(Quindici canzoni che mi hanno fatto amare la musica pop/rock)
Gli Easterhouse sono stati una band britannica che, pur
condividendo le radici "jangle" (suono chitarristico brillante, cristallino e spesso arpeggiato) e post-punk di altri gruppi degli Anni Ottanta, si distinguevano per una
militanza politica feroce e un suono più robusto.
Formati a Stretford, Manchester, nel 1982 dai fratelli Andy e Ivor Perry, gli Easterhouse prendono il nome da un
quartiere popolare di Glasgow, simbolo all'epoca delle difficoltà sociali della
classe operaia.
Mentre i loro contemporanei esploravano introspezione e psichedelia, gli Easterhouse erano mossi da un'ideologia
marxista-leninista esplicita. Firmarono per la Rough Trade (l'etichetta degli Smiths),
ma il loro sound era una miscela unica: le chitarre "scampanellanti"
tipiche di Manchester unite a una potenza ritmica quasi da stadio, che
anticipava in parte la spinta dei primi U2.
Inclusa nel loro acclamato album di debutto Contenders (1984), Get
Back to Russia è una traccia epica che supera i sei minuti, un tempo
insolito per l'indie-rock dell'epoca.
Il brano è guidato da una linea di basso pulsante e dal lavoro magistrale
di Ivor Perry alla chitarra, che crea un muro di suono squillante e
cristallino. Nonostante la durata, la tensione non cala mai, sostenuta da una
batteria martellante.
Andy Perry canta con un'urgenza febbrile. La sua interpretazione non è
quella di un sognatore, ma di un agitatore politico che usa la melodia come
un'arma di persuasione.
C'è una atmosfera di grandiosità quasi cinematografica nel pezzo. Sebbene
sia una canzone di protesta, possiede una bellezza formale e una pulizia sonora
che la rendono accessibile e coinvolgente anche a un primo ascolto.
Get Back to Russia è un pilastro del rock alternativo degli anni '80 perché esprime una
militanza senza compromessi.
In un periodo di forte polarizzazione politica (l'era Thatcher), il brano
non usava metafore: era un attacco frontale e una dichiarazione di intenti
rivoluzionari, elevando l'indie-pop a strumento di propaganda politica seria.
Il brano riusciva a fondere il "jangle pop" degli Smiths con l'enfasi del rock più epico.
È una delle canzoni che meglio spiega come l'indie britannico abbia cercato di
uscire dai piccoli club per parlare alle masse.
Il titolo del pezzo, spesso frainteso come un inno filo-sovietico acritico,
era in realtà una provocazione intellettuale legata alle posizioni trotzkiste
della band e alla loro critica verso il sistema laburista britannico
dell'epoca.

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