Quando
il clima politico si fa pesante e una tornata elettorale si avvicina, i governi
in difficoltà rispolverano sempre lo stesso vecchio manuale di sopravvivenza.
La strategia è collaudata: elargire bonus, condoni e regali dell'ultimo minuto
nella speranza di comprare la benevolenza dei cittadini e conservare la
poltrona.
Non
è una novità, né un'esclusiva del nostro Paese. Oltreoceano,
Donald Trump ha recentemente rilanciato la posta spingendosi fino all'assurdo:
la promessa di un "dividendo" da 5.000 dollari a ogni cittadino
adulto in caso di vittoria dei Repubblicani. A guardarsi indietro, però,
l'Italia non ha nulla da imparare in fatto di folklore elettorale. Tutti
ricordano Achille Lauro, che nella Napoli degli anni '50 regalava agli elettori
una singola scarpa destra prima del voto, promettendo la sinistra solo a urne
chiuse e a favore ottenuto.
Oggi
la versione moderna della "scarpa destra" ha le forme di una tassa da
sempre odiata: il bollo auto. Il Governo ha annunciato trionfalmente la fine
del tributo, ma a una lettura attenta dei dettagli la misura rivela subito la
sua vera natura.
Non
si tratta di una cancellazione totale e indistinta. Il
provvedimento riguarda esclusivamente le vetture con potenza fino a 80 kW
(circa 108 CV) e verrà applicato a un solo veicolo per proprietario. Inoltre, il testo fa riferimento al solo anno fiscale 2027.
Resta
l'incognita fondamentale: sarà una misura strutturale o un semplice sconto
"una tantum"? Se l'attuale maggioranza dovesse vincere le elezioni, si
vedrà se avrà la forza economica di confermarla; in caso contrario, chi
subentrerà si troverà a gestire una patata bollente fatta di coperture
finanziarie introvabili e aspettative popolari tradite.
Il
vero cortocircuito risiede però nella natura stessa della tassa. Il bollo auto
è un tributo di competenza regionale, il cui gettito serve a finanziare i
bilanci degli enti locali (in primis la sanità e i trasporti). L'abolizione
comporta un ammanco immediato e miliardario nelle casse delle Regioni. Se i promessi
trasferimenti compensativi da parte
dello Stato centrale dovessero tardare, come spesso accade, le amministrazioni
locali (molte delle quali hanno già sollevato dure proteste) si vedranno
costrette a fare cassa nell'unico modo possibile: aumentando le addizionali
regionali IRPEF o tagliando ulteriormente i servizi essenziali.
A
completare il quadro c'è la questione delle coperture. L'esecutivo vorrebbe
finanziare questo sconto elettorale attingendo ai fondi risparmiati o non spesi
del PNRR. Un'operazione che solleva ulteriori dubbi.
Perché
quelle risorse non sono state impiegate nei progetti di investimento originari?
Come
si pensa di aggirare il vincolo europeo che impone di utilizzare i fondi del
PNRR esclusivamente per spese in conto capitale (infrastrutture, innovazione,
transizione ecologica) e non per coprire la spesa corrente o i tagli alle
tasse?
La
sensazione è quella dell’ennesimo pasticcio contabile mascherato da regalo agli
automobilisti. Resta solo da sperare che i cittadini abbiano maturato la
consapevolezza necessaria per guardare oltre lo spot pubblicitario e non cadere
nell'ennesima illusione da campagna elettorale.


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