Suonò la campanella: iniziava la terza media. L'aria frizzante e già un po'
fresca di ottobre, il profumo di libri e quaderni nuovi e l'ansia di rivedere i
vecchi compagni mi avvolgevano, ma quest'anno c'era qualcosa di diverso. Appena
entrai in classe, lo notai subito. Seduto all'ultimo banco, in disparte, c'era
un ragazzo che non avevo mai visto.
Era alto, con un viso squadrato e una pelle olivastra che gli dava un'aria un
po' esotica. Non era vestito come noi, tutti in jeans e maglioni sformati. Lui
indossava pantaloni con la riga, un po' fuori moda (sospettai fossero di suo
padre), e una camicia a quadretti
sotto una giacca troppo pesante. Sembrava quasi un adulto capitato lì per
sbaglio. Non aveva ancora scambiato una parola con nessuno, e i suoi occhi
scuri sembravano scrutare l'aula con curiosità, ma anche con diffidenza.
Arrivò l'intervallo, portando con sé il solito frastuono di risate e
chiacchiere. Non ero mai stato un tipo molto socievole, eppure, quel giorno,
qualcosa mi spinse verso di lui. Forse era la sua solitudine, così simile alla
mia, o forse quella sua aria di mistero. Mi avvicinai al suo banco.
"Ti piace il calcio?" gli chiesi, un po' impacciato.
Per la prima volta, un sorriso
gli si disegnò sul viso, illuminandolo.
"Sì, molto" rispose, e la sua voce era profonda, con un leggero
accento che non riuscivo a decifrare. Bastò quella semplice domanda per rompere
il ghiaccio. Scoprimmo, con un'eccitazione che raramente provavo, che eravamo
entrambi tifosi della stessa squadra. Da lì, le parole iniziarono a fluire.
Mi disse che si chiamava Francesco, ma preferiva essere chiamato Franco. Era nato a Buenos Aires. I
suoi, mi spiegò, erano di origine sarda, ma si erano trasferiti in Argentina
qualche anno prima della sua nascita. Poi, suo padre aveva avuto dei problemi
sul lavoro. Non specificò quali, e dal suo sguardo capii che non ne voleva
parlare. Non aveva importanza. Avevo trovato qualcuno con cui condividere la
passione per il calcio e, anche se aveva dei segreti che non poteva rivelare,
tanto mi bastava.
Nei giorni e nelle settimane successive, la nostra amicizia fiorì. Io e
Franco eravamo inseparabili, suscitando l'invidia degli altri compagni. Era una dinamica strana, la nostra.
Io ero un po' il secchione della classe, il più bravo, anche se in realtà non
studiavo molto. Preferivo passare i pomeriggi leggendo libri e fumetti, e i
compiti li sbrigavo in fretta e bene. Franco, invece, non era un granché nello
studio.
Ma c'era qualcosa in lui che incuteva rispetto, quasi paura, negli altri. Era di poche
parole, ma aveva i muscoli duri come
l'acciaio, e pur non avendo mai picchiato nessuno, la sua sola presenza
bastava a tenere a bada chiunque avesse la tentazione di prendermi in giro. Era
incredibilmente protettivo nei
miei confronti, soprattutto quando qualche bullo provava a fare il prepotente
per via del mio essere sgobbone (anche se non era vero).
La nostra amicizia, però, non era ben vista dagli insegnanti. Per loro, io
ero un allievo modello e Franco un "poco di buono" che avrebbe potuto
rovinarmi. Furono avvisati persino i miei genitori, cercando di metterli in
guardia. Ma i miei, che pure non avevano mai conosciuto Franco, avevano piena
fiducia nelle mie scelte.
"Sappiamo che nostro figlio sa distinguere le persone" dissero,
lasciando gli insegnanti spiazzati.
La nostra singolare amicizia proseguì per tutto l'anno scolastico,
rafforzandosi giorno dopo giorno. L'ultimo giorno di scuola arrivò in un
battito di ciglia. Io avrei proseguito gli studi, mentre Franco avrebbe cercato
un lavoro per aiutare la sua famiglia. C'era un'amara consapevolezza che forse
non ci saremmo più visti. Gli volevo esprimere riconoscenza. Dirgli grazie per
essere sempre stato così buono con me, per avermi protetto dai compagni che
volevano fare i bulli. Ma prima che avessi il tempo di formulare le parole,
Franco fece qualcosa di inaspettato.
Si sfilò il medaglione con il
laccio di cuoio che portava sempre al collo e lo mise al mio.
"Grazie" mi disse. "Senza di te non so che cosa sarebbe
potuto succedere".
Rimasi attonito, il ciondolo tra le mani, il peso del suo significato che
mi stringeva il cuore. Parole enigmatiche, un gesto imprevisto, un dono che
valeva più di mille parole. Il ricordo di una vera amicizia.


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