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domenica 21 giugno 2026

LA SOSTITUZIONE

L’arbitro, con un gesto deciso, ordina di non riprendere il gioco e si esibisce nel consueto segnale: braccia alzate, palmi aperti verso il centro del campo. Il messaggio è chiaro: si può procedere con la sostituzione richiesta.

Lungo la linea laterale, il subentrante è già pronto. È una molla carica: fermo in attesa, fa dei saltelli nervosi per completare il riscaldamento e tenere i muscoli pronti. Accanto a lui, il quarto uomo mette in scena un gesto antico quanto il calcio moderno: gli controlla i tacchetti delle scarpette con un tocco rapido, quasi distratto, senza guardare, gli occhi già rivolti al campo.

Poi viene esposta la lavagnetta luminosa e i colori non lasciano spazio a interpretazioni: in verde brilla il numero di chi entra, in rosso quello di chi deve abbandonare la contesa.

Ed ecco che, puntuale come un rintocco di campana, ha inizio la pantomima.

Il calciatore che dovrà uscire ha visto benissimo l’indicazione. È impossibile non vederla. Eppure, con una maestria degna di un attore consumato, si volta dall’altra parte, fingendo che quel numero scritto in rosso non gli appartenga, come se lui non fosse minimamente coinvolto in quella procedura. Inizia la sua personale messinscena: guarda verso il pubblico con aria assente, sputa a terra, poi si accovaccia con estrema lentezza per fingersi impegnato ad allacciare uno scarpino che non ne ha bisogno. Si deterge il sudore dal volto, guadagnando secondi preziosi che sembrano ore.

Il teatrino prosegue finché un compagno di squadra, quasi imbarazzato, gli si avvicina, lo prende per un braccio e lo fa voltare, indicandogli l'evidenza: "Tocca a te, devi uscire".

È a questo punto che il calciatore incrocia lo sguardo con il suo allenatore. In quel preciso istante, il campo da calcio svanisce e lui si trasforma nel Robert De Niro di Taxi Driver. Lo sguardo si fa vitreo, le labbra mimano il celebre monologo: "Dici a me? Dici a me? Ma con chi ce l'hai? Dici proprio a me?". Ricevuta l'ovvia e spazientita conferma dalla panchina, scuote il testone con un misto di sorpresa, delusione e un briciolo di odio malcelato verso il tecnico. Non lo sfiora nemmeno per un istante l'idea che la sua, quel giorno, possa essere stata la peggior prestazione dell'anno; nel suo mondo semplice, lui è l'eroe ingiustamente rimosso.

Finalmente arreso al destino, inizia la sua lunghissima marcia verso l’uscita. Ma non è un percorso rettilineo. Prima va a salutare il suo capitano, poi stringe la mano a ogni singolo compagno che incontra. In un impeto di improvviso quanto sospetto fair-play, saluta persino un avversario, proprio quello con cui, pochi minuti prima, si era preso a calci senza troppi complimenti.

Il suo passo, nel frattempo, diventa sempre più lento e pesante. Sembra essere diventato di colpo incapace anche di corricchiare, lui che dovrebbe essere un atleta al culmine della forma. Finalmente raggiunge la linea laterale, sospinto dalle sollecitazioni dell'arbitro che ormai ha esaurito la pazienza. Ma c'è ancora l'ultimo atto: il calciatore uscente non manca di abbracciare e riempire di pacche sulla spalla il compagno che entra, augurandogli (forse) miglior fortuna.

Il giocatore finalmente esce, il compagno fa il suo ingresso in campo. Tutto lo stadio può tirare un sospiro di sollievo. Il rito della sostituzione si è finalmente compiuto. Il gioco adesso può riprendere, ma il tributo pagato al tempo trascorso è stato, come sempre, altissimo.

 

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