasca: le condizioni imposte dai suoi intermediari, contatti inavvicinabili legati a un rigido patto di riservatezza, sono state tassative. Niente immagini, niente audio. L'intervista si fa alla vecchia maniera, nell'oscurità di un'abitazione quasi introvabile e remota.

La stanza è ampia, cupa, impregnata di un odore acre di terra umida e rami spezzati. Di fronte a lui svetta l'intervistato. L'orco supera i tre metri d'altezza; la sua pelle ha la consistenza del cuoio invecchiato, screziata di toni verdastri e grigi. Ha spalle corte e massicce come macigni, braccia sproporzionate che quasi toccano terra e mani dotate di unghie spesse, simili a zoccoli caprini. Il volto è un incubo di asimmetrie: la mascella prominente rivela zanne ingiallite, il naso è schiacciato e devastato da porri, mentre due occhi piccoli e rossi come braci ardono sotto arcate sopraccigliari sporgenti.

L'imponenza di quella creatura incute un timore primordiale, ma il fiuto del vecchio cronista prende il sopravvento. Ferri schiarisce la voce e impugna la penna.

«Cominciamo dall'inizio,» esordisce il giornalista. «Cosa può raccontarmi della sua infanzia? Della sua famiglia?»

L'orco incrocia le braccia enormi, restio. Le sue risposte sono vaghe, prive di dettagli. «Famiglia normale. Genitori, antenati. Niente di speciale.»

«Capisco,» annota Ferri. «E quanti siete rimasti? Quanti orchi ci sono al mondo?»

La creatura scuote la testa, evasiva. «Pochi. Sempre meno. Il lavoro è diminuito drasticamente. I bambini di oggi non si interessano più alle fiabe.»

«In quali storie è impegnato attualmente?»

«Pollicino, per lo più,» risponde l'orco con una voce profonda che fa vibrare il pavimento. «E ogni tanto Gianni e il fagiolo magico. Ma è pura routine.»

Ferri si sporge leggermente in avanti. «È innegabile che i bambini non abbiano più la paura di un tempo. Pensiamo alla cultura di massa, a personaggi come Shrek, che hanno sdoganato l'immagine dell'orco buono...»

Non riesce a finire la frase. L'orco si rabbuia all'istante. Le pupille si stringono, il volto deforme si contrae in un'espressione minacciosa. Ferri, d'istinto, arretra, si schiaccia contro lo schienale.

«Quelle sono tutte sciocchezze!» ruggisce il mostro, facendo tremare le travi del soffitto. «Invenzioni che portano fuori strada i piccoli! Gli orchi sono cattivi, molto cattivi. Niente affatto buoni! È vero che i bambini oggi non hanno paura di noi... ma questo finché non si trovano davanti uno di noi. Dopo, strillano dal terrore.»

L'orco lascia andare una risata cupa e compiaciuta. I lineamenti orribili si distendono in una calma grottesca. Ferri capisce che è il momento di osare.

«Non posso non farle questa domanda,» premette il giornalista, cercando di mantenere ferma la voce. «È vero che voi mangiate i bambini?»

La creatura annuisce con sconcertante serenità. «Corrisponde al vero. Mangiamo i bambini.»

Un’ondata di profondo disgusto travolge Ferri. Lo stomaco gli si stringe, ma la prudenza gli impone di nascondere la propria avversione per non scatenare reazioni imprevedibili. Il mestiere, tuttavia, lo spinge a incalzare, quasi con tono provocatorio.

«E come fate?» chiede, mentre un rivolo di sudore freddo gli scivola lungo la tempia. «Li mangiate vivi? Li uccidete e li smembrate a morsi?»

L'orco resta impietrito. La sua reazione non è di rabbia, ma di profonda, genuina indignazione. Poi esplode.

«Ci crede forse incivili?!» urla, alzandosi leggermente dalla panca. Ferri incassa la testa tra le spalle, temendo la fine. «Noi li uccidiamo senza infliggere loro alcuna sofferenza! E non li mangiamo affatto crudi. Li cuciniamo!»

Il giornalista è strabiliato, paralizzato tra il terrore e la pura curiosità professionale. «Li... li cucinate? In che modo?»

L'orco sembra placarsi, la voce torna su toni quasi nostalgici. «In molti modi. Stufati, arrosto, in salmì, accompagnati con verdure di stagione o patate al forno... Io stesso sono un discreto cuoco. Utilizzo le vecchie ricette che mi ha lasciato mia madre.»

Un velo di commozione sfiora lo sguardo della belva. Per Ferri invece si tratta di un dettaglio agghiacciante: l'idea delle ricette di famiglia rende l'abominio ancora più reale, causandogli una forte nausea. Eppure, trova il coraggio per l'ultimo, pericoloso affondo.

Fissa il mostro dritto in quegli occhi incandescenti e formula la domanda finale. «Perché fate una mostruosità del genere? Perché?»

L'orco, per la prima volta dall'inizio dell'incontro, distende le labbra in un sorriso spaventoso.

«Perché i bambini sono buoni,» risponde, placido.

 

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