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venerdì 2 novembre 2012

IL GIOCATTOLO



Quando entrarono, la birreria era già piena. Loro non ci badarono, o forse sì. Perché, diciamola tutta, sbattersi in un locale del genere e trovarlo quasi vuoto poteva risultare assai deprimente. Allo stesso modo, non riuscire a scorgere un solo tavolo libero rappresentava motivo di grande incazzatura, soprattutto se avevi girovagato per un bel po’ prima di scovare un buco per parcheggiare la macchina.
I quattro, invece, quella sera furono fortunati. Proprio in  fondo, in un angolo tranquillo, ecco spuntare un posto vacante. Si fiondarono, facendosi largo tra la ressa. La maggiore attività, naturalmente, era concentrato attorno al lungo bancone di legno scuro. Superarono l’ostacolo, inalando zaffate di birra, di sudore e di profumo a buon mercato, e si sistemarono sulle scomode panche. Compresero subito il motivo per cui quella collocazione decentrata era stata ignorata dagli altri avventori. Del megaschermo a cristalli liquidi si intravedeva solo una minuscola porzione. Se ne fregarono. In fondo loro erano lì per farsi qualche birra e scambiare due ciance, mica per stare a guardare quel fottuto televisore gigante. E poi la musica si sentiva lo stesso, il volume era giusto. Sfilarono giacche e giubbotti, e pure qualche maglia, perché lì dentro faceva un caldo dannato.
D’accordo, quello non era un locale tra i più eleganti, metà della gente che vi bazzicava pareva già sbronza, qualcuno impasticcato di sicuro, tuttavia se uno era di bocca buona era possibile trascorrere un paio d’ore in completo relax, bevendo e parlando con gli amici. La grande confusione non disturbava affatto, era parte dell’insieme, bastava soltanto alzare un po’ di più il tono di voce, tanto non c’era pericolo di infastidire qualcuno.
E poi quella serata era un po’ particolare. I due ragazzi avevano convinto due amiche ad uscire con loro, quindi la compagnia era diversa dal solito, più stimolante. Cioè, quelle ragazze, a dirla per vera, non erano proprio loro amiche, dal momento che le avevano conosciute solo alcuni giorni prima. Però tra giovani funziona così, ci si incontra e si discorre e, se si riesce a stabilire fin da subito un certo rapporto confidenziale, ci si ritrova amici. Si può uscire insieme senza problemi.
L’uscire il sabato sera era un pensiero ricorrente, al quale ci si aggrappava lungo l’intera settimana. Ore e ore ingabbiati in quello schifo di fabbrica, a fare sempre le stesse cose, sporchi di grasso dalla testa ai piedi, a sentire le stronzate continue dei compagni di lavoro. E le lamentele e i piagnistei dei più vecchi, di quelli ormai stonati. Prigionieri, questi ultimi, oltre che della fabbrica, di mogli isteriche e di figli ingrati, a loro dire.
Uscire era come rinascere, tornare a respirare aria pura, non rendere conto a nessuno di ciò che si faceva. Certo, anche quelle due tipe non se la dovevano passare tanto bene. Cassiere al market, erano. E mica in uno di quei centri commerciali strafighi dove tutto sembrava luccicare, anche se il lavoro era ugualmente di merda. No, loro stavano in un discaunt, di quelli per pezzenti e sfigati, tanto per intenderci. Dove i clienti erano o vecchie casalinghe ciabattanti che rompevano le palle sugli sconti e sulle offerte o lerci stranieri ubriachi che venivano a rifornirsi di vino in cartone per alimentare la loro sbornia perenne. Alcuni di loro, tra l’altro, non avevano alcun rispetto per le ragazze alla cassa. Facevano complimenti pesanti, proprio volgari, eppure bisognava stare mute, fare finta di nulla, se si voleva conservare il posto. Perché lo stronzo di direttore, in caso di questioni, dava sempre ragione al cliente, pure se questo era uno straccione slavo.
Meglio non pensare a tutte queste brutture, meglio sfruttare il momento, e divertirsi.
Ordinarono il primo giro di birre, e qualche patatina fritta per accompagnare.
Le due tipe sembravano un po’ sulla loro, mica tanto espansive, per dire. In fondo era cosa normale, le due coppie si conoscevano appena, allora bisognava tirare fuori qualche discorso non troppo impegnativo, tanto per rompere il ghiaccio. Mica parlare di politica o di quelle robe lì, perché tanto di politica nessuno di loro ci capiva un cazzo, poco ma sicuro. Non che non fossero in grado di farlo, questo no, il fatto era che a loro proprio non interessavano quelle menate.
“Ehi, dite, ma voi li usate quei giocattolini?” buttò lì uno dei ragazzi. “Quegli aggeggi che adesso li trovi dappertutto, anche nelle farmacie e nei distributori automatici” precisò tanto per non essere frainteso.
Le due ragazze reagirono in maniera differente. Una distolse lo sguardo, facendo finta di guardarsi le unghie, lunghe e colorate, l’altra invece soffocò un risolino. Aveva capito benissimo dove il furbacchione voleva andare a parare, perché i suoi occhi brillavano maliziosi.
“E tu, che ne pensi?” chiese il ragazzo all’amico, dopo che non aveva avuto soddisfazione dalle tipe.
Quello si prese un sacco di tempo per rispondere. La domanda non era affatto male, ma richiedeva una certa riflessione. Allora finì di prosciugare il boccale poi, approfittando di un cameriere nelle immediate vicinanze, ordinò un altro giro per tutti. Diede un’occhiata alla ragazza biondina, che era arrossita, chissà se per l’imbarazzo o solo per il gran caldo, e finalmente rispose.
“Tutto il rispetto per quelle robe lì” sentenziò.
“Eh?”
“Guarda, se vuoi saperla tutta, credo che dopo la ruota sia la miglior invenzione che è mai venuta fuori.”
La ragazza bruna, quella che appariva più disinvolta, sghignazzò e quasi si strozzò con la birra che stava bevendo.
“Che cazzo vorresti dire?” domandò l’altro maschio.
“Vedete, a me mi piace essere sincero, fino in fondo. E dico senza paura di essere smentito che quelli sono i più grandi rivali di noi uomini, giusto?”
“Questo lo dici tu” ribatté l’altro, ma fu ignorato.
“Con loro proprio non possiamo competere. No, niente da fare. Lì è sconfitta sicura, credetemi. Garantito.”
“Perché?” domandò la ragazza bruna, divertita, mentre la compagna pareva sempre meno a suo agio. Non sapendo che fare, e non volendo essere coinvolta in quella scabrosa conversazione, non trovava di meglio che continuare a bere. Aveva quasi finito anche la seconda birra, ed era sempre più rossa in faccia, quasi paonazza. Il trucco quasi sciolto.
“Adesso vi spiego, se avete un attimo di pazienza. Primo: loro sono sempre disponibili, l’importante è non scordare dove sono stati nascosti. E poi assicurano un livello di prestazione sempre uguale, e questa non è certo cosa da poco.”
“E soprattutto non parlano” aggiunse la ragazza bruna.
“Questa era per te, socio.”
“No, stavo scherzando…” disse lei, pentita per la battuta un po’ offensiva, suggerita dall’alcol che cominciava a fare effetto.
“Cazzo, se è come dici tu allora noi che ci stiamo a fare? È così facile sostituirci?” esclamò il primo giovane, maledicendosi tra sé e sé per aver scelto quello stupido argomento di conversazione. Il deficiente del suo amico stava sparando un sacco di cazzate, come sempre faceva quando aveva un po’ di birra in corpo, d’altra parte.
“Ragazze, non avete risposto alla domanda del compare…” perseverò l’altro, ormai lanciato.
“Obiezione!” disse la bruna. “Si tratta di una domanda troppo diretta, che mette a disagio. Perché non rispondete prima voi, invece?”
“Ehi! Ragazza! Vorresti mica insinuare che io sono uno di quei tipi lì?”
L’altra sbuffò.
“Intendevo dire se voi l’avete mai usato, il giocattolino, con qualche donna…”
“Adesso siamo di nuovo amici.”
“Rispondi, al posto di menartela…” incalzò l’amico.
Altro sorso di birra, bello lungo, prima di ribattere.
“Negativo. Siamo rivali, io e lui, come detto. Quindi non c’è posto per tutti e due. Uno esclude l’altro.”
“Immagino chi è l’escluso, di solito” non riuscì a trattenersi dal dire la bruna, che si stava divertendo.
L’oggetto del suo scherno fece finta di nulla. Si rivolse invece all’altra ragazza, che stava sempre muta.
“E tu, tu che non dici niente? Scommetto che tu ti diletti con l’aggeggio, vero?”
Quella lo guardò sconcertata. Si capiva chiaro e tondo che in quel momento avrebbe desiderato essere da tutt’altra parte.
“Nessun oggetto può sostituire l’aspetto emotivo, quello che si instaura tra due persone” farfugliò infine con un filo di voce, e nascondendo il viso dietro al grosso boccale.
“Brava! Tu sì che hai sale in zucca, mia cara” disse il ragazzo. “Hai messo in evidenza l’unico punto debole di quei cosi lì.”  
“Però tra te e l’aggeggio sceglierei l’aggeggio” concluse lei, impacciata ma fiera per ciò che era riuscita a dire.
Quasi tutta la compagnia si sbellicò dalle risate. Discorso chiuso. Era arrivato il momento di un altro giro di beveraggi.


giovedì 1 novembre 2012

STORIA DELLA VECCHIA RAGAZZA



Tutti la chiamavano ragazza, eppure ragazza non lo era più. Perché aveva superato i quarant’anni e, soprattutto, perché il peso della vita trascorsa iniziava a farsi sentire, al punto da rappresentare un ingombro, una barriera che arrivava a limitare le sue azioni, le sue modalità di espressione. Malgrado ciò quell’appellativo, mai peraltro pronunciato per dileggio, continuava a piacerle. Le si era affezionata, tanto da adattarsi inconsciamente a esso, fino a renderlo un tutt’uno con la sua persona, e di convincersi che corrispondesse a ciò che lei in effetti ancora era, cioè una ragazza.
Gli sforzi compiuti per far sì che tale immeritato epiteto davvero coincidesse con la propria apparenza erano tuttavia stati tanti, e molto faticosi. Per prima cosa si era dedicata al suo aspetto. Era consapevole di non essere una gran bellezza, di ciò si era resa conto fin dalla giovane età. Lo aveva compreso dagli sguardi degli uomini. Il loro interesse nei suoi confronti era sempre stato tiepido. Non che passasse del tutto inosservata, questo no, però non leggeva mai in quegli occhi maschili qualcosa che andasse al di là della minima curiosità, di un interesse che non sfociava mai in autentico desiderio.
Si era dedicata con estrema attenzione alla cura del proprio corpo. Il suo fisico, in verità, non le era mai stato molto d’aiuto. La statura non eccelsa, il viso troppo largo, il seno abbondante, i fianchi poco femminili, erano tutti elementi sui quali aveva dovuto lavorare. Era riuscita, in parte, a mascherare alcuni difetti facendo ricorso alla cosmesi, arte che ormai praticava con abilità. Lunghe e faticose sedute in palestra erano riuscite a rimodellare un po’ il suo corpo, a rimettere alcune curve al posto giusto, a rassodare e a tonificare i suoi muscoli. Si era resa conto che tutto ciò, comunque, non era sufficiente. Aveva dovuto completare quel meticoloso lavoro rivoluzionando il suo modo di vestire. Prima non aveva mai dedicato eccessiva attenzione all’abbigliamento. Si limitava a scegliere abiti comodi, poco vistosi, dal taglio piuttosto comune. D’un tratto aveva cominciato a frequentare negozi eleganti, di classe, seguendo i consigli delle amiche. Aveva acquistato vestiti costosi, alla moda, che non sempre si addicevano al suo fisico, ma che tuttavia le avevano consentito di assumere, poco per volta, un aspetto diverso. Quando al mattino, prima di uscire, si osservava allo specchio, quasi sempre si piaceva.
Questa trasformazione, in ogni caso, non aveva prodotto risultati strabilianti, quelli che si sarebbe aspettato. Certo, da parte maschile era arrivato qualche complimento in più, dei doverosi apprezzamenti, ma nulla di significativo, nulla che poi avesse avuto un seguito. A quel punto aveva deciso, prima che la disperazione la cogliesse e la soffocasse, che mancava ancora qualcosa. Faceva difetto, in lei, un tratto intellettuale. E allora vi aveva subito provveduto. Da quel momento in poi aveva iniziato a comprare libri, tanti libri. Non mancava mai, sulla sua scrivania, un volume. D’accordo, di tutti quei libri ne aveva in seguito letti ben pochi. Alcuni erano ostici, difficili. Molti li aveva iniziati e mai terminati. Altri ancora non erano mai stati aperti da quando erano stati sistemati sullo scaffale di casa.
Questo sua nuova inaspettata impronta non le era però stata di grande sostegno. Le persone in genere, e in particolare gli uomini, si erano allontanate ancora di più. In certi ambienti una donna che legge può ancora incutere timore, aveva concluso, ormai rassegnata.
Aveva così ripreso, stanca e scoraggiata, il solito ritmo. Casa, ufficio e di nuovo casa. Sempre più delusa, sempre meno ragazza. Era tornata a crogiolarsi nel ricordo e nel rimpianto di quei suoi amori giovanili, gli unici della sua vita. Pensava ad Alì, il ragazzo arabo, il suo primo amore. Cercava di rammentare i momenti felici di quella storia, anche se alla fine il suo pensiero si concentrava sull’esito finale della vicenda, e continuava a domandarsi, senza riuscire a darsi una risposta definitiva, sul perché Alì alla fine l’aveva tradita, e proprio con la sua migliore amica. Più sbiadita, anche se più recente, era invece la rievocazione dell’altra vicenda importante, quella che l’aveva vista protagonista insieme a Fallou, il giovane senegalese. Lui era molto più giovane di lei e ciò aveva determinato, fin dall’inizio del loro rapporto, qualche conflitto. Di certo lei aveva sbagliato atteggiamento nei suoi confronti. Una posa troppo protettiva, quasi materna, che aveva finito per infastidire il giovane africano. Ma tutto era precipitato quando lei aveva scoperto, per puro caso, che Fallou, nonostante la giovane età, in Africa aveva una moglie e una figlia. A quel punto la rottura era stata inevitabile, con grande gioia dei suoi genitori, che mai avevano approvato quella strana unione. Ciò che l’aveva più sorpresa, e anche piuttosto irritata, era stata l’incredulità dello stesso Fallou di fronte alla sua decisione di interrompere la relazione. Il giovane infatti riteneva, e appariva del tutto sincero in ciò, di non aver fatto nulla di male. Anzi, era convinto di essersi comportato nel migliore dei modi. La delusione, in ogni modo, era stata tremenda, tale da annientarla per molto tempo. A tutto questo era poi seguita la lenta rinascita, una ripresa che tuttavia non aveva dato i frutti sperati. E gli anni erano passati, sempre uguali, uno dopo l’altro.
Finché, un giorno qualunque, non era accaduto l’imprevedibile.
L’uomo era apparso all’improvviso di fronte alla sua scrivania. Si era presentato, e allora lei lo aveva riconosciuto. La sua figura non le era familiare, perché non l’aveva mai visto prima di allora, ma la sua voce ben impostata sì. Tante volte aveva parlato con lui al telefono. Era il direttore del Servizio Biblioteche, e spesso chiamava per parlare con il suo capo, che lei gli passava non senza aver scambiato con quell’amabile persona alcuni banali ma piacevoli convenevoli. Adesso, per la prima volta, aveva l’occasione di incontrarlo di persona. Spesso aveva cercato di associare a quella gradevole voce una sembianza, ma non c’era mai riuscita. In verità l’uomo era più vecchio di quanto non si sarebbe aspettato, tuttavia la delusione era stata minima, dal momento che quel tipo risultava essere comunque piuttosto interessante. Aveva classe, ecco. Nei modi, nella maniera di esprimersi, nella disinvoltura con la quale sfoggiava il suo elegante abito grigio. Il colloquio con il suo capo era stato di breve durata, poi il direttore si era intrattenuto ancora un po’ con lei, discorrendo del più e del meno, non facendo mancare garbati complimenti e cortesi attestazioni di stima. Di solito lei era abituata a essere quasi ignorata dai numerosi visitatori che varcavano la soglia del suo ufficio. Andavano sempre tutti di fretta, impegnati in chissà cosa, e nessuno di loro aveva uno sguardo soltanto per lei. Qualcuno addirittura, accomiatandosi, non la degnava neppure di un saluto. Invece quell’uomo era diverso. Aveva subito notato il libro adagiato sull’angolo della scrivania, in bella vista, aveva espresso un suo giudizio su quell’opera che sembrava conoscere bene. Lei, che di quel romanzo aveva letto solo alcune pagine, aveva soprattutto annuito, ed era riuscita a farfugliare soltanto alcune incomprensibili parole. Ma lui non sembrava aver fatto caso al suo imbarazzo. Aveva cambiato discorso, iniziando a parlare delle sue passioni, prima fra tutte quella di collezionare prime edizioni di libri famosi. Ne aveva una discreta raccolta, aveva detto, e sarebbe stato ben lieto di mostrargliela se solo lei avesse avuto la bontà di recarsi a casa sua, magari una sera. A quel punto lei si era irrigidita. Oppure in qualsiasi momento della giornata, aveva aggiunto l’uomo, notando quell’improvviso turbamento. Così lei aveva accettato, e si era recata a casa sua già il pomeriggio successivo. Lui abitava in pieno centro, in una casa che un tempo era stata signorile. Dapprima avevano parlato di libri, naturalmente, e poi di tante altre cose. Le aveva offerto un tè, e da quel momento in poi era stato soprattutto lui a raccontare. Degli anni felici e spensierati della gioventù, dei suoi studi, del suo lavoro, che tanto lo appassionava. Infine aveva menzionato il suo matrimonio, quell’unione sfortunata e ormai finita da tanti anni, della solitudine sofferta negli ultimi tempi.
Discorrendo, il tempo era passato in fretta. L’uomo aveva stappato una bottiglia di vino bianco, aveva proposto di mangiare qualcosa, che ormai era tardi e fuori era già quasi buio. Aveva approfittato dell’indecisione della sua ospite, riguardo a quella proposta, e si era fiondato in cucina dove, in un baleno, aveva preparato una gustosa cenetta. Niente da dire, quell’uomo era un ottimo cuoco. Avevano così cenato, e dopo la prima bottiglia ne avevano bevuto un’altra, quest’ultima di vino più corposo, tanto da rendere la loro conversazione sempre più vivace e briosa. Poco alla volta, per via dello stato di euforia crescente, alcuni freni inibitori avevano iniziato a cedere. I due si erano accomodati sull’enorme divano, le luci erano state attenuate, mentre dalla casse del sontuoso impianto stereo proveniva l’accattivante suono della tromba di Miles Davis. Il jazz! L’altra grande passione di quell’uomo, aveva scoperto lei. Lui si era sfilato la giacca, poi si era avvicinato sempre più alla sua ospite. Aveva cominciato ad accarezzarla, prima su una gamba, poi sulla spalla, infine sul viso. Lei aveva lasciato fare, perché si sentiva sciolta come non mai, come non le era capitato da tanto tempo. Senza più parlare, a un certo punto, quasi ubbidendo a una tacita intesa, avevano iniziato a sfilarsi i vestiti. Lei aveva faticato un po’ con i pantaloni, perché erano molto stretti, ma poi era riuscita a disfarsene. Erano rimasti quasi nudi, con soltanto la biancheria addosso. Lei era incredula di fronte a ciò che stava accadendo, eppure non era sfiorata da alcun dubbio. Aveva osservato con interesse il corpo dell’uomo, il suo fisico asciutto, quasi magro, si era soffermata in particolare sul torace, ancora abbronzato dall’estate e sul quale spiccavano radi e lunghi peli grigi. Per la prima volta nella sua vita non si era vergognata del suo corpo un po’ tozzo anche se ancora sodo, del suo seno pesante, della sua pelle troppo bianca. Aveva ricambiato le carezze ricevute fino a quel momento, e lo aveva fatto con grande trasporto, con sincera convinzione.
Proprio sul più bello, quando l’esito finale appariva ormai inevitabile, scontato, lui si era bloccato. Aveva assunto un’espressione grave, preoccupata. Senza ricorrere a grandi giri di parole, in maniera diretta, quasi cruda, aveva spiegato quali erano i suoi problemi. Angustie che, a suo dire, erano state decisive nel determinare il fallimento del suo matrimonio. Subito lei non aveva compreso, ancora troppo presa e coinvolta da quella lotta d’amore della quale pregustava il gioioso finale. Infine aveva assorbito in pieno il significato di quelle frasi colme di tormento. Lui appariva mortificato e abbattuto. Quasi balbettando, con scarsa convinzione, aveva proposto delle alternative per ovviare, in qualche modo, a quello spiacevole inconveniente, un ostacolo al quale non c’era rimedio, aveva precisato, sempre più avvilito. Lei si era limitata a scuotere il capo, lui non aveva più insistito. Anzi, si era rivestito. Così aveva fatto lei subito dopo. A quel punto non avevano più saputo che cosa dirsi. Di colpo lei aveva di nuovo provato soggezione di quell’uomo importante. La musica era cessata, facendo svanire del tutto quell’incanto che era durato così poco. Allora aveva recuperato in tutta fretta la sua borsetta, aveva ringraziato con un filo di voce e poi era uscita, nella notte. Era tornata a casa, in preda alla confusione più totale. Aveva cercato di non fare rumore, per non svegliare gli anziani genitori che, al piano di sotto, dormivano. Quindi era andata in bagno, dove si era svestita e struccata. Poi si era avvicinata alla tazza e aveva vomitato la deliziosa cena.  
    

domenica 28 ottobre 2012

QUELLO DI WELSH



Me lo trovo davanti all’improvviso. Un vero bestione. La pelle del viso chiara, spruzzata di lentiggini. Cranio rasato. Indossa un vecchio giubbotto di pelle e jeans luridi. Al collo porta una sciarpa bianca e verde. È davvero grosso ma non mi fa paura, perché il suo sguardo non è cattivo.
“È qui che c’è il fùtbal?” mi chiede con voce strascicata. Noto che gli mancano due incisivi.
“Lo stadio, vuoi dire? Sì, si trova due isolati più in là. Anch’io sto andando alla partita.”
“Sai mica chi gioca?” chiede ancora.
Sebbene un po’ sorpreso da tale domanda, glielo dico. Lui approva con un grugnito.
“Dov’è la tua banda?” mi fa.
“Quale banda?”
“I tuoi ragazzi. Mica ci andrai da solo alla partita, no? Se c’è da menare le mani come fai? Gli altri ti rompono il grugno.”
“Ma che dici? Non vado alla partita per fare a botte, ma per tifare per la mia squadra.”
“Una volta non era così. Ci si dava bastonate da pazzi. Sai le teste rotte… E quelli che ci venivano con la lama? Quelli erano i più rognosi, perché proprio quando non te l’aspettavi tiravano fuori il coltello e ti bucavano a tradimento, quei fottuti vigliacchi! E la pula interveniva sempre troppo tardi, prima lasciavano che ci legnassimo per bene, poi arrivavano loro e prendevano qualcuno a caso, sempre quelli che non c’entravano niente, e li portavano al gabbio. Una notte e via, finché non era passata la sbronza.”
Devo togliermi di torno questo esaltato, penso.
“Si può sapere chi sei?” gli chiedo.
“Io? Sono uno di Welsh.”
“Eh? E che sarebbe Welsh? Il posto da dove vieni?”
Lui fa segno di no con la grossa mano. Il giubbotto si apre e vedo il suo ventre prominente, da gran bevitore di birra. Il tanfo che proviene dai suoi indumenti è notevole. Acqua e sapone, del tutto sconosciuti, pare.
“Ma no! È uno scrittore, uno delle mie parti. L’hai mai sentito?”
Rifletto un attimo. In effetti ricordo di aver letto, tempo fa, un romanzo di quello scrittore scozzese, Irvine Welsh. Non era affatto male.
“Aspetta” faccio. “Che cosa vorresti dire?”
“Voglio dire che sono uno di loro, uno di quelli di Welsh, dei suoi libri, cioè…”
“Un personaggio?” domando, sbalordito.
“E che ne so? Sono nei suoi libri, ecco tutto” risponde l’energumeno, un po’ spazientito.
“Se è così come dici, che cosa ci fai qui? Siamo tutto da un’altra parte.”
“Senti, a me non frega un cazzo di dove sono. L’ importante è che ci sia il fùtbal, perché è l’unica cosa che mi interessa.”
“Questo lo avevo capito, però ti ribadisco che questo non è il tuo posto. Tu non stavi a Edimburgo?”
“Sì, quando ero nei libri stavo proprio lì. Sai, sono nato vicino al porto, a Leith per la precisione. Anche tutti gli altri figli di puttana che ho sempre frequentato sono venuti al mondo in quello schifo di posto. Tutta gente delle case popolari, come me. Siamo cresciuti tutti insieme, e ne abbiamo combinate di tutti i colori. Poi però, invecchiando, ci siamo un po’ persi di vista. Qualcuno di loro ha pure fatto una brutta fine. Che vuoi, girava troppa droga e quella merda prima o poi ti distrugge; alcuni avevano la mano lesta e riuscivano a sbarcare la giornata ma alla fine li hanno beccati e sono finiti a marcire in galera.”
“Aspetta, e tutto questo l’avresti fatto nei libri? Cioè, non sul serio?” chiedo.
“E che vuol dire? Tu parli un po’ troppo difficile e non è che ti capisco proprio. L’ho fatto, e basta. Che cazzo c’entra se dentro o fuori dai libri?”
“Ma tu li hai letti quei romanzi? Quelli dove c’eri dentro tu, dico.”
Il vecchio teppista scoppia in una grassa risata. Nel farlo, schizza un po’ di saliva. Mi sposto di lato. Poi si calma.
“Quando andavo al pub vedevo che gli altri si passavano di mano quei giornali, quelli del fùtbal, ma a me non interessavano. Lì sopra ci scrivevano solo delle cagate, e io preferivo parlare e ridere con gli amici e sfotterli. I libri non so neppure da che parte prenderli in mano, invece.”
“Sai leggere, vero?”
“Ehi! Stai in guardia, amico! Per chi cazzo mi hai preso? Per un ignorante? Guarda che io scuola ci sono andato, eccome se ci sono andato! Ho fatto tutte le elementari ed ero uno dei più bravi, perché gli altri mi sembravano tanti idioti. I miei vecchi ci tenevano che andavo a scuola! Ma poi dopo, alle medie, mi sono un po’ perso. Preferivo andarmene in giro per le strade a cazzeggiare e a combinare guai e a scuola ci andavo un giorno sì e tre no e sempre i vecchi a quel punto non sapevano più che farne di me. Alla fine ho smesso e mi hanno mandato a lavorare. Facevo un po’ di tutto, consegnavo le bibite e i giornali e altre cose così perché in fabbrica non ci volevo andare e tanto non mi avrebbero manco preso perché ero troppo giovane.”
Sono sempre più sbalordito. Da dove diavolo è spuntato fuori un simile elemento?
“Quindi te ne ha fatto fare di cose il buon Welsh!” esclamo, non sapendo cos’altro dire.
“Ci puoi scommettere! Quello è un tipo tosto. Ci ha sempre passato, a me e ai miei amici, tutta la roba che volevano: erba, coca e anfe voglio dire, a volte persino troppa tanto che eravamo sempre sballati e fuori di testa. Per non parlare del bere. Ogni volta che entravo al pub una bella pinta non mi è mai mancata. E quando scolavo la prima, tutta di un fiato, ne arrivava subito un’altra. Che serate, cazzo!”
“E poi, che hai fatto?” chiedo.
“E che ne so! Ne ho fatte talmente tante che non me le ricordo tutte. Sai che mi sono pure sposato?”
“Sul serio?”
“Sì, roba da non crederci! Lei era una cassiera del market, una sciacquetta tutta brufoli e con le gambe storte. Mi sono rotto le palle di mia moglie dopo pochi mesi e me ne sono andato perché quel tipo di passera ti riesce a rovinare. l’esistenza. D’accordo, l’ho lasciata un po’ nella merda perché quella stronza era pure incinta, ma non me ne fregava nulla. Quando poi ho saputo che aveva scodellato il pupo volevo tornare, per dare almeno un’occhiata al prodotto finito, ma lei e quei bastardi dei suoi genitori non me l’hanno permesso. Pensa che sono persino andati dal giudice, quei fottuti rotti in culo! Allora ho mandato tutti al diavolo e me ne sono andato a Londra, ma questo nel libro successivo.”
“Accidenti! Che vita romanzesca!” gli faccio, ma lui non si accorge della presa per il culo, per mia buona sorte.
“Puoi ben dirlo! Garantito!” risponde lui, piuttosto compiaciuto. “Ehi! Che ne dici se andiamo a farci un goccetto al pub?” aggiunge, entusiasta all’idea.
“Guarda che qui non ci sono pub. Non siamo a Edimburgo, e neppure a Londra.”
“E chi se ne fotte? Ci sarà pure un qualche lurido locale dove danno da bere a chi ha la gola asciutta, no?”
“Possiamo andare in un bar, ma siamo troppo vicini allo stadio e non credo ci serviranno alcolici. Mi dispiace.”
“Cristo! In che razza di merdoso paese sono capitato? Che cazzo sta combinando Welsh?”
“Welsh? Il tuo scrittore? Scusa se te lo dico ma ho l’impressione che il tuo amico ti abbia abbandonato. Non gli servi più, ormai ti ha completamente spremuto.”
“Ehi! Bada a come parli, ti vuoi beccare un cazzottone sul muso?”
“Stai calmo, amico. Volevo soltanto che tu ti rendessi conto che non sei più dentro a un libro. Devi decidere tu che cosa vuoi fare, ora.”
Il bestione cambia espressione. Corruga la fronte e riflette a lungo. Mi fa un po’ pena, in verità.
“Cazzo! Non ne ho la minima idea!” dice infine.
“Non ti preoccupare, ti ci abituerai. Vieni, andiamo alla partita, poi si vedrà. Mani a posto, però!”

venerdì 26 ottobre 2012

L'ACCORDO



Lui lo stava aspettando, immobile, sulla soglia di quella povera abitazione. Giuda si avvicinò con cautela, con quella particolare circospezione che contraddistingueva ogni suo gesto. Conosceva bene quell’uomo, eccome se lo conosceva, eppure provava sempre nei suoi confronti un certo timore. Non che ne avesse paura, ciò che sentiva era piuttosto una sorta di trepidazione dovuta alla soggezione, alla preoccupazione di essere di continuo valutato e di conseguenza giudicato. Un’inquietudine strana, segno tangibile della consapevolezza della sua inferiorità, di una sua evidente inadeguatezza di fronte a quell’individuo provvisto di enorme carisma, di un fascino mistico al quale non era possibile sfuggire. Giuda salutò con un profondo inchino, quale segno di grande umiltà.
“Mio padre vuole vedermi morto” disse l’uomo dai lunghi capelli, facendogli cenno di rialzarsi.
Giuda fu sorpreso da quelle parole dirette, che non ammettevano replica. Senza comprendere, e non sapendo che cosa rispondere, si limitò ad annuire. Poi seguì l’uomo all’interno della casa.
Si ritrovarono in una grande stanza spoglia. Al centro c’era un lungo tavolo, ed era imbandito.
“Maestro, perché dici questo?” domandò Giuda, più che altro per rompere quel silenzio che lo metteva a disagio.
“Siediti” fu la risposta, accompagnata da un lieve sorriso. Giuda obbedì, e subito dopo gli fu servita una coppa di vino. Aveva sete, e bevve il fresco nettare con avidità. 
“Tra un po’ arriveranno anche tutti gli altri” disse l’uomo. “Nel frattempo desidero parlare con te, da solo.”
“Dimmi, Maestro.”
“Starai di sicuro pensando che il mio è un genitore crudele.”
“No, non intendo…” cercò di ribattere Giuda, ma l’uomo dai lunghi capelli gli intimò di tacere con un lieve cenno.
“All’improvviso non sono più confuso” disse. “Ho finalmente compreso quale sia il suo progetto. E ho capito quale ruolo ricoprirò in esso: si tratta di una parte che prevede la morte.”
Giuda rabbrividì, l’ultimo sorso di vino gli andò di traverso. Iniziò a tossire.
“Non ti turbare, amico mio. Guardami, non sono mai stato così sereno. In ogni caso, anche tu fai parte di questo grande disegno, nel quale gli uomini sono semplici pedine. Ed io ho bisogno del tuo aiuto.”
“Maestro, puoi chiedere al tuo servo qualsiasi cosa. Anche l’estremo sacrificio” disse Giuda, con enfasi.
L’altro piegò il capo di lato, lo squadrò a lungo, poi gli appoggiò una mano sulla spalla.
“Non sarà necessario arrivare a tanto. Il tuo compito sarà più semplice, non dovrai sacrificare la tua vita.”
“Ordina, ed io eseguirò” disse Giuda, e nello stesso tempo si domandò perché il Maestro avesse deciso di rivolgersi proprio a lui tra tutti i suoi discepoli.
“Dovrai recarti al Tempio e parlare con i sacerdoti.”
“Lo farò, anche se ho paura. Il coraggio mi ha sempre fatto difetto ma riuscirò a vincere la mia solita apprensione. Dimmi, che cosa dovrò riferire loro?”
“Dovrai confermare i loro sospetti. Dirai loro che sono a capo di una cospirazione, che ne hai avuto prova frequentandomi. È ciò che loro vogliono sentire, non aspettano altro. Riceverai una ricompensa, ti daranno del denaro in cambio delle tue informazioni.”
“No!”
“Lo accetterai, invece. A quel punto il tuo incarico sarà terminato, dovrai tornare a casa e attendere il procedere degli eventi.”
“Che cosa ne dovrò fare del denaro?” domandò Giuda, ancora sbigottito.
L’uomo dai lunghi capelli sorrise di nuovo.
“Non temere, quel denaro non sarà il prezzo del tradimento, come tu di certo paventi, ma soltanto il compenso per il nostro accordo, del quale nessuno dovrà sapere nulla. Lo puoi tenere, dunque. E farne ciò che vuoi.”
“Che ne sarà di te, Maestro?”
“Nulla che non sia già stato scritto. Mi verranno a prendere, ed io lascerò fare. Sarò processato e poi giustiziato.”
“No! È terribile!”
“Amico mio, così è stato deciso e questo accadrà. Non è possibile interferire con la volontà del Padre.”
Giuda si inchinò nuovamente, questa volta in segno di sottomissione e assoluta obbedienza.
Poi si udirono delle voci provenire dall’esterno. E risate.  
“Sono arrivati” disse Giuda.
Il Maestro assentì. Il suo sguardo era vuoto, la sua espressione divenne all’improvviso pensierosa. Sembrava stare in quella nuda stanza soltanto con il corpo, non più con la mente.
                                                                              
Giuda percorre senza meta quel terreno di roccia e sabbia, al di fuori delle mura. Accanto a lui sfilano miseri arbusti assetati e ricoperti di polvere fine. È livido in volto, disperato, colmo di angoscia. Non sa che cosa fare, non sa dove andare. La sua mente è annebbiata e confusa. A tratti si ferma, si batte più volte un pugno sul petto, si maledice. Poi riprende a camminare a capo chino. In una mano stringe una piccola borsa di cuoio. A un certo punto sembra notarla, allora si ferma di nuovo. La soppesa a lungo, poi slega il laccio che la chiude. Lascia sfilare sul palmo quelle grosse monete luccicanti, una dopo l’altra, quindi stringe le dita e, portando di scatto il braccio dietro la schiena, lancia il denaro che si spande nel deserto. Una semina tragica, che non darà mai alcun frutto. Quindi suggella l’azione con un grido bestiale, poi inizia a correre, una corsa folle tra le pietre, che termina soltanto quando prevale il completo sfinimento.
Giuda allora si inginocchia a terra, sul volto impolverato una smorfia di infinito dolore, la sofferenza di un animale ferito, e piange.
Quando infine rialza il capo, in direzione del sole che sta calando, li vede. Dapprima riconosce Pietro, poi Giacomo e Andrea, quindi tutti gli altri. Vorrebbe scappare, andare a rintanarsi in qualche anfratto buio per non uscire mai più, invece rimane immobile. I suoi amici lo raggiungono e, senza pronunciare una sola parola, lo attorniano. Sui loro volti, un tempo benevoli, Giuda legge soltanto odio e disprezzo.
“Alzati, traditore!” dice infine Pietro. “Vattene, e non farti vedere mai più!” Poi sputa nella sua direzione, con rabbia.
Giuda, con gli occhi bassi, curvo come un vecchio, si allontana con passi incerti. Dietro di lui percepisce soltanto cupi borbottii, qualche ringhio sordo, un digrignare di denti. Allora si ferma e si volta.
La prima pietra lo colpisce in piena fronte. È grossa e aguzza, e provoca una profonda lacerazione. Sente il sangue scorrere, inondare gli occhi. Le altre arrivano subito dopo, in rapida successione. E poi ancora e ancora, tra sbuffi cupi e grida bestiali. Quando i sassi cominciano ad accumularsi sul suo corpo martoriato e steso a terra, Giuda ormai non sente più nulla.

giovedì 25 ottobre 2012

SE IO FOSSI...



L’ho conosciuta un anno fa e da allora per me tutto è cambiato. Amore a prima vista, direbbe qualcuno. In realtà non è andata proprio così. Dapprima non ho quasi fatto caso a quella donna che era venuta a lavorare nell’ufficio accanto al mio. Certo, ho notato subito il suo aspetto piuttosto gradevole, i suoi modi gentili. Ogni tanto mi capitava di avere con lei contatti occasionali, per via del lavoro. La sua naturale ritrosia, presto superata, ha fatto sì che il rapporto di amicizia che ora ci unisce sia nato e cresciuto senza fretta. Un processo lento ma intenso. Ciò mi ha consentito di studiarla poco per volta, di apprezzare i tanti aspetti positivi del suo carattere, di consolidare la nostra conoscenza.
A un certo punto però, e non saprei dire quando, qualcosa è cambiato. Il rispetto e la stima che provavo nei suoi confronti si sono trasformati in un sentimento diverso. Ho cominciato a nutrire per lei una vera e propria attrazione. Il mio corpo, quando lei si avvicinava, reagiva in maniera strana. Gradevole ma allo stesso tempo spiacevole. Avvertivo una specie di disagio, quasi un senso di inadeguatezza. Ho cominciato a temere i suoi giudizi, soprattutto quelli non espressi. E poi ero preda di reali manifestazioni fisiche. Spesso non riuscivo a modulare la mia voce, che risultava incerta e farfugliante, ed ero preda di lievi tremori delle gambe, difficili da reprimere, che mi causavano imbarazzo. Non c’era più alcun dubbio: la mia era una tremenda cotta. Il tormento di chiunque sia innamorato è quello di sapere se il sentimento sia o meno corrisposto dall’altra persona. E tale supplizio era anche il mio. Allora la osservavo con più attenzione, cercavo di cogliere dei segnali che potessero avvalorare, se non consolidare, le mie smaniose aspettative. Invece il suo comportamento era sempre lo stesso. I soliti gesti misurati, pieni di cordialità, dai quali tuttavia non traspariva un qualche particolare interesse. Lei, come detto, è una bella donna. I corteggiatori, in ambito lavorativo, non le sono mai mancati fin dall’inizio. La gelosia che avvertivo per i miei colleghi era tale da soffocarmi. Eppure non potevo intervenire, non potevo fare nulla, dovevo limitarmi ad assistere ai loro maldestri tentativi di conquista. Però li odiavo. Tutti, dal primo all’ultimo. Confesso che a volte provavo pure ostilità verso lei, la mia amata. Perché non si sottraeva a quelle attenzioni. Anzi, ne sembrava addirittura compiaciuta. Accettava i complimenti sempre con un sorriso, sembrava gustarli, anche se poi non c’era mai un seguito, quel suo atteggiamento condiscendente si rivelava di pura facciata. Questo lo sapevo di certo, perché lei mi raccontava tutto, tra noi due c’era la massima confidenza. Di conseguenza ricominciavo a sperare, pensavo che prima o poi si sarebbe accorta finalmente di me, del mio amore, della voglia che avevo di lei. Invece è passato tanto tempo e nulla è mutato. Tutti i miei sforzi si sono rivelati vani, inconcludenti. Il mio sogno si è trasformato in un incubo. Mi devo accontentare di guardarla, e non mi stancherei mai di farlo, di parlare qualche ogni tanto con lei, quasi sempre di argomenti che in fondo non mi interessano. Ogni tanto riesco a toccarla e ciò per un istante, per un fugace attimo, mi appaga. Accade quando riesco a sfiorare le sue dita sottili, ad accarezzare la pelle delle sue mani, con una scusa qualsiasi. Lei non si sottrae, perché non riesce a cogliere le mie reali intenzioni, non percepisce i battiti tumultuosi del mio cuore. No, lei sorride e afferra le mie mani, dice che sono belle, che dovrei curarle di più. Poi scoppia in una risata, quasi pentita per ciò che ha detto, mi abbraccia per farsi perdonare. Ecco, in quel momento vorrei morire, cessare di esistere per non soffrire più, farlo tra le sue braccia, a contatto con il suo corpo morbido e caldo. Invece non muoio mai, e il magico istante finisce presto.
Alla fine di tutto mi ritrovo in compagnia della mia solitudine, dei miei pensieri cupi, E sempre, in quei tristi momenti, affiora nella mia testa quella domanda che mi angoscia e che non riesco a ricacciare indietro, anche se lo vorrei. Quella domanda alla quale non so e non voglio dare risposta: cambierebbe qualcosa se io fossi un uomo?             

domenica 21 ottobre 2012

SFASCISTI



Gli ultimi sondaggi lo danno addirittura sotto il quindici per cento. Un disastro, un autentico tonfo, qualcosa di inimmaginabile fino a pochi mesi fa. Si sta parlando del PDL, naturalmente, il partito di plastica di Silvio Berlusconi, pure lui in caduta libera in quanto a consenso personale. In realtà, sarebbe più corretto dire il partito guidato da Angelino Alfano, poiché il Cavaliere negli ultimi tempi si è un po’ defilato e ha passato la mano al presunto delfino: tuttavia il giovane politico siciliano non è assolutamente riuscito a sottrarsi alla curatela del padre-padrino, e la sua azione alla guida del PDL è risultata più che fallimentare. Tanto da spingere lo stesso Berlusconi a prendere le distanze da tale catastrofica gestione. Sarebbe ingeneroso, in ogni caso, attribuire l’intera responsabilità al comunque incapace Alfano, dal momento che la inarrestabile decadenza del partito ha origini lontane, fin dalla sua fondazione.
Uno sfascio completo, dunque. Ognuno tira l’acqua al proprio mulino, tutti appaiono indecisi se abbandonare la nave che sta affondando oppure se tentare l’ennesima rinascita, che appare però impossibile e soprattutto improponibile. Anche il vecchio e imbolsito leader sembra incerto sulla strada da percorrere per arrestare la china che porta al mortificante oblio. Un capo che è confuso, senza idee, privo del tutto proprio di quelle spettacolari (e ingannevoli) trovate che ne hanno caratterizzato l’operato fin dalla discesa in politica. Un Berlusconi, come sempre, impegnato a difendersi in Tribunale e, nel contempo, ad attaccare e delegittimare la Magistratura. Un giochetto che non riesce più bene come una volta, che è diventato penoso. Così come sono apparse patetiche le sue dichiarazioni spontanee, l’altro giorno, di fronte ai giudici milanesi. Come avrà fatto, ci si domanda, la procuratrice Boccassini a reprimere le risate ascoltando quelle parole farneticanti, quasi comiche. Professionalità, tanta professionalità…
Berlusconi, nell’eventualità di una sua candidatura, sta pensando di formare una lista personale che possa coalizzarsi con ciò che rimane del suo vecchio partito (trasformato così in bad company!), lo stesso progettano di fare gli ex-AN, alcune deputate vicine al vecchio (quanto vicine?) hanno costituito un gruppo a sé, i “Fratelli d’Italia”, l’inguardabile Santanché propone invece di azzerare tutto, di ripartire da capo, anche se non si comprende in che modo, perché lei non lo dice. Ma poi nessuno fa nulla, tutti stanno a guardare, desolati e impotenti di fronte a un tale sfacelo, a una tanto vertiginosa perdita di consensi.
Eppure queste sono tutte persone che hanno attraversato un’intera stagione politica, durata quasi un ventennio. Individui indecorosi che, tranne brevi intermezzi, hanno governato il paese, determinandone il completo sfacelo, a tutti i livelli, non ultimo quello morale.
Ognuno dà la colpa all’altro, tutti danno la colpa a Gianfranco Fini, il traditore, l’uomo che, con la sua diserzione, ha avviato il triste epilogo. Nessuno compie la minima autocritica, meno di tutti Silvio Berlusconi, il vero responsabile della deriva, l’anima nera.
Un intero elettorato, quello di destra, rischia di non avere nessuno a cui rivolgersi per essere rappresentato, e questo a pochi mesi dalle elezioni politiche. Un’occasione forse irripetibile per la sinistra, predestinata a vincere, al di là della legge elettorale che sarà utilizzata per il voto. Una possibilità, forse l’ultima, per dimostrare che è possibile governare bene, perseguendo il rigore necessario per questi tempi difficili, ma senza perdere di vista equità e solidarietà, senza lasciare indietro chi è più disagiato, chi ha tanto patito la crisi economica. E tutto questo in un paese nel quale le idee conservatrici comunque continuano a essere prevalenti, e che forse prevarranno anche in futuro. Un modello che, tuttavia, nel futuro passaggio elettorale risulterà gioco forza minoritario, causa delusione, scoramento e indifferenza di tante persone che non si sentiranno rappresentate e che si tireranno indietro, preferiranno rimanere in attesa. Un varco nel quale dovranno insinuarsi le forze del progresso, una posizione che poi dovrà essere difesa con decisione. E questo potrà essere fatto con successo in una sola maniera, l’unica possibile, attraverso un’azione di governo finalmente virtuosa.           

RICONOSCENZA



I quattro ragazzi sono seduti attorno al tavolo, in quella stanzetta spoglia che odora del fumo di tante sigarette. Osservano attenti un foglio di carta spessa, sul quale è stata tracciata una rudimentale ma precisa piantina. Uno di loro, l’unico che parla perché tutti gli altri ascoltano soltanto, ha tra le mani un grosso pennarello blu. Lo agita in aria, ad accompagnare le parole decise che pronuncia, ogni tanto lo appoggia sul disegno, che di sicuro ha fatto lui, ma non appone alcun segno.
“Avete capito bene? Oppure è il caso di rivedere tutto ancora una volta?” domanda il giovane dai capelli rossi.
“Stai tranquillo, Simone. È tutto chiaro. Il vero problema, almeno da parte mia, è un altro” risponde il tizio alla sua destra, quello con la barba nera e incolta. Gli altri annuiscono, perché conoscono bene quale sia il dubbio dell’amico, un dilemma che è anche il loro.
“Problema? Quale problema?” si infervora il rosso.
“Come possiamo essere davvero sicuri che non passerà nessuno? Che qualcuno non venga coinvolto?”
Simone sogghigna, poi si accende l’ennesima cicca. Racchiude tutti in uno sguardo beffardo.
“Vi state cagando?” dice, senza che quel sorriso pungente abbandoni le sue labbra.
“Sai bene che non è così!” protesta il tipo smilzo dai lunghi capelli e dal grande naso.
“Non si direbbe…”
“Non vogliamo fare del male a nessuno. Lo scopo del nostro gesto è un altro” spiega con calma il giovane barbuto.
“Cazzo, Nicola!” sbotta Simone. “Quante storie! Abbiamo fatto sopralluoghi per un mese consecutivo. Dimmi, hai mai visto qualcuno transitare in quel vicolo alle tre di notte? Nessuno! Neppure un cane, un gatto o un sorcio. Nessuno!”
“Simone ha ragione” interviene il quarto ragazzo, l’unico che porta i capelli tagliati corti. “E poi non si tratterà di una grossa esplosione, così ha assicurato Bum-Bum. Un atto simbolico puro e semplice, e nulla di più.”
“Ehi! Non c’è qualcosa da bere?” domanda Simone il rosso, il capo.
“Purtroppo no.”
“Perché non andiamo a comprare qualche birra? L’importante sarà essere lucidi domani notte, non ora.”
Simone rivolge un’ultima occhiata al pezzo di carta, poi finalmente si rilassa.
“Come volete, ma non subito” dice guardando l’orologio. “È meglio se prima ripetiamo tutto di nuovo. Vedete, non dobbiamo trascurare alcun dettaglio, anche se in apparenza tutto può apparire semplice. Dobbiamo essere pronti ad affrontare eventuali difficoltà.”
“Ufff! E va bene, come vuoi tu. Ma poi si beve!” ribatte il ragazzo mingherlino.
E proprio in quell’istante qualcuno bussa alla porta. Dapprima con colpi lievi, che poi aumentano di intensità. I quattro giovani si guardano, colmi di apprensione. Qualcuno tra loro sbianca in volto.
“Che succede?” si domanda Simone, e subito ottiene la risposta.
“Aprite! Polizia! Aprite immediatamente!”
“Merda!” Ancora Simone, l’unico del gruppo che sembra mantenere il sangue freddo. È rimasto seduto, mentre gli altri si sono alzati e ondeggiano da una parte all’altra della stanza, simili a mosche impazzite.
Ancora colpi, sempre più forti. La porta sta per essere sfondata.
“Andate ad aprire, nel frattempo farò sparire il foglio. Ricordate, non ci possono accusare di nulla. Tanto non abbiamo armi né altro che ci compromettere. Forza, sbrigatevi!”
E i suoi amici, come fanno sempre quando lui ordina qualcosa con quel tono perentorio, ubbidiscono.

I quattro uomini sono seduti attorno al tavolo, in quella stessa stanzetta spoglia che non odora più di fumo, perché tutti hanno smesso di fumare. Sono trascorsi trentacinque anni dall’ultima volta che si sono ritrovati insieme, tanto tempo è passato da quella serata balorda che però è ancora ben impressa nelle loro menti, ma che nessuno di loro preferirebbe evocare.
“Voi lo avete detto?” domanda invece l’uomo calvo con il viso chiaro spruzzato di lentiggini, le sopracciglia rosse striate di fili bianchi. Tutti lo guardano ma non rispondono.
“Avete raccontato quell’episodio alle vostre mogli? Ne avete parlato con i vostri figli?” insiste lui.
“Cazzo, Simone! Non ci vediamo da una vita e la prima cosa che ci chiedi è questa?” sbotta il tipo con la barba completamente bianca.
L’altro scrolla le spalle e sorride.
“Semplice curiosità” dice.
“Piuttosto, che ne hai fatto dei tuoi bei capelli rossi?” domanda l’uomo secco dal grande naso.
“Non vedi? Li ho rasati. Sai, la moda…”
“Quali hai rasato? Gli ultimi quattro? O l’unico rimasto?”
“Sai che non ho mai visto una persona così magra con una pancia così pronunciata?” ribatte Simone, con l’antico tono canzonatorio.
“Non siate infantili!” interviene il quarto uomo. “No, io non l’ho mai detto a nessuno” aggiunge.
Tutti ridiventano seri di colpo.
“Neppure io” dice un altro.
“Anna, mia moglie, lo sa. Mia figlia no” interviene il quarto.
“E tu, Simone?” domanda il barbuto.
“Non sono sposato, non ho una donna. E neanche figli” risponde l’amico, con l’aria sconsolata.
“Che cosa hai fatto in tutto questo tempo. Perché non ti sei più fatto vivo?”
“Non vi siete dati molto da fare per rintracciarmi” ribatte Simone, con asprezza.
L’uomo magro si stringe nelle spalle, scuote il capo.
“Sei scomparso all’improvviso. Credevamo non volessi più avere niente a che fare con noi” dice.
Simone sospira, poi si sfrega gli occhi a lungo.
“Non è così. Il fatto è che mio padre prese molto male quella faccenda. Mi impedì di proseguire gli studi e mi spedì in Germania, da suo fratello, per allontanarmi dalle cattive compagnie, disse. Le cattive compagnie eravate voi.”
“Noi? Eravamo i tuoi migliori amici!” protesta il tipo abbronzato con i capelli corti completamente bianchi.
“Voleva proteggermi dalle vostre idee, non gli piaceva il clima che si era venuto a creare nel nostro paese, quella situazione di conflitto permanente.”
“Ma le nostre idee erano anche le tue!”
“Che volete, andò così. Mio padre riteneva che io fossi una persona debole e facilmente influenzabile.”
“Eri tu a trascinare noi!” sbotta il tipo con l’enorme naso.
Simone lo guarda e annuisce.
“Ho fatto il gelataio per trentacinque anni. Prima alle dipendenze di mio zio, poi per conto mio. Adesso ho venduto tutto e sono tornato. Con la mia attività ho guadagnato molto, non ho più necessità di lavorare. Ho sentito il bisogno di rivedervi.”
L’uomo con la barba scruta l’amico, pensieroso.
“In quella occasione tuttavia tuo padre ci aiutò” dice.
“Eh? Ti riferisci forse all’avvocato Volpini?” domanda Simone.
“Sì, era il suo avvocato, no? Prese le difese di tutti noi e fu molto abile. Riuscì a dimostrare che la nostra era stata una ragazzata, ci fece scagionare.”
“Cazzo, una settimana in galera però l’abbiamo fatta!” esclama il secco.
Simone lo squadra con sguardo feroce.
“Abbiamo rischiato di fare vent’anni, Cristo!”
“Simone ha ragione” interviene il tipo elegante dai capelli candidi. “Abbiamo avuto davvero una gran fortuna, anche se non ho mai capito bene un particolare.”
“Vale a dire?” domanda Simone.
“Il foglio, perché non lo hai distrutto?”
Tutti gli sguardi si appuntano su Simone.
“È vero, non sono riuscito a farlo sparire. Avrei potuto mangiarlo, ma non avevo sufficiente appetito” risponde, sorridendo. “Allora lo nascosi sotto il giornale che era sul tavolo.”
“Sotto il giornale?” domandano gli amici, quasi in coro.
“Be’… lo trovarono subito” conclude Simone, sempre sogghignando.
“Incredibile!”
“Pazzesco!”
Simone fa segno a tutti di tacere.
“Vedete, quella sera prima di incontrarmi con voi telefonai alla polizia e dissi tutto, o quasi.”
“Che cosa?”
“Avevo riflettuto a lungo, e avevo concluso che ci stavamo per imbarcare in qualcosa che era al di sopra delle nostre capacità, qualcosa che avrebbe potuto rovinare le nostre vite. Mi sentivo responsabile, perché era stato io a trascinarvi in quella faccenda. Gli elementi influenzabili eravate voi, non io, su questo mio padre aveva completamente torto. Tuttavia non potevo tirarmi indietro del tutto, non volevo perdere la faccia.”
“Traditore! Giuda!” esclama con foga, e rabbia, l’amico con la barba.
“Aspetta!” lo blocca Simone. “Se non fosse stato per me tu, Alfio, adesso non saresti un famoso architetto. E tu, Claudio, non saresti diventato uno stimato medico. E la tua grande azienda non esisterebbe, Massimo. Ragazzi, dovete ringraziarmi perché vi ho salvato, e ho fatto in modo che le vostre vite non fossero distrutte. In fondo, quello che ci ha rimesso di più sono stato io.”  
I tre si guardano, increduli. Poi annuiscono, e sorridono. Anche Simone lo fa, finalmente libero da quel gran peso. Quindi si alzano e, come un solo uomo, iniziano a colpire l’amico traditore. Sfogano su di lui, con crudeltà, quella violenza che per trentacinque anni è rimasta repressa. E lo fanno finché non vedono scorrere il sangue.