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lunedì 2 marzo 2026

PERCHÉ NO

Il 22 e 23 marzo, i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per una consultazione referendaria che, pur apparendo tecnica nei contenuti, tocca le corde più profonde del nostro impianto democratico. Tuttavia, la confusione che regna attorno a questo appuntamento rende necessaria una premessa di metodo, prima ancora che di merito.

È bene ricordare un dettaglio tecnico che molti ignorano, ma che cambia radicalmente il peso della nostra scheda elettorale. Quello di marzo non è un referendum abrogativo, ma un referendum costituzionale (o confermativo).

La differenza è sostanziale.

Il referendum abrogativo serve a eliminare o cancellare in parte una legge già esistente. Per essere valido richiede il quorum (deve votare il 50% + 1 degli aventi diritto).

Nel referendum costituzionale, invece, si vota su una modifica della Costituzione approvata dal Parlamento ma senza una maggioranza qualificata. Qui non esiste quorum: la modifica passa (o viene respinta) a prescindere da quanti cittadini si rechino alle urne.

Con questo referendum non stiamo cancellando qualcosa di vigente, ma decidendo se far entrare in vigore una norma "in sospeso".

Negli ultimi tempi, il clima attorno a questa data si è fatto incandescente. La conflittualità tra i sostenitori del "Sì" e del "No" ha superato il confine del confronto giuridico per sfociare in una vera e propria battaglia politica.

Il referendum ha assunto i connotati di un plebiscito sul governo in carica. Questa è una deriva pericolosa: quando una consultazione sulla legge fondamentale dello Stato diventa un test di gradimento per un leader o un partito, si perde di vista l'oggetto del contendere e si trasforma la Costituzione in un terreno di scontro elettorale.

La questione posta dal quesito è complessa, tecnica e riguarda principalmente l'ordinamento della Magistratura e non la giustizia. Per il cittadino comune le ricadute dirette sarebbero comunque nulle. Ma il punto non è se la riforma sia "buona" o "cattiva" in senso tecnico. Il punto è come si arriva a modificare la Costituzione.

La nostra Carta non è una legge qualunque; è il perimetro dentro cui tutti dobbiamo riconoscerci. Per questo, ritengo che la Costituzione debba essere variata esclusivamente all'interno del Parlamento, attraverso le maggioranze qualificate (i due terzi dei componenti) previste dall'Articolo 138. Quando si raggiunge quella soglia, significa che la modifica è frutto di un consenso trasversale, di un accordo tra forze diverse che riconoscono un bene comune.

Quando invece il consenso parlamentare non raggiunge i due terzi e la parola passa al corpo elettorale, siamo di fronte a una patologia del sistema. Una proposta di modifica che arriva al referendum confermativo è, per definizione, una proposta di parte, nata da una maggioranza relativa e non da una condivisione larga.

In quest'ottica, il corpo elettorale ha un compito quasi "conservativo" nel senso più nobile del termine. Se la Costituzione rappresenta le regole del gioco, queste non possono essere scritte solo da chi, in quel momento, sta vincendo la partita.

Le regole del gioco devono essere concordate e accettate da tutti i giocatori. Se una parte tenta di cambiarle da sola, la risposta dei cittadini non può che essere una bocciatura. Occorre votare No.

Bocciare una riforma nata senza un consenso parlamentare unanime non significa necessariamente essere contrari al contenuto specifico della norma, ma significa difendere il principio che la Costituzione non si modifica a colpi di maggioranza. La sua forza risiede nella sua stabilità e nella sua capacità di rappresentare l'intera nazione, non soltanto una frazione di essa.

 

 

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