Ogni anno, con l'avvicinarsi della Legge
di Bilancio, il dibattito pubblico italiano si arena su un’unica,
rassegnata litania: "Non ci sono le risorse". Le giustificazioni
variano, ma il risultato è sempre lo stesso: una manovra finanziaria fatta al
risparmio (come l'ultima), dove i tagli prevalgono sugli investimenti e le
promesse elettorali si scontrano con la realtà di una cassa apparentemente
vuota.
Ma cosa sono, esattamente, queste risorse
pubbliche? In termini semplici, sono il patrimonio di tutti noi: la
ricchezza generata dai cittadini attraverso le tasse, i contributi e la gestione
dei beni comuni, che lo Stato ha il compito di ridistribuire per garantire
servizi e benessere.
Si dice spesso che le risorse siano insufficienti per fare ciò che
"andrebbe fatto". Di conseguenza, settori strategici come la sanità, l’istruzione, la giustizia
e la sicurezza vengono lasciati
deperire. È paradossale che non si trovino mai i fondi per gli aumenti contrattuali
di chi tiene in piedi gli apparati pubblici: medici, infermieri, docenti e
forze dell’ordine.
Quando un governo afferma che "non ci sono i soldi" per questi
comparti, non sta semplicemente esponendo un dato contabile, ma sta dichiarando
l'incapacità di esercitare la funzione
stessa dello Stato. Se lo Stato esiste per soddisfare le esigenze dei
cittadini utilizzando le risorse fornite dai cittadini stessi, dire che
l'obiettivo è irraggiungibile equivale ad ammettere il fallimento della
politica.
La verità che raramente viene pronunciata nei vari dibattiti è che le
risorse non sono "finite" per destino avverso, ma perché vengono
disperse in mille rivoli inefficienti.
Costi della politica: apparati elefantiaci che non accennano a snellirsi.
Sprechi e opere inutili: infrastrutture faraoniche spesso abbandonate o realizzate solo per
soddisfare logiche di consenso elettorale.
Lievitazione dei costi: cantieri che finiscono per costare il triplo di quanto preventivato a
causa di cattiva gestione e mancanza di controlli.
Le risorse, dunque, non mancano: vengono utilizzate male o sacrificate sull'altare di scelte di
convenienza, spesso legate a logiche clientelari.
Se una classe politica non è in grado di gestire il patrimonio pubblico per
garantire i diritti fondamentali (salute, istruzione, lavoro, pensione),
significa che è incompetente. In
un sistema democratico sano, l'imperizia dovrebbe portare a un ricambio
immediato.
Il cittadino non si deve lasciare anestetizzare dalle ideologie o dalle
promesse a lungo termine. Se chi governa oggi fallisce nel reperire e gestire
le risorse, deve essere cambiato. E se chi subentra ripropone la stessa scusa
del "bilancio esangue", deve subire la stessa sorte.
La carenza di risorse non è una calamità naturale, ma il risultato di una
precisa responsabilità politica.
Solo attraverso un ricambio rapido
e pragmatico, svincolato da appartenenze ferree ma ancorato ai principi
di efficienza e servizio, si può nutrire la democrazia. La politica deve
tornare a essere l'arte di trovare soluzioni, non l'arte di inventare scuse per
i propri fallimenti. Le risorse ci sono; ciò che manca, troppo spesso, è la
capacità, o la volontà , di metterle al servizio del bene comune.


Nessun commento:
Posta un commento