Il
terzo piano di Rua General Glicério puzzava di caffè vecchio e umidità
tropicale. Fuori, il pomeriggio di Rio de Janeiro ribolliva a trentotto gradi,
ma dentro l’appartamento di Alcir il tempo sembrava essersi fermato.
Vitor
spense il registratore digitale che teneva in mano. Il led rosso smise di
lampeggiare.
«Quindi
lei mi sta dicendo che quella bobina non è nell'archivio della Rádio
Nacional?»
Dall'oscurità
della poltrona in velluto logoro, un colpo di tosse secca anticipò la risposta.
Alcir non si muoveva molto. Aveva novantadue anni, le mani nodose come radici e
due occhi lattiginosi, che fissavano un punto imprecisato della parete,
esattamente sopra la testa di Vitor.
«La Rádio
Nacional pensava che l'avessi persa nel tragitto tra lo stadio e la
redazione, quella notte», disse il vecchio. La sua voce era un sussurro
raschiante, ma manteneva ancora quella cadenza ritmica, quasi musicale, tipica
dei vecchi cronisti di una volta.
«Dissero
che nella confusione del Maracanã qualcuno l'aveva rubata. O che io, nella
disperazione, l'avessi gettata nel canale. Hanno scritto persino questo nelle
biografie. Idioti.»
Alcir
tese un braccio tremante verso il tavolino basso che li separava. Le sue dita,
guidate da una memoria cieca e millimetrica, sfiorarono la scocca grigia di un
vecchio magnetofono Ampex a valvole. Accanto all'apparecchio, custodita
in una scatola di cartone ingiallito dal tempo, c'era una bobina di nastro
magnetico da un quarto di pollice. Sul coperchio, una grafia elegante a penna
stilografica riportava una data: 16.07.1950.
Vitor
sentì il cuore accelerare. Come podcaster indipendente, aveva passato tre anni
a scavare negli archivi sportivi sudamericani. Tutti sapevano che i minuti
finali della radiocronaca del Maracanazo, il gol di Ghiggia, il fischio finale dell'arbitro Reader, il
silenzio tombale dei duecentomila spettatori, erano andati perduti, sostituiti
nelle repliche storiche da registrazioni successive o frammenti alterati.
«Perché
l'ha tenuta nascosta per tutto questo tempo, senhor Alcir?» chiese Vitor,
sporgendosi in avanti.
Il
vecchio sorrise, ma fu un movimento amaro, che gli tese la pelle del viso come
una pergamena. «Perché il silenzio fa male, ragazzo. Ma quello che c'è dentro
questo nastro fa molta più paura.»
Alcir
accarezzò il bordo della bobina di plastica, prima di proseguire.
«Tutti
ricordano il silenzio del Maracanã dopo il secondo gol dell'Uruguay. Un
silenzio che ha ucciso delle persone, che ha stroncato cuori sulle tribune. Io
ero lì, con il microfono in mano, e non riuscivo a parlare. Ma la mia mente...
la mia mente continuava a trasmettere. E questo nastro ha registrato qualcosa
che non era nell'aria, ma che era dentro di me.»
Con
un gesto sorprendentemente fermo, il vecchio premette il tasto Play del
magnetofono. Le valvole dell'apparecchio si illuminarono di una debole luce
calda, arancione. Ci fu uno schiocco secco, poi il fruscio profondo del nastro
che cominciava a scorrere sulle testine.
Dalle
casse di bachelite dell'Ampex, come un fantasma che si sveglia dopo un sonno durato
più sessant'anni, emerse il rumore bianco di una folla oceanica. Centinaia di
migliaia di voci umane fuse in un unico, mostruoso battito cardiaco.
E
poi, nitida e giovanile, la voce di Alcir del 1950 eruppe nella stanza: «...palla
a centrocampo, l'Uruguay stringe le maglie, ma il Brasile non è morto, signori,
il Brasile spinge ancora!...»
Vitor
trattenne il fiato. L'ossessione stava per cominciare. (continua)


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