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martedì 15 settembre 2026

IL NUOVO COMPAGNO

Suonò la campanella: iniziava la terza media. L'aria frizzante e già un po' fresca di ottobre, il profumo di libri e quaderni nuovi e l'ansia di rivedere i vecchi compagni mi avvolgevano, ma quest'anno c'era qualcosa di diverso. Appena entrai in classe, lo notai subito. Seduto all'ultimo banco, in disparte, c'era un ragazzo che non avevo mai visto.

Era alto, con un viso squadrato e una pelle olivastra che gli dava un'aria un po' esotica. Non era vestito come noi, tutti in jeans e maglioni sformati. Lui indossava pantaloni con la riga, un po' fuori moda (sospettai fossero di suo padre), e una camicia a quadretti sotto una giacca troppo pesante. Sembrava quasi un adulto capitato lì per sbaglio. Non aveva ancora scambiato una parola con nessuno, e i suoi occhi scuri sembravano scrutare l'aula con curiosità, ma anche con diffidenza.

Arrivò l'intervallo, portando con sé il solito frastuono di risate e chiacchiere. Non ero mai stato un tipo molto socievole, eppure, quel giorno, qualcosa mi spinse verso di lui. Forse era la sua solitudine, così simile alla mia, o forse quella sua aria di mistero. Mi avvicinai al suo banco.

"Ti piace il calcio?" gli chiesi, un po' impacciato.

Per la prima volta, un sorriso gli si disegnò sul viso, illuminandolo.

"Sì, molto" rispose, e la sua voce era profonda, con un leggero accento che non riuscivo a decifrare. Bastò quella semplice domanda per rompere il ghiaccio. Scoprimmo, con un'eccitazione che raramente provavo, che eravamo entrambi tifosi della stessa squadra. Da lì, le parole iniziarono a fluire.

Mi disse che si chiamava Francesco, ma preferiva essere chiamato Franco. Era nato a Buenos Aires. I suoi, mi spiegò, erano di origine sarda, ma si erano trasferiti in Argentina qualche anno prima della sua nascita. Poi, suo padre aveva avuto dei problemi sul lavoro. Non specificò quali, e dal suo sguardo capii che non ne voleva parlare. Non aveva importanza. Avevo trovato qualcuno con cui condividere la passione per il calcio e, anche se aveva dei segreti che non poteva rivelare, tanto mi bastava.

Nei giorni e nelle settimane successive, la nostra amicizia fiorì. Io e Franco eravamo inseparabili, suscitando l'invidia degli altri compagni. Era una dinamica strana, la nostra. Io ero un po' il secchione della classe, il più bravo, anche se in realtà non studiavo molto. Preferivo passare i pomeriggi leggendo libri e fumetti, e i compiti li sbrigavo in fretta e bene. Franco, invece, non era un granché nello studio.

Ma c'era qualcosa in lui che incuteva rispetto, quasi paura, negli altri. Era di poche parole, ma aveva i muscoli duri come l'acciaio, e pur non avendo mai picchiato nessuno, la sua sola presenza bastava a tenere a bada chiunque avesse la tentazione di prendermi in giro. Era incredibilmente protettivo nei miei confronti, soprattutto quando qualche bullo provava a fare il prepotente per via del mio essere sgobbone (anche se non era vero).

La nostra amicizia, però, non era ben vista dagli insegnanti. Per loro, io ero un allievo modello e Franco un "poco di buono" che avrebbe potuto rovinarmi. Furono avvisati persino i miei genitori, cercando di metterli in guardia. Ma i miei, che pure non avevano mai conosciuto Franco, avevano piena fiducia nelle mie scelte.

"Sappiamo che nostro figlio sa distinguere le persone" dissero, lasciando gli insegnanti spiazzati.

La nostra singolare amicizia proseguì per tutto l'anno scolastico, rafforzandosi giorno dopo giorno. L'ultimo giorno di scuola arrivò in un battito di ciglia. Io avrei proseguito gli studi, mentre Franco avrebbe cercato un lavoro per aiutare la sua famiglia. C'era un'amara consapevolezza che forse non ci saremmo più visti. Gli volevo esprimere riconoscenza. Dirgli grazie per essere sempre stato così buono con me, per avermi protetto dai compagni che volevano fare i bulli. Ma prima che avessi il tempo di formulare le parole, Franco fece qualcosa di inaspettato.

Si sfilò il medaglione con il laccio di cuoio che portava sempre al collo e lo mise al mio.

"Grazie" mi disse. "Senza di te non so che cosa sarebbe potuto succedere".

Rimasi attonito, il ciondolo tra le mani, il peso del suo significato che mi stringeva il cuore. Parole enigmatiche, un gesto imprevisto, un dono che valeva più di mille parole. Il ricordo di una vera amicizia.

 

 

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