Powered By Blogger

martedì 24 marzo 2026

DALL' AEROPORTO

Siedo in veranda e guardo la pioggia che batte contro il vetro. Ho più di sessant'anni anni e le mie mani iniziano a tradire il tempo, tremano appena se le tengo ferme troppo a lungo. Non penso alle grandi cose. Penso a un episodio di tanti anni fa. Non si tratta di un fatto importante, né straordinario, ma è qualcosa che ancora mi emoziona. Penso a quella volta all'aeroporto.

Mio fratello e sua moglie mi avevano sfinito. "Dovresti andare a prenderla tu, Lorenzo. Noi proprio non riusciamo".  Avevo sbuffato. Odiavo gli aeroporti, odiava i convenevoli e, più di tutto, odiavo l’idea di fare conversazione con una sconosciuta nel chiuso di un’auto. Stavo per dire di no. La parola era lì, pronta. Poi però avevo ceduto. "Com’è fatta?" avevo chiesto. "Tranquillo, si farà riconoscere lei" avevano risposto. Per poi aggiungere: "Alta, magra, capelli neri corti".

Ero in ritardo, tanto per cambiare. Il parcheggio era pieno e l’umidità era pesante. Faceva un caldo torrido. Quando arrivai davanti al terminal, la vidi subito sul marciapiede. Era esattamente come l'avevano descritta: un caschetto nero lucido, la pelle scura di sole, un abbigliamento sportivo che non cercava di dimostrare nulla. Era graziosa, ma in un modo pulito, diretto.

Scesi dall'auto e mi avvicinai. "Sei tu l'amica di Lea?" chiesi. Lei sorrise. Non fu un sorriso di circostanza; fu un sorriso che sembrava dire che stava aspettando proprio me. "Sono io" disse. "E tu devi essere il fratello scontroso di cui mi hanno parlato". Arrossii. "Forse hanno esagerato" dissi.

Caricai la borsa nel bagagliaio e lei salì davanti. Il viaggio durò mezz'ora. Ero sempre stato un ragazzo di poche parole, uno di quelli che la gente definisce troppo riservati. Eppure, con lei, le parole venivano fuori facili.

"Ti piace guidare?" mi chiese mentre uscivamo dal parcheggio. "Di solito no. Troppa gente che va di fretta".

"Però guidi bene".

"È solo perché conosco la strada". Lei rise. Una risata vera, senza punte di sarcasmo. "È già qualcosa. Molta gente non conosce nemmeno quella".

Ascoltava. Faceva le domande giuste, non quelle per riempire il vuoto, ma quelle che servivano a capire chi avesse di fronte. Parlammo di libri, del caldo, di come il mare sembrasse diverso a seconda di chi lo guardava. La osservavo di sguincio mentre tenevo le mani sul volante. Sentivo una specie di scossa, un riconoscimento. Dopo venti minuti, sapevo che avrei potuto innamorarmi di lei. Anzi, forse era già accaduto.

Non le chiesi se avesse un fidanzato. Sapevo che una ragazza così non poteva essere sola, ma non volevo che la realtà entrasse in quella macchina. Lei non mi chiese nulla della mia vita. Era un patto silenzioso: quel tempo apparteneva solo a noi, fuori dal mondo.

Arrivammo troppo presto. Accostai e scesi ad aprirle il bagagliaio. Le porsi la borsa e il flusso di parole si interruppe bruscamente. Restammo lì, in piedi sul marciapiede. I cellulari non esistevano. Per restare in contatto servivano carta, penna e un coraggio che nessuno dei due trovò.

"Beh, siamo arrivati" dissi. Lei mi guardò fisso negli occhi.

"Sì. Siamo arrivati". Non ci stringemmo nemmeno la mano. C’era un’elettricità così forte che un contatto fisico sarebbe stato pericoloso. Avrebbe reso tutto troppo reale, e forse meno perfetto.

"Grazie" disse lei. Il tono era basso, quasi un sussurro.

"Figurati".

"Ciao, Lorenzo".

"Ciao Annalisa".

Fu un saluto sommesso, triste. La guardai camminare con passo elegante verso il portone finché non scomparve. Non la rividi mai più.

Torno bruscamente al presente. La pioggia non accenna a smettere. È stata una cosa da nulla, dopotutto. Quell'episodio, dico. Mezz'ora di vita. Eppure è ancora qui, intatta, come un oggetto prezioso trovato in fondo a un cassetto che non avrò mai il coraggio di buttare.

 

Nessun commento:

Posta un commento