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giovedì 26 marzo 2026

CALCIO E SPUTI

Si rincorrono, poi si fermano e sputano. Contrastano l'avversario, riprendono fiato e sputano. Segnano un gol, esultano sotto la curva e, puntualmente, sputano. Se il calcio moderno avesse una colonna sonora, sarebbe ritmata dal suono sgradevole di un’espulsione salivare. Ormai non è più una rarità, è la norma: i calciatori sputano sempre, ovunque e comunque. Più di quanto abbiano mai fatto in passato.

Se provate a chiedere il perché di questo gesto a un addetto ai lavori o a un atleta, la risposta è preconfezionata: "necessità fisiologica". L'attività fisica intensa (sia aerobica che anaerobica) produrrebbe un eccesso di muco e saliva densa che ostacola la respirazione. Insomma, una questione di polmoni e prestazioni.

C’è poi la tesi logistica: il campo da calcio è immenso e l’erba assorbe tutto. Un lusso che, dicono, altri non possono permettersi. "Se lo facesse un pallavolista o un cestista si scivolerebbe sul parquet", obiettano i difensori del gesto. Ma proprio qui casca l'asino.

Se la motivazione fosse davvero fisica, legata allo sforzo estremo, dovremmo vivere in un mondo di atleti "pasticcioni". Invece il pallavolista si trattiene per ovvie ragioni di sicurezza, dimostrando che il controllo del proprio corpo è possibile.

I tennisti dovrebbero, seguendo la logica dei calciatori, sputare liberamente sui campi in terra rossa o sull’erba di Wimbledon, mentre dovrebbero contenersi sul cemento. Eppure, non sputano mai.

Maratoneti, ciclisti e rugbisti, per fare qualche esempio a caso, affrontano sforzi titanici, spesso ben superiori a quelli di un'ala destra, ma mantengono un decoro che sul prato verde sembra fantascienza.

Persino nel mondo del calcio stesso, le eccezioni pesano come macigni: le calciatrici lo fanno in misura limitatissima, quasi nulla. E l’arbitro? Il poveretto corre quanto i giocatori, spesso più di loro, ma non trasforma il fischietto in un idrante.

La verità è che le giustificazioni fisiche sono solo una cortina di fumo. Sputare ogni due minuti non è un bisogno, è soprattutto un fatto culturale e comportamentale.

Si tratta di un retaggio legato a logiche di branco e ad atteggiamenti machisti, un modo per marcare il territorio o per darsi un tono di "rudezza" agonistica e virile. Insomma, è diventata una posa, una specie di tic tramandato dai senatori ai giovani della primavera, una forzatura che viene fatta passare per ordinaria amministrazione grazie a una sorta di assuefazione collettiva. Più il tempo passa, come detto, più il fenomeno sembra dilagare, trasformando i campioni in modelli di cafonaggine per i ragazzini che li guardano dagli spalti o in televisione.

Sia chiaro: ogni calciatore ha il sacrosanto diritto di giocare da schifo, di sbagliare un rigore o di incappare in una giornata storta. Quello che non dovrebbe avere è il diritto di fare schifo, di essere disgustoso. Lo sport ad alto livello può e deve essere fatto senza trasformare l'area di rigore in una palude di secrezioni. È ora di smetterla di confondere il testosterone con la mancanza di educazione e di civiltà.

 

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