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sabato 13 giugno 2026

ROBOZINHO

Avevo sentito parlare di lui da un amico, un vecchio cronista uruguaiano incontrato in un caffè di Montevideo, tra i fumi del tabacco e il profumo amaro del mate. Naturalmente, non avevo creduto del tutto a ciò che mi aveva detto. Si sa, i giornalisti sportivi sudamericani amano ricamare; sembra quasi che siano più scrittori che cronisti, che si ispirino tutti alle storie di Osvaldo Soriano ed Eduardo Galeano. Anche se dovrebbero limitarsi alla cronaca sportiva, non riescono a sfuggire al realismo magico delle loro terre, dove un palo può essere stregato e un pallone può pesare quanto il cuore di un amante tradito.

Ma non divaghiamo. Nelson Uribe, appunto, in quella occasione mi fece il nome del tecnico brasiliano che aveva scoperto quello straordinario calciatore. Luis da Silva era il nome di quell'allenatore, che dirigeva una squadra di seconda serie persa nelle pieghe della cartina geografica.

Proprio quell'estate dovevo recarmi in Brasile, per altri scopi; tuttavia, spinto dalla curiosità e da quel tarlo che solo le leggende sanno insinuare, decisi di andare a trovare da Silva. Volevo chiedere di quel giocatore e verificare se ciò che mi aveva detto Uribe fosse vero, oppure se fosse solo l'ennesima invenzione sudamericana alimentata dall'alcol e dalla nostalgia.

Confesso, faticai un po' a trovare quella piccola cittadina in pieno Nordeste, un pugno di case colorate strette tra la polvere rossa e il verde accecante della vegetazione. Non faticai affatto, invece, a rintracciare Luis da Silva. Era una vera gloria locale, alla guida della squadra della città da ben quindici anni. Tutti lo conoscevano, tutti parlavano bene di lui; erano al contrario molto più abbottonati quando chiedevo notizie del loro famoso calciatore, di cui non conoscevo il nome ma soltanto il soprannome, così come me l'aveva detto il mio amico uruguaiano: Robozinho.

In un caldo pomeriggio, con un sole che pareva voler sciogliere il catrame delle strade, mi recai nel piccolo stadio. Fui fortunato: la squadra si stava allenando. Il tecnico Luis da Silva, un vecchietto molto simpatico con la pelle arsa dal sole, accettò di parlare con me. Dopo alcuni brevi convenevoli sulla bellezza del Brasile e la durezza dei campionati minori, non potei resistere e gli chiesi subito di Robozinho.

Da Silva sorrise sornione, come a dire: "Eccone un altro!". Poi, senza aggiungere una parola, mi indicò il terreno di gioco. "Il nove", disse semplicemente.

I suoi giocatori stavano iniziando una partitella: titolari contro riserve. Tra i primi, proprio con il numero nove sulla maglia un po' sbiadita, c'era Robozinho. Lo osservai con attenzione. Mi sarei aspettato un calciatore giovanissimo, una promessa scattante e nervosa; viceversa vidi un uomo di almeno trent'anni, persino leggermente in sovrappeso, che deambulava per il campo con l'aria di chi aspetta l'autobus.

Feci per aprire bocca, per manifestare la mia delusione e la mia sorpresa, ma da Silva mi fece cenno di tacere e continuare a guardare.

In quel momento, Robozinho,  nonostante il ruolo da attaccante, si abbassò fino alla propria area di rigore, si fece dare il pallone dal suo portiere e iniziò a correre. O meglio, a muoversi. La sua corsa era tutt'altro che veloce, quasi ipnotica, nessuno era in grado di contrastarlo. Gli avversari sembravano scivolare via, i loro interventi arrivavano sempre con un decimo di secondo di ritardo, come se lui conoscesse in anticipo la traiettoria di ogni gamba tesa. Dopo un po' giunse in area di rigore avversaria, dribblò anche il portiere con una finta di corpo che pareva una danza e segnò.

Poi, con la stessa flemma, andò a sistemarsi a metà campo. E da quel momento non si mosse più. Restò lì, immobile come una statua di sale, mentre le azioni proseguivano frenetiche intorno a lui.

Dopo dieci minuti di quel paradosso, mi rivolsi a da Silva. "Che cosa sta facendo? Perché non si muove più?" chiesi, sbigottito.

Lui alzò le spalle con la rassegnazione di chi ha visto l'impossibile troppe volte. "Fa sempre così. Una sola azione per partita, e ogni volta segna. Dopo non fa più nulla. È come giocare con un uomo in meno. Se fosse una partita ufficiale lo avrei già sostituito. Le sue gare durano cinque o dieci minuti, mai di più. Per questo nessuna squadra importante lo ha mai voluto, nonostante sia un calciatore eccezionale, il più forte di tutti i tempi".

Ero basito. Non sapevo che dire. Nella mia testa razionale di europeo cercavo una logica, qualsiasi cosa che potesse giustificare quel comportamento. Forse un limite fisico? Mi venne in mente un’unica domanda: "Ma perché fa così? Cioè, lui come motiva questo suo assurdo atteggiamento?"

Da Silva sorrise di nuovo, e notai che gli mancavano un paio di incisivi. "Lui? Lui dice che è un ragazzo semplice, e che non gli piace mettersi troppo in evidenza! Che si vergogna!"

E scoppiò in una risata fragorosa.

"Ma non è un peccato?" domandai, sempre più sbalordito.

"Peccato? É la nostra fortuna! Almeno qualche partita la riusciamo a vincere!"

 

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