Il
termometro sul balcone segnava quarantatré gradi, ma dentro quel piccolo
bilocale al terzo piano sembrava che le pareti trasudassero magma.
Quell'estate non era semplicemente calda; era un’anomalia feroce, un blocco
d'aria africana che aveva sigillato la città in una morsa di piombo e afa.
L’aria era così densa e surriscaldata che respirarla faceva quasi male ai
polmoni.
Sergio,
pensionato da ormai sette anni, passava le giornate immobile sulla poltrona,
con le finestre sbarrate e le tapparelle abbassate, nel vano tentativo di
difendersi da quel mostro invisibile.
Quando
capì che la sua stessa salute era a rischio, si decise. Con un sospiro pesante
sul portafogli, ordinò online un condizionatore portatile, un piccolo cubo
bianco su rotelle che prometteva miracoli.
Il
pacco (un po' pesante, per la verità) arrivò il giorno successivo. Sergio lo
sballò a fatica, collegò il tubo di scarico alla finestra socchiusa come da
istruzioni, sigillò la fessura con il nastro adesivo e lo accese. L’apparecchio
emise un forte rombo, simile a quello di un vecchio aeroplano, e iniziò a
sputare aria.
Tuttavia,
fin da subito, Sergio ebbe dei dubbi. L'apparecchio faceva un gran baccano, ma
la stanza faticava a rinfrescarsi. Poi, per puro caso, chinandosi a raccogliere
il telecomando caduto sul pavimento, notò una cosa strana: laggiù si stava
benissimo.
Si
alzò in piedi e la cappa di calore lo investì di nuovo, soffocante. Si abbassò
di nuovo: fresco. Sperimentando con la mano, scoprì la verità: l'aria era
fresca e respirabile, ma soltanto fino a circa un metro e mezzo da terra. Da
quell'altezza in su, la stanza rimaneva un inferno torrido.
Sergio
si sedette sul pavimento, appoggiando la schiena al divano, e cercò di capire.
Facendo ricorso ai suoi ormai lontani ricordi scolastici di fisica, la
spiegazione gli apparve chiara. Quel condizionatore, economico e poco potente,
non aveva la forza di miscelare l'aria dell'intero ambiente.
Secondo
le leggi della termodinamica, l'aria fredda, essendo più densa e pesante, tende
a scendere e a stratificarsi verso il basso. Al contrario, l'aria calda, più
leggera per via della minore densità delle sue molecole, si espande e occupa la
parte alta dell'ambiente.
Il
piccolo elettrodomestico creava semplicemente un "laghetto" di aria
fresca sul pavimento, lasciando immutata la cappa rovente soprastante.
Non
c'era niente da fare, i soldi per un impianto professionale non li aveva.
Eppure, in qualche modo, occorreva sopravvivere. Fu così che Sergio, poco alla
volta, scelse di adattarsi.
Iniziò
a comportarsi come se il suo appartamento avesse un soffitto alto solo un metro
e mezzo. All'inizio provò a camminare accovacciato, ma la sua schiena dolente,
logorata dagli anni, protestò violentemente dopo appena dieci minuti. C'era
un'unica soluzione fattibile: rassegnarsi a muoversi per l'alloggio a quattro
zampe.
Nel
giro di pochi giorni, Sergio sviluppò una routine perfetta in quella nuova
dimensione geometrica.
Dispose
i suoi piatti direttamente sul pavimento di ceramica, mangiando carponi come
una creatura della foresta.
Guardava
la televisione steso a terra sul tappeto, sdraiato su un fianco, sollevando la
testa quel tanto che bastava per non superare la linea invisibile del fresco.
Toglieva
la polvere e lavava i pavimenti usando uno straccetto corto, muovendosi
agilmente sulle ginocchia protette da due vecchie imbottiture per il
giardinaggio.
I
libri e le parole crociate venivano consumati rigorosamente pancia a terra, con
i gomiti puntati sul pavimento.
Quella
memorabile estate fu lunga, lunghissima, un susseguirsi di settimane passate a
ridosso delle piastrelle. Ma alla fine, come tutte le cose, anche quel caldo
infernale finì. A metà settembre una perturbazione atlantica spazzò via l'afa,
riportando le temperature a livelli umani.
Sergio,
finalmente libero dall'incubo del colpo di calore, poté di nuovo uscire di casa
senza temere per la sua salute. Le sue articolazioni si erano ormai abituate a
quella bizzarra postura estiva, ma l'aria frizzante dell'autunno in arrivo lo
invitava a muoversi. La prima persona alla quale decise di andare a fare
visita, naturalmente, fu suo figlio.
Arrivato
da lui, prese l'ascensore. Premere il pulsante del terzo piano era stata
un'impresa.
Davanti
alla porta del figlio, allungò la mano verso il campanello. Anche lì, fare
pressione su quel bottone gli costò uno sforzo immenso di coordinazione.
La
porta si aprì con un clic.
Suo
figlio si stagliò sulla soglia, guardò dritto davanti a sé, non vide nessuno e
poi, confuso, abbassò gli occhi verso il basso.
«Papà...
ma perché stai in quella posizione?» disse, fissando il padre che lo guardava
sorridente, saldamente appoggiato sulle mani e sulle ginocchia sul tappetino
dell'ingresso.


Nessun commento:
Posta un commento