Siedo
in veranda e guardo la pioggia che batte contro il vetro. Ho più di
sessant'anni anni e le mie mani iniziano a tradire il tempo, tremano appena se
le tengo ferme troppo a lungo. Non penso alle grandi cose. Penso a un episodio
di tanti anni fa. Non si tratta di un fatto importante, né straordinario, ma è
qualcosa che ancora mi emoziona. Penso a quella volta all'aeroporto.
Mio
fratello e sua moglie mi avevano sfinito. "Dovresti andare a prenderla tu,
Lorenzo. Noi proprio non riusciamo". Avevo sbuffato. Odiavo gli aeroporti, odiava i
convenevoli e, più di tutto, odiavo l’idea di fare conversazione con una
sconosciuta nel chiuso di un’auto. Stavo per dire di no. La parola era lì,
pronta. Poi però avevo ceduto. "Com’è fatta?" avevo chiesto.
"Tranquillo, si farà riconoscere lei" avevano risposto. Per poi
aggiungere: "Alta, magra, capelli neri corti".
Ero
in ritardo, tanto per cambiare. Il parcheggio era pieno e l’umidità era
pesante. Faceva un caldo torrido. Quando arrivai davanti al terminal, la vidi
subito sul marciapiede. Era esattamente come l'avevano descritta: un caschetto
nero lucido, la pelle scura di sole, un abbigliamento sportivo che non cercava
di dimostrare nulla. Era graziosa, ma in un modo pulito, diretto.
Scesi
dall'auto e mi avvicinai. "Sei tu l'amica di Lea?" chiesi. Lei
sorrise. Non fu un sorriso di circostanza; fu un sorriso che sembrava dire che
stava aspettando proprio me. "Sono io" disse. "E tu devi essere
il fratello scontroso di cui mi hanno parlato". Arrossii. "Forse
hanno esagerato" dissi.
Caricai
la borsa nel bagagliaio e lei salì davanti. Il viaggio durò mezz'ora. Ero
sempre stato un ragazzo di poche parole, uno di quelli che la gente definisce
troppo riservati. Eppure, con lei, le parole venivano fuori facili.
"Ti
piace guidare?" mi chiese mentre uscivamo dal parcheggio. "Di solito
no. Troppa gente che va di fretta".
"Però
guidi bene".
"È
solo perché conosco la strada". Lei rise. Una risata vera, senza punte di
sarcasmo. "È già qualcosa. Molta gente non conosce nemmeno quella".
Ascoltava.
Faceva le domande giuste, non quelle per riempire il vuoto, ma quelle che servivano
a capire chi avesse di fronte. Parlammo di libri, del caldo, di come il mare
sembrasse diverso a seconda di chi lo guardava. La osservavo di sguincio mentre
tenevo le mani sul volante. Sentivo una specie di scossa, un riconoscimento.
Dopo venti minuti, sapevo che avrei potuto innamorarmi di lei. Anzi, forse era
già accaduto.
Non
le chiesi se avesse un fidanzato. Sapevo che una ragazza così non poteva essere
sola, ma non volevo che la realtà entrasse in quella macchina. Lei non mi
chiese nulla della mia vita. Era un patto silenzioso: quel tempo apparteneva
solo a noi, fuori dal mondo.
Arrivammo
troppo presto. Accostai e scesi ad aprirle il bagagliaio. Le porsi la borsa e
il flusso di parole si interruppe bruscamente. Restammo lì, in piedi sul
marciapiede. I cellulari non esistevano. Per restare in contatto servivano
carta, penna e un coraggio che nessuno dei due trovò.
"Beh,
siamo arrivati" dissi. Lei mi guardò fisso negli occhi.
"Sì.
Siamo arrivati". Non ci stringemmo nemmeno la mano. C’era un’elettricità
così forte che un contatto fisico sarebbe stato pericoloso. Avrebbe reso tutto troppo
reale, e forse meno perfetto.
"Grazie"
disse lei. Il tono era basso, quasi un sussurro.
"Figurati".
"Ciao,
Lorenzo".
"Ciao
Annalisa".
Fu
un saluto sommesso, triste. La guardai camminare con passo elegante verso il
portone finché non scomparve. Non la rividi mai più.
Torno
bruscamente al presente. La pioggia non accenna a smettere. È stata una cosa da
nulla, dopotutto. Quell'episodio, dico. Mezz'ora di vita. Eppure è ancora qui,
intatta, come un oggetto prezioso trovato in fondo a un cassetto che non avrò
mai il coraggio di buttare.


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