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martedì 31 marzo 2026

IL RIFLESSO DELL' ALTRO

Mi chiamo Elia Ricci e sono un archivista. Ho cinquant'anni tondi, una statura media e capelli brizzolati.

Sono sposato da vent'anni con Agnese. Vent'anni di rituali immutabili. Mia moglie è una donna abitudinaria, che non ama gli eccessi, con un gusto impeccabile per l'eleganza sobria.   

Le stranezze sono iniziate circa due mesi fa. Quasi impercettibili, che un uomo meno abituato all'osservazione meticolosa avrebbe liquidato come affaticamento da troppo lavoro.

Agnese ha sempre detestato avere i capelli sciolti. Ritiene siano "disordinati". Un martedì sera, l'ho trovata a preparare la cena con la sua folta chioma corvina che le ricadeva sulle spalle. Non solo: quando le ho chiesto come fosse andata la giornata, ha risposto con una risata. Non il suo flebile, controllato sorriso, ma una risata piena, quasi sguaiata.

L'armadio di Agnese è sempre stato un insieme di beige, grigio perla e nero. Ora, in mezzo ai suoi tailleur, sono apparsi capi mai visti prima. Un maglione giallo acceso, una giacca color smeraldo.

La sera, durante la cena, lei ha fatto un gesto nuovo e incomprensibile. Dopo aver bevuto un sorso di vino rosso, si è pulito l'angolo della bocca con il dorso della mano destra. Mia moglie è sempre stata una maniaca dell'etichetta. Le ho chiesto: "Cara, cos'è quel gesto?" Lei ha alzato le spalle e ha risposto: "Quale gesto, Elia? Smettila di fissarmi".

Ciò che mi inquieta di più è una frase che ripete ogni volta che rientra in casa: "L'aria è diversa, ma il cielo è lo stesso." Parole prive di senso. Le ho chiesto una spiegazione. Mi ha guardato con gli occhi spalancati, come se avessi detto una volgarità. "Non ho detto nulla, Elia".

Tutte queste anomalie si sono accumulate, hanno accresciuto il mio turbamento. Ho iniziato a osservare Agnese con una attenzione ancora maggiore.

Una sera, mentre lei leggeva in salotto, ho spento la televisione e l'ho fissata. L'ho guardata davvero, non con l'occhio pigro di chi è sposato da vent'anni. Alla fine l'ho notato.

Il suo viso era leggermente diverso.

Non stravolto, ma era evidente un sottile, agghiacciante cambiamento: le fossette ai lati della bocca erano meno profonde. Il taglio degli occhi sembrava diverso, e l'iride di un marrone che mi sembrava più caldo.

Ho avuto il dubbio che non fosse più lei. Che fosse un'altra donna.

La paranoia mi ha stretto in una morsa di gelo. Non osavo più toccarla, non osavo parlarle di questo mio sospetto.

Un sabato mattina, dovevo andare a prendere dei vecchi atti notarili in un deposito fuori città. Ero in ritardo e mi sono affrettato. Ho afferrato la chiave dell'auto, ho salutato quella che forse non era più la "mia Agnese" con un cenno, e sono uscito.

Sono arrivato all'auto, ho messo la mano in tasca e ho realizzato: avevo dimenticato gli occhiali da sole.

Sono tornato indietro. Agnese era in piedi, di fronte al grande specchio a muro nell'ingresso.

Mi ha sentito entrare e si è voltata di scatto.

"Elia! Sei già tornato..."

Non ho badato a lei. Il mio sguardo era inchiodato allo specchio. E a ciò che vi era riflesso.

L'immagine riflessa mostrava Agnese, identica, con quel maglione giallo zafferano. Ma accanto a lei, c'era un uomo: alto, con capelli scuri e folti, una barba curata e un sorriso giovane e rilassato.

Non ero io.

Mi sono guardato le mani. Ho toccato il mio volto. Ho guardato di nuovo lo specchio, e solo allora ho capito. Agnese non era cambiata.  Lo ero io. Non ero chi avevo sempre creduto di essere.

"Agnese" ho mormorato. "Sono io quello diverso".

Lei non ha capito, ed è scoppiata in una risata fragorosa.

 

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