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giovedì 17 settembre 2026

IPERTRICOSI

Marta guardava preoccupata il braccio e la mano di suo marito. Erano ricoperti da una fitta coltre scura, densa e ispida, molto oltre quello che si potesse definire normale. La peluria non si limitava agli avambracci, ma si spingeva fin sul dorso delle mani, formando persino dei piccoli e folti ciuffetti scuri sulle dita, insinuandosi tra una falange e l'altra.

«Devi di nuovo andare», disse lei, rompendo il silenzio.

Lui sbuffò, abbassando lo sguardo sulle proprie mani. Fece scorrere il pollice su quei ciuffi ribelli. Poi acconsentì, rassegnato, come faceva ormai da anni. Ogni mese, immancabilmente, doveva recarsi dall'estetista per sottoporsi a una seduta completa di epilazione. Era una vera tortura, per non parlare di quanto costasse al loro bilancio familiare, ma in fondo sapeva che sua moglie aveva ragione: i peli erano davvero troppi, impossibili da ignorare.

Sul posto di lavoro i colleghi non ci facevano quasi più caso; erano abituati a quella sua particolarità e lo trattavano con il solito affetto. Ma altrove la situazione era diversa. Al bar, in coda alle poste, sul bus, le persone lo guardavano. A volte con fugaci occhiate di sottecchi, altre volte con un'insistenza quasi crudele.

L'uomo soffriva di ipertricosi fin da quando era ragazzo. Si trattava di un disturbo caratterizzato da un aumento anomalo della peluria su tutto il corpo, che trasformava i normali peli in una pelliccia scura e spessa. Ne era sempre stato affetto, ma negli ultimi anni il quadro clinico era decisamente peggiorato. Era già andato da innumerevoli medici, dermatologi ed endocrinologi, ma nessuno di loro era stato in grado di aiutarlo.

Un giorno Marta, la moglie, chiacchierando in pausa caffè con una collega, sentì parlare di un bravo medico, un luminare un po' eccentrico che forse avrebbe potuto fare al caso di suo marito. Perché non provare anche questo? si disse.

La sera stessa ne parlò con lui. L'uomo era ormai stufo di visite a vuoto e di false speranze, ma di fronte all'insistenza affettuosa della moglie, alla fine accettò.

Dopo qualche giorno si recarono insieme dal medico. Lo studio li lasciò interdetti: era un ambiente molto modesto, quasi anacronistico. Le pareti erano foderate di vecchie carte da parati un po' sbiadite, l'illuminazione era fioca e c'era un forte odore di carta antica e polvere. Al centro della stanza troneggiava una pesante scrivania in legno scuro, carica di scartoffie.

Dietro la scrivania sedeva il medico. Scoprirono con sorpresa che era un uomo molto anziano, dal viso solcato da rughe profonde, incorniciato da una folta e lunga barba bianca che gli conferiva un'aria d'altri tempi.

Il dottore procedette a una visita estremamente scrupolosa. Esaminò la pelle, le radici dei peli, fece alcune domande mirate. Poi, accomodandosi di nuovo sulla sua poltrona, emise la sua diagnosi.

«Escluderei fattori costituzionali», disse, congedando l'ipotesi con un gesto lento della mano, «e anche cause farmacologiche, poiché lei non assume medicinali. E scarterei anche motivi dovuti a disturbi metabolici», aggiunse, incrociando le dita nodose. «Secondo me siamo in presenza di una condizione genetica rara, nota in modo informale come sindrome del lupo mannaro

Marta sobbalzò sulla sedia, il cuore che perdeva un battito. Suo marito, invece, rimase immobile, con lo sguardo fisso nel vuoto.

«Come si cura?», chiese lei, con un filo di voce.

Il medico scosse lentamente la testa.

«Non è semplice», disse. «Non c'è molto da fare: io consiglio l'epilazione laser, che può distruggere il follicolo... oppure...»

«Oppure?», domandò la donna, aggrappandosi a quel frammento di speranza, improvvisamente fiduciosa.

Il medico sorrise. Un sorriso strano, malinconico e imperscrutabile. «Era un qualcosa praticato un tempo», disse abbassando il tono di voce. «Adesso non è più in uso. E forse è meglio così.» Sorrise di nuovo, congedandoli con lo sguardo.

Tutto ricominciò esattamente come prima. Ripresero le tediose sedute mensili dall'estetista, e la sera a cena si ritrovavano a valutare se convenisse o meno investire i loro risparmi per procedere con le sedute di laser. Lui affrontava la routine con la solita pacifica rassegnazione. In Marta, invece, che era uscita dallo studio profondamente delusa da quel vecchio medico criptico, era insorta una specie di oscura ossessione.

Tutto ruotava attorno a quelle parole: sindrome del lupo mannaro.

Si rendeva perfettamente conto che si trattava di fantasie stupide, retaggi di racconti gotici e vecchi film, eppure quelle parole continuavano a tormentarla. Si documentò, cercò articoli medici su internet per razionalizzare la cosa, ma l'unico risultato fu che iniziò a osservare il marito con uno sguardo diverso.

Continuava a volergli bene e a compatirlo per il suo disagio, ma adesso, in fondo al cuore, covava anche un po' di paura nei suoi confronti. Sapeva che era un timore del tutto irragionevole: suo marito era un uomo d'oro, mite, incapace di fare del male persino a una mosca. Eppure, quella sottile e fredda paura rimaneva, strisciando nei suoi pensieri quando calava la sera.

Cominciò a notare un dettaglio inquietante (e si chiedeva come avesse fatto a non farci mai caso prima): l'ipertricosi del marito peggiorava ciclicamente, e sembrava trovare il suo culmine esatto in corrispondenza del formarsi della luna piena.

In quelle notti luminose, Marta non dormiva più. Rimaneva sveglia tutto il tempo, raggomitolata sotto le coperte, a osservare nel buio il profilo del marito che, del tutto ignaro delle sue angosce, dormiva beato al suo fianco.

Trascorse qualche mese e la donna decise che la situazione era diventata psicologicamente insostenibile. Alla sua prima paranoia se ne era aggiunta una nuova, ancora più spaventosa: le sembrava che, sempre una volta al mese e in concomitanza con la fase lunare, i tratti del viso del marito cambiassero impercettibilmente, facendosi più duri, più animaleschi, per poi ridiventare del tutto normali qualche tempo dopo. In realtà non ne era affatto sicura. Temeva che fosse solo un brutto scherzo della sua mente, un grave caso di autosuggestione, ma non aveva il coraggio di parlarne con nessuno, terrorizzata dall'idea di essere presa per pazza.

Ma quella notte, l'ennesima notte di luna piena, la paralisi della paura lasciò improvvisamente il posto a una fredda, lucida e spietata determinazione.

Marta entrò in camera da letto con un passo del tutto inudibile. La luce azzurrognola del satellite inondava la stanza, tagliando a metà il letto matrimoniale. Lui dormiva a pancia in su, con la gola totalmente scoperta e la gabbia toracica che si alzava e si abbassava in un respiro pesante, accompagnato da un rantolo profondo e quasi gutturale.

La donna si avvicinò al materasso. Dalla tasca della veste da camera sfilò il lungo e pesante tagliacarte d'argento massiccio preso dallo studio: quel bellissimo strumento affilato come un bisturi che, ironia della sorte, gli aveva regalato proprio lei per il loro anniversario.

Saggiò con il pollice la punta dell'arma, avvertendo la puntura metallica sulla pelle, poi strinse la presa. Senza fare il minimo rumore, salì sul letto e si sovrappose al corpo dell'uomo, mettendosi a cavalcioni su di lui.

L'uomo non si svegliò, ma nel sonno emise un verso sordo.

Marta sollevò entrambe le braccia sopra la testa, afferrando l'impugnatura con tutte e due le mani. La lama scintillò nel buio, posizionata in verticale esatta sopra il centro del petto dell'uomo. Chiuse gli occhi per un impercettibile istante, trasse un ultimo, profondo respiro, e sbilanciò tutto il peso del proprio corpo in avanti, scaricando la forza delle braccia verso il basso.

 

 

 

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