Quando entrarono, la
birreria era già piena. Loro non ci badarono, o forse sì. Perché, diciamola
tutta, sbattersi in un locale del genere e trovarlo quasi vuoto poteva
risultare assai deprimente. Allo stesso modo, non riuscire a scorgere un solo
tavolo libero rappresentava motivo di grande incazzatura, soprattutto se avevi girovagato
per un bel po’ prima di scovare un buco per parcheggiare la macchina.
I quattro, invece,
quella sera furono fortunati. Proprio in
fondo, in un angolo tranquillo, ecco spuntare un posto vacante. Si
fiondarono, facendosi largo tra la ressa. La maggiore attività, naturalmente,
era concentrato attorno al lungo bancone di legno scuro. Superarono l’ostacolo,
inalando zaffate di birra, di sudore e di profumo a buon mercato, e si
sistemarono sulle scomode panche. Compresero subito il motivo per cui quella collocazione
decentrata era stata ignorata dagli altri avventori. Del megaschermo a
cristalli liquidi si intravedeva solo una minuscola porzione. Se ne fregarono.
In fondo loro erano lì per farsi qualche birra e scambiare due ciance, mica per
stare a guardare quel fottuto televisore gigante. E poi la musica si sentiva lo
stesso, il volume era giusto. Sfilarono giacche e giubbotti, e pure qualche
maglia, perché lì dentro faceva un caldo dannato.
D’accordo, quello non
era un locale tra i più eleganti, metà della gente che vi bazzicava pareva già
sbronza, qualcuno impasticcato di sicuro, tuttavia se uno era di bocca buona
era possibile trascorrere un paio d’ore in completo relax, bevendo e parlando
con gli amici. La grande confusione non disturbava affatto, era parte dell’insieme,
bastava soltanto alzare un po’ di più il tono di voce, tanto non c’era pericolo
di infastidire qualcuno.
E poi quella serata era
un po’ particolare. I due ragazzi avevano convinto due amiche ad uscire con
loro, quindi la compagnia era diversa dal solito, più stimolante. Cioè, quelle
ragazze, a dirla per vera, non erano proprio loro amiche, dal momento che le
avevano conosciute solo alcuni giorni prima. Però tra giovani funziona così, ci
si incontra e si discorre e, se si riesce a stabilire fin da subito un certo
rapporto confidenziale, ci si ritrova amici. Si può uscire insieme senza
problemi.
L’uscire il sabato sera
era un pensiero ricorrente, al quale ci si aggrappava lungo l’intera settimana.
Ore e ore ingabbiati in quello schifo di fabbrica, a fare sempre le stesse
cose, sporchi di grasso dalla testa ai piedi, a sentire le stronzate continue
dei compagni di lavoro. E le lamentele e i piagnistei dei più vecchi, di quelli
ormai stonati. Prigionieri, questi ultimi, oltre che della fabbrica, di mogli
isteriche e di figli ingrati, a loro dire.
Uscire era come
rinascere, tornare a respirare aria pura, non rendere conto a nessuno di ciò
che si faceva. Certo, anche quelle due tipe non se la dovevano passare tanto bene.
Cassiere al market, erano. E mica in uno di quei centri commerciali strafighi
dove tutto sembrava luccicare, anche se il lavoro era ugualmente di merda. No,
loro stavano in un discaunt, di
quelli per pezzenti e sfigati, tanto per intenderci. Dove i clienti erano o
vecchie casalinghe ciabattanti che rompevano le palle sugli sconti e sulle
offerte o lerci stranieri ubriachi che venivano a rifornirsi di vino in cartone
per alimentare la loro sbornia perenne. Alcuni di loro, tra l’altro, non
avevano alcun rispetto per le ragazze alla cassa. Facevano complimenti pesanti,
proprio volgari, eppure bisognava stare mute, fare finta di nulla, se si voleva
conservare il posto. Perché lo stronzo di direttore, in caso di questioni, dava
sempre ragione al cliente, pure se questo era uno straccione slavo.
Meglio non pensare a
tutte queste brutture, meglio sfruttare il momento, e divertirsi.
Ordinarono il primo
giro di birre, e qualche patatina fritta per accompagnare.
Le due tipe sembravano
un po’ sulla loro, mica tanto espansive, per dire. In fondo era cosa normale,
le due coppie si conoscevano appena, allora bisognava tirare fuori qualche discorso
non troppo impegnativo, tanto per rompere il ghiaccio. Mica parlare di politica
o di quelle robe lì, perché tanto di politica nessuno di loro ci capiva un cazzo,
poco ma sicuro. Non che non fossero in grado di farlo, questo no, il fatto era
che a loro proprio non interessavano quelle menate.
“Ehi, dite, ma voi li
usate quei giocattolini?” buttò lì uno dei ragazzi. “Quegli aggeggi che adesso
li trovi dappertutto, anche nelle farmacie e nei distributori automatici”
precisò tanto per non essere frainteso.
Le due ragazze
reagirono in maniera differente. Una distolse lo sguardo, facendo finta di
guardarsi le unghie, lunghe e colorate, l’altra invece soffocò un risolino.
Aveva capito benissimo dove il furbacchione voleva andare a parare, perché i
suoi occhi brillavano maliziosi.
“E tu, che ne pensi?” chiese
il ragazzo all’amico, dopo che non aveva avuto soddisfazione dalle tipe.
Quello si prese un
sacco di tempo per rispondere. La domanda non era affatto male, ma richiedeva
una certa riflessione. Allora finì di prosciugare il boccale poi, approfittando
di un cameriere nelle immediate vicinanze, ordinò un altro giro per tutti.
Diede un’occhiata alla ragazza biondina, che era arrossita, chissà se per l’imbarazzo
o solo per il gran caldo, e finalmente rispose.
“Tutto il rispetto per
quelle robe lì” sentenziò.
“Eh?”
“Guarda, se vuoi
saperla tutta, credo che dopo la ruota sia la miglior invenzione che è mai
venuta fuori.”
La ragazza bruna,
quella che appariva più disinvolta, sghignazzò e quasi si strozzò con la birra
che stava bevendo.
“Che cazzo vorresti
dire?” domandò l’altro maschio.
“Vedete, a me mi piace
essere sincero, fino in fondo. E dico senza paura di essere smentito che quelli
sono i più grandi rivali di noi uomini, giusto?”
“Questo lo dici tu”
ribatté l’altro, ma fu ignorato.
“Con loro proprio non
possiamo competere. No, niente da fare. Lì è sconfitta sicura, credetemi.
Garantito.”
“Perché?” domandò la
ragazza bruna, divertita, mentre la compagna pareva sempre meno a suo agio. Non
sapendo che fare, e non volendo essere coinvolta in quella scabrosa
conversazione, non trovava di meglio che continuare a bere. Aveva quasi finito
anche la seconda birra, ed era sempre più rossa in faccia, quasi paonazza. Il
trucco quasi sciolto.
“Adesso vi spiego, se
avete un attimo di pazienza. Primo: loro sono sempre disponibili, l’importante
è non scordare dove sono stati nascosti. E poi assicurano un livello di
prestazione sempre uguale, e questa non è certo cosa da poco.”
“E soprattutto non
parlano” aggiunse la ragazza bruna.
“Questa era per te,
socio.”
“No, stavo scherzando…”
disse lei, pentita per la battuta un po’ offensiva, suggerita dall’alcol che
cominciava a fare effetto.
“Cazzo, se è come dici
tu allora noi che ci stiamo a fare? È così facile sostituirci?” esclamò il
primo giovane, maledicendosi tra sé e sé per aver scelto quello stupido
argomento di conversazione. Il deficiente del suo amico stava sparando un sacco
di cazzate, come sempre faceva quando aveva un po’ di birra in corpo, d’altra
parte.
“Ragazze, non avete
risposto alla domanda del compare…” perseverò l’altro, ormai lanciato.
“Obiezione!” disse la
bruna. “Si tratta di una domanda troppo diretta, che mette a disagio. Perché
non rispondete prima voi, invece?”
“Ehi! Ragazza! Vorresti
mica insinuare che io sono uno di quei tipi lì?”
L’altra sbuffò.
“Intendevo dire se voi
l’avete mai usato, il giocattolino, con qualche donna…”
“Adesso siamo di nuovo
amici.”
“Rispondi, al posto di
menartela…” incalzò l’amico.
Altro sorso di birra,
bello lungo, prima di ribattere.
“Negativo. Siamo
rivali, io e lui, come detto. Quindi non c’è posto per tutti e due. Uno esclude
l’altro.”
“Immagino chi è l’escluso,
di solito” non riuscì a trattenersi dal dire la bruna, che si stava divertendo.
L’oggetto del suo
scherno fece finta di nulla. Si rivolse invece all’altra ragazza, che stava
sempre muta.
“E tu, tu che non dici
niente? Scommetto che tu ti diletti con l’aggeggio, vero?”
Quella lo guardò
sconcertata. Si capiva chiaro e tondo che in quel momento avrebbe desiderato
essere da tutt’altra parte.
“Nessun oggetto può
sostituire l’aspetto emotivo, quello che si instaura tra due persone” farfugliò
infine con un filo di voce, e nascondendo il viso dietro al grosso boccale.
“Brava! Tu sì che hai
sale in zucca, mia cara” disse il ragazzo. “Hai messo in evidenza l’unico punto
debole di quei cosi lì.”
“Però tra te e l’aggeggio
sceglierei l’aggeggio” concluse lei, impacciata ma fiera per ciò che era
riuscita a dire.
Quasi tutta la
compagnia si sbellicò dalle risate. Discorso chiuso. Era arrivato il momento di
un altro giro di beveraggi.
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