L’arbitro,
con un gesto deciso, ordina di non riprendere il gioco e si esibisce nel consueto segnale: braccia alzate,
palmi aperti verso il centro del campo. Il messaggio è chiaro: si può procedere
con la sostituzione richiesta.
Lungo
la linea laterale, il subentrante è già pronto. È una molla carica: fermo in attesa, fa dei saltelli nervosi
per completare il riscaldamento e tenere i muscoli pronti. Accanto a lui, il
quarto uomo mette in scena un gesto antico quanto il calcio moderno: gli
controlla i tacchetti delle scarpette con un tocco rapido, quasi distratto, senza guardare, gli occhi già rivolti
al campo.
Poi
viene esposta la lavagnetta luminosa
e i colori non lasciano spazio a interpretazioni: in verde brilla il numero di chi entra, in rosso quello di chi deve abbandonare la contesa.
Ed
ecco che, puntuale come un rintocco di campana, ha inizio la pantomima.
Il
calciatore che dovrà uscire ha visto benissimo l’indicazione. È impossibile non
vederla. Eppure, con una maestria degna di un attore consumato, si volta dall’altra parte, fingendo
che quel numero scritto in rosso non gli appartenga, come se lui non fosse
minimamente coinvolto in quella procedura. Inizia la sua personale messinscena:
guarda verso il pubblico con aria assente, sputa a terra, poi si accovaccia con estrema lentezza per fingersi impegnato ad allacciare uno scarpino
che non ne ha bisogno. Si deterge il sudore dal volto, guadagnando secondi
preziosi che sembrano ore.
Il
teatrino prosegue finché un compagno di squadra, quasi imbarazzato, gli si
avvicina, lo prende per un braccio e lo
fa voltare, indicandogli l'evidenza: "Tocca a te, devi
uscire".
È a
questo punto che il calciatore incrocia lo sguardo con il suo allenatore. In
quel preciso istante, il campo da calcio svanisce e lui si trasforma nel Robert De Niro di Taxi Driver. Lo sguardo si fa vitreo, le labbra mimano il
celebre monologo: "Dici a me? Dici
a me? Ma con chi ce l'hai? Dici proprio a me?". Ricevuta
l'ovvia e spazientita conferma dalla panchina, scuote il testone con un misto
di sorpresa, delusione e un briciolo di odio malcelato verso il tecnico. Non lo
sfiora nemmeno per un istante l'idea che la sua, quel giorno, possa essere
stata la peggior prestazione dell'anno; nel suo mondo semplice, lui è l'eroe
ingiustamente rimosso.
Finalmente
arreso al destino, inizia la sua lunghissima marcia verso l’uscita. Ma non è un
percorso rettilineo. Prima va a salutare il suo capitano, poi stringe la mano a
ogni singolo compagno che incontra. In un impeto di improvviso quanto sospetto
fair-play, saluta persino un avversario,
proprio quello con cui, pochi minuti prima, si era preso a calci senza troppi
complimenti.
Il
suo passo, nel frattempo, diventa sempre
più lento e pesante. Sembra essere diventato di colpo incapace anche di
corricchiare, lui che dovrebbe essere un atleta al culmine della forma.
Finalmente raggiunge la linea laterale, sospinto dalle sollecitazioni
dell'arbitro che ormai ha esaurito la pazienza. Ma c'è ancora l'ultimo atto: il
calciatore uscente non manca di abbracciare
e riempire di pacche sulla spalla il compagno che entra, augurandogli
(forse) miglior fortuna.
Il
giocatore finalmente esce, il compagno fa il suo ingresso in campo. Tutto lo stadio può tirare un sospiro di
sollievo. Il rito della sostituzione si è finalmente compiuto. Il gioco adesso
può riprendere, ma il tributo pagato al tempo trascorso è stato, come sempre,
altissimo.


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