Powered By Blogger

martedì 16 ottobre 2012

RINNOVAMENTO?



Mai come in questi tempi travagliati si presenta così attuale il tema del ricambio della classe politica. Nei giorni scorsi Walter Veltroni, uno degli esponenti storici del Partito Democratico, ha annunciato che non si candiderà alle prossime elezioni politiche, considerando esaurita la sua esperienza nelle istituzioni.
Veltroni, ricordiamolo, è stato il primo segretario del PD, nonché deputato per tre legislature, candidato premier nel 2008, Vicepresidente del Consiglio e ministro della Cultura nel primo governo Prodi, sindaco di Roma. La sua mossa a sorpresa ha naturalmente ricevuto il plauso di tutti, anche se ha creato alcune comprensibili difficoltà ai colleghi di partito con analoga, lunga militanza parlamentare. Al di là di una decisione che comunque è da ritenersi personale, degna del massimo rispetto, la questione del rinnovamento della classe dirigente si ripropone, dopo questo fatto di rilievo, con ancora maggiore forza.
Walter Veltroni non sarà quindi uno dei politici messi da parte, nel perseguimento della sua furia rottamatrice, da Matteo Renzi, il sindaco di Firenze candidato alle elezioni primarie del Partito Democratico.
La battaglia di Renzi, pur encomiabile sotto alcuni punti di vista, appare però ristretta a una disputa di natura strettamente generazionale: i vecchi costretti a farsi da parte, con le buone o con le cattive, per fare spazio ai giovani. Una conclusione, forse eccessivamente semplificata, che non sempre in politica si è dimostrata valida. Il rischio, che è facile intuire, è quello dei “dilettanti allo sbaraglio”. Da evitare.
Nell’ultimo periodo è cresciuta sempre di più l’ostilità, da parte di un’ampia fetta di cittadini, nei confronti dei politici di professione. La causa è da ricercarsi, oltre che nei ripetuti esempi di cattivo governo degli ultimi anni, soprattutto nel moltiplicarsi di scandali e episodi di malaffare con politici quali protagonisti. Ci si chiede, a questo punto, quanto questi due aspetti siano legati. È alquanto problematico poter fornire una risposta soddisfacente. Un tentativo di analisi, seppure superficiale, porterebbe a ipotizzare che tale legame in realtà non esista. Oppure che sia assai debole. Un conto sono la scarsa competenza, l’incapacità manifesta e l’assoluta improvvisazione, un altro è la disonestà sempre più diffusa.
Quali dovrebbero essere, allora, i criteri ai quali ispirarsi nella selezione della classe politica?
Innanzitutto non l’età anagrafica. Un paese ha necessità dell’apporto, e dell’impegno diretto, di tutti i suoi cittadini, giovani e meno giovani. La data di nascita non conta, poiché in tutti è possibile riscontrare doti di abilità e preparazione, attingere a nuove idee o affidarsi a esperienze consolidate.
La qualità principale dell’aspirante governante dovrebbe essere la passione, mai inquinata da interessi personali, sempre accompagnata dal desiderio di lavorare per gli altri.
L’attività politica, inoltre, può essere interpretata sia come un servizio da rendere al proprio paese per un periodo limitato di tempo sia come un impegno a vita. L’uno non esclude l’altro. In base a ciò, non è possibile dunque escludere a priori la presenza di politici di professione, a condizione che questi ultimi si siano dimostrati all'altezza dell'importante incarico ricoperto e abbiano conseguito buoni risultati.
La selezione, in ogni caso, spetta in prima battuta ai partiti, poi agli elettori.
Sarebbe sbagliato buttare via tutto, e lasciare così prevalere l’insana volontà di cambiare a tutti i costi, tanto per il gusto di farlo. Ci si potrebbe trovare di fronte a sgradevoli sorprese.

domenica 14 ottobre 2012

NON CHIAMARMI PIU'



Appena mi siedo sul divano, di fronte al televisore acceso, squilla il telefono. Vorrei non rispondere, ma ormai la mia quiete è stata turbata, sarebbe un gesto inutile, una vana ripicca. Sbuffo e mi alzo, senza che il fastidio mi abbandoni.
“Ciao, sono io…”
“Scusi, chi parla?” domando, anche se ho riconosciuto quella voce. Non tollero chi non si presenta, soprattutto quando quel qualcuno irrompe senza preavviso nella mia vita attraverso l’odioso apparecchio.
“Sono Rina! Ti ho forse disturbato?”
Non è il caso di tergiversare, di mostrarsi falsamente gentile. Permetto alla mia insofferenza di affiorare e affondo, crudele.
“Ti avevo chiesto di non chiamarmi più” dico, con asprezza.
“Lo so…”
“E allora? Perché l’hai fatto?” Giro il coltello, la lama penetra in profondità. Lacera.
“Mi sentivo sola, avevo bisogno di parlare con qualcuno. Ho pensato a te.”
Tento di placare la mia irritazione. Me la immagino, all’altro capo del filo. I suoi capelli biondastri, mai troppo puliti, il suo sguardo obliquo.
“Che cosa mi devi dire?” chiedo, cercando di controllare il tono di voce, che risulta comunque troppo acuto.
“Sei solo, vero?”
“Sono quasi sempre solo” rispondo.
“Perché non vieni da me?”
Colpito. Mi aspettavo qualsiasi richiesta, ma non quella. Ho un attimo di confusione, fatico a riordinare le idee, a rimetterle una dietro l’altra in una successione ordinata e coerente. Non rispondo.
“Allora?” insiste lei. Vuole insinuarsi in quella breccia che si è aperta, lo so.
“Non so…”
“Ti aspetto.”
“Non credo che verrò” riesco a dire, fingendo sicurezza. Che non ho.
Lei non bada alla mia risposta. Una strategia che ho imparato a conoscere, ma dalla quale non mi so difendere. Rimango zitto.
“Sai, sono a letto…”
“Ah…”
“Pensa a come sono vestita.”
“Non saprei…” Ogni mia risposta potrebbe essere fatale. Preferisco la prudenza, non desidero scoprirmi.
“In realtà sono quasi nuda. Indosso soltanto una leggera sottoveste. Sai, di quelle corte e trasparenti, e sotto non ho nulla.”
Deglutisco, poi mi maledico. Di sicuro il disgustoso suono è stato amplificato dal telefono. Lei lo avrà sentito e chissà che cosa avrà pensato. Forse ha sorriso soddisfatta, corrucciando le labbra sottili in una espressione compiaciuta.
“Su, vieni…” La sua voce ora è roca, sensuale.
“Non hai rispettato i patti” dico, contegnoso.
“Eh?” Disappunto. Sì, ho compromesso quell’atmosfera costruita da lei con tanta fatica. Sono orgoglioso di me.
“Non avresti dovuto telefonare. Così avevamo stabilito” aggiungo.
“Perché sei così spietato con me? Così insensibile? Sei cambiato, sei diverso rispetto a quella prima volta.”
Mi rendo conto che la sua è una manovra diversiva. Che cosa dovrei fare a questo punto? Riattaccare? No, non ci riesco e allora cerco di guadagnare tempo.
“A cosa ti riferisci?” chiedo, prudente.
“Ma come? Non ti ricordi più? Parlo di quando siamo usciti insieme, quel pomeriggio…”
“Ah! Scusa se ti correggo, ma quella volta ci siamo incontrati per caso, anche se già ci conoscevamo…”
“Però non hai proseguito per la tua strada, come facevi sempre, mi hai accompagnato.”  
“Non eri sola…” ribatto con scarsa convinzione.
“Che importa? Ero con la mia amica Carla. Ti sei fermato per lei, forse?”
“No, certo che no. Tra l’altro quella tua amica non è molto simpatica.”
“Che dici?”
“Non ha detto una parola, e ha continuato a scrutarmi per tutto il tempo” ribatto, ripensando a quell’atteggiamento che mi aveva parecchio infastidito.
“Le avevo parlato di te, era soltanto curiosa.”
“Mi è sembrata una gran cafona…”
“Smettila! È la mia migliora amica! E poi se n’è andata quasi subito, ci ha lasciato soli. In fondo è stata discreta.”
“Mi hai chiamato per difendere il comportamento della tua amica?” Il mio tono è ridiventato duro, quasi feroce, tale da ferire.
“No, scusa. Ti ricordi che cosa abbiamo fatto dopo?”
“Non abbiamo fatto nulla” replico.
“Non è vero, siamo andati in un bar.”
“Appunto.”
“Stupido! Io ho ordinato un grosso gelato e tu soltanto un misero caffè. Rammento che guardavi di continuo l’orologio, anche se cercavi di farlo di nascosto. Però sei rimasto, anche se avevi fretta, e hai ascoltato tutto ciò che ti ho detto.”
“Hai parlato soltanto tu” mi affretto a ribattere.
“Ho raccontato tutto di me…”
“Già…”
“Poi tu all’improvviso ti sei alzato e sei scappato via. Ti ho osservato, mentre camminavi sotto i portici. La tua andatura era strana, ti affrettavi ma, nello stesso tempo, sembravi intento a pensare. Volgevi il capo prima in una direzione poi in un’altra, senza sosta, come se fossi impegnato in un muto dialogo con te stesso. Chi era l’oggetto di quelle tormentate riflessioni? Ero forse io? Adesso me lo puoi dire…”
“Senti, ora ti devo lasciare” dico. Non ho alcuna intenzione di parlare del passato, né di farmi coinvolgere in una discussione cerebrale. Non ne ho più voglia.
“E poi ci siamo rivisti, alcuni giorni dopo. Hai accettato di incontrarmi ai giardini.”
“È stato più facile dire di sì che di no. Avevi insistito così tanto” dico, volutamente perfido.
“Bugiardo, confessa che eri contento che te l’avessi proposto. Desideravi stare solo con me, ammettilo.”
“Forse…”
“Quel giorno ci siamo baciati.”
“Tu hai baciato me” preciso, con un puntiglio del tutto fuori luogo.
“È vero, ma anche tu lo volevi. Soltanto, non hai avuto il coraggio di farlo. Ho dovuto prendere l’iniziativa, ma non ne sono pentita, lo rifarei.”
La conversazione sta diventando patetica, addirittura penosa. La devo interrompere.
“Senti…”
“Ci siamo baciati a lungo. Provavo dolore alle labbra, ma ero felice” prosegue lei, imperterrita.
Non replico, le permetto di continuare. Un errore.
“E ti ricordi l’altra volta al bar? In quel salottino al piano di sopra? Eravamo soli” dice.
“Mi rammento il cameriere…”
“Era buffo, con quei ridicoli piedi piatti. E poi era anziano, poveretto…”
“Temevo che salisse a ogni momento. Invece non lo fece più, dopo averci servito.”
“Forse aveva capito.”
“Chissà…”
“Mi hai accarezzata a lungo.”
“Eh?”
“Le gambe. Prima le ginocchia, poi poco alla volta hai sollevato la mia gonna, e la tua mano ha iniziato a sfiorare, leggera, le mie cosce. In un primo momento all’esterno, quasi con timore, dopo sempre più su, all’interno…”
Al pensiero deglutisco di nuovo, le mie fauci sono aride. Non riesco proprio a reprimere i miei più bassi istinti.
“Portavi le calze” dico soltanto.
“Certo, era inverno e faceva freddo. Però ho percepito ugualmente, anche attraverso il tessuto, il tuo desiderio.”
“A un certo punto avevo le dita indolenzite” mi scappa. Dall’altra parte sento un risolino.
“Lo avevo capito!” dice, con voce squillante. “Per questo hai cambiato obiettivo?” aggiunge.
“Come?” Fingo di non aver compreso, ma non è così.
“Mi hai sbottonato la camicetta. Senza guardare, non so se perché temevi di incrociare il mio sguardo oppure se per tenere d’occhio la scala. E i movimenti del vecchio cameriere.”
“Tu eri tutta rossa in viso” dico, un po’ indispettito.
“Per forza, ero molto eccitata. Tu no?”
“Può essere…”
“Dopo mi hai abbassato il reggiseno…”
“Lo hai fatto tu.”
“No, ti sbagli. Mi hai scoperto un seno, hai stretto un capezzolo tra due dita, lo hai sfregato ha lungo. Quindi vi hai appoggiato le labbra…”
“Ho dovuto smettere quasi subito. Non riuscivi a controllarti, hai iniziato a mugolare…”
“Certo, non possiedo la tua imperturbabilità” dice, seccata.
“Ascolta, non mi va più di parlare del passato. Da allora è trascorso del tempo, e siamo entrambi cambiati. Abbiamo fatto altre cose, avuto altre esperienze.”
“Rinneghi ciò che hai fatto?”
“No, perché sarebbe come rinnegare me stesso, e non intendo farlo. Ma è del tutto inutile…”
“Vieni da me, ti prego.” Quasi una disperata invocazione.
“Non lo so…” avverto che qualcosa dentro di me si sta incrinando. La mia determinazione a resistere si attenua sempre più.
“Se stasera non sarai qui con me non ti vorrò mai più vedere!”
Crollo, ma non del tutto.
“Potrei passare da te dopo la partita” propongo con una certa cautela.
“Come? Quale partita?”
“Stasera c’è la finale della Coppa. Deve essere già iniziata.” Mi rendo conto che la mia proposta è un po’ azzardata. Ma ormai i miei freni hanno ceduto, e voglio tutto.
“Ascoltami bene. Io sono qui, distesa sul letto, e mi sto toccando in attesa di te. Ti aspetto, ma se non ti vedrò entro mezz’ora davvero non ti chiamerò più!”
Proprio ciò che avevamo deciso, penso. E che lei non ha fatto.
Farfuglio qualcosa, poi ci salutiamo senza che nulla sia stato definito. Da una parte un’incertezza che dilania, dall’altra qualcosa di più dcheuna speranza.
Riattacco, e torno a sedere sul divano, zuppo di sudore gelido. Rivolgo per un attimo l’attenzione allo schermo del televisore e mi accorgo che la mia squadra sta perdendo.

sabato 13 ottobre 2012

ARRENDITI, SEET CIRCUNDA'A!



E lui, il governatore lombardo Roberto Formigoni, non ne vuole proprio sapere di dimettersi. Un altro dei suoi assessori, l’ennesimo, è stato pizzicato e sbattuto in galera con accuse infamanti, gravissime. Collusione con la malavita organizzata, con la ‘ndrangheta per la precisione. Intese finalizzate alla compravendita di voti, almeno quattromila, per cinquanta euro a croce.
No, lui non molla. Anzi, minaccia di far saltare le giunte di altre regioni del Nord, Piemonte e Veneto, causa effetto domino. Così erano gli accordi siglati a suo tempo, dice, tra la malcelata irritazione e le accuse di indebita ingerenza dei suoi colleghi governatori (leghisti) Cota e Zaia.
Il Celeste non cede, e non si riescono a comprendere le ragioni di tanta stupida ostinazione. Sarà puntiglio, sarà ottusità o pura tigna, oppure semplice disperazione, forse la consapevolezza che dopo tutto sarà finito per sempre. Niente più luci della ribalta e sfoggio di superbia, mai più vacanze a scrocco. In ogni caso Formigoni non esita a ostentare l’abituale faccia di tolla, quella che lo ha sempre contraddistinto, quella dei suoi giorni migliori. E non manca la solita prepotente arroganza, accompagnata dalla presunzione di essere in ogni caso il più bravo, di avere operato bene, e la certezza dell’impunità. Sì, perché lui non ha fatto nulla di male, ma è stato tradito da uomini nei quali aveva riposto la massima fiducia. Uomini che, comunque, aveva scelto lui. A tale proposito dovrebbe avere almeno l’onestà di ammettere la sua palese incapacità politica, la sua inadeguatezza ad un ruolo che ricopre da tanto tempo.
E invece no, lui tira dritto, azzera la giunta e la intende ricomporre. Con persone nuove, poche, forse soltanto tecnici, il tutto allo scopo di andare avanti e di arrivare a fine mandato, nel 2015. Il suo quarto mandato, poiché il governatore è alla guida della Lombardia da quasi quindici anni. Tanti, troppi. Un’eternità.
Naturalmente non può fare tutto ciò da solo. Ha bisogno dell’appoggio dei suoi alleati storici, i leghisti. E questi all’inizio tentennano, le accuse di connivenza con la malavita non piacciono per nulla, sono difficili da accettare, e proprio con quella malavita che il loro eroe, “barbis” Maroni ha combattuto con forza; addebiti pesanti che soprattutto non sono ben digeriti dalla base, o perlomeno da quello che ne è rimasto dopo la penosa vicenda che ha coinvolto Umberto Bossi.
Il segretario lombardo Matteo Salvini tuona, chiede elezioni anticipate, vuole che si riparta da zero. Insomma, la Lega intende mettere al più presto le mani sulla Lombardia, l’ultima vera roccaforte dei sognatori padani. E il popolo leghista approva, plaude, si entusiasma per questo inconsueto scatto di reni del proprio stanco partito. Invece Maroni frena, parla con Angelino Alfano e forse con chissà chi altri, modera e soffoca, apre ad altre possibilità senza ben precisare quali esse siano. La base, di nuovo, non capisce. Si indigna, incredula per questa retromarcia, per questa improvvisa giravolta dettata da motivazioni del tutto incomprensibili, da tatticismi non degni di un movimento quale dovrebbe essere la Lega, già rovinata dalle scandalose questioni interne e da anni di partecipazione a governi che hanno affossato il Paese. E fatto naufragare soprattutto quel Nord che invece doveva essere tutelato, perché questa era la vera missione del partito padano.
E poi, oggi, un nuovo colpo di scena. Maroni cambia idea ancora una volta. Formigoni se ne deve andare al più presto. Si dovrà votare ad aprile, in concomitanza con le consultazioni politiche. La dirigenza leghista non ha retto alla pressione della sua base come al contrario aveva fatto per lunghi anni. Stavolta però è in gioco la sopravvivenza stessa del partito. Occorre dare ai militanti un segnale forte, dimostrare che, al di là delle titubanze, un nuovo corso è stato avviato.
E lui, il governatore, rimane solo. Adesso è davvero assediato, è circondato. Formigoni dovrà cedere per forza. Chissà se finalmente riuscirà a pronunciare quella parola, dimissioni, che proprio non riesce a dire. 

venerdì 12 ottobre 2012

RIGHELLI E MANGANELLI



Oggi si sono svolte, in numerose città, nuove manifestazioni di protesta da parte di docenti e studenti della scuola. L’espressione di un malcontento generale e diffuso che dura ormai da tanto tempo. Ci si lamenta, giustamente, dei tagli che hanno colpito in maniera dura e indiscriminata l’intero impianto del sistema educativo. Il ministro Profumo, in fondo quasi incolpevole, che si è trovato a gestire una riforma sciagurata e non sua, è sempre più oggetto di aspre contestazioni.
La scuola italiana si trova in una condizione di grande crisi, le numerose e dissennate riforme e controriforme degli ultimi anni la stanno precipitando su una china pericolosa, si rischia di non riuscire più a tornare indietro, a invertire la disastrosa tendenza.
Unica nota positiva odierna, in un quadro comunque triste e desolante, è che non ci sono stati, tra i dimostranti e le forze dell’ordine, gli incidenti che al contrario avevano turbato le manifestazioni della scorsa settimana.
Allora la polizia era intervenuta in modo assai violento: cariche del tutto inopportune, manganellate a destra e a manca, studenti trascinati a forza su selciato, strattonati e malmenati, abbondante utilizzo di lacrimogeni. Insomma, uno spettacolo indegno per un paese che si definisce democratico. I piccoli gruppi di dimostranti più facinorosi, comunque disarmati, potevano e dovevano essere resi innocui adottando sistemi più morbidi. I cortei, anche quando non ottemperano agli accordi presi su modalità di svolgimento e percorso, possono comunque essere contenuti senza necessariamente intervenire con misure aggressive e finalizzate soltanto alla pura repressione. Come sempre avviene in questi casi, non sarebbe corretto imputare ai singoli agenti impegnati la responsabilità riguardo al comportamento poco ortodosso da loro tenuto. Le manchevolezze stanno più in alto, ai vertici, a livello di Questure e Prefetture e, perché no, di Ministero dell’Interno. Nessuno, tra questi personaggi, ha avuto la sensibilità istituzionale di tentare di spiegare, se non di giustificare, un atteggiamento così punitivo nei confronti degli innocui studenti. Tantomeno si è sentita in dovere di farlo, meglio se in Parlamento, la ministra Cancellieri, e ciò ha rappresentato per molti una inaspettata delusione.
I giovani devono crescere e maturare nella consapevolezza di avere sempre la possibilità di manifestare (in modo pacifico) il loro dissenso, esercitando così una libertà fondamentale. Il soffocamento delle forme di disaccordo e di critica, se condotto dallo Stato con un eccessivo uso della coercizione, indebolisce il tessuto democratico, nel nostro caso già assai sfrangiato.
I ragazzi, inoltre, nel loro percorso educativo, dovrebbero imparare a nutrire una fiducia assoluta nei confronti delle forze dell’ordine, elemento importante e fondamentale per il mantenimento della sicurezza di tutti e della pacifica convivenza tra i cittadini. Operando come è stato fatto, tale credito si depaupera rapidamente e la conflittualità sociale aumenta a dismisura, così come diminuisce in maniera altrettanto rapida l’assegnamento sulla funzione dello Stato stesso.
Ci si ricordi senza sosta che stiamo parlando di giovani, più o meno meritevoli, più o meno informati, più o meno impegnati, ma che saranno in ogni caso i cittadini di domani.
È preferibile ascoltarli, questi ragazzi, sia quando hanno ragione sia quando hanno invece torto, piuttosto che prenderli a botte. Si tratta pur sempre di un ottimo investimento.   

domenica 7 ottobre 2012

IL PIU' ADATTO



Stavano immobili da ore sulla riva del fiume, sistemati in alto rispetto al livello dell’acqua. E aspettavano con una rassegnazione che sfiorava lo stoicismo. Non di veder scorrere nella placida corrente i cadaveri ormai gonfi dei loro nemici, perché quei due uomini di nemici non ne avevano, ma che qualche dannato pesce si decidesse finalmente a ingoiare quel boccone letale, l’esca che celava il minuscolo e acuminato rampino.
Joe Fisher scacciò con una manata una mosca assai noiosa che da qualche secondo gironzolava sul suo grosso naso. Quel gesto brusco allentò all’istante lo stato di tensione. L’altro pescatore, Tom Hook, a quel punto azionò il mulinello della canna e iniziò a riavvolgere il sottile e quasi invisibile filo di nylon.
“Niente da fare, proprio non abboccano” disse sconsolato, scuotendo il capo.
Fisher approvò con grugnito poi, a sua volta, intraprese la medesima operazione.
“I pesci stanno diventando sempre più furbi” disse, quando ebbe completato la sua azione.
Il suo compagno appoggiò a terra la canna e poi lo guardò, stupito.
“Che hai detto?” domandò, anche se aveva inteso benissimo.
“Ho detto che queste bestie, una generazione dopo l’altra, sono sempre più astute. Deve essere per effetto dell’evoluzione” ribadì l’altro. Aveva parlando scandendo bene le parole, come se la sua spiegazione fosse rivolta a un bambino.
“Che cosa vorresti dire?” chiese ancora Hook. “Intendi forse sostenere che i pesci si mettano sull’avviso l’uno con l’altro? Ehi! Fai attenzione! Lì sopra ci sono quei due coglioni di Joe e Tom che stanno pescando. Gira al largo, fratello, altrimenti farai una brutta fine come tuo nonno! Qualcosa del genere?”
Fisher emise un lungo sospiro poi, con estrema lentezza, si accinse a sostituire l’esca.
“Non hai capito nulla” disse dopo un po’, volgendo il capo verso l’amico. L’altro sorrise, beffardo.
“Spiegati meglio allora, sapientone” disse.
“Ti prego di essere serio, Tom. Prima ho citato l’evoluzione. In natura, attraverso una severa selezione, sopravvive soltanto il più adatto. Così è per gli animali, e così è pure per noi esseri umani. Nel caso dei pesci è probabile che, da una generazione all’altra, sia trasmesso attraverso il codice genetico un particolare messaggio che rende i nuovi nati più accorti. Naturalmente ciò riguarda alcuni esemplari, non tutti. Qualcuno di loro continuerà comunque ad appendersi stupidamente ai nostri ami, ma con il trascorrere del tempo saranno sempre meno quelli che lo faranno. È chiaro adesso?”
Tom Hook annuì, pensieroso. Stava riflettendo.
“Hai detto che tale processo riguarda anche gli esseri umani, vero?” domandò.
“Certo” confermò l’amico. “Anche se questo avviene in maniera più lenta. Vedi, il lasso di tempo che intercorre tra una generazione e la successiva, negli uomini, è più lungo. Alla fine, in ogni caso, il risultato è lo stesso. Solo gli individui migliori, quelli più dotati, riescono a trasmettere il loro patrimonio genetico. In questo modo la specie può affinare specifiche caratteristiche, quelle che la rendono più preparata alla sopravvivenza. I geni non adatti vanno persi, scompaiono. È questo è un bene.”
Hook concentrò lo sguardo sul fiume. Vide un tronco contorto scorrere sull’acqua, ruotando su se stesso. Gli sembrò anche di scorgere l’ombra di un grosso pesce, appena sotto la superficie, ma forse si sbagliava.
“Che c’è?” chiese Joe Fisher. “Ciò che ho detto ti ha colpito?”
“Non ci avevo mai pensato” bofonchiò l’altro, tentando invano di infilzare un’esca sull’amo. Le sue mani tremavano.
“Che ci vuoi fare, amico. È così.”
“Ho sempre pensato che tutti gli esseri umani fossero uguali” sussurrò Hook.
Il compagno scoppiò in una grossa risata.
“E ti sei sempre sbagliato” disse l’altro.
“Quindi vale anche per noi?” chiese ancora l’altro.
“Eh?”
“Cioè, è possibile che uno di noi due sia più adatto dell’altro? A sopravvivere, intendo.”
“Eccome!” confermò Fisher, senza alcuna esitazione.
“Sarebbe?”
“Senza offesa, Tom. Guardati, e confronta il tuo fisico con il mio. Io sono robusto, sano, sono in grado di svolgere qualsiasi lavoro, anche quelli più pesanti. Tu invece sei smilzo, privo di muscoli, la tua salute è cagionevole. E poi le differenze tra noi due sono evidenti anche in altri aspetti. Io ho studiato, tu no. Non puoi negare che il mio livello intellettuale, la mia preparazione, la mia cultura, siano con evidenza superiori ai tuoi.”
L’altro annuì, scoraggiato. Fisher proseguì.
“Io ho una moglie, ho dei figli, un ottimo lavoro. Tu sei rimasto un lupo solitario, sono io il tuo unico amico perché tutte le altre persone ti sfuggono. E le donne? In realtà non ho mai capito se ti piacciano o no. Ti arrangi facendo mille cose, riesci a malapena a non morire di fame. Insomma, non hai mai avuto un lavoro degno di tale nome. Comunque, non te la prendere. Riconosco di essere stato più fortunato rispetto a te, la natura mi ha privilegiato rendendomi più adatto. Nei tuoi confronti sono, sul piano biologico, una sorta di essere superiore. Ho ricevuto il compito di far progredire la nostra specie e l’ho perseguito con successo. Rassegnati, purtroppo il tuo numero non è uscito.”
Tom Hook sembrava molto colpito dalle parole dell’amico. Il suo turbamento era evidente. Il suo volto era pallido, si tormentava le mani, con uno stivale strusciava il terreno erboso, avanti e indietro.
“Non sono sicuro che tu sia davvero il più adatto” disse infine, con una voce che non sembrava più la sua.
“Tom! Credo che la mia spiegazione sia stata piuttosto esauriente. Che altro devo ancora aggiungere per convincerti? Ehi! Dove stai andando?”
Hook, senza più dire una parola, si era alzato in piedi. Fece due passi, fino ad arrivare alle spalle dell’amico, che invece era ancora seduto sul piccolo sgabello. Gli diede una violenta spinta, l’altro perse l’equilibrio e precipitò nel fiume. Affondò nell’acqua senza emettere alcun suono. Joe Fisher non sapeva nuotare.
Tom Hook buttò in acqua tutta l’attrezzatura da pesca dell’amico, poi raccolse la sua e si incamminò. Non poteva perdere tempo, doveva darsi subito da fare. Per trovare un vero lavoro e, soprattutto, una donna. Soltanto in quel modo sarebbe stato veramente adatto. Non come il povero Joe Fisher, pace all’anima sua, che invece si era rivelato del tutto inadeguato, e senza neppure averlo inteso.


martedì 2 ottobre 2012

I CAVALIERI DELLA STRADA



Il ragazzo si avvicinò con cautela al portone del fatiscente palazzo e iniziò a scorrere le varie targhe di ottone, di tutte le forme e ormai annerite dallo smog, finché riuscì a trovare quella che cercava. Salì le scale di pietra dai gradini consumati, perché l’ascensore non c’era, e si ritrovò, ansimante, al terzo piano. Sul pianerottolo c’erano due porte. Da una, sebbene fosse chiusa, proveniva un terribile lezzo di cavoli bolliti. L’altra invece era solo accostata, e fu quella che lui scelse. Bussò ed entrò senza aspettare un’eventuale invito. Superò un minuscolo ingresso, le cui pareti erano spoglie e scrostate, e si ritrovò in quello che sembrava un ufficio. Si fermò di fronte a una vecchia scrivania, che di sicuro era stata recuperata in strada, tra i rifiuti, e attese.
“Un attimo! Arrivo!” Una voce dal timbro profondo, proveniente da un piccolo locale adiacente, forse il cucinino.
Poi sbucò un uomo su una sedia a rotelle. Era molto grasso, e aveva una folta barba. Avanzò lentamente e si sistemò dietro il tavolo.
Il giovane salutò con un cenno del capo.
“È qui l’associazione?” domandò.
L’altro soffocò un rutto e poi si passò il dorso della mano sulle labbra unte.
“Quale associazione?”
“I Cavalieri della strada.”
“Che vuoi, ragazzo?”
“L’ho detto, sto cercando la sede dell’ass…”
L’altro picchiò un pugno sulla scrivania.
“Se stai cercando l’Ordine dei Cavalieri della strada sei nel posto giusto, altrimenti usa quelle tue lunghe gambe, finché funzionano, per smammare all’istante!” ringhiò l’invalido.
“Mi scusi…”
“Sono George, e sono il fondatore e il Presidente dei Cavalieri. Ordine, hai capito bene? E non associazione!”
“Ho capito” rispose il giovane, un po’ intimorito.
“Hai presente i Templari? Sai chi erano?” chiese l’altro.
“Più o meno. Erano una roba tipo i Cavalieri della Tavola Rotonda?”
“Ragazzo, sei ignorante forte. Allora, si può sapere che cosa vuoi? Non ho tempo da perdere con te, devo ancora mangiare la frutta.”
“Vorrei entrare a far parte dei Cavalieri.”
George scoppiò in una rumorosa risata, lunga e beffarda. E per poco non ribaltò la sedia a rotelle. Il ragazzo lo guardò, sorpreso e avvilito.
“Ho forse detto qualcosa che non va?” riuscì a domandare con un filo di voce.
“Non è ciò che hai detto che non va, sei tu che non vai!” disse George, e poi riprese a sghignazzare.
“Ho sempre sognato di poterla incontrare, fin da quando ero bambino” aggiunse il giovane.
A quelle parole l’invalido divenne subito serio.
“Eh? Che hai detto, ragazzo? Tu conosci la mia storia?”
“Certo, e le chiedo scusa se prima ho fatto confusione tra associazione e ordine…” George fece un cenno con la mano, come se dovesse scacciare una mosca molesta.
“So che George non è il suo vero nome” proseguì il giovane. “E conosco alla perfezione le gesta valorose dei suoi Cavalieri. Per questo vorrei tanto essere uno di loro.”
“Mmm… e sai pure perché mi ritrovo su questa carrozzella?” domandò George.
L’altro scosse il capo, dispiaciuto.
“Presumo sia a causa di un grande atto di coraggio…” azzardò.
E il corpulento invalido confermò annuendo beato. Poi rivolse lo sguardo verso il soffitto, colmo di ragnatele, e iniziò a raccontare.
“All’epoca i Cavalieri non esistevano ancora. Mi ritrovai su quel tratto di strada quasi per caso, perché non lo percorrevo quasi mai. Stavo camminando quando vidi una vecchietta che stava attraversando la via. Ricordo che si appoggiava a un bastone, e la sua andatura era molo lenta. Di sicuro quella donna era pure sorda e mezza cieca, perché non sentì né vide il grosso camion che stava sopraggiungendo.”
“Riuscì a frenare? Lei riuscì ad avvertirla del pericolo?” lo interruppe il giovane.
George lo guardò, stupito.
“Stai forse scherzando, ragazzo? Ricordati che i draghi non frenano mai! Infatti quello, avvistata la sua preda, accelerò.”
“Accelerò?”
“Ci puoi scommettere! A quel punto mi rimaneva un’unica cosa da fare e così mi lanciai in mezzo alla carreggiata. Riuscii a spingere via la vecchia dalle fauci del drago famelico, che però si serrarono sulle mie povere gambe!”
“In che senso, scusi?”
“Non badare al mio linguaggio enfatico! Cerca invece di immaginare che cosa accadde veramente. Il grosso camion calpestò le mie gambe con le sue dieci ruote, o forse erano addirittura dodici, e le ridusse in poltiglia.”
“Terribile! Almeno quella vecchia signora si salvò e…” disse il giovane, ma fu subito bloccato.
“Che dici, ragazzo? Non si salvò affatto! La mia spinta risultò un po’ troppo… poderosa e lei si sbriciolò sul palo del semaforo. Morta stecchita! Parola di George.”
“Ah…”
“Tuttavia l’esito funesto non svalutò la mia azione eroica, che tra l’altro mi aveva condotto al martirio. Fui insignito di numerose onorificenze e, appena mi fui ripreso, fondai i Cavalieri della strada, con lo scopo di non lasciare mai soli i pedoni, i ciclisti e gli automobilisti, di assisterli in caso di bisogno, di confortarli, e di non farli sentire mai soli. Ma l’altra grande finalità dell’Ordine è quella di combattere i draghi! ”
“Si riferisce ai camion, vero?”
“E a chi, se no? Sveglia, ragazzo! Non ti sei mai reso conto che i camion sono simili a immensi draghi? Rombano, ringhiano, sbuffano, mordono, lacerano, schiacciano, distruggono, e se pure non emettono fiamme sputano comunque un fumo disgustoso. Per queste e altre mille ragioni meritano di essere annientati!”
Proprio in quell’attimo si udirono dei passi pesanti risalire le scale. George tacque e si mise in ascolto.
“Sta arrivando Mercedes” disse infine.
“Chi è? Una donna?” domandò il ragazzo.
“Una donna? E perché mai?”
Un uomo alto e secco fece irruzione nell’ufficio. Aveva un naso enorme, tutto rosso, e indossava la divisa di ordinanza, una felpa blu con un grande stemma rotondo sul quale era raffigurato un cavaliere medioevale appiedato che fronteggiava, con la sola lancia, un immenso autotreno.
“Mercedes, il direttore operativo dei Cavalieri” lo presentò George.
Il nuovo venuto prese a fissare il giovane, che indietreggiò fino ad appoggiarsi al muro, intimidito da quello sguardo carico di sospetto.
“E questo chi sarebbe?” chiese l’uomo chiamato Mercedes, senza perdere di vista il visitatore. “Sarà mica un ficcanaso?”
George gli fece cenno di calmarsi.
“Questo giovanotto vorrebbe diventare un Cavaliere” spiegò l’invalido.
L’altro scosse il capo più volte.
“Ma lo hai visto? Al più potrebbe farmi da scudiero” disse, senza abbandonare l’espressione disgustata.
“Ehi! E il tuo, di scudiero, che fine ha fatto?”
Finalmente il direttore operativo rivolse la sua attenzione a George. Appoggiò le mani sul piano della scrivania, si protese e sussurrò: “Si è fatto beccare completamente ubriaco alla guida dell’auto.”
“Espulsione! Espulsione!” sbottò George indignato, sputando saliva.
“Non preoccuparti, già fatto” rispose Mercedes.
“Ben fatto. Ragazzo, che ne dici della proposta del nostro direttore? Puoi iniziare come scudiero poi, dopo aver fatto un po’ di gavetta…”
“Per almeno dieci anni!” lo interruppe Mercedes. George gli fece segno di tacere.
“…potremmo proporti per la promozione a Cavaliere. Allora?”
“Scusate, ma io desidererei diventare subito Cavaliere…” disse il giovane.
“Ehi!” proruppe Mercedes. “L’umiltà l’hai forse lasciata a casa?”
“Aspetta, ragazzo. C’è un solo modo per entrare nei Cavalieri evitando tutta la trafila” intervenne l’invalido.
“Sarebbe?”
“Devi compiere un atto eroico” disse George, con solennità.
“Tipo il suo?” domandò il giovane.
“Rispetto per il Presidente, ragazzo!” esplose Mercedes stringendo i pugni nodosi. George lo zittì e proseguì.
“Dovrai abbattere un drago!” disse.
“Uno in meno?”
“Esatto” confermò l’uomo sulla carrozzella. “Un drago in meno e un Cavaliere in più!”
“Ci sto” disse il giovane. “Da domani ci sarà uno di quei bestioni in meno. Garantito.”
“Ragazzo, hai del fegato. Mi devo ricredere sul tuo conto. Tra l’altro non ti ho chiesto quale sia il tuo lavoro” disse George.
“Uh? Il mio lavoro? Faccio il camionista. Da domani non più, naturalmente. Quando potrò avere la felpa?”

lunedì 1 ottobre 2012

LO SPAURACCHIO



“Se dopo le prossime elezioni ci sarà ancora bisogno di me, non mi tirerò indietro.”
Così si è espresso alcuni giorni fa il Presidente del Consiglio Mario Monti rispondendo a una domanda che gli era stata posta circa i suoi impegni futuri. Queste parole hanno provocato scompiglio nell’intero mondo politico, tutte le parti sono entrate in fibrillazione, per quanto con motivazioni assai differenti.
È palese a tutti che il premier si riferisse a una presumibile nuova situazione di emergenza, alla malaugurata eventualità che il Paese, dopo le consultazioni politiche del prossimo anno, avesse ancora necessità di un esecutivo di tipo tecnico. Questo aspetto, però,  è stato intenzionalmente trascurato.
Monti ha inoltre precisato che, in ogni caso, non intende candidarsi.
Pierferdinando Casini ha accolto con grande entusiasmo (seguito a ruota da Luca di Montezemolo) le affermazioni del Presidente del Consiglio. Perché è proprio ciò che lui vuole, e che sta tentando invano di proporre da qualche tempo. Vale a dire la formazione di un grande gruppo, posizionato al centro, di esponenti della società civile – impegnati in prima persona – e di cittadini che vedono nell’azione dell’economista lombardo l’unica valida e praticabile risposta a tutti i problemi generati dalla crisi. In pratica, si propone una moderna riedizione della Democrazia Cristiana, un vecchio sogno del leader dell’UDC. Anche Gianfranco Fini, sempre alla ricerca di un rilancio personale che non arriva mai, si è detto disponibile a collaborare al progetto.
Di tutt’altro avviso appare invece il Partito Democratico, l’unica forza in grado di vincere davvero le elezioni, e quindi non disposta a ripiegare (come spesso purtroppo ha fatto) su soluzioni che metterebbero in discussione la vocazione a governare rivendicata dal partito con sempre maggiore forza negli ultimi tempi e confortata dai risultati di tutti i sondaggi.
La mossa di Monti ha provocato sconforto e indecisione (senza che ve ne sia stata l’ammissione) nelle fila del Popolo della Libertà. Il segretario Alfano si è limitato a ribadire banalmente che Monti dovrà, in ogni caso, sottoporsi al giudizio degli elettori. Silvio Berlusconi, come al solito più astuto e più accorto del proprio segretario-burattino, in attesa di sciogliere la riserva sulla nuova discesa in campo, decisione pesantemente condizionata dall’esito dell’ennesimo processo al quale è sottoposto, non si è espresso in senso del tutto negativo riguardo all’ipotesi di un Monti-bis. Ormai rassegnato alla sicura sconfitta elettorale, la vecchia volpe ha preferito mantenere le mani libere, nella prospettiva di poter ancora, in qualche maniera, pesare anche nella prossima legislatura. E l’unica possibilità per farlo è appunto l’adozione di una soluzione politica simile a quella attuale, nella quale Berlusconi recita un importante ruolo di co-protagonista.
Mario Monti ha però precisato che non ha alcuna intenzione di proporre una sua candidatura (al di là della legge elettorale in vigore al momento del voto). D’altra parte è evidente che non possa farlo, considerato che dovrebbe compiere una chiara e netta scelta di campo e, se pure la sua fosse un’opzione verso posizioni neo-centriste, ciò contribuirebbe a indebolire in maniera per lui fatale la rendita di posizione personale acquisita fino a questo momento. Inoltre il Presidente del Consiglio è senatore a vita, dunque il suo sottoporsi alla valutazione degli elettori risulterebbe essere un’iniziativa alquanto anomala.
Si era detto che la soluzione tecnica dovesse essere un qualcosa di provvisorio, tale di consentire di affrontare lo stato di emergenza con maggiore determinazione e serietà di intenti. Così è stato, pur tra luci e ombre, e così deve essere.
Monti passerà la mano (come ha ribadito proprio oggi) a un esecutivo che dovrà essere soltanto politico (anche se potrà avvalersi di qualche personalità tecnica al suo interno), ma che dovrà essere soprattutto forte nei numeri e sostenuto da una maggioranza coesa e omogenea. occorrerà, in ogni caso, proseguire l’azione intrapresa dall’attuale Governo, introducendo però elementi di maggiore equità sociale, e senza perdere di vista l’enorme stato di difficoltà in cui si trova il mondo del lavoro. Tutto ciò può essere messo in pratica con efficacia soltanto da un esecutivo garantito dal passaggio elettorale. L’attuale premier rimane tuttavia una risorsa per il Paese, e la disponibilità espressa gli fa onore perché testimonia il suo indubbio senso del dovere e il suo innegabile spirito di servizio.
Sarebbe bello, nondimeno, poter pensare che del pur valido apporto del professore non ci sarà più bisogno in futuro. In tal caso ne saranno contenti gli italiani, e ne sarà felice, di sicuro, anche lo stesso Mario Monti.